Tutte le colpe della sinistra nei conflitti fra lo Stato e le Regioni

Fra gli effetti di questa maledetta pandemia virale c’è il fallimento che più clamoroso non poteva rivelarsi della riforma del titolo quinto della Costituzione voluto nel 1999, in vista delle elezioni ordinarie del 2001, dal centrosinistra d’edizione ulivista. Che aveva avuto in quella legislatura ben quattro edizioni, in barba alla semplificazione, maggiore governabilità e altre meraviglie ancora promesse al popolo con l’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica. Il cui esordio tuttavia non era spettato al centrosinistra ma, a sorpresa, al centrodestra improvvisato da Silvio Berlusconi, con la sua Forza Italia, alleandosi al Nord con la Lega di Umberto Bossi e al Centro-Sud col Movimento Sociale di Gianfranco Fini. in evoluzione verso Alleanza Nazionale.

Rottosi subito il rapporto fra Berlusconi e Bossi, basatosi sull’idea di trasformare in senso federale la Repubblica aumentandone le autonomie locali come antidoto alla secessione padana, quei geni della sinistra trascorsero il loro tempo, mentre Lamberto Dini guidava un governo simil-tecnico per portare avanti il più possibile una legislatura azzoppata, a studiare il modo in cui rendere la rottura nel centrodestra la più profonda e meno recuperabile possibile. Come? Facile: inseguendo Bossi sulla strada del federalismo, ciò promettendogli più di quanto Berlusconi avesse potuto e voluto fare.

Vinte le elezioni politiche anticipate del 1996 grazie alla rottura del centrodestra, provò la svolta federalista per primo Romano Prodi da Palazzo Chigi, ma “quell’altro geniaccio di Fausto Bertinotti lo fece cadere a metà legislatura. Ci provò allora non con uno ma con due governi Massimo D’Alemain persona, che era considerato il più abile, il più furbo, il più tutto della coalizione ulivista. Ma non ci riuscì neppure lui perché commise l’imprudenza di scommettere su un turno elettorale regionale che perse, dimettendosi con un sentimento di orgoglio di cui va ancora fiero. E passò la mano a Giuliano Amato, sfidando a suo modo quella parte dell’ex Pci e, più in generale, della sinistra che non perdonava allo stesso Amato di essere stato il braccio destro, il “dottor Sottile”, il grande consigliere dell’odiatissimo Bettino Craxi, nel frattempo liquidato giudiziariamente dalla scena politica e costretto alla fuga, o addirittura latitanza, o all’esilio, secondo le preferenze, nella sua casa delle vacanze in Tunisia, finendo lì i suoi giorni amari.

Toccò dunque al povero, sventurato Amato improvvisare una riforma costituzionale del titolo V per aumentare le competenze regionali, trattenere Bossi sulla strada che aveva già intrapreso di ritorno all’alleanza con Berlusconi, a dispetto delle resistenze di Fini, e rivincere le elezioni ordinarie del 2001, come quelle anticipate del 1996. L’operazione fu di tale spregiudicatezza politica e parlamentare che lo stesso Amato dopo qualche anno se ne sarebbe pubblicamente pentito, soffrendo soprattutto dei pochi voti di scarto con cui la legge passò soprattutto al Senato, alla faccia delle larghe convergenze auspicate a parole quando si mettono le mani sulla Costituzione.

Da quella legge, che superò lo scoglio referendario tra l’indifferenza generale, e col centrodestra nel frattempo tornato al governo, fece le spese a tal punto lo Stato che l’attività della Corte Costituzionale s’intasò con un’infinità di ricorsi, o di inseguimenti fra le regioni che volevano sempre di più e il governo di turno che voleva dare sempre di meno, pur con i leghisti e il loro federalismo dentro. Fu insomma un pasticcio, dal qale peraltro il povero Amato non era riuscito a ricavare nel 2000 neppure l’investitura a candidato, per l’anno dopo, a Palazzo Chigi. La sempre troppo composita coalizione di cosiddetto centrosinistra gli aveva preferito Francesco Rutelli. Che avrebbe poi avuto l’onore, orgogliosamente rivendicato, di perdere onorevolmente col Cavaliere, tanto preoccupato  in effetti della concorrenza del giovane “Cicciobello” da negargli alla fine della campagna elettorale un confronto diretto.

Ai guasti creati da quella sciagurata riforma voluta solo per motivi di concorrenza o inseguimento politico, non certo per definire con la necessaria chiarezza i nuovi, maggiori poteri delle Regioni e la sopravvivenza dello Stato, il centrosinistra cercò nel 2005-2006 di rimediare con una nuova riforma. Che ebbe la sola sfortuna, o il solo inconveniente di portare il nome di Matteo Renzi.Il quale  di suo aggiunse quel tantino di esuberanza e impazienza, volontà di sfida e quant’altro, da perdere il referendum confermativo. E così, oltre alla salvezza della già fallita riforma del titolo V si aggiunse quella dell’ormai quasi defunto Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. E fu perduta anche l’occasione di una riduzione dei parlamentari abbinata ragionevolmente ad una modifica del cosiddetto, paralizzante e ripetitivo bicameralismo perfetto, come lo definiscono i costituzionalisti.

Ora che con la pandemia i conflitti di ogni giorno, di ogni notte, di ogni ora e di ogni minuto fra il governo e le Regioni, sempre al plurale per carità, si sono rivelati rovinosi come più chiaramente non poteva apparire e avvenire, c’è anche chi vorrebbe addirittura non riformare davvero e finalmente il titolo V ma tornare ancora più indietro e chiudere l’istituto regionale, di cui tutti hanno peraltro scoperto i costi cresciuti a dismisura, assieme alle spartizioni partitiche, correntizie e quan’altro di ogni angolo di potere e sottopotere.

Speriamo che a pandemia sconfitta, chissà a quale prezzo, si capisca anche l’opportunità di rinunciare a Regioni e relativi governatori, ha titolato in prima pagina uno dei giornali più filogovernativi e filogrillini del mercato editoriale profittando del gigantesco errore -va riconosciuto- compiuto da Giovanni Toti in Liguria, Che è stato quello di proporre, pur a titolo “protettivo”, gli anziani anche perché “non produttivi” Un giornale di centrodestra come Libero, non di sinistra, ha tradotto l’idea nella rovinosa, drammatica immagine dei vecchi chiusi negli armadi, non si sa se più per allontanarli o avvicinarli alla destinazione finale delle bare.

 

 

 

 

Pubblicato sul Subbio, 3 novembre

 

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