La trattativa di piazza praticata a Roma e Milano, ma non ditelo a Palermo

Il magistrato di Milano Alberto Nobili
La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese

Prima ancora che la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, mandando su tutte le furie la già agitata di suo Giorgia Meloni, spiegasse alla Camera perché avesse praticamente lasciato indisturbato il pur abusivo, dappato e quant’altro forzanovista spintosi sabato scorso ad annunciare e poi guidare una spedizione punitiva contro la sede della Cgil, cioè per evitare il surriscaldamento della piazza romana, avevo letto qualcosa di analogo sulla piazza milanese detto da un magistrato che ne occupa per ragioni di ufficio. E’ Alberto Nobili, intervistato dalla Stampa il giorno prima proprio per la sua competenza in materia di teste calde che danno filo da torcere alle forze dell’ordine con disordini nei quali può capitare che esca fuori anche il morto, mancato per fortuna stavolta sia a Milano che a Roma.

Nobili alla Stampa

            “Queste manifestazioni -ha detto testualmente Nobili nell’intervista pubblicata proprio la mattina in cui la ministra si preparava ad andare alla Camera, magari influendo involontariamente sulla titolare del Viminale- distruggono uno dei cardini della nostra civiltà che è il contraddittorio, sedersi intorno a un tavolo e discutere per cercare una soluzione. L’infiltrazione di persone violente che non sono portate alla dialettica ma alla prevaricazione è un problema per qualsiasi forma di democrazia. Mi auguro che si riesca a recuperare il dialogo con queste persone. Che, tra i cinquemila manifestanti milanesi venga selezionato un gruppo di delegati con cui le istituzioni possano parlare e cercare delle soluzioni”.

            Fra i cinquemila manifestanti milanesi come fra i diecimila manifestanti romani di sabato in Piazza del Popolo e dintorni, mi era subito venuto spontaneo di pensare leggendo l’intervista di Nobili  e sovrapponendole il ricordo dell’accaduto nella Capitale con l’aggravante del Masaniello di turno lasciato libero di programmare la spedizione contro la Cgil. Intanto qualche funzionario del Viminale, o simile, allungava forse lo sguardo sulla folla per individuare i componenti di una delegazione  di cui raccogliere malumori e richieste. E vedere di convincere i dimostranti a raggiungere i loro obiettivi senza fare tanto casino, diciamo così.

Nobili alla Stampa

            “Il loro lavoro -ha detto ancora Nobili parlando degli uomini della Polizia e della Digos impegnatisi a Milano a fronteggiare problemi di piazza, e ricorsi tuttavia alla fine anche a un po’ di arresti- è fondamentale. Non è facile gestire cortei non autorizzati per dodici settimane di fila. L’obiettivo diventa quello di ridurre al minimo qualsiasi forma di violenza. Il principio è che quando non puoi riportare l’ordine che è stato violato da cinquemila persone devi saper gestire il disordine, E questo è stato fatto con saggezza e intelligenza”.

            La fortuna di Nobili è di lavorare a Milano. Dove tutto si può dire e pensare della magistratura di cosiddetta prima linea- sperimentata, per esempio, ai tempi di Tangentopoli e “Mani pulite”  con arresti gestiti in modo scriteriati come quello del povero Gabriele Cagliari, uccisosi pur di uscirne- ma non che abbia la tendenza, diciamo così, a scambiare la “gestione del disordine”, come l’ha chiamata appunto Nobili,  per collusione o trattativa.

            Ecco la parola magica: trattativa. Che è quella necessaria, secondo il valente magistrato milanese, a individuare nei disordini di piazza le motivazioni della protesta per riassorbirla e non farla degenerare in reati. Ma che una trentina d’anni fa tra Palermo e Roma, quando un nugolo di onorati e validi servitori dello Stato finsero di ricorrervi per interrompere qualcosa un tantino più grave, diciamo così, come la stagione delle stragi mafiose e catturarne i responsabili, furono prima sospettati, poi accusati con l’aiuto dei soliti pentiti, processati e condannati in prima istanza per complicità con la mafia nel reato di violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato.  E quando in appello sono stati assolti, e condannati solo i mafiosi che avevano provato davvero a inginocchiare lo Stato insanguinando il Paese, quei magistrati che avevano preso lucciole per lanterne non si sono per niente dati pace.

L’ex magistrato Antonio Ingroia

            Essi, compreso l’ormai ex Antonio Ingroia, mancato presidente del Consiglio per bocciatura elettorale, hanno continuato e continuano a gridare contro la trattativa, pronti con spirito a dir poco suicida a ricorrere alla Cassazione: la stessa che li ha già smentiti confermando l’assoluzione di un altro imputato -l’ex ministro Calogero Mannino- lasciatosi giudicare per sua fortuna col rito abbreviato, sia pure per modo di dire. Egli infatti ha potuto uscirne pulito come meritava otto anni dopo la richiesta di rinvio a giudizio, per non parlare di tutti gli altri processi, sempre di mafia, ugualmente risoltisi a suo favore.

            Mi rendo conto del salto compiuto nel mio ragionamento dalla banale -si potrebbe dire a questo punto- vicenda della dimostrazione no-vax del 9 ottobre a Roma, pur con l’assalto alla sede della Cgil e tutte le complicazioni politiche che ne sono seguite, all’affare addirittura della stagione stragista della mafia di una trentina d’anni fa. Ma non dimentichiamo che la cornice giudiziaria nella quale scorrono i piccoli e grandi drammi del Paese è sempre la stessa perché questo continua ad essere il sistema della giustizia italiana. In cui alla ministra Lamorgese potrebbe accadere di essere accusata di “strategia della tensione” non solo da una furente Giorgia Meloni nell’aula di Montecitorio, com’è avvenuto, ma anche da un inquirente fantasioso seduto alla propria scrivania.

Pubblicato sul Dubbio 

Quei brividi procurati più dalla politica che dalla pandemia

Titolo della Stampa
Giuliano Castellino sabato a Piazza del Popolo

Non so se attribuire i brividi che sto avvertendo più a quell’”Italia a rischio paralisi” realisticamente gridata sulla prima pagina della Stampa –alla vigilia dell’applicazione delle norme sul green-pass obbligatorio nei posti di lavoro, contestate da portuali, camionisti e quant’altri in grado davvero di paralizzare col mancato trasporto delle merci quella stessa economia che il governo vorrebbe liberare- o allo spettacolo offerto alla Camera dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Che ha troppo candidamente motivato con la paura delle reazioni dei “sodali” la rinuncia all’arresto, fermo e quant’altro di uno che in piazza aveva appena indicato sabato scorso la sede della Cgil come un obiettivo della manifestazione di protesta. Ciò significa che in una piazza, appunto, si può dire e ordinare qualsiasi cosa, poi eseguita con tanto di assalto e devastazione, nella certezza di essere al sicuro.

Castellino alla guida del corteo diretto alla Cgil

Ma non solo in piazza quel Giuliano Castellino metaforicamente travestito da Masaniello ha potuto fare il suo comodo. Lo ha fatto anche per strada, guidando personalmente il corteo diretto anche verso la sede della Cgil, persino scortato da uomini della Polizia coi quali ogni tanto qualcuno trattava deviazioni e simili. Anche lì, per strada,  si è quindi avuto paura di fermarlo, quando i rischi -chiamiamoli così- erano inferiori che in una piazza romana affollata come quella del Popolo.

Giorgia Meloni ieri alla Camera

Giorgia Meloni, alla quale non dev’essere parso vero liberarsi dall’assedio mediatico e politico scattato per i suoi rapporti con l’estrema destra di Castellino e camerati, si è buttata a pesce sull’imprudenza -altro che prudenza- della ministra per denunciare il ritorno a qualcosa che si è già visto, anche con le bombe e i morti: “la strategia della tensione”, finalizzata a mettere nell’angolo, di volta in volta, la destra o la sinistra. E a depistare indagini e magistrati per raggiungere l’effetto o i bersagli di turno.

Può darsi, per carità, che la Meloni abbia esagerato col tono e con le parole. Può darsi che la ministra abbia solo subìto, non promosso quella strategia sfociata nell’assalto alla Cgil e nella reazione di certa politica. Secondo cui la responsabilità dei disordini era alla fine riconducibile  alla destra politica della Meloni incapace di prendere dalla estrema destra di piazza tutte le distanze dovute dalla Costituzione antifascista e via comiziando o discorrendo. Ma nei panni di un ministro dell’Interno -e ciò vale naturalmente anche per quelli che hanno preceduto Luciana Lamorgese al Viminale- subire la strategia della tensione è grave quanto promuoverla. Ecco perché vengono i brividi solo a pensarlo.

L’ex presidente del Senato Marcello Pera
Titolo del giornale Domani

L’ex presidente del Senato Marcello Pera, collegato con un salotto televisivo, ha ieri sera esortato giustamente a non chiedere troppo al presidente del Consiglio Mario Draghi, che già di suo fa anche il ministro dell’Economia, degli Esteri, della Salute eccetera per una presunta o reale insufficienza dei titolari di quei dicasteri. E non può ora mettersi a fare anche il ministro dell’Interno nel momento in cui, peraltro, gli viene chiesta “la pacificazione”, nella maggioranza, contemporaneamente e paradossalmente sia da Beppe Grillo sia da Matteo Salvini, appena ricevuto daccapo a Palazzo Chigi. Certo è che non è esagerato il titolo del giornale Domani che dice, dopo averla a lungo difesa dagli attacchi di Salvini: “La ministra Lamorgese adesso è un problema per il governo Draghi”. Spero che non lo rimanga per molto.

Ripreso da www,startmag.it e http://www.policymakermag.it

Mario Draghi alle prese con i talebani di Kabul e…di casa nostra

Nell’agenda politica e persino personale di Mario Draghi c’è qualcosa di ancora più complicato della situazione creatasi in Afghanistan dopo il ritorno dei talebani al potere. Con i quali, pur senza concedere il riconoscimento del loro governo, il presidente del Consiglio in una sessione straordinaria del G20 da lui promossa ha appena cercato di mettere a punto un sistema di relazioni internazionali, magari garantite dalle Nazioni Unite, capace di condizionarne in qualche modo l’azione per garantire sia chi vuole lasciare l’Afghanistan sia chi vuole rimanervi ma non come in una prigione.

L’assalto alla sede della Cgil il 9 ottobre

I talebani, sia pure senza le loro barbe, o almeno non così folte, e ancora -per fortuna- senza i kalashnikov appesi al collo e imbracciati senza sicura, il povero Draghi ce li ha anche in casa: non dico proprio a Palazzo Chigi ma nei dintorni, fuori e persino dentro la sua composita maggioranza. Dove ci sono forze e persino leader, veri o presunti che siano, messisi a disquisire sulle modalità, sui tempi, sulle circostanze in cui dovere o potere sciogliere un movimento di estrema destra –Forza Nuova- colto con le mani nel sacco dell’assalto e della devastazione della sede nazionale del maggiore sindacato italiano. E altrettanto avrebbe probabilmente fatto, o lasciato fare, a Palazzo Chigi e a Montecitorio se i dimostranti non avessero trovato sulla loro strada in assetto di guerra, o guerriglia, le forze dell’ordine colpevolmente mancate -si spera di scoprire per responsabilità particolare di chi- attorno alla sede della Cgil, pur già indicata in piazza come un obiettivo da colpire.

Al netto delle “riflessioni” che Draghi si è limitato ad annunciare sulle modalità d’intervento su Forza Nuova, va detto che il governo di emergenza così fortemente e felicemente voluto dal capo dello Stato, e regolarmente fiduciato dalle Camere, non si meritava di trovarsi nelle condizioni in cui hanno quanto meno contribuito a metterlo anche i leghisti di Matteo Salvini e i forzisti di Silvio Berlusconi. Che hanno praticamente condiviso le contraddizioni, a dir poco, della loro alleata elettorale ma oppositrice del governo Giorgia Meloni nei rapporti con un’area limitrofa alla sua destra. Che cavalca più della stessa Meloni i “disagi”, come vengono eufemisticamente definiti, derivanti dalla necessità delle vaccinazioni antipandemiche e del green-pass obbligatorio da venerdì per accedere ai posti di lavoro.

L’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Nella confusione che anche le componenti di governo e di maggioranza del centrodestra -ripeto- hanno contribuito a creare in questo passaggio peraltro cruciale dell’azione di contrasto alla pandemia, e di soccorso alla salute fisica ed economica di tutta la comunità nazionale,  mi tocca condividere la conclusione dell’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. Che dice, pur prendendosela alla fine, e come al solito, prevalentemente col governo vittima più che colpevole della situazione: “Finora gli italiani avevano accettato pacificamente le restrizioni e, in gran parte, le vaccinazioni e ora vengono improvvisamente precipitati in una parodia di guerra civile tra fascisti e antifascisti: una strategia della tensione fuori tempo massimo che puzza tanto di giochetto elettorale”. Sullo sfondo in effetti ci sono i ballottaggi comunali di domenica, specie di quello a Roma: la famosa “madre di tutte le battaglie” evocata come in un’autorete dal “guru” dell’alleanza fra Pd e 5 Stelle. Che è il piddino Goffredo Bettini.

Da mani nei capelli gli errori del centrodestra su Forza Nuova

Titolo del Dubbio

Rido -scusatemi la franchezza- alla sola idea che il trentaduenne vice segretario del Pd Giuseppe Provenzano, Peppe per gli amici, già sperimentato coraggiosamente da Giuseppe Conte come ministro, possa essere solo immaginato sulle tracce di Ciriaco De Mita per avere invocato contro Giorgia Meloni un “arco democratico e repubblicano” dal quale tenerla fuori.

De Mita ai suoi tempi d’oro s’inventò nella Democrazia Cristiana l’”arco costituzionale” per tenere fuori dai giochi politici Giorgio Almirante, che guidava il Movimento Sociale. E riusciva a infilarsi ogni tanto nelle partite politiche con i voti segreti in Parlamento, ma persino con quelli pubblici fuori dalle Camere. Fu proprio con i missini, per esempio, che la Dc guidata da Amintore Fanfani si ritrovò nel referendum del 1974 contro il divorzio, perdendolo rovinosamente.

Craxi e De Mita ai tempi dell'”arco costituzionale”

Dell’”arco costituzionale” invocato da De Mita per isolare la destra missina e giocare solo con la sinistra va detto che nel 1985 Bettino Craxi da presidente del Consiglio si dissociò clamorosamente incontrando di persona, e con tanto di comunicato ufficiale, Almirante per verificarne la disponibilità ad appoggiare l’allora vice presidente del Consiglio e presidente della Dc Arnaldo Forlani al Quirinale, alla fine del mandato di Sandro Pertini. E avrebbe continuato su quella strada se lo stesso Forlani non si fosse spontaneamente sfilato dalla partita lasciando che De Mita, segretario della Dc, trattasse con i comunisti per eleggere al primo scrutinio il comune amico e collega di partito Francesco Cossiga, già presidente del Consiglio e in quel momento presidente del Senato.

Poi con Forlani il povero Craxi avrebbe ritentato nel 1992, alla scadenza del mandato di Cossiga, ma di nuovo il leader democristiano, nel frattempo diventato segretario della Dc, dopo due soli tentativi si ritirò sino a spiazzare l’alleato. La situazione politica era peraltro già deteriorata per i primi temporali di Tangentopoli e sarebbe precipitata con l’attentato di Capaci al mitico magistrato antimafia Giovanni Falcone.

L’”arco costituzionale” fu dunque una invenzione di De Mita dagli effetti più tattici che strategici, consentiti dalle presunte vittime, come fu appunto Forlani fortemente osteggiato dal Pci e poi dal Pds sulla strada del Quirinale, ma mai davvero deciso, sino all’ostinazione, a scalare il Colle.

Va inoltre detto che l’arco di De Mita mirava solo ad escludere dal gioco la destra missina, non ad eliminarla dal Parlamento mettendola fuori legge. L’allora leader democristiano non ci provò neppure, come penso non volesse provarci l’altro ieri il giovane Provenzano parlando dell’’”arco democratico e repubblicano” e sapendo che Giorgia Meloni con i suoi fratelli d’Italia ha ormai una consistenza elettorale neppure paragonabile a quella degli anni migliori di Almirante. E’ addirittura ai vertici della classifica dei partiti

Eppure la Meloni ha voluto drammatizzare l’uscita del vice segretario del Pd accusandolo di volere mettere fuori legge la destra da lei guidata, e costringendo Enrico Letta a precisare che il suo partito vuole sciogliere e mettere fuori legge solo -e per me giustamente- l’estrema destra chiamata “Forza Nuova”, colta con le mani praticamente nel sacco nell’assalto alla sede nazionale della Cgil e negli altri disordini di sabato scorso a Roma. Dove soltanto una più accorta dislocazione delle forze dell’ordine ha evitato che fosse assaltato anche Palazzo Chigi.

Draghi da Landini alla Cgil

Perché la Meloni abbia voluto esasperare la sortita del vice segretario del Pd, spingendolo ben oltre il De Mita degli anni d’oro, mi riesce francamente difficile capire, e tanto meno condividere. Ma ancor meno capisco, mettendomi le mani nei capelli, come e perché abbiano deciso più o meno di seguirla le due componenti del centrodestra che fanno parte del governo e della maggioranza, cioè leghisti e forzisti di Silvio Berlusconi, per nulla trattenuti dall’esposizione del presidente del Consiglio Mario Draghi. Che ha voluto solidarizzare come più chiaramente non si poteva con la Cgil e il suo segretario generale Maurizio Landini condividendone la richiesta dello scioglimento di “Forza Nuova”. Cui invece tutto il centrodestra praticamente resiste mescolando questioni di procedura con questioni di principio. E di fatto condividendo il sospetto della Meloni, e di Ignazio La Russa, che quella formazione di energumeni dell’estrema destra sia stata lasciata vivere e forse persino crescere negli anni passati, magari anche quando La Russa era ministro, apposta per strumentalizzarne le imprese.

Una manifestazione di Forza Nuova

Non capisco, e tanto meno condivido, neppure la decisione del centrodestra di non partecipare, pur avendo solidarizzato pubblicamente anch’esso con la Cgil, prima ancora della visita di Draghi a Landini, alla manifestazione di sabato promossa dai sindacati. Essa ha l’inconveniente -d’accordo- di coincidere col silenzio elettorale dei ballottaggi comunali del giorno dopo. Ma per evitare che essa si traducesse o rischiasse di tradursi in una violazione, peraltro ormai abituale per tanti versi, del silenzio elettorale bastava e avanzava l’annuncio dell’adesione anche del centrodestra, almeno di quello che partecipa -ripeto- alla maggioranza e al governo di Draghi. Dai cui organi non mi risulta sia arrivato un divieto a quella manifestazione né per ragioni elettorali né per ragioni di ordine pubblico.

Pubblicato sul Dubbio

Draghi dall’ovazione di Confindustria all’abbraccio con Landini

Draghi il 22 settembre alla Confindustria

Dal 22 settembre, quando Mario Draghi fu accolto con un’ovazione all’assemblea della Confindustria, dove fu definito l’uomo non della Provvidenza, come Mussolini a suo tempo addirittura in Vaticano, ma più semplicemente l’uomo della Necessità, con la maiuscola imposta dall’emergenza che lo portò a febbraio a Palazzo Chigi; dal 22 settembre, dicevo, è trascorso meno di un mese e il presidente del Consiglio si ritrova su tutte le prime pagine dei giornali abbracciato a Maurizio Landini. Che notoriamente non è il  presidente della Confindustria nel frattempo succeduto a Carlo Bonomi per chissà quale colpo di mano, ma il segretario generale della Cgil: la controparte della Confindustria, anche nei momenti della più riuscita “concertazione” come quelli del governo di Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, mentre si transitava politicamente dalla prima alla cosiddetta seconda Repubblica.

La vignetta del Corriere della Sera

A compiere il miracolo di questo passaggio di Draghi, o della sua immagine, da un fronte all’altro sono stati quegli energumeni e geni alla rovescia di Forza Nuova, la formazione di estrema destra orgogliosamente responsabile dell’assalto di sabato scorso alla sede nazionale della Cgil. Che così si è procurata la solidarietà naturale, prima ancora che dovuta, anche del presidente del Consiglio, come ha fatto praticamente dire a Landini nella sua vignetta Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Penso che lo avrebbe fatto lo stesso, anche senza la loro copertura, ma le circostanze hanno voluto che Draghi sia accorso nella sede della Cgil dopo che da tutti, proprio  tutti i partiti della sua composita maggioranza, erano giunte espressioni di solidarietà al sindacato rosso. Non erano mancate neppure dall’unico o più consistente partito di opposizione, e di destra: quello di Giorgia Meloni. E del suo candidato al ballottaggio capitolino di domenica prossima Enrico Michetti, appoggiato anche dalle altre componenti del centrodestra partecipi invece del governo e della maggioranza a livello nazionale.

Non foss’altro per solidarietà, a loro volta, col presidente del Consiglio espostosi come tale con quella visita svoltasi col massimo della evidenza possibile, i due partiti di centrodestra partecipi -ripeto- del governo e della maggioranza avrebbero dovuto, a mio avviso, aderire senza riserve agli atti o iniziative conseguenti alla visita di Draghi alla sede della Cgil. Fra le quali ci sono, sempre a mio avviso, il proposito di scioglimento di Forza Nuova e persino la manifestazione nazionale di sostegno al sindacato promossa pur nella giornata del cosiddetto silenzio elettorale per i ballottaggi comunali.

Gorgia Meloni
Titolo di Libero

 Invece i leghisti di Matteo Salvini e persino i forzisti di  Silvio Berlusconi hanno preferito unirsi ai no, alle riserve e quant’altro di Giorgia Meloni. La quale, spalleggiata oggi su Libero da Vittorio Feltri, non a caso eletto nelle sue liste al Consiglio Comunale di Milano, protesta e persino sbraita contro il complotto permanente di cui la sua destra sarebbe vittima ma non si lascia scappare un’occasione -dico una- per fornire argomenti, pretesti e quant’altro agli avversari interessati alla sua emarginazione. Che gliene importa, a questo punto, di Forza Nuova, e delle modalità politiche e legislative con le quali si provvederà allo scioglimento di un movimento che pratica così sfacciatamente la violenza? Parlo di quella materiale, e non solo verbale praticata così pericolosamente anche dai grillini che il loro nuovo presidente Giuseppe Conte ha dovuto cercare di porvi rimedio con una modifica dello statuto delle 5 Stelle.  

Quel nome galeotto del ballottaggio capitolino datogli da Bettini

Titolo del Dubbio
I disordini di sabato scorso a Roma

Più vedevo, per fortuna da casa, le immagini televisive delle piazze e delle strade di Roma messe a ferro e a fuoco dai manifestanti contrari alle vaccinazioni e ai green-pass, più mi tornava sabato sera alla memoria l’immagine militaresca usata qualche giorno prima da Goffredo Bettini per parlare, in una intervista al Corriere della Sera, del ballottaggio del 17 ottobre per l’elezione del sindaco capitolino che dovrà prendere il posto della grillina Virginia Raggi. “La madre di tutte le battaglie”, aveva detto l’amico e consigliere di un po’ tutti i segretari succedutisi al Nazareno, compreso per un pò l’ora bistrattato Matteo Renzi.

Enrico Michetti

Militaresco, in verità, era stato anche il linguaggio usato dalla pur gracile Raggi, rispetto alla mole di Bettini, per descrivere l’impresa tentata ostinatamente con la sua ricandidatura: l’unica -si era vantata la malcapitata- riuscita a contrastare davvero le “corazzate” del Pd, con Roberto Gualtieri a bordo, e del centrodestra. Che a Roma, ancor più che altrove, è più destra che centro. E la destra non è dell’eretico Matteo Salvini, dimentico della definizione di “costola della sinistra” guadagnatasi da Umberto Bossi ai tempi d’oro di Massimo D’Alema, ma la destra di Giorgia Meloni e fratelli. Che non a caso ha praticamente imposto ai suoi alleati come candidato al Campidoglio Enrico Michetti: l’avvocato e professore amministrativista propostosi di fare il sindaco di Roma dopo averne praticamente allevati tanti altrove con le sue dispense, o simili, scritte meritoriamente senza l’enfasi del “tribuno” dell’emittente Roma Roma.

Più sentivo definire anche documentativamente di destra i protagonisti della rivolta, con le immagini di quell’energumeno di Forza Nuova che prometteva di “prendersi Roma” in serata, più mi chiedevo perché mai quella destra di piazza ce l’avesse così tanto con la destra di palazzo moltiplicando con quel casino le già notevoli difficoltà di Michetti. Che è costretto di suo a sperare più nel soccorso anti-Pd dei vedovi politici della sindaca grillina uscente che in quello dei vedovi della candidatura di Carlo Calenda, o più ancora nel ravvedimento di qualche frangia del partito dei non votanti, al vertice della classifica al primo turno.

Mi chiedevo che cosa avessero fatto la Meloni, la sorella, il cognato capogruppo alla Camera Francesco Lollobrigida e naturalmente Michetti stesso per vedersi sporcare il marchio politico della destra a una settimana dal ballottaggio. E mentre i giornali attingevano impietosamente il biscotto nel cappuccino servito il giorno prima dal manifesto scoprendo nel repertorio degli scritti di Michetti una difesa a dir poco suicida delle vittime di tanti genocidi dimenticati o sottovalutati per essersi gli ebrei guadagnata, praticamente, una maggiore notorietà e solidarietà con le loro capacità finanziarie e lobbistiche. “Imperdonabile leggerezza”, ha poi ammesso per fortuna l’avvocato, affrettatosi anche ad una visita solidale a Maurizio Landini nell sede nazionale della Cgil devastata dalla destra di strada.

Ma era proprio sola quella destra nelle strade e piazze romane? Ecco una domanda alla quale penso che debbano trovare una risposta gli inquirenti occupandosi di quei seicento, più o meno, che risultano essere stati identificati o “intercettati” dalla polizia, provenienti un po’ da tutte le parti del nord. Che non so se sono arrivati a Roma cadendo nel trappolone di quelli di Forza Nuova fermati e arrestati o tendendo loro un trappolone a quegli altri, già facili a perdere la testa nei raduni come certi tifosi di Donald Trump hanno fatto in America quando il loro idolo ha mancato la conferma alla Casa Bianca. Ormai tutto è globalizzato, si sa: anche il cretinismo, il fanatismo e via mettendosi le mani fra i capelli quando se ne hanno abbastanza per farlo.

Che qualcosa di strano, diciamo così, rispetto anche alle brutte abitudini della destra romana di piazza non è sfuggito sabato sera a cronisti e osservatori che per fortuna non mancano nei giornali, per quanto malmessi da una crisi qualche volta persino identitaria come quella dei partiti.

Sarzanini sul Corriere della Sera di domenica
Bianconi sul Corriere della Sera di domenica

“Roma -ho letto, per esempio, sul Corriere della Sera il giorno dopo i disordini a firma di Fiorenza Sarzanini- è stata ostaggio di poche centinaia di violenti che sono riusciti ad aggregare migliaia di persone”. “Accanto alle abituali presenze -ho letto sempre sul Corriere a firma di Giovanni Bianconi- è comparso qualcosa di diverso. In strada, pronte a fronteggiare i celerini in tenuta antisommossa, c’erano persone a viso scoperto, uomini e donne non più giovani che gridavano esasperati, immobili e quasi indifferenti al getto degli idranti. Presenze quasi spiazzanti per chi deve resistere e se del caso caricare”.

“I tricolori ma anche le bandiere “indipendentiste” con il leone di San Marco, i saluti romani e le croci celtiche. Ma anche un cartello con scritto “Sandro Pertini è il pio presidente”. Gli ultrà neri di Roma, Lazio e Verona mobilitati dai loro leader. E però nella stessa piazza, sul lato opposto rispetto al palco, anche manifestanti vicini a frange di sinistra extraparlamentare, oltre alla solita galassia negazionista”, ha riferito scrupolosamente Paolo Berizzi su Repubblica.

Grazia Longo sulla Stampa di domenica

“La prima impressione -ha scritto Grazia Longo sulla Stampa– è quella che, oltre a una regia dietro gli exploit della folla inferocita, ci siano stati anche tanti cani sciolti. Uomini e donne di diversa estrazione sociale e di diverso colore politico, anche se la regia di piazza è da tempo in mano all’estremismo di destra, da Forza Nuova a Casapound”

Pubblicato sul Dubbio

Michetti cerca di disinnescare la “bomba” dei disordini a Roma

Alessandra Ghisleri
Titolo del Messaggero

Alessandra Ghisleri è stata tra i pochi, se non l’unica fra i sondaggisti ad esprimere ottimisticamente la convinzione che i disordini di sabato sera a Roma non avranno l’effetto di “una bomba” -titolo invece del Messaggero di oggi- sul ballottaggio capitolino di domenica prossima. Che vedrà contrapposti, per la successione all’ormai eliminata sindaca uscente grillina Virginia Raggi, il candidato del centrodestra Enrico Michetti e quello del Pd Roberto Gualtieri, in ordine non alfabetico ma elettorale, cioè per i voti raccolti nel primo turno.

Per quanto contrastata nel suo collegamento televisivo dall’editorialista del Corriere della Sera Aldo Cazzullo, ospite nello studio domenicale de la 7 sostitutivo di quello feriale di Lilli Gruber, la sondaggista abitualmente indicata come quella di cui si fida di più Silvio Berlusconi ha detto che la campagna elettorale nella Capitale d’Italia è stata troppo contrassegnata dai problemi locali, visti i guai della città, per ritenere che i pur gravi disordini di sabato sera intestabili all’estrema destra possano cambiare le cose. Ci sarebbe inoltre da scommettere, secondo la Ghisleri, sull’abituale resistenza di chi non è andato alle urne al primo turno alla tentazione di recarvisi al secondo per capovolgerne il risultato. Ai ballottaggi, in effetti,  l’affluenza di solito cala, non sale. E al primo turno quella di Roma è già stata inferiore al 50 per cento.

Michetti, dal canto suo, ripreso in piazza del Campidoglio a braccia aperte, se non alzate, ha cercato di difendere il suo modesto vantaggio sull’ex ministro piddino dell’Economia -circa tre punti- inseguendolo nel corteggiamento dei voti della pur criticatissima Raggi. La quale peraltro gli ha dato anche una precedenza forse significativa nel rito delle visite di consolazione o di rispetto, con tanto di caffè e scambio di opinioni e notizie nell’ufficio di sindaco.

Michetti con Landini nella sede della Cgil

Poi, per quanto influenzato, ma senza febbre, e comunque confortato da un tampone negativo annunciato o mostrato ai suoi interlocutori di turno, Michetti è corso nella sede devastata della Cgil ad esprimere tutta la sua solidarietà al segretario generale Maurizio Landini  furente contro i fascisti, parafascisti e simili che avevano assaltato la sera prima l’ingresso e i locali adiacenti.

Sempre nell’ambito delle iniziative precauzionali o riparatrici, secondo le preferenze o i punti di vita, Michetti si è deciso anche a scusarsi con gli ebrei per la “imperdonabile leggerezza”, scoperta e rinfacciatagli dal manifesto, di avere scritto l’anno scorso per l’emittente romana Radio Radio che l’Olocausto ha avuto, fra tutti i genocidi, più notorietà e raccolto più solidarietà per le capacità “lobbistiche” e bancarie delle vittime e dei loro parenti. “Imperdonabile”, davvero, questo infortunio, come ha riconosciuto l’autore, che deve ora sperare in una abbondante generosità degli offesi, diretti o indiretti che siano. E comunque sperare che quelli non disposti a scusarlo non siano tanti, o se ne stiano almeno a casa.

A questo punto, poiché si profila per la vigilia del ballottaggio una manifestazione nazionale di solidarietà a Roma per il sindacato assaltato da quelli di Forza Nuova e simili, a Michetti non resterà che unirsi ai manifestanti, ben visto da fotografi e telecamere ma rigorosamente zitto per rispettare il famoso e pur abitualmente violato silenzio elettorale. Poi magari egli scriverà una dispensa delle sue, come avvocato e professore amministrativista, su come rimediare meglio alle gaffe.

Violenze di piazza ad orologeria, sullo sfondo del ballottaggio capitolino

Tentato ogni tanto dall’imitazione della buonanima di Giulio Andreotti di pensare male nella speranza beffarda di “azzeccarci”, anche se i figli non hanno trovato traccia di questo nei suoi diari, appunti e quant’altro, mi sono chiesto anche davanti alle immagini televisive e foto eloquentissime dei disordini scoppiati particolarmente a Roma se è accaduto tutto dannatamente per caso. E non apposta nel primo e penultimo sabato antecedente il ballottaggio elettorale per l’elezione del sindaco della Capitale.

L’assalto alla sede della Cgil

Mi sono chiesto e mi chiedo se in quei disordini “eversivi”, come li ha definiti la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese,  in quell’assalto riuscito alla sede nazionale della Cgil e mancato per fortuna alla Presidenza del Consiglio, attorno alla quale ha funzionato  il cordone di sicurezza delle forze dell’ordine, non ci fosse più che la dichiarata avversione alle vaccinazioni e al green-pass, il proposito di prevenire, scongiurandola con lo sputtanamento, chiamiamolo così, una vittoria del candidato del centrodestra nel ballottaggio capitolino del 17 ottobre. Che è stato definito “la madre di tutte le battaglie” qualche giorno fa in una intervista al Corriere della Sera dall’indubbiamente pacifico, per carità, Goffredo Bettini, interessatissimo -a dir poco- ad evitare la sconfitta del suo compagno di partito Roberto Gualtieri. E di chi al di fuori del Pd  gli vorrebbe dare una mano, come Giuseppe Conte ed amici pentastellati, visto che non è più in lizza la sindaca uscente grillina Virginia Raggi.

Titolo della Verità
Titolo del manifesto

Mi chiedo -insisto- se hanno dominato di più dentro e dietro le piazze, nel corteo non autorizzato ma ugualmente tollerato,  gli “idioti”, i “cretini”, i “marci”, come hanno titolato -rispettivamente, da destra a sinistra- La Verità, Libero e il manifesto, tutti riferendosi agli intestatari di destra delle proteste contro i vaccini ,cioè  quelli di Forza Nuova, o gli “infiltrati” ammessi da un po’ tutte le cronache, di segno evidentemente opposto.  

Questi infiltrati, senza virgolette, su cui sarebbe auspicabile una seria, rapida, efficiente indagine degli organi preposti, più che ai vaccini, al green-pass, alla Cgil, alla Presidenza del Consiglio, miravano nelle e con le violenze di piazza a rovesciare secchi di fango, a dir poco, su quello già sprovveduto di suo che è, almeno politicamente parlando, il candidato scelto dal centrodestra, con o senza il trattino di Silvio Berlusconi, per la corsa al Campidoglio. Sto parlando naturalmente di Enrico Michetti. Che sarà, per carità, un avvocato amministrativista coi fiocchi, garantito in particolare da Giorgia Meloni e fratelli d’Italia, e non solo un “tribuno” della sua o quasi emittente radiofonica romana, ma non ha -francamente- il minimo senso della realtà e dell’opportunità politica.

Enrico Michetti
Roberto Gualtieri

Michetti  è riuscito non più tardi dell’anno scorso, pizzicato adesso dal manifesto, anche qui a pochi giorni -guarda caso- dallo svolgimento della “madre di tutte le battaglie”, sempre secondo Bettini, a difendere così male le sicure vittime degli altrettanto sicuri genocidi, alcuni dei quali forse ancora in atto, per esempio in Cina, attribuendo la prevalente notorietà di quello subito dagli ebrei alle loro banche e capacità “lobbistiche”. Dio mio, che disastro. Che zuppa in cui immergere il biscotto di un’eversione elettorale peggiore della violenza rovesciatasi ieri sulla incolpevolissima Capitale d’Italia, e gli ancor più incolpevoli cittadini chiamati a scegliersi il nuovo sindaco dopo il pattume e quant’altro ad essi lasciato dai grillini, compresi quelli, pochi o molti che siano, pronti a votare adesso per Gualtieri.

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Finisce -si spera- la pandemia ma non la stagione del rancore

Titolo di Repubblica
Titolo del Foglio

Vediamo la fine della pandemia, ha annunciato con comprensibile sollievo il presidente del Consiglio in persona, pur corretto in qualche modo dal ministro della Salute Roberto Speranza, che ha raccomandato “cautela”, persino a dispetto del suo cognome. Matteo Salvini dopo l’incontro con Draghi e l’impegno di rivedersi o sentirsi ogni settimana si è dato una calmata almeno sui temi della politica interna, visto che oltre i confini nazionali si è subito buttato a pesce su quella insensata proposta di alzare attorno all’Europa un muro contro gli immigrati: una specie di cortina di ferro o di muro di Berlino di memoria sovietica. Qualcosa forse cambia persino sul versante giudiziario, dove mezza Procura di Milano -la mitica frontiera di “Mani pulite” e dei giustizieri della cosiddetta prima Repubblica- rischia grosso nel tribunale di Brescia per i suoi metodi di lavoro. Ma continua la stagione politica dei “rancori”, come la chiama in prima pagina Il Foglio, che pure le fornisce spesso anche il suo contributo rovesciando, per esempio, contro Salvini più olio bollente di quanto -ed è già tanto- lui non si meriti.

Un’esplosione di rancore è offerta oggi dal solito Fatto Quotidiano. Ai vertici della cui redazione, leggendo una cronaca -riconosco- per niente astiosa dei correttissimi Gianluca Roselli e Giacomo Salvini dopo i dieci minuti di cordiale e convergente conversazione telefonica avuta da Draghi con Silvio Berlusconi, si sono accorti o ricordati che l’odiato Cavaliere fa parte della maggioranza. Ed hanno reagito mettendo nei titoli, di prima pagina e interni, ciò che nella cronaca i loro colleghi avevano omesso di ricordare o rilevare.  

Titolo di prima pagina del Fatto Quotidiano
Titolo interno del Fatto Quotidiano

Otre al solito fotomontaggio finalizzato a fare scambiare i due “migliori” per complici di chissà quale affare per niente raccomandabile, Berlusconi è stato riportato alla qualifica di “pregiudicato”, “condannato per frode”, col quale Draghi avrebbe voluto troppo disinvoltamente consultarsi ritenendolo “esperto di fisco”. E così anche inaugurando la pratica concordata col leader leghista di una consultazione settimanale sistematica, fisica o soltanto telefonica, con i leader -tutti i leader, per carità- della composita maggioranza di governo. Precedenza quindi al Cavaliere, par di capire, piuttosto che al segretario del Pd Enrico Letta o al presidente del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Che pure meriterebbe forse qualche parola di rapida e intensa consolazione dopo il minimo storico al quale ha portato le liste e i candidati grillini nelle elezioni amministrative di domenica e lunedì scorsi.

Vignetta dek Crriere della Sera di ieri

Della situazione in cui si trova Conte dopo questa scoppola, che ha praticamente azzerato la sua capacità contrattuale nei rapporti col segretario del Pd per la costruzione di quell’alleanza di centrosinistra definita “sperimentale” da Romano Prodi, si è trovata una rappresentazione molto efficace sulla prima pagina del Corriere della Sera di ieri, 8 ottobre, con una vignetta di Emilio Giannelli. Che ha affiancato un cadente e rimpicciolito Conte al ben saldo segretario del Pd e ha ribattezzato il Movimento 5 Stelle “partito di Letta”, altro che lotta, “e di governo”. Un governo “obbligato”, a questo punto, per ammissione dello stesso ex presidente del Consiglio, che al Fatto Quotidiano rimpiangono come il migliore capitato alla Repubblica, e perciò accoltellato  dai peggiori per paura e/o invidia: il famoso “Conticidio”.

Draghi sulle orme di Berlusconi nei rapporti con la Lega

Titolo del Dubbio

            Povero Draghi, viene voglia di dire con spirito solidale pur davanti alla foto gratificante, per lui e per l’Italia, di “commiato” a Palazzo Chigi dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Che gli avrebbe passato addirittura le consegne della leadership europea, secondo una certa rappresentazione mediatica, a dispetto o alla faccia del successore a Berlino, o di quei nostri un po’ supponenti cugini francesi.  A Parigi, si sa, non hanno mai scherzato sul terreno della concorrenza politica e di affari con i governi di turno a Roma.

              Povero Draghi, dicevo, perché anche lui, col suo curriculum internazionale, il suo indiscusso prestigio, la sua competenza ha dovuto pazientemente mettere la propria agenda a disposizione dell’intemperante di turno della maggioranza. Che in questo caso è stato naturalmente Matteo Salvini, cui dopo un’ora di incontro chiarificatore, pacificatore e quant’altro ha concesso l’impegno di una replica settimanale, fisica o soltanto telefonica, per prevenire o dissipare nuovi eventuali incidenti, equivoci o simili. E pazienza se, appena Salvini si è vantato di questa concessione servita quanto meno a “ristabilire nel partito -ha scritto Marco Galluzzo sul Corriere della Sera- una gerarchia di potere” compromessa dai ministri e dai governatori del Carroccio, Draghi ha dovuto assicurare i capi o capoccia degli altri partiti della maggioranza che consulterà settimanalmente anche loro.

                Il tempo di queste ricorrenti consultazioni sarà probabilmente proporzionale alla consistenza parlamentare delle varie forze, con qualche eccezione forse per il tipo di problema sorto via via lungo il cammino, tanto per non condannare sempre, per esempio, un tipo come Maurizio Lupi  ad un saluto e basta.  Nelle elezioni comunali di Milano, cui pure aveva aspirato a concorrere come candidato sindaco del centrodestra, l’ex ministro ciellino ha preso gli ottomila voti soltanto appena rinfacciatigli con un certo sarcasmo da Gabriele Albertini.

                 Le circostanze o, peggio ancora, le pratiche, abitudini e quant’altro della politica hanno costretto Draghi a seguire l’esempio del suo buon amico ed estimatore, del resto, Silvio Berlusconi. Che nel 1994, appena diventato presidente del Consiglio, dovette fare uno strappo ai suoi gusti e stili acconciandosi in Sardegna alle canottiere di Umberto Bossi. Che vagava nell’isola già insofferente come alleato per nomine, preparazione del bilancio, interventi contro la carcerazione preventiva, tensioni con i sindacati sul tema delle pensioni e altro ancora.

                    Agli incontri in Sardegna con l’alleato in canottiera seguirono quelli ad Arcore, dove a Berlusconi capitò una volta di dover prestare anche il pigiama all’ospite trattenutosi pure di notte. Immagino il sollievo dei domestici dopo avere immaginato Bossi nudo fra le lenzuola non certo dozzinali della villa del Cavaliere.

       A Berlusconi comunque non bastarono le cortesie da concavo o da convesso per evitare la clamorosa rottura  col “senatur”, che gli procurò lo sfratto da Palazzo Chigi notificatogli dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro con la nomina di Lamberto Dini a presidente del Consiglio.

                    Riuscito dopo qualche anno a ricucire con Bossi come solo lui poteva fare con la sua ostinazione, e a tornare a Palazzo Chigi grazie alla ricostituzione del centrodestra, Berlusconi aggiornò i suoi metodi invitando sistematicamente a cena di lunedì il leader leghista ad Arcore per chiarire eventuali incomprensioni e definire insieme l’agenda della settimana di governo, prima che entrambi rientrassero a Roma.

La pratica continuò anche dopo le rimostranze di Pierferdinando Casini e soprattutto di Gianfranco Fini, cui non bastarono nè il Ministero degli Esteri prima nè la Presidenza della Camera poi per sopportare quel tipo di rapporto privilegiato fra Berlusconi e Bossi. Alla fine fu rottura. E che rottura, davvero rovinosa per il giovane erede di Giorgio Almirante, pur corteggiatissimo dalla sinistra per i problemi che aveva saputo e voluto creare all’odiato Cavaliere.

            Di quelle cene dì lunedì ad Arcore ha ricordato nei giorni scorsi i benefici effetti politici  l’ex ministro leghista della Giustizia Roberto Castelli -l’”ingegnere acustico”, come lo sfotteva a Milano Francesco Saverio Borrelli- evocando i tempi fortunati del centrodestra in occasione degli 80 anni compiuti da Bossi, ormai a riposo eppure rimpianto a volte dallo stesso Salvini, nonostante la difficile eredità ricevuta.

Non parliamo poi del vice di Salvini e capo della delegazione leghista al governo Giancarlo Giorgetti, a sentire il quale in una intervista alla Stampa Bossi dovrebbe essere richiamato in servizio per gestire a nome e per conto della Lega la intricatissima vicenda della successione quirinalizia a Sergio Mattarella. Chissà come l’avrà presa Salvini. E chissà se, giusto per cautelarsi, egli non ha cominciato già a parlarne con Draghi facendo breccia nel muro della cortesia, buona educazione e quant’altro verso il presidente ancora in carica opposto di solito all’argomento dal presidente del Consiglio, come anche da Silvio Berlusconi, da Enrico Letta e da Giuseppe Conte, come se davvero per parlarne rispettosamente bisognasse attendere quanto meno la convocazione delle Camere, all’inizio dell’anno nuovo, per l’apertura delle danze. Santa ingenuità, a dir poco.

Pubblicato sul Dubbio

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