Infortunio di Enrico Letta, e di Conte, al Senato sull’omotransfobia

Con l’enfasi cui spesso cede nonostante l’aspetto di uomo misurato e riflessivo -l’enfasi, per esempio, del “trionfo” annunciato dopo i ballottaggi comunali del 17 e 18 ottobre- il segretario del Pd Enrico Letta ha definito addirittura “uno stop al futuro” la battuta d’arresto subita al Senato, con una votazione a scrutinio segreto, dal disegno di legge contro l’omotransfobia  già approvato alla Camera, noto col nome del deputato piddino proponente Alessandro Zan.

 Analoga è stata la reazione di Giuseppe Conte, consolatosi con la convinzione che il Paese sia più avanti del Senato: cosa peraltro che contrasta con le resistenze tanto a lungo opposte dall’ex presidente del Consiglio ad uno scioglimento anticipato delle Camere evidentemente così indietro. Per evitare le urne egli rimase a Palazzo Chigi nel 2019 cambiando maggioranza, cioè sostituendo la Lega di Matteo Salvini col Pd di Nicola Zingaretti, e cercò di restarvi ancora a cavallo fra il 2020 e il 2021 arruolando “volontari”, “responsabili”, “costruttori” e quant’altri.

Più che il “futuro” retoricamente inteso come generale e assoluto, attribuendo all’antichità, che peraltro non è mai da buttare via così all’ingrosso, la visione della legge Zan da parte del centrodestra, che l’ha stoppata con l’aiuto sotterraneo di almeno 16 senatori dello schieramento opposto, ho la sensazione che il voto del Senato abbia compromesso solo il futuro della combinazione di maggioranza coltivata da Letta e Conte, basata su un asse privilegiato fra Pd e ciò che resta del Movimento 5 Stelle.

Titolo del Fatto Quotidiano
Vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

Di questa combinazione Conte pensava di poter essere addirittura il capo per il credito concessogli da Zingaretti di “punto di riferimento dei progressisti”. Ora il successore Enrico Letta, imbaldanzito non so se più per la salute del Pd da lui rinfocillato o per la febbre dei grillini misurata nelle elezioni amministrative di ottobre, pensa di poterne assumere direttamente e forse anche personalmente la guida. E forse per sperimentarne la praticabilità ha imprudentemente cercato, dopo qualche esitazione, prima aprendo e poi chiudendo il disegno di legge Zan a modifiche che potessero garantirgli maggiori consensi, o minori resistenze, lo scontro al Senato, Che si è chiuso a vantaggio invece del centrodestra, cui a conti fatti, tra osservatori e vignettisti, avrebbe fornito l’aiuto necessario un Renzi pur personalmente rimasto lontano dall’aula di Palazzo Madama, addirittura in terra araba, dove le sue consulenze sono molto apprezzate e ben retribuite. Di questo aiuto sono stati così sicuri al Fatto Quotidiano da averci titolato in prima pagina  annunciando “la fondazione” di questa nuova maggioranza dalle ambizioni ben più grandi del semplice blocco di un disegno di legge.

Titolo di Libero

Altri, da destra e da sinistra, esultando o strappandosi le vesti, hanno visto e indicato nella votazione al Senato ”le prove” della corsa al Quirinale o, più in particolare, della candidatura di Silvio Berlusconi. Che conta di poter centrare l’obiettivo del Colle dal quarto scrutinio in poi, quando occorrerà la maggioranza assoluta dei “grandi elettori”, non più quella dei due terzi. A dire la verità, tuttavia, pur superiori ai 131 voti dell’area giallorossa, chiamiamola così, i 154 voti segreti che hanno bloccato la legge Zan sono stati la maggioranza dei votanti, non del pieno dell’assemblea.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il rischio di sfidare con una crisi più Mattarella che Draghi

Titolo del Dubbio

Ogni tanto qualcuno teme o auspica, secondo le preferenze o gli interessi politici, che Mario Draghi perda la pazienza di fronte a partiti, sindacati e quant’altri e corra al Quirinale a dimettersi. Naturalmente non accadrà, specie in questi giorni, anzi ore di vigilia del G20 a Roma, da lui costì meticolosamente organizzato nel mezzo di un bel po’ di crisi sparse nel mondo. E’ già tanto che il presidente del Consiglio si sia allontanato dall’incontro con i sindacati prima che terminasse senza intesa sulle pensioni e sul resto, per nulla trattenuto dalla minaccia di sciopero.

Né si può pensare che egli possa o voglia replicare quell’allucinante spettacolo di un pur professionista della politica qual era Mariano Rumor. Che una cinquantina d’anni fa colse al volo l’occasione offertagli dall’annuncio di uno sciopero generale per aprire la crisi di governo e chiedere lo scioglimento anticipato delle Camere, rifiutatogli però dal capo dello Stato Giuseppe Saragat.

Draghi è di altra stoffa, e anche di tutt’altro prestigio personale, che non metterebbe certamente a rischio con un’alzata di testa. Al massimo, come gli rimprovera ogni giorno Il Fatto Quotidiano, egli tira dritto, fa approvare dal Consiglio dei Ministri le misure contestate fra partiti e sindacati, le manda alle Camere e le sfida praticamente a bocciargliele, a costo di una crisi.

Ma in questo caso più che sui nervi di Draghi bisognerebbe interrogarsi su quelli di Sergio Mattarella, di cui attori politici e ora anche sindacali mostrano francamente di non avere riguardo alcuno in questa congiuntura istituzionale, quando egli è, diciamo così, vulnerabile per le limitazioni costituzionali impostegli dal cosiddetto semestre bianco, quando il presidente della Repubblica chiamato a gestire una crisi di governo non può usare il diritto di sciogliere le Camere e passare la parola agli elettori. E’ una prerogativa che da sola durante tutto il resto del mandato gli conferisce più autorità nell’esercizio delle funzioni di garanzia, e di moderazione delle manovre politiche più spericolate. Come furono quelle tentate nell’ultima crisi da Conte barricato a Palazzo Chigi a cercare supporti improvvisati ad una maggioranza venuta meno col ritiro di Matteo Renzi.

Allora, come si ricorderà, Mattarella non volendo sciogliere le Camere per i rischi di contagio  con la pandemia non controllata come adesso si assunse responsabilmente l’onere di esporre pubblicamente le sue preoccupazioni e di mettere in pista Draghi col suo governo di emergenza, estraneo alle consuete formule politiche.

Adesso a crisi eventualmente aperta da o per colpa di qualche disperato, non potendo mandare alle urne per impedimento costituzionale i cittadini che vi sono appena tornati per elezioni amministrative e suppletive, siamo proprio sicuri che Mattarella faccia finta di niente? E pazientemente si metta a gestire la crisi come se fosse una delle tante, magari rinviando Draghi alle Camere o, per sottrarre il Paese alla eventualità pur prevista dalla Costituzione del cosiddetto esercizio provvisorio, improvvisi un governo tecnico per l’approvazione del bilancio, contando nel frattempo sull’esaurimento del suo mandato e sulla priorità dell’elezione del suo successore, in Parlamento, imposta dalla Costituzione? E facendo nel frattempo gli scongiuri col pensiero rivolto ai mercati finanziari e al piano della ripresa bloccato per la sospensione dei fondi disposti dall’Unione Europea?

Mattarella, come Draghi, ha mostrato di avere un sistema nervoso eccellente ma esagerarne oltre un certo limite potrebbe diventare un suicidio per chi vi dovesse tentare.

Proviamo ad immaginare, solo ad immaginare, uno scenario che pure mi è stato adombrato da un comune amico che ha una certa pratica politica e ricorda, peraltro, per averle vissute più che da testimone, le dimissioni di Francesco Cossiga nel 1992 al Quirinale o la vicenda che nel 2013 portò alla conferma di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica.

Cossiga, piuttosto che gestire una crisi senza avere più la possibilità di sciogliere le Camere peraltro appena elette, ma anche allo scopo di mettere il Quirinale nel paniere delle trattative fra i partiti per la formazione del nuovo governo, lasciò il suo posto con qualche settimana di anticipo. E capitò di tutto: la ricerca inutile del successore, la strage di Capaci, la forzata interruzione della ricerca di un’intesa generale sugli equilibri politici del Paese, l’elezione improvvisata del nuovo capo dello Stato scegliendolo fra presidenti delle due Camere. Mi vengono personalmente i brividi a ricordare quei giorni, e anche quelli che seguirono.

Pier Luigi Bersani

Nel 1993 Napolitano fu supplicato di lasciarsi confermare, praticamente a termine, nel mezzo di una crisi di governo bloccata dall’ostinazione con la quale Pier Luigi Bersani cercava di formare un governo “di minoranza e combattimento” appeso agli umori dei grillini. E confermato, con la possibilità riconquistata di sciogliere le Camere  pur appena elette, “Re Giorgio” impose il governo delle larghe intese di Enrico Letta.

Tornando a Mattarella, se dovesse reagire ad una crisi accelerando con le dimissioni la sua successione, i partiti semplicemente impreparati, nel marasma in cui si trovano sia quelli di maggioranza sia quelli di opposizione, dovrebbero solo supplicarlo di restare e consegnarsi al governo Draghi più ancora di quanto già non siano adesso. Bel suicidio, per loro. Ma forse non per il Paese.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 30 ottobre

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