Quegli annunci alquanto prematuri di ultimatum a Draghi e di una sua stanchezza

C’è qualcosa di francamente esagerato nella rappresentazione fatta a sinistra e a destra dei problemi di governo con i quali è alle prese in questi giorni il presidente del Consiglio, peraltro già impegnato a fine settimana e mese sul piano internazionale col G20 a Roma.

Titolo di Repubblica

Esagerato, in particolare, è quell’”ultimatum a Draghi” gridato su tutta la prima pagina da Repubblica riferendosi alle resistenze della Lega, sul piano politico, e dei sindacati quasi convergenti sulla questione dell’uscita dalla cosiddetta quota 100 per le pensioni. Come se davvero nell’attuale situazione politica, in pieno semestre cosiddetto bianco e con i partiti in condizioni di salute non proprio brillanti, neppure quelli che si sono attribuiti, a torto o a ragione, la vittoria o addirittura il “trionfo” in un turno di elezioni amministrative contraddistinto dal record delle astensioni, ci fosse qualcuno in grado di porre ultimatum al governo. Il cui credito internazionale deriva solo dal prestigio personale del presidente del Consiglio. Una sua semplice o involontaria smorfia di stanchezza provocherebbe nei mercati una tragedia per i nostri conti.

Titolo di Libero

A proposito di stanchezza, è altrettanto esagerato solo immaginarla da parte di un uomo dal sistema nervoso e dal senso di responsabilità di Mario Draghi, col curriculum che ha alle spalle e con quello che potrebbe ancora ottener solo se lo volesse, mostrandosi disponibile, per esempio, ad un trasferimento al Quirinale non per defilarsi ma per garantire da un’altra postazione la realizzazione del piano della ripresa, finanziato dall’Unione Europea a condizione di una serie di riforme. Il titolo di Libero su Draghi “stufato” o la foto d’archivio riesumata dal Tempo per rappresentare il presidente del Consiglio sul punto di abbandonare il posto sono soltanto infortuni di fantasia.  

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Letta e Conte cercano di bloccare lo “shopping” quirinalizio di Berlusconi

Titolo del Corriere della Sera
Cronaca di Repubblica

Giuseppe Conte ed Enrico Letta, in ordine rigorosamente alfabetico, debbono avere una ben scarsa considerazione dei giornalisti e dei lettori se hanno avuto la disinvoltura di far passare per “riservato” un loro incontro conviviale di due ore improvvisato a due passi da Montecitorio, in uno dei ristoranti più notoriamente frequentati dai politici. E per giunta sedendosi, non in fondo alla sala ma accanto ad una finestra per essere ripresi, sia pure in modo non molto brillante per qualità d’immagine, da una telecamera del Tg3. E facendo poi scrivere a tutti i cronisti, proprio tutti, di avere parlato, oltre che dei temi con i quali è alle prese in questi giorni il governo e dei risultati delle elezioni amministrative, anche della corsa al Quirinale. O soprattutto di questa, mi permetto di sospettare, peraltro a dispetto della “moratoria” proposta, o comunque impostasi da Letta nelle scorse settimane, in attesa che le Camere fossero convocate congiuntamente, in gennaio, per l’elezione del successore di Sergio Mattarella.  

Via, onorevole Letta, ora che ha riacquistato con l’elezione a Siena questo titolo, peraltro non più disprezzato dai grillini, almeno da quelli di tendenza contiana: cerchi, per cortesia, di non prendersi più gioco dell’informazione di quanto non sia umanamente accettabile, con la pretesa di affidare un problema così importante sul piano istituzionale e politico ad un confronto, un negoziato e quant’altro tutto nascosto. Che è, peraltro, il modo peggiore per difendere l’elezione indiretta, e non diretta invece, del capo dello Stato, come preferirebbe invece la stragrande maggioranza degli italiani.

Matteo Salvini qualche giorno fa sul Quirinale

La verità è -con o senza il consenso di Conte e di Letta a cercare di raccontarla e spiegarla ai lettori- che i due commensali hanno voluto interrompere, incontrandosi in modo così poco riservato e appunto parlando anche o soprattutto del Quirinale, la rappresentazione giornalistica di un Silvio Berlusconi protagonista della partita. Che non solo non ha alcuna intenzione di “tirarsi indietro”, come ha pubblicamente annunciato, dalla corsa al Quirinale, pur alla sua età e con tutti i problemi di salute e ancora di tribunale che ha, ma si è premurato di vincolare a sostenerlo i pur abitualmente divergenti alleati di destra, impegnatisi a votarlo. O almeno, come ha poi precisato in pubblico Matteo Salvini, a rendere “determinante” il centrodestra nell’elezione del successore di Mattarella: cosa chiaramente diversa da un Berlusconi o niente.

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo del Corriere della Sera

Se vogliamo proprio dirla tutta, sempre con o senza il consenso degli interessati, in quelle due ore di incontro conviviale dietro a una finestra Conte e Salvini hanno alla loro maniera cercato di bloccare quello che Il Fatto Quotidiano ha definito nel titolo di prima pagina di oggi “lo shopping” di Berlusconi. Al quale addirittura mancherebbero ormai soli 35 voti alla maggioranza assoluta dei cosiddetti “grandi elettori”, fra deputati, senatori e delegati regionali, contro i 54 che invece risultano ancora al Corriere della Sera: tutti e tutto, naturalmente, al lordo dei pur scontati “franchi tiratori”. I quali hanno vanificato nelle edizioni precedenti della corsa al Quirinale concorrenti come Romano Prodi, Arnaldo Forlani, Amintore Fanfani in ordine cronologico a ritroso, fra seconda e prima Repubblica, e senza includere nell’elenco il Giovanni Leone, bloccato prima della elezione nel 1971, e l’Aldo Moro neppure fatto arrivare alle votazioni nell’aula di Montecitorio, sempre nel 1971, come candidato della Dc

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E’ troppo affollata di aspiranti leader l’area sognata di centro

Titolo del Dubbio

Pietro Metastasio è tornato fra noi dopo trecento anni, se mai se n’è davvero andato, con la sua araba fenice, l’uccello sacro e favoloso degli antichi egiziani: “che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Alludo naturalmente al Centro, con la maiuscola, che -rappresentato allora dal Ppi-ex Dc di Mino Martinazzoli- il bipolarismo improvvisato da Silvio Berlusconi nel 1994 sconfisse ancor più della “carovana” di sinistra guidata dal segretario del Pds-ex Pci di Achille Occhetto.

Il Centro tuttavia fu sconfitto per modo di dire perché a rimpiangerlo e a tentare di rianimarlo cercarono subito in tanti muovendosi sia all’interno del centrodestra sia all’interno del centrosinistra riesumato con lo sfaldamento del Ppi, l’invenzione dell’Ulivo, la sua trasformazione nell’Unione, la fusione nel Pd tra gli avanzi comunisti, quelli della sinistra democristiana e cespugli liberali e verdi. La voglia di centro è cresciuta via via che il bipartitismo è andato affievolendosi, sino a sembrare sepolto dal tripolarismo sognato dai grillini in una breve stagione.

E’ un sogno quello di un Centro autonomo, a dispetto di una legge elettorale ancora in vigore con una sua parte maggioritaria che molti sono tentati di abolire, magari momentaneamente, solo per il prossimo passaggio, ma nessuno ha la forza per ora di rimuovere. E’ un sogno che i sismografi elettorali, come potrebbero essere definiti i sondaggi, stentano a registrare con una certa evidenza reale ma che almeno i giornali avvertono per i tanti che aspirano a raccoglierlo e a rappresentarlo. E ciò a partire da Silvio Berlusconi rimanendo però a custodire il centrodestra, almeno sino alla partita del Quirinale dalla quale egli ha appena dichiarato di “non tirarsi indietro”, così come Enrico Letta rimanendo a custodire il centrosinistra “largo” e continuando a pensare a Matteo Renzi e Carlo Calenda.

Non dimentichiamoci infine di Clemente Mastella, appena esaltatosi con la conferma “contro tutti” a sindaco di Benevento, e per niente trattenuto dallo scherno di Calenda. Che, attestatosi sul 4,5 per cento accreditatogli dal recentissimo sondaggio di Alessandra Ghisleri, più del doppio del partito di Renzi, ritiene di essere ormai il vero protagonista di quest’area pur ancora gassosa, per presidiare la quale egli, già eurodeputato, ha rinunciato al seggio troppo riduttivo e fastidioso di consigliere comunale di Roma.

Clemente Mastella

Se vi è uno specialista del Centro, quasi la sua rappresentanza fisica, per averne per primo tentato la riesumazione dall’interno del centrodestra, infastidendo nei giorni pari Berlusconi, costretto a tenerselo per un po’ a Palazzo Chigi come vice presidente del Consiglio, e nei giorni dispari il  suo amico e collega di partito Pierferdinando Casini, questi è Marco Follini. Che dalla postazione che ha ormai scelto di politologo, deluso da entrambi i poli del bipartitismo da lui vissuto del resto con scetticismo, sa descrivere come pochi gli spettacoli della politica. dividendosi fra giornali e libri.

Marco Follini sull’Espresso
Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

E’ ancora in edicola il numero dell’Espresso in cui Follini, includendo nel paesaggio del centro anche l’amico Totò Cuffaro, tornato a fare politica in Sicilia, dove peraltro è metaforicamente risbarcato anche Marcello Dell’Ultri -tutti sbeffeggiati in un fotomontaggio di qualche giorno fa dal Fatto Quotidiano- incoraggiando il fedele Gianfranco Miccichè a sperimentare un’alleanza con Renzi l’anno prossimo nelle elezioni comunali a Palermo, ha condizionato la nascita o rinascita del Centro a questa possibilità: che diventi “un luogo nel quale la passione politica si accompagna alla prudenza, il protagonismo delle prime file si coniuga con la militanza delle file assai più indietro e il carattere forte, ma non troppo del leader di turno si stempera nella pluralità delle opinioni e delle ambizioni di quanti gli tengono compagnia”.

Enrico Letta

Quello di Follini è un ritratto, diciamo così, del Centro coerente con la sua formazione e militanza nella irripetibile Dc, di cui non a caso è stato lo storico più acuto scrivendone; coerente col punto di riferimento da lui scelto durante quell’esperienza in Aldo Moro, ripiegando dopo la sua morte su Tony Bisaglia, che lo preferiva per intelligenza a Casini il bello; coerente infine con le dure prove vissute nella cosiddetta seconda Repubblica, ma sinceramente lontano da ciò che l’araba fenice centrista offre oggi. Ve lo immaginate un Renzi o un Calenda, o gli stessi Berlusconi ed Enrico Letta ora custodi del centrodestra e del centrosinistra, capaci di considerarsi soltanto “leader di turno”, come ha scritto Follini?  Sì, anche Enrico Letta ormai mi è parso un po’ troppo sopra le righe scambiando addirittura per “trionfo” la vittoria conseguita nelle elezioni amministrative di questo ottobre.

Gioca in fondo contro il Centro giustamente inteso come lo ha descritto Follini quel “codice della nostra modernità politica”, come lui stesso lo ha chiamato avendolo provato sulla propria pelle, che “reclama un capo e si aspetta incisività, temperamento, leadership, fin quasi alle soglie del culto della personalità”. E invece “il valore di una forza intermedia”, come il Centro deve essere, “sta nella pazienza con la quale la si intesse, nell’ospitalità che riserva a chi vi affluisce, nel riguardo che porta a chi canta nel coro in un modo tutto suo”, o aspettando il segnale del “direttore d’orchestra” per suonare al momento opportuno lo “squillo di tromba”.

Giuseppe Conte al Corriere della Sera di ieri

Temo che da questo Centro siamo ancora lontani. Lo temo anche a costo di rischiare la condivisione del giudizio di Conte quando, non riconoscendosi nelle critiche rivolte anche a lui non sempre a torto, denuncia il rischio, come ha detto ieri al Corriere della Sera,  di  finire “ostaggio”, con il Centro, “di chi vive la politica come dimensione personalistica in base a slanci narcisistici”. 

Pubblicato sul Dubbio

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