Quel nome galeotto del ballottaggio capitolino datogli da Bettini

Titolo del Dubbio
I disordini di sabato scorso a Roma

Più vedevo, per fortuna da casa, le immagini televisive delle piazze e delle strade di Roma messe a ferro e a fuoco dai manifestanti contrari alle vaccinazioni e ai green-pass, più mi tornava sabato sera alla memoria l’immagine militaresca usata qualche giorno prima da Goffredo Bettini per parlare, in una intervista al Corriere della Sera, del ballottaggio del 17 ottobre per l’elezione del sindaco capitolino che dovrà prendere il posto della grillina Virginia Raggi. “La madre di tutte le battaglie”, aveva detto l’amico e consigliere di un po’ tutti i segretari succedutisi al Nazareno, compreso per un pò l’ora bistrattato Matteo Renzi.

Enrico Michetti

Militaresco, in verità, era stato anche il linguaggio usato dalla pur gracile Raggi, rispetto alla mole di Bettini, per descrivere l’impresa tentata ostinatamente con la sua ricandidatura: l’unica -si era vantata la malcapitata- riuscita a contrastare davvero le “corazzate” del Pd, con Roberto Gualtieri a bordo, e del centrodestra. Che a Roma, ancor più che altrove, è più destra che centro. E la destra non è dell’eretico Matteo Salvini, dimentico della definizione di “costola della sinistra” guadagnatasi da Umberto Bossi ai tempi d’oro di Massimo D’Alema, ma la destra di Giorgia Meloni e fratelli. Che non a caso ha praticamente imposto ai suoi alleati come candidato al Campidoglio Enrico Michetti: l’avvocato e professore amministrativista propostosi di fare il sindaco di Roma dopo averne praticamente allevati tanti altrove con le sue dispense, o simili, scritte meritoriamente senza l’enfasi del “tribuno” dell’emittente Roma Roma.

Più sentivo definire anche documentativamente di destra i protagonisti della rivolta, con le immagini di quell’energumeno di Forza Nuova che prometteva di “prendersi Roma” in serata, più mi chiedevo perché mai quella destra di piazza ce l’avesse così tanto con la destra di palazzo moltiplicando con quel casino le già notevoli difficoltà di Michetti. Che è costretto di suo a sperare più nel soccorso anti-Pd dei vedovi politici della sindaca grillina uscente che in quello dei vedovi della candidatura di Carlo Calenda, o più ancora nel ravvedimento di qualche frangia del partito dei non votanti, al vertice della classifica al primo turno.

Mi chiedevo che cosa avessero fatto la Meloni, la sorella, il cognato capogruppo alla Camera Francesco Lollobrigida e naturalmente Michetti stesso per vedersi sporcare il marchio politico della destra a una settimana dal ballottaggio. E mentre i giornali attingevano impietosamente il biscotto nel cappuccino servito il giorno prima dal manifesto scoprendo nel repertorio degli scritti di Michetti una difesa a dir poco suicida delle vittime di tanti genocidi dimenticati o sottovalutati per essersi gli ebrei guadagnata, praticamente, una maggiore notorietà e solidarietà con le loro capacità finanziarie e lobbistiche. “Imperdonabile leggerezza”, ha poi ammesso per fortuna l’avvocato, affrettatosi anche ad una visita solidale a Maurizio Landini nell sede nazionale della Cgil devastata dalla destra di strada.

Ma era proprio sola quella destra nelle strade e piazze romane? Ecco una domanda alla quale penso che debbano trovare una risposta gli inquirenti occupandosi di quei seicento, più o meno, che risultano essere stati identificati o “intercettati” dalla polizia, provenienti un po’ da tutte le parti del nord. Che non so se sono arrivati a Roma cadendo nel trappolone di quelli di Forza Nuova fermati e arrestati o tendendo loro un trappolone a quegli altri, già facili a perdere la testa nei raduni come certi tifosi di Donald Trump hanno fatto in America quando il loro idolo ha mancato la conferma alla Casa Bianca. Ormai tutto è globalizzato, si sa: anche il cretinismo, il fanatismo e via mettendosi le mani fra i capelli quando se ne hanno abbastanza per farlo.

Che qualcosa di strano, diciamo così, rispetto anche alle brutte abitudini della destra romana di piazza non è sfuggito sabato sera a cronisti e osservatori che per fortuna non mancano nei giornali, per quanto malmessi da una crisi qualche volta persino identitaria come quella dei partiti.

Sarzanini sul Corriere della Sera di domenica
Bianconi sul Corriere della Sera di domenica

“Roma -ho letto, per esempio, sul Corriere della Sera il giorno dopo i disordini a firma di Fiorenza Sarzanini- è stata ostaggio di poche centinaia di violenti che sono riusciti ad aggregare migliaia di persone”. “Accanto alle abituali presenze -ho letto sempre sul Corriere a firma di Giovanni Bianconi- è comparso qualcosa di diverso. In strada, pronte a fronteggiare i celerini in tenuta antisommossa, c’erano persone a viso scoperto, uomini e donne non più giovani che gridavano esasperati, immobili e quasi indifferenti al getto degli idranti. Presenze quasi spiazzanti per chi deve resistere e se del caso caricare”.

“I tricolori ma anche le bandiere “indipendentiste” con il leone di San Marco, i saluti romani e le croci celtiche. Ma anche un cartello con scritto “Sandro Pertini è il pio presidente”. Gli ultrà neri di Roma, Lazio e Verona mobilitati dai loro leader. E però nella stessa piazza, sul lato opposto rispetto al palco, anche manifestanti vicini a frange di sinistra extraparlamentare, oltre alla solita galassia negazionista”, ha riferito scrupolosamente Paolo Berizzi su Repubblica.

Grazia Longo sulla Stampa di domenica

“La prima impressione -ha scritto Grazia Longo sulla Stampa– è quella che, oltre a una regia dietro gli exploit della folla inferocita, ci siano stati anche tanti cani sciolti. Uomini e donne di diversa estrazione sociale e di diverso colore politico, anche se la regia di piazza è da tempo in mano all’estremismo di destra, da Forza Nuova a Casapound”

Pubblicato sul Dubbio

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