Il premier nella casamatta di Palazzo Chigi, al telefono con la Merkel

            Se mai il giovane e volitivo editore di Repubblica, John Elkann, più noto come il nipote selezionato dal compianto avvocato Gianni Agnelli, pendesse sul serio i retroscena dei suoi ed altri retroscenisti, e con tutta la gente che conosce bene per il mondo  si mettesse ad accreditare le voci di un governo italiano in bilico fra i malumori del vice segretario del Pd Alfredo Orlando, aspirante in un rimpasto chissà a quale carica ministeriale, i soliti tormenti dei grillini in crisi amletica d’identità, i sospetti del machiavellico Matteo Renzi di trovarsi all’improvviso di fronte al trasferimento di Conte da Palazzo Chigi al Quirinale e le tentazioni di Sergio Mattarella di perdere finalmente la pazienza e di chiudere una legislatura che si sta rivelando il pozzo di San Patrizio dalle imprevedibili sorprese, a costo di mandare gli italiani alle urne sotto tormente di neve, il presidente del Consiglio si è cautelato a suo modo. Egli ha trattenuto per buoni 60 minuti in un salotto di Palazzo Chigi il direttore in persona del giornale fondato da Eugenio Scalfari per mandare un messaggio che vi lascio giudicare se più di forza, di coraggio o di sfida.

            “Il governo non cadrà”, ha assicurato Conte  spiegando di avere praticamente tutto sotto controllo, a cominciare dalla pandemia, e a dispetto di quei malintenzonati o invidiosi di Libero che proprio oggi gli hanno ulteriormente allungato il naso e proposto ai lettori di centrodestra di ogni tendenza, sovranista o simil-liberale alla Berlusconi, come “il pemier delle 100 e una frottole”.

            Tutto francamente mi è sembrato studiato dell’incontro-intervista a Palazzo Chigi in funzione della rappresentazione di una realtà più forte delle tante meschinità delle cronache quotidiane, magari anche quelle finite addirittura in una Procura sulla protezione della scorta del presidente del Consiglio estesa alla sa compagna vittima del solito giornalismo invadente, sino ai limiti della cattiva educazione.

             Il segnale più significativo, per il messaggio finale di forza da trasmettere al pubblico, è stata la chiusura dell’intervista inposta dall’annuncio di una telefonata in arrivo a Conte non dal Quirinale, non da qualche bugigattolo del Nazareno lasciato a disposizione di Nicola Zingaretti dal guardiano di turno, non da qualcuna delle ville di Beppe Grillo, magari interessato a informare l’amico degli studi commissionati a qualche suo commercialista su una patrimoniale risolutiva dei nostri emormi problemi del debito, ma -udite,udite- dalla Cancelliera tedesca in persona Angela Merkel: una telefonata che da sola farebbe risuonare per la salita del Grillo, che il comico genovese conosce per raggiungere l’abituale albero dei suoi soggiorni romani, la famose frase dell’”io sono io e voi non siete un cazzo”.

            Si dà tuttavia il caso che in un giorno pur così fausto per i progetti e le ambizioni del presidente del Consiglio italiano il rappresentante temporaneo, ancora presidente della Conferenza Stato-Regioni, che non è un leghista ma un il presidente piddino dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, ha così commentato col Corriere della Sera lo stato di rapporti proprio con Conte nella gestione non dell’emergenza ma della tragedia pandemica: “Non abbiamo potuto né discutere né condividere misure che avranno un impatto rilevante sui cittadini”. Avrà avuto migliore fortuna con Conte  la cancelliera Merkel.

 

 

 

 

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Gli umori alquanto variabili fra Palazzo Chigi e il Quirinale

            Sembrava surreale ma era uno spettacolo vero che all’ora di cena è stato offerto da Palazzo Chigi e dintorni agi italiani ancora in grado di cenare insieme in più di sei. A dispetto dei 993 morti di giornata appena regisrati nella seconda ondata in corso del Covid, se non è già diventata la terza, il presidente del Consiglio ha illustrato e confermato con una fiducia apprezzata in diretta da Lilli Gruber la gestione di ferro delle feste di Natale e Capodanno.  studiata per limitarne i danni. In gabbia è finito direttamente Babbo Natale, e non solo in quella metaforica di Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX.

            A frenare fducia, ottimismo e quant’altro dei convinti che Conte stesse rispondendo “per le rime” -parola della già citata Lilli Gruber-a chi diffida ancora delle sue capacità di dominare gli eventi giungevano solo notizie, voci e quant’altro provenienti dal Quirinale. Dove il presidente della Repubblica, già spintosi nei giorni scorsi a lasciarsi attribuire dal Corriere della Sera contrarietà ad un rimpasto di governo nel timore che l’operazione finisse per sfuggire alle mani e ai piedi della maggioranza, avvertirebbe adesso ancora più di prima i pericoli di una crisi. Che sarebbero aumentati per lo stato di confusione e fibrillazione avvertito  fra i grillini dopo l’insperato aiuto offerto da Silvio Berluscoi, dal fronte dell’oppposizione, alle loro ostilità al riformato meccanismo di stabilità europea e, conseguentemente, all’uso di crediti agevolati per il potenziamento dei sevizio sanitario nazionale, anche se il Cavaliere lo ritiene ugualmente possibile, anzi vantaggioso.

               “Avviso dal Quirinale: se cade il governo unica strada è il voto”, ha annunciato la Repubblica di carta, pur nella difficoltà di immaginare -credo- un Paese chiamato improvvisamente alle urne fra la seconda e la terza ondata di Covid. “La linea del Colle: se non passa il Mes si torna a votare”, ha quasi ripetuto La Stampa. “I venti di crisi sul Mes irritano il Quirinale”, ha annunciato il manifesto. “L’invito alla prudenza del Colle e i rischi di voto”, ha ammonito il giornale ancora della Confindusria  Il Sole-24 Ore.

               Penso alla festa delle malefiche brigate dei Covid per le scorrerie che potrebbero compiere nella stagione anticipata del voto, per cui temo che il capo dello Stato dovrà fare qualche altro sforzo di fantasia per puntellare questa pur maledetta legislatura d’inferno.

 

 

 

 

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Il governo di Conte sulla curiosa brace forzista e grillina

            “Il governo trema” annuncia su tutta la sua prima pagina Repubblica, Che ha smesso da tempo di scommettere sulla lunga durata dell’attuale esperimento di governo, finendo per fare venire dubbi anche al fondatore Eugenio Scalfari, sempre più distaccato nei suoi colloqui con i lettori dalla sorte del professore, pur promosso una volta generosamente a erede persino di Aldo Moro. Al contrario, egli è sempre più interessato ai temi filosofici e alla figura di Papa Francesco, contribuendo peraltro -dicono i maligni- a creargli problemi fuori e dentro le mura del Vaticano.

            “Il premier Conte è sempre più fragile”, ha fatto eco, sempre su tutta la prima pagina, il quotidiano Domani fondato col solito puntiglio da Carlo De Benedetti quando si accorse che i figli avevano rovinato la “sua” Repubblica, sino a liberarsene per cederla al nipote-erede di Gianni Agnelli, spostandola secondo lui a destra.

            Quasi a corredo o dimostrazione della “fragilità” del presidente del Consiglio il nuovo giornale dell’ingegnere ha ripreso Conte di spalle, come un uomo più in uscita che in entrata, anche se materialmente sta entrando in qualcuna delle sue sedi di lavoro. E perché non ci fossero dubbi sulle cause di quella “fragilità” il direttore Stefano Feltri  ha affidato all’editorialista Piero Ignazi uno spietato atto d’accusa contro il cattivissimo, opportunista, imprevedibile Silvio Berlusconi, prima accorso in aiuto di Conte facendo approvare all’unanimità anche dai suoi alleati di centrodestra l’ultimo scostamento di bilancio di otto miliardi di euro, tra gli scappellamenti del capo della delegazione del Pd al governo Dario Franceschini, e poi riallineandosi a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni con un no grosso come una casa alla riforma del Mes, o fondo europeo salva-Stati, rianimando il sovranismo fra i grillini. Che, già contrari per motivi “ideologicici” o di principio ai crediti europei per il potenziamento del servizio sanitario italiano dissestato dalla pandemia, hanno trovato nelle critiche di Berlusconi alla riforma del meccanismo di stabilità economica una ragione in più per ribadire la loro contrarietà e minacciare di votare contro in Parlamento il 9 dicembre.

            Questo fuoco incrociato di forzisti e grillini per mettere in difficoltà Conte, ed allungare le distanze fra di lui e il Pd su un tema così europeo o antisovranista, ha creato scompiglio anche in quella che ormai dovremmo rassegnarci a chiamare la corte di Berlusconi, più che Forza Italia, sia per le dimensioni assunte dai suoi gruppi parlamentari sia per il modo col quale il Cavaliere li gestisce direttamente, o li fa gestire dai fiduciari di turno.

            Persino un amico personale, e suo ex deputato, come Paolo Guzzanti, cui Berlusconi perdonò a suo tempo un libro non proprio esaltante per la sua figura di politico e persino di uomo, chiamato nel 2010 “Mignottocrazia”- è sceso in campo con un articolo sul Riformista, che alterna a quelli destinati al Giornale di famiglia del Cavaliere, per chiedergli caritatevolmente “che fai?” nel momento in cui l’ex presidente del Consiglio, volente o nolente, distrattamente o no, avrebbe firmato “la resa dei liberali” ai barbari di Grillo e del Carroccio insieme.

 

 

 

 

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Eppure c’è del metodo nell’apparente follia di Silvio Berlusconi

            C’è da credergli se è lo tesso Giornale di famiglia ad annunciare in prima pagina che “il no di Berlusconi” alla riforma del Mes concordata a Bruxelles e dintorni per rendere più funzionale e garantito per tutti il cosiddetto fondo salva-Stati, da cui dipendono i 37 miliardi di euro di finanziamento del malmesso servizio sanitario nazionale, ha chiuso “la stagione del dialogo” voluta e celebrata con la maggioranza di governo dallo stesso Berlusconi partecipando all’approvazione parlamentare quasi unanime dell’ultimo scostamento di bilancio per otto miliardi di euro.

            Il no di Berlusconi, per quanto non comprometta formalmente l’accesso al credito dei 37miliardi per il sistema sanitario italiano, che il Cavaliere anzi è tornato a sostenere, di fatto lo allontana perché porta acqua alle contrarietà, riserve e quant’altro dei grillini all’interno della maggioranza e delle altre componenti del centrodestra all’esterno. Che sono i leghisti di Matteo Salvini  e i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, ripagati adesso ampiamente del sacrificio imposto loro dal Cavaliere votando lo scostamento di bilancio, anzichè limitarsi ad astenersi. E pensare che il capo della delegazione del Pd al governo Dario Franceschini, precedendo il solito sospettoso presidente del Consiglio Giuseppe Conte, si era affrettato a scappellarsi davanti al Cavaliere elogiandone senso di “responsabilità” e d coraggio” per l’angolo nel quale sembravano essere stati confinati, o quasi, i grillini nel crescente rapporto di conflittualità col partito di Nicola Zingaretti.

            L’iniziativa di Berlusconi, tradotta dall’amichevole Foglio nello “sconcerto Mes”, spiegando che “il voto contrario a ciel sereno del Cav è incomprensibile per gli europeisti di Forza Italia ma fa sorridere Salvini”, e di rimando i loro ex alleati grillini, si potrà spiegare, per chi lo vorrà, in moltissimi modi, magari spingendosi sino alla partita del Quirinale, per quanto ancora lontana mancando più di un anno -e che anno- alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella. Non è che manchino ambizioni al Cavaliere, pur alla sua età e con tutte le altre complicazioni politiche di una scalata del genere. Ma sarebbe forse più onesto e semplice fermarsi al contributo che Berlusconi ha già dato personalmente all’avvio e allo sviluppo di questa curiosissima legislatura, dove tutti gli schemi politici sono saltati ben prima che sopraggiungessero le emergenze sanitarie, economiche e sociali.

            La prima anomalia di questa legislatura fu l’autorizzazione concessa da Berlusconi a Salvini -non l’automomia presasi con  chissà quale prepotenza dal “capitano” leghista- a rimanere nel centrodestra a livello locale e ad accordarsi “sperimentalmente” con i grillini a livello nazionale. Il problema per Berlusconi fu allora quello di evitare elezioni anticipate dalle quali il vantaggio allora modesto acquisito dalla Lega su Forza Italia aumentasse e uscisse quindi rafforzato ulteriormente il centrodestra a trazione salviniana. Lì nacquero tutti i problemi che ci stiamo portando appresso, compresa l’illusione -per ora- del Pd di poter completare il logoramento dei grillini avviato dal pur odiato, odiatissimo Salvini.

 

 

 

 

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Il rimpasto che continua a ossessionare il presidente del Consiglio

            Certo, per restare al Corriere della Sera, dove ieri è sceso in campo il direttore in persona per prendere le distanze dai dubbi attribuiti al presidente della Repubblica sul rimpasto di governo, fortemente osteggiato dal presidente del Consiglio, non sembra di massimo auspicio, diciamo così, la vignetta di Emilio Giannelli che evoca un po’ per Giuseppe Conte i funerali di Diego Armando Maradona. Di cui sono ancora piene, per polemiche e quant’altro, le cronache giornalistiche e i palinsesti televisivi.

            Ancor meno di auspicio è l’intervista concessa dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio allo stesso Corriere, di cui non si può proprio dire che sia convergente col monito levatosi contro il rimpasto, e qualsiasi altra iniziativa scomoda per Conte, dal capo della delegazione grillina al governo Alfonso Bonafede: il guardasigilli subentrato proprio a Di Maio.

Nel momento in cui dice che più del rimpasto egli vede come un pericolo “i veti sul Recovery”, cioè sull’uso dei fondi europei della ripresa, con allusioni sia alle discussioni interne su come gestirli, con centinaia di esperti il cui stesso numero è un problema, sia ai dubbi, alle preoccupazioni e a quant’altro nell’Unione sui ritardi con i quali si sa muovendo l’Italia, Di Maio praticamente dà l’impressione, a torto o a ragione, di essere quanto meno interessato a un rimescolamento delle carte nella maggioranza. Che magari s’intrecci con la fase finale dei fantomatici stati generali, a loro modo congressuali, del movimento 5 Stelle in cui fargli riprendere almeno in parte, se non del tutto, il potere perduto a favore di un ormai stressato e consunto Vito Crimi. Si vedrà se e con quale supporto del “duro e puro” Alessandro Di Battista, riuscito a rimanere o a riprendere i rapporti con Di Maio.

            Per quanto non gli manchino certamente pratiche internazionali d cui occuparsi al Ministero degli Esteri, Di Maio in realtà è tutto preso dagli affari interni. E distilla le sue sortite con astuzia in tutte le direzioni possibili e immaginabili. Si sposta da destra a sinistra come una trottola: a destra, per esempio, nell’intervista odierna al Corriere, come aveva già fatto nei giorni scorsi sul Foglio guadagnandosi gli applausi e la promozione di un professore esigente come il forzista Renato Brunetta con un’apertura a ripensamenti sul cosiddetto reddito di cittadinanza, visti più gli ulteriori danni che vantaggi derivati alla lotta alla povertà.

            Ora, pur frainteso dal direttore di Domani Stefano Feltri, che dev’essere rimasto fermo a notizie vecchie di qualche ora, Di Maio ha scoperto tutta la pericolosità dell’imposta patrimoniale proposta dalla sinistra di governo assicurando che mai e poi mai i grillini la faranno passare, come per altri versi lasceranno usare i crediti europei del fondo salva-Stati, pur riformato, per potenziare il servizio sanitario nazionale e indotto.

            La mobilità e al tempo stesso fissità di Di Maio sono ormai tali che cominciano a dubitarne anche al Foglio. Che all’’interesse e alle carezze dei giorni scorsi ha fatto seguire oggi una noterella avvelenata su un  doppio gioco, o giù di lì, che il ministro degli Esteri starebbe sotto sotto facendo con “i due Mattei”, Renzi e Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, non certo per fare dormire sonni tranquilli al “principe azzurro” di Giannelli.

 

 

 

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Il fortino dove Conte cerca di rinchiudersi con la sua scorta

            Più ancora dell’uso della scorta anche per proteggere la compagna dalle curiosità invadenti dei giornalisti, di cui ha finito per doversi occupare la Procura di Roma, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte comincia ad avere problemi di comunicazione politica, e di rapporti con gli alleati, per la corazza con la quale ha deciso di proteggere il suo secondo governo dalle minacce che arriverebbero dalle prospettive di un rimpasto.

            Ancora oggi, forse anche forte dei dubbi attribuiti a questo proposito al presidente della Repubblica in persona, chiamato in causa ieri dal quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, il presidente del Consiglio ha affidato ad un “colloquio” con Monca Guerzoni, sempre del Corriere, un altro messaggio contro chi all’interno della maggioranza vorrebbe costringerlo, con tutti i problemi che ha il paese, fra emergenze sanitarie, economiche e sociali, ad assecondare le solite, meschine “ambizioni” di chi “spera in ruoli più importanti”.

            A questo punto però è sbottato a suo modo, con la calma di un mite quale generalmente è rappresentato da chi lo conosce e frequenta bene, il direttore in persona del giornale più diffuso d’Italia, Luciano Fontana, per mettere qualche puntino sulle i di questo dibattito che si sta soprapponendo a tutti gli altri e minaccia di complicare terribilmente una situazione già troppo compromessa di suo.

            Facile pure lui, per carità, a prendere i suoi abbagli ma anche lesto a non ripeterli, come quando scambiò l’allora capo del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio per un emulo addirittura di Giulio Andreotti, il direttore del Corriere ha preso al volo l’occasione offertagli da due lettori per trasferire ed esporre in prima pagina la convinzione che forse non basterebbe neppure più un rimpasto per rimediare ad una situazione politica diventata troppo precaria, inadeguata e quant’altro rispetto alle esigenze del Paese. “E’ possibile -ha chiesto Fontana, forse pensando rispettosamente anche a Mattarella- che la ricostruzione economica sia gestita con la confusione di questi giorni, con dispute ideologiche e ultimatum mirati solo a non disturbare la pace interna dei partiti, soprattutto del Movimento 5 Stelle) o a rilanciare ambizioni personali?”, come le chiama Conte pesando però solo a quelle che non gradisce. “Ogni scelta decisiva- ha ricordato il direttore del Corriere– è appesa a pochi voti in Senato, che possono svanire e consegnare l’esecutivo solo a infinite mediazioni e decisioni al ribasso. Non è più utile cominciare a ragionare su un coinvolgimento di gran parte delle forze politiche in uno sforzo di responsabilità nazionale indispensabile in questa situazione?”. Fa tanta paura -mi chiedo- lo spettro di Mario Draghi?

            Non meno stringente è il discorso di Fontana quando ricorda che “dobbiamo scalare una vetta altissima e non riesco a capire come si possa fare senza coinvolgere tutto il meglio dell’Italia in termini di competenza, autorevolezza, capacità di progettazione. Non ci si può chiudere in un fortino”, magari per scoprire che è come quello sardo di Bitti.

 

 

 

 

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I presunti dubbi del Colle che tanto piacciono a Conte e ai grillini

            Quei “dubbi del Colle sul rimpasto di governo” annnunciati su tutta la prima pagina del Corriere della Sera, e rilanciati con molto minore evidenza dal manifesto come “gelo” del Quirinale “sul rimpasto 2021”, atteso, temuto e quant’altro all’indomani dell’approvazione del bilancio, debbono aver fatto tirare un sospiro di sollievo sia al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ancora nega contro ogni evidenza che qualcuno nella maggioranza giallorossa gli abbia davvero chiesto un’operazione del genere, e al capo della delegazione grillina al governo, il guardasigilli Alfonso Bonafede. Che ha appena formalizzato, diciamo così, il suo no ad un’operazione che potrebbe peraltro comprometterne gradi e quant’altro, essendo la condizione del suo movimento alquanto volatile, quasi quanto il fumo delle sigarette elettroniche che lo ha avvolto nelle polemiche degli ultimi giorni, come un qualsiasi partitino della cosiddetta prima Repubblica che si lasciava finanziare dal petroliere di turno.

             Lesto come al solito, Aldo Grasso in fondo alla stessa prima pagina del Corriere della Sera ci ha ricamato sopra, diciamo così, chiedendo a Beppe Grillo, amici e soci di non fnire come “venditori di fumo” più ancora di quanto non abbiano già fatto con le loro mancate rivoluzioni palingenetiche, a cominciare dalla sconfitta della povertà con il cosiddetto reddito di cittadinanza. Sul quale gli esperti veri o presunti del ramo hanno ravvisato considerazioni autocritiche, tardive ma pur sempre apprezzabili, in una specie di saggio affidato dall’ex capo del movimento 5 Stelle Luigi Di Maio alla generosità ospitalità del Foglio.

Non credo tuttavia che uguale soddisfazione abbiano provato, leggendo dei “dubbi” del Colle, ai vertici del Pd, dove cronisti e retroscenisti di Repubbica, per esempio, non proprio l’ultimo giornale italiano, hanno continuato a raccogliere notizie e voci su malumori verso il presidente del Consiglio, specie dopo avere appreso che, con l’aria di non volere accentrare la preparazione dei piani d’uso dei fondi europei per la ripresa, egli sta approntando una sala di cosiddetta regìa di non meno di trecento persone. Che Il Giornale della famiglia Berlusconi, appena elogiata pubblicamente per senso di responsabilità e coraggio dal capo della delegazione del Pd al governo, il ministro della Cultura Dario Franceschini, ha già liquidato forse non a torto come “un carrozzone”.

            D’altronde, a ben leggere e rileggere l’articolo del quirinalista del Corriere Marzio Breda sui dubbi del Colle tanto utili a Conte e ai grillini si trovano più condizionali del solito, e soprattutto una contraddizione direi insolita per l’abituale puntigliosità del cronista. Il quale, in particolare, da una parte scrive che l’operazione rimpasto potrebbe complicare più che sciogliere i nodi per conciliare lotta alla pandemia e ripresa economica, ma dall’altra si chiede se le forze della maggioranza “credono fino in fondo alla formula in base alla quale hanno finora scelto di stare insieme e che mostra già parecchie fragilità”. Ma allora di che cosa parliamo, di grazia? A quali e quante altre “fragilità” dobbiamo prepararci e rassegnarci ?

 

 

 

 

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Quella banana offerta come vaccino al presidente del Consiglio

          Beh, di fronte alle paure attribuite a Giuseppe Conte dai retroscenisti di fronte alle prospettive del suo secondo governo, dopo il quasi azzeramento dei confini tra maggioranza e opposizione di centrodestra verificatosi in Parlamento sull’ultimo scostamento di bilancio, sia pure di “soli” otto miliardi di euro destinati però nella perdurante pandemia più agli elettori di Silvio Berlusconi e alleati che ad altri, ci sta tutta quella banana che il buon Francesco Tullio Altan ha offerto nella vignetta di prima pagina di Repubblica come “vaccino” al presidente del Consiglio.

            Ci sta proprio tutta anche di fronte ai risultati dell’ultimo sondaggio effettuato dall’Ipsos di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera. Da cui risulta che il governo ha perso nell’ultimo mese quasi dieci punti di gradimento, scendendo al livello più basso, e che le opposizioni continuano a prevalere elettoralmente sulle forze della maggioranza, con la Lega in testa -al 25 per cento dei voti- nonostante “le pile del walkie-tallkie scariche” di Matteo Salvini certificate nell’officina del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Cui fa da spalla, su un versante solo virtualmente opposto, e non per la prima volta, Il Foglio di Giuliano Ferrara e di Claudio Cerasa proponendo lo stesso Salvini ormai stanco di seguire il Cavaliere, anche nelle più sorprendenti operazioni parlamentari, e voglioso di “predellino”. Che sarebbe qualcosa di analogo a quello cu sui Berlusconi saltò negli anni passati per annettersi le altre componenti del centrodestra, senza fare i conti peraltro con la disinvoltura politicamente suicida di Gianfranco Fini. Di cui giustamente si sono perse poi le tracce, salvo che in qualche tribunale, dove proprio l’ex leader della destra pensava di poter disarmare e confinare l’ingombrante uomo di Arcore.

            Oltre alla cattiva sorpresa della conferma della prevalenza elettorale del centrodestra, nonostante una certa confusione esistente anche in questa parte dello schieramento, dove c’è qualcuno, per esempio, che ha preso sul serio una specie di manifestino di aggiornamento culturale e politico di Luigi Di Maio affidato come un inedito di Giacomo Leopardi sempre al generoso Foglio della coppia Ferrara-Cerasa, il sondaggio di Pagnoncelli ha certificato l’ormai consolidato superamento dei grillini da parte dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, attorno al 15 per cento dei voti. Per cui il Pd di Nicola Zingaretti, per quanto malmesso pure lui tra le indecisioni dello stesso Zingaretti, gli scavalchi e aggiramenti del mobilissimo alleato Matteo Renzi e gli oracoli altalenanti del sempre più incontenibile Goffredo Bettini, pur costretto dalle circostanze a meditare scalzo in un modesto appartamento romano del quartiere Prati, può ben sentirsi in Paradiso col suo 20 per cento e rotti di voti. E creare non pochi, direi anzi drammatici problemi a Conte in quell’operazione “rimpasto” di governo da odiatissima “Prima Repubblica” che il presidente del Consiglio teme giustamente -dal suo punto di vista- come un supplemento di pandemia pensando al magma grillino da cui è nata la sua inattesa esperienza di Palazzo Chigi.

            Che in questa situazione il dibattito politico sia segnato anche dalle polemiche sulla reale data e ora di nascita di Gesù Cristo per valutare il caso di anticiparla dai 60 ai 120 minuti la sera del 25 dicembre in funzione antipandemica, per evitare o limitare assembramenti o contagi, non può stupire più di tanto.

 

 

 

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Scappellata di Franceschini a Berlusconi tra i grillini nell’angolo

            Anche a costo -temo- di far esplodere la tazza del cesso sulla quale il suo vecchio, leale, ostinato amico Antonio Martino, intervistato per il Foglio da Carmelo Caruso, aveva cercato di dissuaderlo, o di andarci più piano, o di allungare “la limonata” in preparazione, Silvio Berlusconi è dunque riuscito a farsi obbedire dai suoi parlamentari, ma ancora più dai suoi renitenti alleati di centrodestra. E a salvare il governo di Giuseppe Conte dallo scoglio del cosiddetto scostamento di bilancio. Che con i suoi ulteriori otto miliardi di spese concordati appunto anche col Cavaliere è passato quasi all’unanimità fra Camera e Senato: alla Camera con 552 sì, nessun voto contrario e 6 astenuti, al Senato con 278 sì, 4 voti contrari e altrettanti astenuti.

            Immagino il sollievo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, costretto in questa stranissima legislatura di emergenze sovrapposte l’una all’altra ad una supplenza che eserciterà fior di costituzionalisti e di storici. Penso anche allo scorno dei grillini duri e puri come Marco Travaglio, che alla vigilia aveva definito “concorso esterno” nella solita associazione mafiosa l’unica offerta che il sempre odiatissimo Cavaliere, da qualsiasi parte del mondo facesse giungere i suoi messaggi, poteva fare al governo che volesse chiedergli una mano. Ora Travaglio è lì a minacciare o reclamare lui le elezioni anticipate, non sapendo neppure se per ridere o piangere.

            Ma immagino soprattutto -ripeto- la delusione del pur disincantato e  liberalissimo Martino, dichiaratamente “stitico” nei rapporti con un movimento come quello delle 5 Stelle, da lui così poco sopportato da avere rinunciato a ricandidarsi nelle ultime elezioni per non incontrare neppure per caso qualche grillino in Parlamento. Anche il pentastellato che sembra essere riuscito meglio, l’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio, perciò suo successore sia pure lontano alla Farnesina, è rimasto per Martino “il borracciaio del San Paolo”: lo stadio di Napoli che sta per essere intitolato alla buonanima di Maradona.

            Già sulla tazza del suo cesso, prima di vedersela e sentirsela esplodere, Martino aveva confidato al Foglio, conoscendo il sadismo politico di cui è capace l’amico, di aspettarsi ugualmente per il 22 dicembre la solita cordiale telefonata di auguri di Berlusconi per i 78 anni che l’ex ministro compirà tra le macerie del suo bagno.

            Non so se e quanta fatica politica sia costata al capo della delegazione del Pd al governo, il ministro della Cultura e del Turismo Dario Franceschini, la scappellata che ha tenuto a fare a Berlusconi. Di cui  ha apprezzato la “scelta di responsabilità, che ha politicamente costretto tutte le forze di centrodestra a cambiare linea e ad adeguarsi”. Chapeau”, ha detto, Franceschini fra le proteste di Giorgia Meloni, che voleva forse anche lei qualche riconoscimento. Dell’ormai ex trainante  Matteo Salvini mancano notizie certe.

            Abituato, anche per le sue origini democristiane e una certa sintonia con l’esperienza, gli insegnamenti, la storia di Aldo Moro, a proiettarsi più sul domani che sull’altro ieri, a parte qualche ricorrente tentazione opportunistica di derivazione dorotea, Franceschini ha mandato un segnale che potrebbe rivelarsi per i grillini persino assordante. Ed  aprire davvero nel Pd una nuova stagione. Non ha forse torto Stefano Folli a scrivere su Repubblica che “cambia la scena” e “nulla è come prima”. Travaglio ne deriderà, al solito, il riporto capelluto.

 

 

 

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In memoria di Diego Armando Maradona, mille volte preferibile a Beppe Grillo

            Giustamente, molto giustamente, il buon Emilio Giannelli non ha saputo resistere nella sua vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera alla tentazione di accoppiare a suo modo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, e i suoi eterni problemi di composizione dei contrasti nella eterogenea maggioranza di governo, al rimpianto dell’appena scomparso Diego Armando Maradona, con tanto di pochette del campione infilata nel taschino della giacca.

            Certo, il salto da Aldo Moro, più volte evocato da Conte come suo ispiratore, a Maradona è un po’ acrobatico. Ma dà in qualche modo l’idea della disperata situazione politica in cui versa un presidente del Consiglio al quale non bastano più neppure le preghiere a Moro per uscire dalla paralisi in cui si è cacciato. Ora è il turno delle doti magiche di genio e sregolatezza  di Maradona per cercare di far quadrare, si fa per dire,  i conti di scostamento del bilancio di governo.

            “Giocatore onirico e circense”, ha scritto di Maradona sul Corriere della Sera Walter Veltroni, finalmente restituitoci alle sue migliori e più simpatiche dimensioni di scrittore, saggista, giallista ed altro ancora, dopo una lunga esperienza politica nella quale -lo confesso- fui ad un certo punto tentato anche di condividerne le scelte. Accadde, in particolare, quando egli fondò il Pd a vocazione cosiddetta maggioritaria, salvo affondarlo all’istante con l’apparentamento elettorale con l’allora Italia dei Valori più o meno bollati di Antonio Di Pietro. Dio mio, Walter, che errore.

            Aldo Cazzullo invece ha ricordato di Maradona, sempre sul Corriere,  perdonandogliene tutte, le sfuriate contro i giornalisti, sino alla promessa -non so sino a che punto davvero mantenuta, di non “sparare più loro addosso”. Ma poi egli sarebbe stato superato da un emulo di teatro prestatosi alla politica italiana con tutti gli effetti che conosciamo: tale Beppe Grillo. Che dei giornalisti, senza rimediarsi quello che meritava, anzi spingendo ancora di più il suo movimento verso la maggioranza relativa dei seggi parlamentari, disse di volere fare un solo boccone  per il gusto poi di “vomitarlo” su qualcuno dei piatti  o delle sputacchiere al ristorante dell’albergo romano dove soleva soggiornare con vista sui fori imperiali.

            Ne abbiamo viste e sentite, in Italia, negli ultimi anni, dopo che avevamo pensato di avere visto e sentito il peggio ai tempi del terrorismo.

            Anche per questo, pensando alla morte di Maradona, mi riconosco nel felicissimo titolo di Repubblica sul “calcio che va in Paradiso”, e nella vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX col campione che invoca simpaticamente la misericordia di Dio per avere abusato della sua mano spingendo la palla in rete. E mi spiace non poter dire né sperare, al momento, che possa andare in Paradiso, o all’Inferno, come preferite, e sempre al maiuscolo, questa specie di politica con cui siano costretti a convivere ormai da troppo tempo.

 

 

 

 

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