Lo strappo di Salvini sul fisco? E quello di Draghi, che va avanti, dove lo mettete?

Titolo di Repubblica

“Lo strappo di Salvini” troneggia sulle prime pagine dei giornali per annunciare la decisione del leader leghista di fare disertare dai suoi ministri le riunioni di governo sulla cosiddetta “delega fiscale”. Che puntualmente, rispetto al programma esposto al Parlamento  e ora collegato anche al piano della ripresa e ai relativi finanziamenti europei, il presidente del Consiglio ha deciso di portare alle Camere.

Ma è uno “strappo” anche la reazione di Mario Draghi, almeno rispetto alla pratica seguita su altri temi in precedenti occasioni, contrassegnate da rinvii e consultazioni suppletive, per esempio quando si vararono a più riprese, fra le proteste, le resistenze e le minacce dei grillini, le modifiche del governo alla riforma del processo penale allora all’esame della competente commissione di Montecitorio. Ricordate?

Che cosa ha indotto stavolta Draghi a tirare dritto, in combinazione col ministro dell’Economia Daniele Franco, sfidando praticamente Salvini a motivare le ragioni del dissenso, ma davvero, entrando nei contenuti del disegno di legge delega. E non solo protestando contro la mezz’oretta che il presidente del Consiglio avrebbe lasciato a disposizione dei leghisti per esaminare il testo, come se fosse  un “oroscopo”, prima di discuterlo collegialmente?  Hanno spinto a questo il presidente del Consiglio almeno due motivi.

 Innanzitutto Draghi è convinto di avere già discusso dell’argomento con i rappresentanti del partito di Salvini, e forse con lo stesso Salvini, fornendo tutte le spiegazioni a lui possibili. E assicurando anche con dichiarazioni pubbliche che la revisione del catasto edilizio, comprensivo della delega, non si tradurrà in un maggiore onere per i contribuenti, dato invece per scontato dall’opposizione di destra di Giorgia Meloni e temuto, a dir poco, dal partito di Salvini. D’altronde, per tradurre in una maggiore tassazione la revisione del catasto occorrerebbe attenderne l’epilogo, non prima del 2023, cioè quando ci sarà un altro Parlamento. Dove Salvini e la Meloni, in teoria, stando alle loro convinzioni, potrebbero trovarsi in maggioranza o addirittura guidare il governo, a seconda di chi fra i loro partiti avrà preso più voti nella coalizione di centrodestra, con o senza il trattino riesumato da Silvio Berlusconi.  O potranno trovarsi all’opposizione, e da lì giocare la loro partita.

Vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX
Titolo di Libero

C’è inoltre la consapevolezza da parte di Draghi – anche se il presidente del Consiglio ha diplomaticamente finto di non sapere o volere giudicare questo aspetto tutto politico del problema- di un rafforzamento derivato al governo dai risultati delle elezioni amministrative di domenica e lunedì, visto come ne sono usciti -alquanto malconci- i due partiti che vi partecipano con le maggiori sofferenze. E che sono la Lega, appunto, e il MoVimento 5 Stelle ora guidato da Giuseppe Conte: entrambi poco interessati, a questo punto, se hanno un po’ di sale in zucca, a non peggiorare la loro situazione con una crisi -non la “crisetta” su cui ha titolato Libero– destinata a sfociare in elezioni anticipate dopo che le attuali Camere avranno sciolto, prevedibilmente in febbraio, il nodo del Quirinale eleggendo il successore di Sergio Mattarella o confermando il presidente uscente della Repubblica. Che sta cercando casa in affitto, d’accordo, come ha documentato recentemente con tanto di foto il Corriere della Sera, ma senza per questo dovere per forza lasciare il suo alloggio quirinalizio se ne dovesse ancora avere bisogno per un po’.

Ripreso da http://www.startmag.it

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