Le entrate e le uscite di Draghi nella partita con Salvini

D’accordo sulle reti che Draghi è riuscito a segnare nella partita con Matteo Salvini raccontata dai giornali in questi giorni, ma bisogna per onestà ammettere anche ciò che Salvini è riuscito alla fine a portare a casa, pur rimettendoci un po’ di faccia per il solito metodo un po’ troppo garibaldino col quale scende in campo, atteggiandosi a goleador.

D’accordo, in particolare, sul fatto che il presidente del Consiglio se n’è sbattuto del dissenso annunciato dai leghisti ed ha varato la delega sul fisco di cui è scontata l’approvazione in Parlamento, comprensiva della revisione del catasto edilizio. I cui eventuali effetti fiscali si decideranno solo nel 2026. Che è una scadenza di fronte alla quale Salvini peraltro non potrebbe continuare a sollevare un muro di paura più alto di tanto perché, così facendo, si mostrerebbe ben incerto della vittoria del centrodestra che invece prenota baldanzosamente  un giorno sì e l’altro pure in vista del rinnovo delle Camere. Se è davvero sicuro di vincere le elezioni con Gorgia Meloni e con Silvio Berlusconi, di che cosa si preoccupa o vuole preoccupare gli italiani in ordine a tasse, o simili, in arrivo con la prossima legislatura? Calma, quindi, capitano.

Titolo del Messaggero

D’accordo, inoltre, sul successo mediatico, che in quanto tale è anche politico, dell’incontro avuto ieri a Palazzo Chigi da Draghi per la visita di commiato della cancelliera tedesca Angela Merkel. Che qualche giornale ha tradotto in un “passaggio delle consegne” della leadership europea.

Dalla prima pagina della Stampa

Per fortuna Draghi è un uomo dal sistema nervoso molto saldo, e razionale abbastanza da condividere la prudenza, chiamiamola così, del commento di Mattia Feltri. Che sulla Stampa ha invitato i lettori a ricordarsi che “l’Italia resta l’Italia e la Germania resta la Germania”. E soprattutto a tenere conto che “per contare di più dobbiamo diventare credibili” e che “i soldi del recovery, siccome ne abbiamo ricevuto il grosso, richiedono responsabilità verso noi stessi e verso chi ce l’ha prestati”, o persino regalati. Del resto, Draghi è stato mandato proprio per questo dal presidente della Repubblica a Palazzo Chigi, sostituendo un Conte che non era in condizioni politiche, e forse neppure personali, con tutto il rispetto che giustamente reclama, di garantire la ricerca e tanto meno il raggiungimento di questa necessaria responsabilità collettiva, diciamo così. Che dipende “dal governo, dai partiti, dai sindacati, dalle imprese, dagli elettori, da ognuno di noi”, come ha scritto il mio amico Mattia.

Vignetta di Rolli sul Secolo XIX
Titolo di Libero

Tuttavia Draghi -senza mettergli nel conto delle uscite, come hanno fatto altri giornali tipo Libero, le aperture dei teatri al 100 per cento della capienza, degli stadi al 75 per cento e delle discoteche al 50 per cento in tempi ancora di pandemia- ha concesso o pagato a Salvini quel “colloquio o incontro settimanale” giustamente vantato subito dal leader leghista. Questo tipo di rapporto, pur compensato da analoghe consultazioni con gli altri rappresentanti della maggioranza ufficiosamente annunciate dopo, fa di Salvini un interlocutore privilegiato del presidente del Consiglio. E al tempo stesso, come ha rilevato Marco Galluzzo sul Corriere della Sera, “serve a Salvini a ristabilire nel partito una gerarchia di potere” che sembrava compromessa dall’autonomia presasi di fatto o attribuita al ministro e capo delegazione Giancarlo Giorgetti.

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Draghi tranquillo sotto l’ombrello, Salvini soccorso a bordo campo

Ben protetto dell’ombrello, Mario Draghi procede spedito e sorridente sotto la pioggia, come nella foto che lo ha ripreso in Slovenia e che il manifesto ha voluto usare sulla sua prima pagina col titolo “no problem” per rappresentare la situazione politica italiana.

Il presidente del Consiglio è insomma sicuro del fatto suo e non si lascia distrarre, condizionare e quant’altro dal “calendario elettorale” -come lo ha chiamato- che assorbe invece le energie dei partiti della sua vasta maggioranza di emergenza, protesi a combattersi fra di loro per contendersi voti, città e quant’altro in vista dei ballottaggi comunali del 17 ottobre, soprattutto a Roma: “la madre di tutte le battaglie”, come la definisce in una intervista al Corriere della Sera Goffredo Bettini, del Pd. Che è in ansia anche dopo il voto personale annunciato per il piddino Roberto Gualtieri da Carlo Calenda dopo avere avuto assicurazione che i grillini, sconfitti nelle urne con la ricandidatura di Virginia Raggi a sindaco, non saranno coinvolti nella nuova giunta dall’ex ministro dell’Economia.

Bettini sa che neppure Calenda, battuto nella corsa al Campidoglio con la sua lista civica, per quanto la più votata fra tutte, potrebbe bastare a garantire la sconfitta del “destro” Enrico Michetti. Cui la Raggi, a prescindere dal caffè appena offertole dal fedelissimo di Giorgia Meloni, potrebbe essere tentata di ricambiare il favore un po’ umorale e un po’ politico ricevuto cinque anni fa dalla destra nel ballottaggio capitolino vinto alla grande sul piddino e radicale Roberto Giachetti, oggi dell’Italia Viva di Matteo Renzi.  “Madre di tutte le battaglie” davvero, in ogni senso, questa Roma dove Bettini peraltro si è sempre mosso a suo agio, persino allevando o inventandosi qualche sindaco nei tempi più fortunati della sinistra.

Mario Draghi in Slovenia

Ma torniamo a Draghi e al suo ombrello, sul quale si è inutilmente rovesciata, senza bagnare il presidente del Consiglio, l’acqua del Matteo Salvini rivoltatosi contro la delega fiscale varata dal Consiglio dei Ministri nonostante il dissenso dei leghisti. Ma come la “crisetta” sparata ieri in prima pagina dal quotidiano Libero, anche l’acqua di Salvini si è rivelata acquetta per l’assicurazione data da lui stesso di non volere compromettere la sorte del governo, non foss’altro per non regalare una crisi al segretario del Pd Enrico Letta. Che saprebbe come utilizzarla, impossessandosi cioè del tutto di Draghi, sin forse a mandarlo al Quirinale e a strappargli uno scioglimento anticipato delle Camere utile, fra l’altro, ad evitare, col dovuto rinvio, i referendum sulla giustizia da lui contrastati in sintonia, guarda caso, con Giuseppe Conte. Al quale il segretario piddino vorrebbe “allargare” il centrosinistra, specie ora che i grillini, in caduta libera elettorale, sono più deboli.

La vignetta di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera

Sarebbe obiettivamente il colmo se Salvini, promotore dei referendum sulla giustizia con i radicali, facesse al Pd questo regalo, di cui nella Lega peraltro sono ben consapevoli, come dimostra il silenzio non so se più imbarazzato o furente dell’ala cosiddetta governista. Che Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere ha rappresentato felicemente nel governatore veneto Luca Zaia, accorso “a bordo campo” per “il modesto strappo” dichiarato da Salvini deciso a “restare in campo”. Ma “senza toccare palla”, gli intima Zaia, assistito nel soccorso dal non meno preoccupato o contrariato ministro Giancarlo Giorgetti.   

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Dietro l’angolo della legislatura il fantasma delle elezioni anticipate del 1972

Il titolo di apertura del Dubbio

Non è uno scherzo. Non mi sono inventato nessuna macchina del tempo per tornare indietro di 50 anni. E’ soltanto questa maledetta cronaca politica a portarmi indietro di mezzo secolo e a farmi avvertire di certi inconvenienti, chiamiamoli così, i colleghi fortunatamente più giovani, o meno anziani. O i parlamentari che temono comprensibilmente, direi umanamente, le elezioni anticipate prima di maturare il diritto alla pur modesta pensione, come è stata ridotta, che matura solo sei mesi prima della scadenza ordinaria della legislatura, cioè nell’autunno prossimo.

Gli uni -i colleghi che raccontano e commentano ciò che vedono o percepiscono- e gli altri -i deputati e senatori, peraltro già in sofferenza all’idea delle nuove Camere nelle quali non potranno tornare per la forte riduzione dei seggi imprudentemente disposta da loro stessi, o per la crisi elettorale dei partiti o movimenti di appartenenza o provenienza- non possono per niente scommettere sulla mancanza di precedenti per escludere che il prossimo presidente della Repubblica, o quello uscente se confermato, non oserà mai sciogliere le Camere davanti alle quali ha giurato.

“Non si è ma visto nell’intera storia repubblicana- ha appena scritto proprio qui, sul Dubbio, la pur brava Antonella Rampino- un Capo dello Stato il cui primo atto sia lo scioglimento del Parlamento che lo ha eletto”. Eh no, cara Antonella. Io l’ho visto quando tu avevi solo 15 anni, se ho fatto bene i calcoli. Era il mio amico Giovanni Leone, eletto presidente della Repubblica il 24 dicembre 1971, alla 23.ma votazione, insediatosi col giuramento davanti alle Camere il 29 dicembre, trovatosi il 15 gennaio 1972 di fronte alle dimissioni del presidente del Consiglio, e suo collega di partito, Emilio Colombo e costretto poco dopo dalle circostanze a sciogliere le Camere con più di un anno di anticipo rispetto alla scadenza ordinaria.

Tra le circostanze non certo minori di quella soluzione traumatica della crisi ci fu la necessità o opportunità, come preferite, avvertita da entrambi i partiti maggiori -la Dc al governo guidata da Arnaldo Forlani e il Pci all’opposizione- di evitare un referendum al quale entrambi non si sentivano allora preparati, preferendo tentare di scioglierne il nodo in sede parlamentare. Era il referendum abrogativo della legge istitutiva del  divorzio, che per le sopraggiunte elezioni anticipate, appunto, slittò al 1974, quando la Dc passata, anzi tornata nel frattempo sotto la guida  di Amintore Fanfani, che l’aveva già condotta negli anni Cinquanta, volle affrontare la prova perdendola clamorosamente.  

Non uno ma un bel grappolo di referendum, appena promossi sui temi della giustizia da leghisti e radicali fra l’ostilità del Pd di Enrico Letta e dei grillini, potrebbe essere a 50 anni di distanza, fra qualche mese, il detonatore distruttivo di questa diciottesima legislatura, la più strana o pazza di tutta la storia repubblicana, anche se il segretario piddino ha appena dichiarato al Corriere della Sera di volerla fare arrivare, nel quadro attuale, all’epilogo ordinario.

La coppia ostile ai referendum sulla giustizia: Enrico Letta e Giuseppe Conte

 Piuttosto che sciogliere i nodi della giustizia con la lama referendaria sulla responsabililità civile delle toghe, sulla separazione delle carriere e altro, in aperta sfida alla magistratura arroccata come una casta nella difesa degli spazi che si è conquistata in anni anche di supplenza politica colpevolmente permessa dalle maggioranze di turno, Pd e 5 Stelle potrebbero preferire il voto anticipato. E tentare di sciogliere quei nodi legislativamente nelle nuove Camere, se mai riuscissero a vincere le elezioni come Enrico Letta ha mostrato di sperare accontentandosi dei risultati del primo turno di elezioni amministrative svoltosi nei giorni scorsi, anzi esultando per il loro esito e proclamandosi vincitore, federatore e quant’altro di un’alleanza di centrosinistra allargata alle 5 Stelle di Conte, o “sperimentale”, come ha preferito definirla Romano Prodi. Che ha intravisto forse qualcosa anche del suo Ulivo o della sua Unione: le combinazioni con le quali nella cosiddetta seconda Repubblica egli è riuscito a vincere le elezioni contro Silvio Berlusconi due volte, pur non riuscendo poi a durare per i cinque anni successivi.  

Ma che su questa diciottesima legislatura Draghi   avverta già da tempo i rischi di una interruzione, al di là della inesperienza politica che ogni tanto dichiara per la tutt’altra natura della sua lunga e prestigiosa carriera pubblica, si è capito nei giorni scorsi. Egli ha lasciato scorrere senza smentita una notizia di stampa secondo cui, lasciando disporre in Consiglio dei Ministri una norma facilitativa dei referendum in cantiere, cui si sono aggiunti quelli sulla cannabis e sul fine vita, avrebbe ricordato agli interlocutori il rischio che ogni prova referendaria corre di essere rinviata in caso di elezioni anticipate.

Consentitemi adesso qualche ricordo, anche di natura personale, dell’avventura di 50 anni fa di Giovanni Leone negli scomodi panni del carnefice delle Camere che lo avevano appena eletto, al termine di una gara al cui inizio uno solo scommise sulla sua elezione parlandone in privato con amici: l’allora vice segretario della Dc Ciriaco De Mita, della cui corrente peraltro era quanto meno simpatizzante uno dei figli dell’allora senatore a vita e già due volte presidente del Consiglio.

Il candidato iniziale della Dc in quella edizione della corsa al Quirinale per la successione a Giuseppe Saragat fu Amintore Fanfani, partito dalla postazione favorevole della Presidenza del Senato ma neutralizzato dai “franchi tiratori” del suo stesso partito, oltre che dall’ostilità esplicita dei socialisti pur alleati di governo dello scudo crociato, che ne temevano, a torto o a ragione, tentazioni golliste.

Il segretario del Dc nel 1972: Arnaldo Forlani

Tramontata in una decina di votazioni la pur forte candidatura di Fanfani, nella cui scuderia politica peraltro si era formato, il segretario della Dc Forlani tentò di mettere in pista la candidatura dell’altro “cavallo di razza” del partito. Che era Aldo Moro, già segretario del partito e presidente del Consiglio, in quel momento ministro degli Esteri, per il quale erano disposti a votare anche i comunisti ricambiando la “strategia dell’attenzione” da lui dichiaratamente praticata nei riguardi del loro partito dal 1968. Il tentativo di Forlani, oltre che metterlo in conflitto con la propria corrente, s’infranse contro una risicatissima maggioranza dei gruppi parlamentari democristiani, che a scrutinio segreto, votando appunto sul nuovo candidato al Quirinale, gli preferirono Leone per la disponibilità già dichiarata a votarlo da parte dei liberali, dei repubblicani e dei socialdemocratici.

Eletto nel giro di due scrutini, avendo mancato il primo nell’aula di Montecitorio solo per un voto, Leone si vide fastidiosamente indicato da alcuni colleghi del suo stesso partito, sino a lamentarsene in una lettera scritta poi dal Quirinale al giornale ufficiale della Dc, come favorito nel segreto dell’urna dai missini. “Se qualcuno mi ha favorito è stato Babbo Natale”, mi disse in quei giorni Leone alludendo al clima natalizio in cui ormai si era conclusa quella gara, con i parlamentari smaniosi di tornare a casa, E con Moro, peraltro, impegnato in prima persona a telefonare agli amici delusi della sua mancata candidatura perché votassero disciplinatamente per Leone. Di cui Moro era amico a tal punto da lasciarsi andare, nei loro incontri, all’imitazione vocale e mimica dei colleghi di partito più altolocati.

Per protesta contro l’elezione di Leone i socialisti si ritirarono dalla maggioranza di centrosinistra. E Forlani, d’intesa -dietro le quinte- con i comunisti, che avevano votato per il divorzio ma conoscevano la contrarietà di una parte della loro base, Forlani prese la palla al balzo per indirizzare la crisi verso le elezioni anticipate allo scopo di rinviare un referendum di cui avvertiva tutti i rischi per lo scudo crociato. E Leone, che già aveva tentato inutilmente come senatore di fare modificare la legge sul divorzio per aggirare la prova referendaria, lo assecondò.

I timori di Forlani, poi detronizzato personalmente da Fanfani come segretario, risultarono confermati nel 1974, quando la Dc perse il referendum e man mano tutto il resto, pur nell’arco di una ventina d’anni, e col contributo della ghigliottina giudiziaria delle cosiddette “Mani pulite”.

Pubblicato sul Dubbio

Lo strappo di Salvini sul fisco? E quello di Draghi, che va avanti, dove lo mettete?

Titolo di Repubblica

“Lo strappo di Salvini” troneggia sulle prime pagine dei giornali per annunciare la decisione del leader leghista di fare disertare dai suoi ministri le riunioni di governo sulla cosiddetta “delega fiscale”. Che puntualmente, rispetto al programma esposto al Parlamento  e ora collegato anche al piano della ripresa e ai relativi finanziamenti europei, il presidente del Consiglio ha deciso di portare alle Camere.

Ma è uno “strappo” anche la reazione di Mario Draghi, almeno rispetto alla pratica seguita su altri temi in precedenti occasioni, contrassegnate da rinvii e consultazioni suppletive, per esempio quando si vararono a più riprese, fra le proteste, le resistenze e le minacce dei grillini, le modifiche del governo alla riforma del processo penale allora all’esame della competente commissione di Montecitorio. Ricordate?

Che cosa ha indotto stavolta Draghi a tirare dritto, in combinazione col ministro dell’Economia Daniele Franco, sfidando praticamente Salvini a motivare le ragioni del dissenso, ma davvero, entrando nei contenuti del disegno di legge delega. E non solo protestando contro la mezz’oretta che il presidente del Consiglio avrebbe lasciato a disposizione dei leghisti per esaminare il testo, come se fosse  un “oroscopo”, prima di discuterlo collegialmente?  Hanno spinto a questo il presidente del Consiglio almeno due motivi.

 Innanzitutto Draghi è convinto di avere già discusso dell’argomento con i rappresentanti del partito di Salvini, e forse con lo stesso Salvini, fornendo tutte le spiegazioni a lui possibili. E assicurando anche con dichiarazioni pubbliche che la revisione del catasto edilizio, comprensivo della delega, non si tradurrà in un maggiore onere per i contribuenti, dato invece per scontato dall’opposizione di destra di Giorgia Meloni e temuto, a dir poco, dal partito di Salvini. D’altronde, per tradurre in una maggiore tassazione la revisione del catasto occorrerebbe attenderne l’epilogo, non prima del 2023, cioè quando ci sarà un altro Parlamento. Dove Salvini e la Meloni, in teoria, stando alle loro convinzioni, potrebbero trovarsi in maggioranza o addirittura guidare il governo, a seconda di chi fra i loro partiti avrà preso più voti nella coalizione di centrodestra, con o senza il trattino riesumato da Silvio Berlusconi.  O potranno trovarsi all’opposizione, e da lì giocare la loro partita.

Vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX
Titolo di Libero

C’è inoltre la consapevolezza da parte di Draghi – anche se il presidente del Consiglio ha diplomaticamente finto di non sapere o volere giudicare questo aspetto tutto politico del problema- di un rafforzamento derivato al governo dai risultati delle elezioni amministrative di domenica e lunedì, visto come ne sono usciti -alquanto malconci- i due partiti che vi partecipano con le maggiori sofferenze. E che sono la Lega, appunto, e il MoVimento 5 Stelle ora guidato da Giuseppe Conte: entrambi poco interessati, a questo punto, se hanno un po’ di sale in zucca, a non peggiorare la loro situazione con una crisi -non la “crisetta” su cui ha titolato Libero– destinata a sfociare in elezioni anticipate dopo che le attuali Camere avranno sciolto, prevedibilmente in febbraio, il nodo del Quirinale eleggendo il successore di Sergio Mattarella o confermando il presidente uscente della Repubblica. Che sta cercando casa in affitto, d’accordo, come ha documentato recentemente con tanto di foto il Corriere della Sera, ma senza per questo dovere per forza lasciare il suo alloggio quirinalizio se ne dovesse ancora avere bisogno per un po’.

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Attenti al peso di quei sei milioni di schede al macero perché inutilizzate

Il “piatto ricco mi ci ficco” non vale solo in cucina o a tavola, come preferite. Vale anche in politica, particolarmente nella lettura dei risultati elettorali quando si è a corto di voti ma non di fantasia, per cui ai primi si supplisce con la seconda. E si cerca di piantare bandierine anche dove non si dovrebbe, usurpando spazi, conquiste e quant’altro.

Titolo del Dubbio
Il titolo del Fatto Quotidiano sui risultati elettorali

 Mettete il caso del turno elettorale appena concluso, tra voti comunali, regionali e suppletivi, e soffermatevi sulla scoperta, chiamiamola così, del Fatto Quotidiano che a vincere non è stato praticamente nessuno, neppure la combinazione del Pd-5 Stelle vantata nel titolone di prima pagina e orgogliosamente contrapposta alle destre perdenti “anche unite”, nonostante la vittoria vantata da Silvio Berlusconi nelle regionali calabresi. Dove il centro-destra, grazie anche al trattino che l’ex presidente del Consiglio ha adottato e alla superiorità elettorale conservata dalla sua Forza Italia rispetto agli alleati, ha vinto alla grande.

Visto che i “non votanti”, come li chiama il direttore del Fatto Quotidiano, si sono confermati, anzi  rafforzati come “il primo partito d’Italia”, il più grande estimatore vivente di Giuseppe Conte ci si è voluto ficcare dentro scrivendo che a popolarlo sono “soprattutto i 5 Stelle in attesa di un’offerta credibile”. Che evidentemente non è, o non è ancora, e chissà se e quando diventerà quella dello stesso Conte finalmente insediatosi alla presidenza del movimento. E che ora -ha sempre scritto Travaglio- “dovrà trovare linguaggi e contenuti di populismo gentile e competente per recuperare almeno una parte delle periferie sociali ed elettorali che non si sentono rappresentate da nessuno”. O non più rappresentate, visto che dopo avere scommesso sui grillini, per esempio, nelle precedenti elezioni amministrative o nelle politiche del 2018, avrebbero ora, per la stessa analisi tentata da Travaglio, disertato le urne e rafforzato il già “primo partito d’Italia”.

Chissà se la finezza, o furbizia, di quel “populismo gentile e competente” supererà nella stessa redazione del Fatto Quotidiano il severo esame di Selvaggia Lucarelli, espostasi di recente in prima pagina contro il linguaggio troppo cortese o prudente di Conte. Che per difendersi o ripararvi provvide quasi nella stessa giornata a rinfacciare a Giorgia Meloni “il privilegio” della sua indennità parlamentare per contestarle il diritto di partecipare alla guerra appena dichiarata dai due Mattei -Salvini e Renzi- al cosiddetto reddito di cittadinanza, voluto dai grillini per sconfiggere finalmente, e addirittura, la povertà. Ricordate?

Del partito dei “non votanti” -di maggioranza relativa a livello generale sul piano amministrativo, secondo i dati di lunedì del Ministero dell’Interno, ma di maggioranza addirittura assoluta in molte delle grandi città, dove è andato alle urne meno della metà degli elettori chiamativi-  sono stato abituato a pensare tutto il male possibile prima a scuola e poi nelle redazioni dove mi à capitato di lavorare, pur non avendo avuto come maestri i discepoli a distanza di Antonio Gramsci. Il quale più dei fascisti odiava solo gli “indifferenti”, quali ben possono essere considerati i disertori abitudinari delle urne, spesso del resto accomunati non a torto agli evasori fiscali.

Vi confesso tuttavia che di fronte alle dimensioni ormai assunte dall’astensionismo comincio a chiedermi se sia giusto continuare a considerarlo come in passato, quando bene o male ci sentivamo un po’ tutti protetti in qualche modo da un sistema democratico abbastanza forte, fatto di partiti solidi, bene organizzati, con i loro congressi, le loro classi dirigenti selezionate eccetera eccetera. Adesso, con partiti senza idee, oltre che senza ideologie,  senza leadership o con leadership troppo personali, che finiscono paradossalmente per diventare la stessa cosa, mi chiedo se possiamo permetterci di alzare le spalle e continuare a dire che gli assenti hanno sempre torto. Che l’abbiano spesso avuto in passato non c’è dubbio, lasciando giocare la partita agli altri, come fecero i cosiddetti aventiniani lasciando a Mussolini il campo più libero di quanto già lui non fosse riuscito a procurarselo. Ma il passato vale ancora per il presente?

Mi chiedo se non sia il caso di cominciare a domandarci tutti insieme se gli assenti hanno davvero e sempre torto, così come i negozianti sono tenuti a dare sempre ragione ai clienti. E se anche gli assenti avessero ragione come a volte, quanto meno, hanno torto i clienti a pretendere, per esempio, prodotti di qualità a basso costo?

La vignetta di Sergio Staino sullla Stampa

Con un’affluenza alle urne ridotta ai livelli di domenica e lunedì scorso si dimezzano di valore, in un sistema rappresentativo già in crisi come quello parlamentare, anche le vittorie e le sconfitte. Penso alla vittoria, per esempio, del segretario del Pd che torna alla Camera votato da meno del 36 per cento del corpo elettorale del collegio in cui si è proposto. O alla sconfitta di un movimento come quello grillino – “scomparso al nord”, ha detto Romano Prodi-da cui però potrebbe continuare ancora a dipendere, nonostante l’isola milanese, il centrosinistra così orgogliosamente vincente da avere commosso il vecchio Sergio Staino sulla Stampa. E’ tutto vero o tutto falso? Chissà.

Pubblicato sul Dubbio

E se gli assenti, visto il numero, non avessero più torto ?

Titolo del manifesto

Abituato per una vita a pensare e a scrivere che gli assenti, almeno quelli volontari, cioè non impediti da malanni e altre circostanze sfortunate, hanno sempre  torto perché alla fine affidano la partita agli altri, mi capita alla mia bella età di dubitare dell’assunto di fronte al record di astensioni, cioè di diserzione delle urne, registrato in questo turno di elezioni un po’ di ogni tipo appena svoltosi: comunali dal nord al Sud e da est  a ovest, regionali in Calabria e suppletive per la Camera a Siena e a Roma. “Vittoria a metà”, ha sintetizzato e rimproverato  il manifesto con la solita titolazione felice a chi, a torto o a ragione, di questa vittoria ha rivendicato titolarità e merito.

Vignetta di Rolli sul Secolo XIX

Penso, tra i vincenti che hanno alzato mano, pugno, braccia e quant’altro,  e sventolato bandiere, innanzitutto al segretario del Pd Enrico Letta. Che, eletto alla Camera in un collegio toscano nel quale sono andati alle urne 35 elettori su 100, può finalmente tornare a Montecitorio “sereno”, come lo ha rappresentato Stefano Rolli sul Secolo XIX, non come ai tempi di Matteo Renzi alla segreteria del partito, e vantarsi delle città conservate o conquistate al primo turno col centrosinistra, senza o con la partecipazione di quel che rimane dei grillini: Milano, Bologna, Napoli. Egli ha tutti i motivi di compiacersene, per carità, ma sempre a metà, come dicono al manifesto.

Penso, sempre tra i vincenti dichiarati, a Silvio Berlusconi. Che, nonostante il sorpasso subitò dalla sua Forza Italia a Milano anche ad opera dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, pronti a superare la prossima volta pure i leghisti, si è sentito giustamente orgoglioso del primato conservato nella regione calabrese. Dove il centro-destra, come lui adesso lo chiama con tanto di trattino da tradurre presumibilmente  in una pausa mentre si pronuncia, ha sbancato concorrenti e avversari, onorando la memoria della compianta presidente Iole Santelli. Ma, ripeto, siamo sempre alla vittoria “a metà” per quella maledetta disaffezione che la sovrasta. E che Antonio Gramsci da sinistra, col fascismo che ne aveva approfittato, definiva a suo tempo “indifferenza”, aggiungendovi l’aggettivo “odiosa”.

Il Santuario del Divino Amore

Penso, inoltre, a Giorgia Meloni che si gonfia il petto per avere portato al ballottaggio nella sua Roma il sostanzialmente sconosciuto Enrico Michetti, ma deve ora mettere le tende davanti al Santuario del Divino Amore per pregare che la Madonna le dia una mano a convincere il buon Carlo Calenda a darle una mano nel secondo turno. Sennò vincerà il piddino Roberto Gualtieri coi voti dei grillini  sconfitti con la sindaca uscente Virginia Raggi e dal naso non turato, ma turatissimo.

Titolo della Stampa
Travaglio sul Fatto

Penso infine, sempre tra i dichiaratamente vincenti o soddisfatti, a un Giuseppe Conte che pure si trova a presiedere un movimento ridotto ai minimi termini, in quella che Massimo Panarari sulla Stampa ha definito “la Caporetto del grillismo”, scomparso ormai al nord e concentratosi, per postazioni di potere più che per voti, nella Napoli di Roberto Fico e Luigi Di Maio. E’ sempre comunque consolante per Conte vedere scrivere di lui dal solito Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano che “fra i vari ex premier in circolazione, è di gran lunga il più apprezzato dal “popolo”. Le virgolette al popolo le ha messe lo stesso Travaglio aggiungendo con insolita prudenza che “quel ricordo non dura in eterno”. Anch’esso, d’altronde, vale “la metà”, come tutto il resto.  

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Nessuno è inciampato per fortuna nella scheda elettorale

Per quanto di dimensioni simili a quelle ormai di un lenzuolo, tanti sono i candidati in corsa con e persino senza i rispettivi partiti, tra voti congiunti e disgiunti, nessuno è risultato inciampare nella scheda consegnatagli dal presidente del seggio, dopo la verifica dei documenti. Nessuno vi è inciampato almeno con i piedi. Se poi vi è inciampato nella cabina con le mani, o con le dita, sbagliando la croce o la preferenza in tanta confusione, nessun fotografo ha potuto certamente riprenderlo. E forse non se n’è accorto neppure lui, l’interessato e sfortunato elettore.

Mario Draghi al seggio, a Roma
Il “retroscena” di Repubblica

Immagino lo stupore paradossale, a Roma, del presidente del Consiglio Mario Draghi nel ricevere la sua scheda e pensare, compiaciuto, quanto gli stia riuscendo bene di governare da febbraio in uno scenario politico così vasto e pasticciato, affollato di partiti e correnti quasi tutti nella sua maggioranza di emergenza eppure così divisi fra di loro e al loro interno. Eppure c’è chi vorrebbe interrompere il lavoro di “SuperMario”, magari illudendosi che possa proseguire in altro modo e in altro posto, al Quirinale, collocando a Palazzo Chigi il competentissimo e fedelissimo Daniele Franco. Che lo affianca ora come ministro dell’Economia e si è visto oggi designato, candidato o solo immaginato alla successione  semplicemente da un giornale pur diffuso come Repubblica, abituato tuttavia a queste incursioni dal suo vecchio fondatore Eugenio Scalfari.

Quest’ultimo adesso è distratto da altri problemi e scadenze più personali, come ci ha appena raccontato lui stesso alla bellissima età di 97 anni: quasi 100, ha avuto il vezzo di aggiungere facendosi da solo gli auguri. Ai quali mi associo assai volentieri pur avendo avuto tante occasioni professionali e personali di dissentire dai consigli che diffondeva e delle mani che metaforicamente riusciva a mettere qualche volta anche nelle corse al Quirinale e nelle liste dei ministri, quando molti politici bussavano alla sua porta, o al suo telefono. Bei tempi, anche se non sempre felici: belli, perché pur sempre migliori dei nostri, ai quali davvero allora non pensavo proprio che si potesse arrivare.

Berlusconi al seggio, a Milano

Nella sfilata delle celebrità al seggio, chiamiamola così, mi ha colpito, oltre al silenzioso Draghi, il sempre imprevedibile Silvio Berlusconi. Che a Milano, a due passi dal Cenacolo, come hanno riferito le cronache, ha voluto a suo modo mettere la mani avanti ai prevedibili risultati a dir poco deludenti della sua creatura politica -di cui ora scrive col trattino per distanziare il centro dalle destre di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni- lamentandosi di come siano stati scelti i candidati. E auspicando altri criteri di selezione, magari da definire se e quando egli riuscirà a realizzare il sogno -a questo punto-di federare gli alleati. Vasto programma, direbbe il mai abbastanza rimpianto Charles De Gaulle.

Il vincitore italiano della Parigi-Roubaix

Di fronte a tanta ammissione o rassegnazione persino di uno come Berlusconi, che del centro-destra si considera un papà quasi come Beppe Grillo del MoVimento 5 Stelle, mi chiedo che bisogno avessero gli avversari nelle ultimissime curve della campagna elettorale di buttare su leghisti e fratelli d’Italia tanto fango: il classico spreco di energie, direi. E’ difficile che da tutta quella melma, impastata da inquirenti finti e veri, con barba e non, potrà uscire un campione paragonabile all’italiano Sonny Cobrelli, che ha appena vinto l’edizione forse più difficile e genuinamente fangosa della storica corsa ciclistica Parigi-Roubaix.  

A urne aperte, bocca chiusa, dita incrociate e fiato sospeso, per i più ansiosi

Chiamati alle urne in più di dodici milioni, chissà quanti alla fine voteranno davvero in questo vasto turno elettorale in cui è in ballo un po’ di tutto: a livello comunale, regionale e persino parlamentare, pur limitatamente a due soli seggi della Camera. Che sono uno a Roma e l’altro nel Senese per sostituire, rispettivamente, una deputata del Movimento 5 Stelle e uno del Pd dimessisi per altri incarichi in questa legislatura, peraltro, contrassegnata forse dal più intenso traffico politico di tutta la storia repubblicana per il passaggio degli eletti da un gruppo all’altro, senza rinunciare al mandato per l’assenza di “vincolo” garantita chiaramente dall’articolo 67 della Costituzione. Di cui sono diventati scrupolosi praticanti persino quelli fattisi eleggere, per esempio nelle liste pentastellate, anche per modificarlo, implicitamente impegnandosi così a rinunciare al seggio una volta usciti, o cacciati, diciamo così, dalla formazione con la quale si erano o erano stati proposti agli elettori. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, come dice un vecchio proverbio.

Evidentemente, una volta aperto il Parlamento col tagliascatole, come propostosi o minacciato prima o addirittura in funzione dell’elezione, il tonno contenutovi deve essere piaciuto a molti dei deputati e dei senatori arroccatisi quindi nelle proprie postazioni come solo le tartarughe riescono a fare nei loro gusci corazzati.

Si potrà andare alle urne sino a domani con la sola mascherina antivirale, senza green pass, a bocca chiusa, dita incrociate e fiato sospeso, almeno per chi partecipa al voto con particolare ansia. Poi vedremo quanti saranno stati i veri indifferenti, che una volta erano pochi astenendosi e sono poi andati via via crescendo, col crescere della confusione politica o, come dicono alcuni sapientoni, con la fine o la caduta delle ideologie. Ma oltre alle ideologie sono spesso cadute proprio le idee, per cui si va votare con la pancia piuttosto che con la testa, per risentimento più che per sentimento, per rabbia più che per ragione, per rifiuto più che per adesione, insomma più contro che per. E spesso combinando cronache politiche e giudiziarie.

Se ne sono visti gli effetti particolarmente in questa legislatura cominciata nel 2018, riuscita in poco più di due dei cinque anni della sua durata ordinaria a bruciare così tanto e così rapidamente le “formule politiche” più o meno tradizionali da costringere il presidente della Repubblica, nella impossibilità da pandemia di ricorrere alle elezioni anticipate, a nominare un governo anomalo come quello -a mio modestissimo avviso- fortunatamente in carica: guidato con una buona combinazione di competenza, fermezza e duttilità da uno come Mario Draghi. Che per andare a lavorare a Palazzo Chigi dopo avere guidato, fra l’altro, prima la Banca d’Italia, come il compianto Carlo Azeglio Ciampi, e poi la Banca Centrale Europea, non ha avuto bisogno di alcun premio di incoraggiamento, o riconoscimento preventivo, come fu invece il laticlavio ben retribuito per Mario Monti nel 2011, in altre eccezionali circostanze.

Ho scritto abbastanza, credo, senza rompere -almeno volontariamente- il silenzio elettorale. Se poi pensate che lo abbia rotto lo stesso, me ne scuso.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Quei due -Salvini e Meloni- più si abbracciano e meno convincono

Trittico fotografico dell’Ansa
Vignetta di Stefano Rolli

Quei due -Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il “capitano” della Lega e la sorella neppure maggiore dei fratelli d’Italia liberatisi di Gianfranco Fini- più si abbracciano in piazza, per strada e davanti ai fotografi e meno convincono, dopo tutti i calci che si sono sferrati, e neppure sotto il tavolo: l’uno al governo, con tanto di ministri e sottosegretari, e l’altra all’opposizione, e contemporaneamente concorrenti in una stessa combinazione elettorale a un sorpasso che dovrebbe legittimare uno di loro alla carica di presidente del Consiglio nel caso, ormai non più scontato, di un successo quando saranno rinnovate le Camere. Più credibili delle foto romane che li hanno ripresi avvinghiati mi è sembrata la vignetta sfottente di Stefano Rolli, da “ultimo tango a Spinaceto”, sul Secolo XIX.

Della coalizione di cui i due si contendono, tra abbracci e sgambetti, la cosiddetta leadership dopo avere strappato negli anni scorsi al fondatore Silvio Berlusconi l’impegno di rimetterne la scelta direttamente agli elettori, in base ai voti portati a casa dai vari partiti, non è più certo neppure il nome. O la scrittura, come preferite. Noi continuiamo a chiamarla centrodestra, come il fondatore fece presentandola al pubblico una trentina d’anni fa tra le macerie della cosiddetta prima Repubblica, ma Berlusconi nel frattempo ha cominciato a scriverne, quanto meno, in modo diverso, mettendo un trattino tra centro e destra negli articoli che manda con frequenza crescente al Giornale di famiglia. Il centro insomma vuole prendere le distanze dalla destra, come si faceva nella Dc ai primi tempi delle trattative e dell’alleanza con i socialisti, mettendo o togliendo il trattino nel centrosinistra secondo le circostanze e le convenienze.

Se il trattino rispolverato potrà o dovrà servire a Berlusconi per rivendicare un giorno Palazzo Chigi, come elemento numericamente, oltre che idealmente, determinante dell’alleanza, non si può francamente dire adesso. Lo si può solo immaginare col permesso, naturalmente, dell’anagrafe. Che per Berlusconi, a 85 anni pur felicemente e appena compiuti, non è francamente vantaggiosa, aggravata dalla circostanza rimproveratagli dal pur amico Antonio Martino di non avere praticamente coltivato una successione dentro Forza Italia.  

Va detto comunque per onestà, a chiusura di una campagna per il voto prevalentemente amministrativo di domani, cui sono interessati sulla carta più di 12 milioni di elettori, che il centrodestra del trattino o non trattino non è il solo a soffrire, peraltro in condizioni peggiorate dalle solite incursioni giudiziarie: dal caso Morisi per la Lega ai presunti finanziamenti neri, in tutti i sensi, appena contestati alla destra meloniana.

Dalla prima pagina del manifesto

Il centrosinistra -senza il trattino per concorde linguaggio o scrittura sia di Enrico Letta come segretario del Pd sia di Giuseppe Conte come nuovo presidente del MoVimento 5 Stelle- in molte delle città in cui si sta per votare, e nelle regionali calabresi, neppure esiste. A Roma, poi, come ha impietosamente segnalato il manifesto, a Beppe Grillo è bastato un collegamento telefonico per seppellire con una risata sia la velleità dell’amica Virginia Raggi, consolata ancor prima di perdere, sia l’ambiguità di Conte. Che in uno strappo consentitogli dal segretario del Pd ha cercato di far cedere di volere davvero la rielezione della sindaca uscente contro il candidato piddino Roberto Gualtieri, e gli altri naturalmente.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il paradosso del Berlusconi leader politico sta nella sterilità

Titolo del Dubbio

Non è roba da psichiatria, per carità. Si mettano nuovamente l’anima in pace i magistrati di Milano, dopo essere stati presi di contropiede da Silvio Berlusconi con quell’orgoglioso e perentorio rifiuto di una verifica anche di natura psichiatrica, appunto, per vedersi riconoscere l’impedimento alle udienze del processo noto come Ruby ter. Che per una delle stranezze, a dir poco, del sistema giudiziario italiano -esso, sì, da analisi psichiatrica- è derivato contro l’ex presidente del Consiglio da un’altra vicenda giudiziaria, addirittura per prostituzione minorile, conclusasi però con la sua piena assoluzione. E poi anche con qualche sconfitta suppletiva delle giudici di primo grado che, avendolo condannato e per nulla trattenute dalla smentita subita in appello e in Cassazione, si sentirono diffamate da un bel po’ di giornalisti che le avevano criticate, fra i quali il sottoscritto, chiedendo centinaia di migliaia di euro di danni.

E’ solo da analisi psicologica e politica l’ultimo capitolo, in ordine rigorosamente cronologico, di quella che potremmo ormai definire la Berluconeide, versione in qualche modo aggiornata al Cavaliere e ai tempi nostri dell’Eneide, il poema epico di Publio Virgilio Marone  risalente al 19 avanti Cristo.

A Berlusconi, si sa, piace piacere, anche se non sempre ci riesce pur praticando con disinvoltura l’esercizio da lui stesso vantato di farsi concavo o convesso secondo le circostanze. Ho la sensazione che nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, quel giudizio sulla improbabilità, a dir poco, di un arrivo a Palazzo Chigi dei suoi pur alleati elettorali Matteo Salvini e Giorgia Meloni abbia avuto qualcosa a che fare col desiderio  di compiacere al telefono il direttore della Stampa Massimo Giannini. Che lo aveva chiamato per fargli gli auguri e scambiare due chiacchiere tradotte in un “colloquio”, a sua svolta scambiato da molti per intervista, smentita perciò dallo staff dell’ex presidente del Consiglio.

Chi legge abitualmente la Stampa e il suo direttore ha ben capito da tempo il poco gradimento, diciamo così, dell’una e dell’altro per l’ipotesi, anzi l’accidente, di un governo Salvini o Meloni. Già poco convinto di suo di un simile sviluppo della situazione politica ed elettorale del Paese, Berlusconi può quindi ben essersi spinto a parlare col cuore in mano della cosa a Giannini immaginando Draghi al Quirinale alle prese col problema di nominare il presidente del Consiglio dopo le elezioni, anticipate o ordinarie che potranno rivelarsi.

Berlusconi sul Giornale di famiglia

Che neppure a Berlusconi piaccia un governo Salvini o Meloni non è una mia illazione, o fantasia maliziosa, avendo appena letto sul Giornale della stessa famiglia Berlusconi un lungo articolo dell’ex presidente del Consiglio titolato in un modo che più chiaro non poteva certo essere: “Senza il centro moderato la destra regala il Paese alla sinistra”. “Forza Italia -ha scritto Berlusconi a proposito anche del voto amministrativo di domenica, che non si presenta obiettivamente facile per la coalizione portata al governo nazionale dal Cavaliere nel 1994, nel 2001 e nel 2008- non fa parte del centro-destra. Forza Italia è il centro-destra. Non si vince senza le nostre idee, oltre che ai nostri numeri. E noi siamo garanti della connotazione liberale ed europea della coalizione”.

Questo ragionamento ha tuttavia un limite, stavolta tutto politico e per niente psicologico. Il garante di un partito o di una coalizione è semplicemente il suo leader, a meno che non si vogliano imitare, o scimmiottare, i pentastellati che si sono inventati la distinzione fra Giuseppe Conte leader in quanto presidente dell’omonimo MoVimento e Beppe Grillo “garante” o “custode”, come più recentemente ha voluto definirsi il comico genovese.  Berlusconi è un uomo spiritoso ma, per fortuna, non un comico. Non può mettersi o sentirsi nella stessa posizione di Grillo separando fittiziamente le funzioni di leader e di garante, per giunta non in un partito ma in una coalizione di partiti.

E’ purtroppo accaduto negli anni scorsi, quando probabilmente egli riteneva indiscusso e indiscutibile il primato elettorale di Forza Italia, oltre che suo personale, che Berlusconi abbia imprudentemente teorizzato o accettato  l’assegnazione della leaderhip della coalizione, e quindi la candidatura a Palazzo Chigi, al partito più votato. Che è diventato nel 2018, per pochi punti di vantaggio sui forzizisti, la Lega di Salvini e potrebbe diventare la prossima volta la destra di Giorgia Meloni. E’ qui che sono nati i problemi, probabilmente destinati a crescere, anziché ridursi, al di là persino del rimprovero appena fatto a Berlusconi dall’amico sincero ed ex ministro degli Esteri e della Difesa Antonio Martino, in una intervista -guarda caso- proprio alla Stampa di Massimo Giannini, di avere troppo spesso sbagliato “nella scelta delle persone” e, ancor più, di non avere “coltivato una classe dirigente capace di rilanciare la sua politica”. Che pertanto è stata condannata -aggiungo io senza l’autorevolezza di Martino, per carità- a camminare solo sulle gambe, o essere portata solo sulle spalle, o essere appesa solo alla salute e all’età dell’ex presidente del Consiglio.

Mi sembra francamente difficile dare torto al detto, ma anche al non detto, di Antonio Martino, felicemente sopravvissuto con i suoi quasi 79 anni ben portati, peraltro tentato -mi è parso di capire- dal votare domenica a Roma per Carlo Calenda al Campidoglio e non per il candidato del centrodestra, alle 260 mila sigarette che ha calcolato, da buon economista com’è, di avere fumato “in tutta la vita”.

Pubblicato sul Dubbio

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