Più di Giuseppe Conte vale la coppia realizzata con Sergio Mattarella

Quando finirà -perché tutto finisce ad un certo punto anche in politica- questa curiosa, anomala e non so cos’altro ancora vicenda di una legislatura a dir poco capricciosa, nata con una maggiorana e proseguita con un’altra di segno opposto, sempre guidata dalla stessa persona arrivata in politica davvero per caso, chi ne vorrà raccontare davvero la storia con dati inoppugnabili, e tentarne anche un’analisi psicologica, oltre che politologica e istituzionale, non potrà davvero fare a meno delle 243 pagine scritte dal mio amico Paolo Armaroli per le edizioni La Vela. Il libro s’intitola “Conte e Mattarella- Sul palcoscenico e dietro le quinte del Quirinale- Un racconto sulle istituzioni”.

Non so francamente se Paolo sia più un professore, già ordinario di diritto pubblico e comparato e docente di diritto parlamentare nell’Università di Genova, nonché di Storia delle Costituzioni nell’Università di Firenze, prestato al giornalismo per la facilità e brillantezza con cui scrive, facendoti capire anche l’incomprensibile, o un giornalista prestato alla docenza, e per una legislatura persino alla politica, nella tredicesima legislatura. Allora fu capogruppo di Alleanza Nazionale alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, componente della Giunta del regolamento e della famosa Commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema.

Mi consola l’idea che anche il mio maestro Indro Montanelli, esigentissimo con i suoi collaboratori, non seppe mai sciogliere lo stesso mio dubbio sulle qualità preminenti di Armaroli. E -guarda caso- si chiama proprio Il Dubbio il giornale in cui ci siamo alla fine ritrovati insieme a scrivere.

Ebbene, dicevo, il cronista o lo storico di domani o dopodomani non potrà fare a meno di questo libro per raccontare, spiegare e prima ancora capire la complessità politica che avvolge Conte e Mattarella, in ordine rigorosamente alfabetico, anche se il secondo prevale istituzionalmente sul primo. Lo ricordò una volta ruvidamente la buonanima di Francesco Cossiga, buon amico anche lui di Armaroli, ricordando da capo dello Stato al presidente del Consiglio allora in carica Giulio Andreotti che a Palazzo Chigi si stava meno stabilmente che al Quirinale. E ciò proprio mentre lo stesso Andreotti, dissentendo dal presidente dell’epoca della Dc Ciriaco De Mita, pensava che si potesse resistere a lungo alla guida del governo limitandosi a tirare a campare. Che era sempre meglio che tirare le cuoia.

Debbo dire che la coppia uscita dal libro di Armaroli è bene assortita, nel senso che l’uno in qualche modo completa l’altro. Tanto improvvisato, a caso, giunto alla guida del governo quasi a sua insaputa è stato ed è Giuseppe Conte, come d’altronde a sua insaputa era capitato anche a Cristoforo Colombo di scoprire l’America dopo essersi proposto di raggiungere le Indie, tanto studiato, preparato, attrezzato si è rivelato Sergio Mattarella. Che pure era l’uomo della sua famiglia non destinato alla politica, spintovi a forza dalla drammatica scomparsa del fratello Piersanti, il presidente della Regione Sicilia ucciso sotto casa dalla mafia  e figlio di Bernardo, già ministro di Alcide De Gasperi e di Aldo Moro, nonché personaggio storico del già Partito Popolare di Luigi Sturzo.

Ha avuto ragione Armaroli a rappresentare Mattarella allo studio permanente di questo presidente del Consiglio da lui nominato -diciamo la verità- più per dovere istituzionale, essendosi rilevato l’unico uomo o punto d’incontro tra forze politiche così diverse sia nella prima che nella seconda maggioranza, che per convinzione. Egli avrebbe preferito -dicendolo anche  pubblicamente, con lodevole franchezza- sentirsi proporre e designare un uomo esperto più di politica e amministrazione che di diritto, quasi avesse avvertito che i tempi già straordinari di quella crisi di apertura della diciottesima legislatura, nel 2018, lo sarebbero diventati ancora di più con la sopravvenienza di una pandemia non esageratamente paragonata o paragonabile ad una guerra, persino più insidiosa di quella tradizionale combattuta col fuoco delle armi.

Sotto tanti aspetti Mattarella ha saputo sorprendere Conte e i suoi alleati più di quanto avesse saputo sorprendere l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Che nel 2015 lo aveva fortemente voluto mandare al Quirinale dalla quasi adiacente Corte Costituzionale, preferendolo ad un altro giudice di quella stessa Corte, Giuliano Amato, anche a costo di una rottura con Silvio Berlusconi che gli avrebbe complicato non poco il percorso della riforma costituzionale in cantiere. Bocciata la quale, nel referendum del 4 dicembre 2016, Renzi si aspettava che Mattarella gli concedesse le elezioni anticipate, risparmiandogli il logoramento dell’anno residuo della legislatura, comprensivo di una scissione del Pd. Ma Mattarella gli oppose un garbato ma fermo rifiuto. E sarà la storia, non certo la cronaca, a dire chi dei due sbagliò, o sbagliò di più. Lo stesso Renzi, d’altronde, nella scorsa estate, quando promosse ancora dall’interno del Pd l’accordo di governo con i grillini piuttosto che le elezioni anticipate reclamate dal leader leghista Matteo Salvini, riconobbe che le legislature nascono per “durare cinque anni”, non meno.

Ora, nel consigliare ai lettori di leggere il libro di Armaroli appena pubblicato mi permetto amichevolmente di consigliare all’autore di metterne subito in cantiere un altro, ma stavolta di fantapolitica, in cui immaginare un’altra coppia fra Quirinale e Palazzo Chigi: Giuliano Amato e Giuseppe Conte, anche questa volta in ordine rigorosamente alfabetico. Dai, Paolo, provaci. E, visto che ci troviamo, ti prego di assolvermi dalla tentazione in cui sono una volta caduto, sia pure con le dovute cautele che non mi hai riconosciuto, nella tentazione di paragonare Conte al suo corregionale Aldo Moro, come aveva già fatto d’altronde anche Eugenio Scalfari.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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