I sassolini che Renzi forse non potrà mai togliersi dalle scarpe

            Prolifico com’è nei libri, nelle lettere più o meno settimanali ai militanti e nelle interviste con le quali si racconta politicamente, Matteo Renzi una cosa sicuramente non riuscirà mai a diventare, come d’altronde non è riuscito alla maggior parte dei politici: uno storico della brevità o laconicità quasi scultorea di Tacito. Né gli piacerebbe solo tentare di provare ad esserlo, tanto egli è così poco distaccato, giustamente e naturalmente, da quello che fa.

            Il racconto recentemente affidato a Tommaso Labate del suo ritorno a Palazzo Chigi come ospite di Giuseppe Conte, quasi ammirato dall’ordine del nuovo presidente del Consiglio, che pure francamente non viene molto percepito così all’esterno, non foss’altro per le critiche mossegli spesso dallo stesso Renzi nella gestione della Cavalleria Rusticana succeduta l’anno scorso a quella di colore gialloverde, ha qualcosa di stucchevole che accentua e non riduce la sensazione di una certa reticenza politica del senatore di Scandicci, pur a tanto tempo ormai dai fatti che portarono ad un traumatico passaggio politico come quello delle elezioni ordinarie del 2018. Che dopo la sconfitta referendaria della riforma costituzionale del governo Renzi, pur avvenuta col decoroso distacco di un 60 contro il 40 per cento dei voti, avrebbe portato alla demolizione di ogni equilibrio politico e ad un azzeramento delle prospettive democratiche che fa ancora più paura di fronte alle sopraggiunte emergenze epidemiche e alla sempre più evidente debolezza del rapporto fra potere centrale e poteri regionali.

            Da nessuna crisi si esce nascondendo la verità, o la sua origine. Ebbene, è ora che Renzi si decida a raccontare la verità, appunto, di chi e perché gli impedì, al vertice del  partito dove egli aveva deciso di restare, limitandosi a dimettersi dal governo, per gestire un turno di elezioni anticipate capace di fermare la corsa verso il precipizio rappresentata dalla combinazione fra la scissione e il crollo del Pd e l’avanzata del movimento grillino. Che neppure andando al governo nel modo fortunoso del 2018 è riuscito a far capire cosa volesse essere e far diventare quella specie di teatro elettorale sperimentale diretto, aizzato e quant’altro da Beppe Grillo.

            Posso sbagliare, per carità, e non mi aspetto di certo di sentirmi dare ragione prima o poi da Renzi, ancora convinto com’è, come ha raccontato a Labate, della scelta compiuta nel 2013 per l’ascesa al Quirinale di Sergio Mattarella, preferendolo a Giuliano Amato anche a causa di una certa disinvoltura dimostrata da Silvio Berlusconi nella gestione di una partita delicatissima come quella apertasi per il Colle,  forse scambiata dal Cavaliere per una partita di calcio. Posso sbagliare, ripeto, ma credo che Amato non avrebbe negato a Renzi il diritto alle elezioni anticipate dopo la sconfitta del  referendum costituzionale e il così chiaro esaurimento, ormai, di una legislatura tirata avanti solo con quella finalità. Per l’Italia sarebbe stata tutt’altra storia, e per tanti altri versi.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.statmag.it

 

 

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