Mario Draghi alle prese con i talebani di Kabul e…di casa nostra

Nell’agenda politica e persino personale di Mario Draghi c’è qualcosa di ancora più complicato della situazione creatasi in Afghanistan dopo il ritorno dei talebani al potere. Con i quali, pur senza concedere il riconoscimento del loro governo, il presidente del Consiglio in una sessione straordinaria del G20 da lui promossa ha appena cercato di mettere a punto un sistema di relazioni internazionali, magari garantite dalle Nazioni Unite, capace di condizionarne in qualche modo l’azione per garantire sia chi vuole lasciare l’Afghanistan sia chi vuole rimanervi ma non come in una prigione.

L’assalto alla sede della Cgil il 9 ottobre

I talebani, sia pure senza le loro barbe, o almeno non così folte, e ancora -per fortuna- senza i kalashnikov appesi al collo e imbracciati senza sicura, il povero Draghi ce li ha anche in casa: non dico proprio a Palazzo Chigi ma nei dintorni, fuori e persino dentro la sua composita maggioranza. Dove ci sono forze e persino leader, veri o presunti che siano, messisi a disquisire sulle modalità, sui tempi, sulle circostanze in cui dovere o potere sciogliere un movimento di estrema destra –Forza Nuova- colto con le mani nel sacco dell’assalto e della devastazione della sede nazionale del maggiore sindacato italiano. E altrettanto avrebbe probabilmente fatto, o lasciato fare, a Palazzo Chigi e a Montecitorio se i dimostranti non avessero trovato sulla loro strada in assetto di guerra, o guerriglia, le forze dell’ordine colpevolmente mancate -si spera di scoprire per responsabilità particolare di chi- attorno alla sede della Cgil, pur già indicata in piazza come un obiettivo da colpire.

Al netto delle “riflessioni” che Draghi si è limitato ad annunciare sulle modalità d’intervento su Forza Nuova, va detto che il governo di emergenza così fortemente e felicemente voluto dal capo dello Stato, e regolarmente fiduciato dalle Camere, non si meritava di trovarsi nelle condizioni in cui hanno quanto meno contribuito a metterlo anche i leghisti di Matteo Salvini e i forzisti di Silvio Berlusconi. Che hanno praticamente condiviso le contraddizioni, a dir poco, della loro alleata elettorale ma oppositrice del governo Giorgia Meloni nei rapporti con un’area limitrofa alla sua destra. Che cavalca più della stessa Meloni i “disagi”, come vengono eufemisticamente definiti, derivanti dalla necessità delle vaccinazioni antipandemiche e del green-pass obbligatorio da venerdì per accedere ai posti di lavoro.

L’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Nella confusione che anche le componenti di governo e di maggioranza del centrodestra -ripeto- hanno contribuito a creare in questo passaggio peraltro cruciale dell’azione di contrasto alla pandemia, e di soccorso alla salute fisica ed economica di tutta la comunità nazionale,  mi tocca condividere la conclusione dell’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. Che dice, pur prendendosela alla fine, e come al solito, prevalentemente col governo vittima più che colpevole della situazione: “Finora gli italiani avevano accettato pacificamente le restrizioni e, in gran parte, le vaccinazioni e ora vengono improvvisamente precipitati in una parodia di guerra civile tra fascisti e antifascisti: una strategia della tensione fuori tempo massimo che puzza tanto di giochetto elettorale”. Sullo sfondo in effetti ci sono i ballottaggi comunali di domenica, specie di quello a Roma: la famosa “madre di tutte le battaglie” evocata come in un’autorete dal “guru” dell’alleanza fra Pd e 5 Stelle. Che è il piddino Goffredo Bettini.

Da mani nei capelli gli errori del centrodestra su Forza Nuova

Titolo del Dubbio

Rido -scusatemi la franchezza- alla sola idea che il trentaduenne vice segretario del Pd Giuseppe Provenzano, Peppe per gli amici, già sperimentato coraggiosamente da Giuseppe Conte come ministro, possa essere solo immaginato sulle tracce di Ciriaco De Mita per avere invocato contro Giorgia Meloni un “arco democratico e repubblicano” dal quale tenerla fuori.

De Mita ai suoi tempi d’oro s’inventò nella Democrazia Cristiana l’”arco costituzionale” per tenere fuori dai giochi politici Giorgio Almirante, che guidava il Movimento Sociale. E riusciva a infilarsi ogni tanto nelle partite politiche con i voti segreti in Parlamento, ma persino con quelli pubblici fuori dalle Camere. Fu proprio con i missini, per esempio, che la Dc guidata da Amintore Fanfani si ritrovò nel referendum del 1974 contro il divorzio, perdendolo rovinosamente.

Craxi e De Mita ai tempi dell'”arco costituzionale”

Dell’”arco costituzionale” invocato da De Mita per isolare la destra missina e giocare solo con la sinistra va detto che nel 1985 Bettino Craxi da presidente del Consiglio si dissociò clamorosamente incontrando di persona, e con tanto di comunicato ufficiale, Almirante per verificarne la disponibilità ad appoggiare l’allora vice presidente del Consiglio e presidente della Dc Arnaldo Forlani al Quirinale, alla fine del mandato di Sandro Pertini. E avrebbe continuato su quella strada se lo stesso Forlani non si fosse spontaneamente sfilato dalla partita lasciando che De Mita, segretario della Dc, trattasse con i comunisti per eleggere al primo scrutinio il comune amico e collega di partito Francesco Cossiga, già presidente del Consiglio e in quel momento presidente del Senato.

Poi con Forlani il povero Craxi avrebbe ritentato nel 1992, alla scadenza del mandato di Cossiga, ma di nuovo il leader democristiano, nel frattempo diventato segretario della Dc, dopo due soli tentativi si ritirò sino a spiazzare l’alleato. La situazione politica era peraltro già deteriorata per i primi temporali di Tangentopoli e sarebbe precipitata con l’attentato di Capaci al mitico magistrato antimafia Giovanni Falcone.

L’”arco costituzionale” fu dunque una invenzione di De Mita dagli effetti più tattici che strategici, consentiti dalle presunte vittime, come fu appunto Forlani fortemente osteggiato dal Pci e poi dal Pds sulla strada del Quirinale, ma mai davvero deciso, sino all’ostinazione, a scalare il Colle.

Va inoltre detto che l’arco di De Mita mirava solo ad escludere dal gioco la destra missina, non ad eliminarla dal Parlamento mettendola fuori legge. L’allora leader democristiano non ci provò neppure, come penso non volesse provarci l’altro ieri il giovane Provenzano parlando dell’’”arco democratico e repubblicano” e sapendo che Giorgia Meloni con i suoi fratelli d’Italia ha ormai una consistenza elettorale neppure paragonabile a quella degli anni migliori di Almirante. E’ addirittura ai vertici della classifica dei partiti

Eppure la Meloni ha voluto drammatizzare l’uscita del vice segretario del Pd accusandolo di volere mettere fuori legge la destra da lei guidata, e costringendo Enrico Letta a precisare che il suo partito vuole sciogliere e mettere fuori legge solo -e per me giustamente- l’estrema destra chiamata “Forza Nuova”, colta con le mani praticamente nel sacco nell’assalto alla sede nazionale della Cgil e negli altri disordini di sabato scorso a Roma. Dove soltanto una più accorta dislocazione delle forze dell’ordine ha evitato che fosse assaltato anche Palazzo Chigi.

Draghi da Landini alla Cgil

Perché la Meloni abbia voluto esasperare la sortita del vice segretario del Pd, spingendolo ben oltre il De Mita degli anni d’oro, mi riesce francamente difficile capire, e tanto meno condividere. Ma ancor meno capisco, mettendomi le mani nei capelli, come e perché abbiano deciso più o meno di seguirla le due componenti del centrodestra che fanno parte del governo e della maggioranza, cioè leghisti e forzisti di Silvio Berlusconi, per nulla trattenuti dall’esposizione del presidente del Consiglio Mario Draghi. Che ha voluto solidarizzare come più chiaramente non si poteva con la Cgil e il suo segretario generale Maurizio Landini condividendone la richiesta dello scioglimento di “Forza Nuova”. Cui invece tutto il centrodestra praticamente resiste mescolando questioni di procedura con questioni di principio. E di fatto condividendo il sospetto della Meloni, e di Ignazio La Russa, che quella formazione di energumeni dell’estrema destra sia stata lasciata vivere e forse persino crescere negli anni passati, magari anche quando La Russa era ministro, apposta per strumentalizzarne le imprese.

Una manifestazione di Forza Nuova

Non capisco, e tanto meno condivido, neppure la decisione del centrodestra di non partecipare, pur avendo solidarizzato pubblicamente anch’esso con la Cgil, prima ancora della visita di Draghi a Landini, alla manifestazione di sabato promossa dai sindacati. Essa ha l’inconveniente -d’accordo- di coincidere col silenzio elettorale dei ballottaggi comunali del giorno dopo. Ma per evitare che essa si traducesse o rischiasse di tradursi in una violazione, peraltro ormai abituale per tanti versi, del silenzio elettorale bastava e avanzava l’annuncio dell’adesione anche del centrodestra, almeno di quello che partecipa -ripeto- alla maggioranza e al governo di Draghi. Dai cui organi non mi risulta sia arrivato un divieto a quella manifestazione né per ragioni elettorali né per ragioni di ordine pubblico.

Pubblicato sul Dubbio

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