Brividi ad Arcore per la nube del sondaggio che dà Berlusconi sorpassabile anche da Calenda

Il sondaggio appena condotto per Otto e mezzo

  Pare dunque che ad Arcore e dintorni, più ancora di quella grande nube nera levatasi sulla Lombardia per un incendio, vista d’altronde da quelle parti più in televisione che ad occhio nudo perché fortunatamente distante, abbia creato un certo panico un sondaggio elettorale di Demopolis condotto per il salotto televisivo di Lilli Gruber, su la 7. Un sondaggio peraltro che rischia di essere ricordato più a lungo del solito perché da dopodomani- 10 settembre- non se ne potranno pubblicare altri, troppo vicini al 25, il giorno del voto. 

Augusto Minzolini sul Giornale

E’ valsa poco la consolazione della distanza ormai incolmabile fra il centrodestra e la coalizione rimasta nelle mani di Enrico Letta. Una consolazione modesta rispetto alle dimensioni, all’interno del centrodestra, della crescita di Giorgia Meloni. Che con quel 25 per cento non solo e non tanto ha sorpassato ulteriormente all’esterno il Pd, ma all’interno  ha superato di parecchio la somma dei voti della Lega e di Forza Italia. E’ una circostanza che delude un pò la principale aspettativa berlusconiana emersa dagli editoriali del Giornale di famiglia del Cavaliere. Nell’ultimo dei quali, oggi, si legge  ancora che “la scelta è tra chi tra i partiti del centrodestra vuole che il profilo del futuro governo abbia l’imprinting della destra, populista o sovranista poco importa, e chi invece preferisce che il proprio voto garantisca un esecutivo più attento all’Europa o ai valori liberali”. “Da qui non si scappa”, ha avvertito il direttore Augusto Minzolini.  

Berlusconi collegato a Porta a Porta

Ebbene, Forza Italia è lontana non solo dal 20 per cento sognato da Silvio Berlusconi- che in un collegamento televisivo con Bruno Vespa se n’è quasi scusato dicendo di averla sparata così grossa per motivare i suoi- ma anche dall’obiettivo più modesto e realistico di un risultato genericamente a due cifre. Il partito del Cavaliere è dannatamente sotto il 7 per cento, sia pure di uno starnuto per ora, accreditato al cosiddetto terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi. Che è nato dichiaratamente per togliere voti, da posizioni di centro, sia al Pd sia, appunto, a Forza Italia. E pare che stia riuscendo a farlo ai danni più dell’una che dell’altro. 

Gelmini e Carfagna con Calenda

Un aiuto su questa strada a Calenda e a Renzi è dato naturalmente dalle ministre ex forziste Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini, in ordine rigorosamente alfabetico,  candidatesi nel terzo polo dopo il contributo dato a sorpresa anche da Berlusconi, e non solo da Salvini, ad un assottigliamento tale della maggioranza uscente di questa legislatura da avere spinto alle dimissioni Mario Draghi. Che peraltro -non dimentichiamo- era stato contrastato personalmente da Berlusconi come candidato al Quirinale perché insostituibile a Palazzo Chigi. 

Mario Draghi

Non si è rivelato proprio un capolavoro di coerenza di fronte a quel che sarebbe poi accaduto, per quanto Berlusconi si difenda sostenendo che, se lo avesse voluto davvero, Draghi avrebbe potuto restare al suo posto dopo la fiducia negatagli dai grillini scaricandoli e cambiando maggioranza. Ma Draghi -va detto anche questo- può difendersi a sua volta  dicendo che la disponibilità del Pd, oltre che sua personale, ad una simile operazione non era certa. Di certa invece è rimasta sul tavolo la fiducia a Draghi negata anche dal partito di Berlusconi, e da quello di Salvini, dopo il disimpegno grillino. 

Della Carfagna e della Gelmini -per non parlare di Renato Brunetta, ritiratosi proprio dalla politica- Berlusconi ha ritenuto di liquidare il dissenso facendone denunciare il “tradimento” dalla solita corte, di donne ma anche di uomini, alla quale lui permette di liquidare i rapporti politici col criterio dei favori, premi eccetera ricevuti e dati. Almeno la buonanima di Palmiro Togliatti nel Pci si avvolgeva nella bandiera non personale dell’ideologia per liquidare i dissidenti come “pidocchi nella criniera del cavallo”. Con Berlusconi invece tutto su riduce alla fine sul piano personale. Peccato, anche per lui.  

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Se la crisi d’identità della politica finisce in una mostra d’arte

Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Dichiaratamente e orgogliosamente ispirato al Quarto Stato, il celebre capolavoro di Giuseppe Pellizza da Volpedo, ammirando il quale sono cresciute generazioni di socialisti inconsapevoli che ad un certo punto della storia d’Italia e della sua sinistra essi sarebbero diventati, o sarebbero stati trattati come intrusi, Bruno Pellegrino ha finito per tradurre a sua insaputa -ma non so fino a che punto- in una proiezione della campagna elettorale in corso una mostra di maschere da lui dipinte su ferro. Che lo stesso ex senatore del Psi degli anni di Bettino Craxi ha  rivelato di usare come “un materiale molto più docile di quanto non si possa immaginare”. “Io -ha spiegato- lo taglio con il plasma e lo dipingo come fosse una tela”. 

Bruno Pellegrino

Sempre Bruno, il mio amico Bruno, assorto e felice nella sua fuga ormai da una politica nella quale c’è davvero poco in cui si possa riconoscere. al pari di molti altri, a cominciare dal sottoscritto, ha dichiarato di essersi “impegnato a trasformare volti anonimi in individui con la loro personalità, che possono comunque essere individuati come massa critica, ma sviluppano le loro identità con le loro storie, che camminano, e i loro mondi che si incrociano, e le loro culture che si contaminano, dando a ciascuno di loro un’anima, puntando sul colore in modo impressionistico per trasmettere emozioni”. 

Pagatogli tuttavia questo contributo di cronaca, Bruno mi perdonerà la libertà di visione, lettura, interpretazione e quant’altro che mi sono presa collegando le sue maschere un pò agli spettatori e un pò anche agli attori della primizia politica che è stata ed è ancora la campagna elettorale estiva di questo bizzarro  2022. 

Giovanna Melandri

Nel Corner del Maxxi -il museo nazionale delle arti del XXI secolo, che ospita la mostra di Pellegrino intitolata Personae- di fronte alle 63 sculture bidimensionali, e alle 6 grandi maschere allineate poco prima, mi sono sentito come ad uno spettacolo forse ancor più politico che artistico. E mi ha un pò consolato, come se avessi trovato una sponda emotiva,  un’opinione espressa dalla sempre bella Giovanna Melandri, presidente del museo. “Sono persone con la loro spirituale individualità -ha detto l’ex ministra della cultura parlando delle maschere di Bruno- che possono diventare anche terreno per una nuova politica”. Nuova, appunto, come in tanti la cercano, l’aspettano, la reclamano delusi da quella attuale o prevalente, che abbonda più di parole che di idee, di luoghi comuni più che di proposte innovative, di insolenze più che di rispetto, di paure più che di fiducie. 

Sbaglierò, per carità, essendo forse fra quelli che invecchiando peggiorano anziché migliorare come il buon vino. Ma non è forse un caso che visitando la mostra fra i primi, poco dopo l’inaugurazione, mi sono ritrovato con persone che ritengo -per come le conosco  o ne ho interpretato più o meno recenti sortite o silenzi- ugualmente deluse dalla politica di questi tempi, di questi protagonisti, di questi attori. Persone di varie provenienze o culture -messe in ordine rigorosamente alfabetico dopo averle viste- come Pierluigi Battista, Luigi Compagna, Anna Finocchiaro e Marco Follini.  Con i quali mi scuso in anticipo se mai non dovessero gradire questa citazione. 

Ho l’impressione che il 25 settembre in cabina elettorale mi torneranno alla mente le maschere di Bruno, che rimarranno esposte al Maxxi sino a oggi 8 settembre. Chissà se mi aiuteranno a scegliere meglio. Ma di certo voterò, considerando l’astensionismo l’altra faccia dell’evasione fiscale. 

Pubblicato sul Dubbio

Enrico Letta suona l’allarme per una stravittoria di Giorgia Meloni

Titolo di Repubblica

In un crescendo non contraddittorio ma complementare alla scelta di Gorgia Meloni come antagonista principale di questa campagna elettorale, il segretario del Pd Enrico Letta ha lanciato “l’allarme” per la democrazia. Che è stato scelto come apertura di prima pagina da Repubblica, volendolo evidentemente condividere. Un allarme che deriverebbe non solo e non tanto dalla ormai scontata vittoria elettorale del centrodestra a trazione femminile con Giorgia Meloni, quanto dalle sue dimensioni. 

Titolo del manifesto

L’”incubo” lettiano, esplicitato in particolare dal manifesto, è che la destra -grazie ad una legge elettorale che molti contestano proprio al Pd di avere voluto a suo tempo e di non avere fatto modificare in tempo- prenda il 70% dei seggi parlamentari e modifichi a suo piacimento la Costituzione. Per evitarlo basterebbe al Pd prendere con la sua coalizione “progressista” il 4 per cento in più di quanto gli attribuiscano sinora i sondaggi. Sarebbe per la destra una vittoria mutilata, e per gli avversari una sconfitta misurata, consolante  e quant’altro, magari suscettibile di rivalsa in corso di legislatura con qualche operazione di palazzo in un Parlamento che vi si presterebbe più facilmente con quei nuovi 600 seggi contro i 945 delle Camere sciolte a luglio. Vasto programma, avrebbe detto il compianto generale francese Charles De Gaulle spesso evocato quando i partiti, o le loro nomenclature, si prefiggono traguardi troppo ambiziosi. 

Titolo del Foglio
Titolo del Messaggero

Non so se l’allarme lanciato dal segretario del Pd, peraltro spalleggiato dal ricandidato “indipendente” Pier Ferdinando Casini in un discorso alla Fondazione Sturzo, basterà a rispondere all’inquietudine di Claudio Cerasa. Che sul Foglio di oggi da lui diretto, con minore rassegnazione forse del fondatore Giuliano Ferrara, si è chiesto “perché Meloni non fa così paura ai suoi nemici?”. Fra i quali infatti ve ne sono, come Claudio Calenda nel cosiddetto terzo polo, che non escludono di poterle alla fine dare una mano almeno nella difesa delle posizioni atlantiste dalle posizioni critiche assunte da Matteo Salvini verso le sanzioni adottate contro la Russia per la guerra in Ucraina. Esse, secondo il leader leghista, danneggerebbero più noi che Putin, pur tanto colpito evidentemente da averci minacciato un inverno freddissimo se non ci decidiamo a toglierle. 

Paolo Valentino sul Corriere della Sera
L’editoriale del Corriere della Sera

“La strana guerra” è stata definita nell’editoriale del Corriere della Sera quella che Putin combatte sul versante ucraino con le bombe e su quello europeo col gas. “Ancora una volta, come ai tempi del generale Kutuzov contro le armate napoleoniche, il Cremlino sembra scommettere -ha scritto Paolo Valentino- sul “generale inverno”, sperando questa volta che il fronte europeo si frammenti sotto la pressione delle opinioni pubbliche colpite dall’inflazione e stremate dal freddo della stagione che incombe”. 

Mario Draghi a Rimini il 24 agosto
Titolo del Corriere della Sera

Ma da Londra, per quanto ormai uscita dall’Unione Europea, la nuova premier Liz Truss- conservatrice come il predecessore Boris Johnson e la candidata italiana a Palazzo Chigi Giorgia Meloni- ha detto fiduciosamente  che “supereremo questa tempesta”. L’aveva anticipata a Rimini Mario Draghi parlando, per l’Italia, di “qualsiasi governo” destinato a succedergli dopo le elezioni: evidentemente anche quello contro il quale Enrico Letta ha lanciato invece il suo allarme per le sorti della democrazia articolata nella Costituzione in vigore.

Ripreso da http://www.policymakermag.it 

La Meloni sogna in inglese nella corsa tutta italiana a Palazzo Chigi

Dalla prima pagina della Stampa
Titolo del Foglio

Se Mary Elisabeth Truss, 47 anni, Liz per gli amici ma anche per il più largo pubblico inglese, scelta dagli “intrepidi” conservatori -come ha scritto ammirato Giuliano Ferrara sul Foglio-  per la successione a Boris Johnson arriva a Dowing street “sognando la Thatcher”, secondo il titolo della  Stampa, la conservatrice -anche lei, dichiaratamente- Giorgia Meloni, 45 anni, scala in Italia Palazzo Chigi in questa campagna elettorale sognando entrambe. E avendo ormai buone probabilità di riuscita, per quanto il suo per niente estimatore Carlo De Benedetti, collegato ieri sera con lo studio televisivo appena riaperto di Lilly Gruber, la consideri una disgrazia. E scommetta addirittura su Silvio Berlusconi, il proprio arcinemico, per fermarla. O farla almeno durare il meno possibile. 

Donald Trump
Carlo De Benedetti

Carlo De Benedetti, “l’ingegnere”, già editore della Repubblica e ora del più modesto  ma ugualmente ambizioso Domani, fondato giusto per dimostrare o insegnare ai figli come possedere un giornale senza danneggiarlo e cederlo ai concorrenti, è un uomo  -anche per la sua stazza fisica- più di pancia che di testa, direi. E’ rimasta celebre la sua profezia, proprio nello studio televisivo della Gruber, contro l’elezione di David Trump a presidente degli Stati Uniti nel 2017 perché troppo indebitato, troppo pasticcione e troppo di destra: elezione invece puntualmente arrivata. E che potrebbe essere addirittura ritentata, per quanto i problemi dell’ex presidente siano nel frattempo aumentati di numero e di peso.

Il segretario del Pd Enrico Letta

“L’ingegnere” è di una franchezza anche spietata. Per quanto cerchi ancora di stimarlo, prevedendone comunque un difficile passaggio congressuale nel Pd dopo le elezioni del 25 settembre, egli ha liquidato Enrico Letta come l’uomo che ha sbagliato tutto nella preparazione e nella conduzione di questa campagna elettorale. Avrebbe sbagliato soprattutto a non capire la necessità di allestire contro il centrodestra a trazione ormai meloniana un cartello tipo Cln: il Comitato di Liberazione Nazionale, a suo tempo, dal nazifascismo. Un cartello comprensivo anche dei “grillozzi”, come li chiama sul Foglio il già citato Giuliano Ferrara con la stessa indulgenza, comprensione e quant’altro dell’’ingegnere”.

Giuliano Ferrara, ieri
Titolo del Foglio di ieri

Ora purtroppo, secondo il quadro dipinto dallo stesso Ferrara non più tardi di ieri, e condiviso su Domani anche da Curzio Maltese, sempre ieri, non resterebbe che rassegnarsi e prepararsi ad un’avveduta gestione della sconfitta. “Appello al centrosinistra per un futuro decente di battaglie comuni”, ha titolato Il Foglio con questa conclusione dell’elefantino rosso: “Quello che si sarebbe dovuto intraprendere prima, per essere competitivi, si deve ricostruire dopo, a competizione perduta”. 

Titolo dell’editoriale di Domani

“Pd, M5S e terzo polo torneranno insieme ma solo dopo le elezioni”, si leggeva nel titolo dell’editoriale di Domani dando a costoro degli “uccellini sullo stesso ramo”. E risparmiando il meno poetico ma forse più pertinente paragone -dal punto di vista di De Benedetti, Ferrara e Maltese- con i famosi polli che nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni si beccavamo mentre Renzo li portava alla mensa dell’avvocato Azzeccacarbugli.  

Antonio Ingroia
Antonio Ingroia ieri alla

C’è chi teme, sempre dal punto di vista dell’”ingegnere” e dintorni, che sarà difficile comporre dopo le elezioni ciò che il segretario del Pd non ha saputo o voluto unire prima, vista -per esempio- la fuga a sinistra di Giuseppe Conte, per quanto ancora raggiunto ieri da un’altra sponsorizzazione del destrissimo Trump, da oltre Oceano. Ma forse non ha torto il politicamente redivivo Antonio Ingroia, in una intervista alla Verità di Maurizio Belpietro, a scommettere sul camaleontismo dell’ex presidente del Consiglio. Conte tornerà col Pd? gli ha chiesto l’intervistatore. “Di sicuro, sì, c’è forse chi ha qualche dubbio?”, ha risposto e ridomandato l’ex pm ora dichiaratamente rosso, convinto che il presidente di ciò che rimane del MoVimento 5 Stelle sia solo un emulo dei più disinvolti democristiani di un tempo.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Gli errori di Gianfranco Fini che Giorgia Meloni non ripeterà nel centrodestra

Quelle mani di Giorgia Meloni a Cernobbio fra i capelli -o sugli occhi, come altri hanno preferito riferirne- per difendersi da un Matteo Salvini poco riguardoso della  corsa a Palazzo Chigi dell’alleata mi hanno riportato indietro con la memoria ad una scena apparentemente diversa. Eppure univoca nella incapacità a destra di mimetizzarsi, di fare buon viso a cattivo gioco.

Gianfranco Fini alla Direzione del Pdl nel 2010

La scena richiamata alla mia memoria  è quella dell’ormai lontano 22 aprile del 2010 a Roma, quando in una seduta da auditorium della direzione del Pdl  il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sbottò contro Gianfranco Fini. Che da tempo, per niente trattenuto dal ruolo di presidente della Camera, promessogli dallo stesso Berlusconi prima delle elezioni del 2008 e puntualmente assegnatogli, gliela tirava nella maggioranza. E a chi gli raccomandava prudenza per conto del Cavaliere rispondeva paragonandosi ad un combattente che poteva anche saltare per aria ma trascinandosi appresso pure il capo del governo. Ma ciò non avvenne perché, a rottura avvenuta, Berlusconi sopravvisse al tentativo di sfiduciarlo compiuto dagli amici di Fini con una mozione a Montecitorio.

Quando Berlusconi -dicevo- sbottò dicendogli di dimettersi almeno da presidente della Camera se intendeva continuare a tirargliela, Fini dal suo posto cominciò a fare gesti di derisione, sino ad alzarsi, avvicinarsi al palco e chiedergli: “Che fai? Mi cacci?”. E Berlusconi di fatto lo cacciò. Fini rimase al vertice di Montecitorio, dove però non sarebbe più tornato neppure da semplice deputato, inutilmente candidatosi nelle liste improvvisate nel 2013 da Mario Monti. 

Carlo Calenda a Cernobbio

La Meloni, pur cresciuta alla sua scuola, non è Fini. E nella veste di candidata a Palazzo Chigi per il centrodestra, dove il suo partito sembra in grado di raccogliere più voti della somma di quelli di Berlusconi e Salvini, non si mette a fare scenate in pubblico. Si porta solo le mani fra i capelli o -ripeto- sugli occhi. Ma poi spiega all’alleato insofferente che dalle sanzioni alla Russia per la guerra in Ucraina l’Italia non può tirarsi indietro, come lui vorrebbe, senza perdere credibilità internazionale. Una donna tosta, direi, della quale il capo della Lega dovrà prima o poi tenere conto, anche se il pubblico molto scelto di Cernobbio -come ha notato un cronista scrupoloso- non le ha mai concesso più di dieci secondi di applausi. Molti di più ne hanno  invece ottenuti Carlo Calenda ed Enrico Letta, in ordine cronometrico. 

Il fatto è che nel mondo delle imprese e della finanza più di una imitazione di Draghi, cui la Meloni sarebbe disponibile pur dopo tanta opposizione, vorrebbero il Draghi vero. Su cui Calenda ha scommesso, insieme con Matteo Renzi, senza con questo infastidire il presidente del Consiglio, almeno sinora.  E certamente il segretario del Pd non lo contrasterebbe nel caso in cui fosse possibile confermarlo.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’11 settembre

Il draghismo di Carlo Calenda ha fatto il pieno dei consensi a Cernobbio

Titolo di Repubblica
Titolo del Corriere della Sera

In questa edizione, finita per essere elettorale, del raduno annuale degli imprenditori e finanzieri a Cernobbio il più applaudito dei leader politici è stato dunque Carlo Calenda. Lo hanno rilevato tutti i cronisti riferendo quello che hanno visto e sentito di persona, a cominciare da quelli del Corriere della Sera, il cui direttore Luciano Fontana ha peraltro condotto l’incontro degli ospiti in rappresentanza dei loro partiti o coalizioni: compreso quello anche fisicamente, oltre che politicamente, più lontano dall’uditorio come Giuseppe Conte, intervenuto in collegamento esterno. 

Persino alle orecchie del cronista del Fatto Quotidiano, Giacomo Salvini, è risultato chiaro il successo del rappresentante del cosiddetto terzo polo, considerato invece dalla Corte di Cassazione -legge elettorale alla mano- solo un concorrente “singolo” delle due coalizioni capeggiate nei sondaggi daGiorgia Meloni e da Enrico Letta. 

Dal Fatto Quotidiano

Chi si è avvicinato di più agli applausi di Calenda è stato, per il cronista del giornale di Marco Travaglio, proprio Enrico Letta, il segretario del Pd. E c’è una ragione, anche se non spiegata o esplicitata sul Fatto Quotidiano. Essa consiste   nell’apprezzamento di Mario Draghi da parte di entrambi: Calenda proponendosi di farlo rimanere a Palazzo Chigi anche dopo le elezioni, o di farvelo tornare dopo un breve passaggio di un centrodestra troppo diviso su temi importanti per durare a lungo, ed Enrico Letta reclamando il merito di essere stato il Pd l’unico, fra i maggiori partiti della legislatura interrotta con lo scioglimento anticipato delle Camere, a non far mai mancare la fiducia al governo guidato appunto da Draghi. 

Gli altri, in effetti, dal MoVimento 5 Stelle  di Conte alla Lega di Matteo Salvini e alla Forza Italia di Silvio Berlusconi, gli hanno alla fine negato la fiducia. Giorgia Meloni, che ora ne condivide la cosiddetta agenda, non gliel’aveva mai concessa. 

Matteo Salvini e Giorgia Meloni a Cernobbio

Di questa sintonia della giovane leader della destra italiana con l’agenda Draghi si è avuta a Cernobbio anche una prova concreta con quelle mani infilatesi fra i capelli da Giorgia Meloni mentre Matteo Salvini, sedutole accanto, ripeteva le sue critiche alle sanzioni contro la Russia convintamente adottate e tuttora sostenute da Draghi per la guerra di aggressione all’Ucraina.  Eppure la Meloni -ha raccontato un cronista, cronometro alla mano- non ha mai strappato a Cernobbio un applauso superiore ai dieci secondi. Draghi è Draghi, insomma, agli occhi, alle orecchie e al cuore di un certo pubblico certamente non sprovveduto, Calenda é Calenda e la Meloni è Meloni. 

Titolo del Giornale

Tiepido, a dir poco, è stato quel pubblico anche nei riguardi di Forza Italia rappresentata da Antonio Tajani, peraltro scontratosi con Calenda a Cernobbio per difendere il campo elettorale azzurro dalle incursioni del cosiddetto terzo polo. “La farsa di Calenda”, ha titolato non a caso su tutta la prima pagina il Giornale della famiglia Berlusconi.

Titolo di Domani
Titolo di Libero

I malumori berlusconiani per il draghismo di Calenda, e Renzi, sono stati espressi a Libero da quella che il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti ha definito “lady B”. E’ la deputata uscente -e ricandidata di ferro, in collegio superblindato- Marta Fascina, convinta che “non sia rispettoso per la sua persona proporre o suggerire ruoli che possa rivestire” Mario Draghi. Il quale però, almeno sino a questo momento, non si è mostrato infastidito dall’attenzione, chiamiamola così, che gli riserva il terzo polo. Egli si è limitato a non lasciarsi trascinare nella campagna elettorale da quei promotori del simbolo di “Italiani con Draghi” depositato al Viminale, e bocciato perché privo della trasparenza che sarebbe stata possibile solo col e per il suo consenso. Del resto, anche Domani, il nuovo giornale di Carlo De Benedetti, titola oggi in prima pagina, tra analisi, previsione, auspicio e quant’altro, “Draghi dopo Draghi”.

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C’è del metodo nella follia del contrasto di Salvini a Giorgia Meloni

Quell’aò! tanto romanesco che Francesco Tullio Altan ha messo in bocca, e nella mano destra, di Giorgia Meloni con la vignetta di prima pagina della Repubblica è naturalmente rivolto a Matteo Salvini. Che per lei è peggiore di un avversario dichiarato come il segretario del Pd Enrico Letta, spintosi a promuoverla a quel rango nella speranza di poterla contenere meglio, se non addirittura batterla. 

Salvini per la Meloni è -peggio, ripeto- un concorrente all’interno dello stesso schieramento.  Un concorrente incattivito a questo punto per le  distanze che ormai lo separano da lei inseguendone  a piedi i ritratti sulle facciate posteriori degli autobus italiani, e non solo della sua Roma.

Titolo della Verità

Allora è una follia, direte. Ma in questa follia c’è del metodo, come in quella dell’Amleto  shaksperiano. E’ il metodo che gli ha appena attribuito sulla Verità di Maurizio Belpietro con  perfidia Marcello Veneziani: alimentare la paura nei suoi riguardi. La paura di “Calimero, un pulcino spelacchiato e nero, col guscio d’uovo rotto sulla testa al cospetto -ha scritto Veneziani- dei Grandi Problemi della nostra epoca”. Di fronte ai quali anche a destra si sarebbe tentati di chiedersi “se si può passare dai draghi fiammeggianti alle piccole mamme militanti della fiamma”, o “se si può davvero credere che lei, così piccola e fragile, sia pronta a governare, come dicono i manifesti”. 

L’editoriale della Stampa
Marcello Veneziani sulla Verità

I problemi, già grandi di loro, vengono quotidianamente ingigantiti da Salvini con una rappresentazione drammatica, anzi catastrofica degli effetti delle sanzioni adottate anche dall’Italia contro la Russia per la guerra in Ucraina, ma che starebbero facendo danni solo a noi, non a Putin, o più a noi che a Putin. Nel cui “lettone” pertanto il direttore della Stampa Massimo Giannini ha messo “il capitano e il Cavaliere”, cioè lo stesso Salvini e Silvio Berlusconi, per il soccorso che continuerebbero a prestare al pur riconosciuto aggressore e invasore dell’Ucraina contestando  il modo in cui dall’una e dall’altra sponda dell’Atlantico si sta cercando di fronteggiarlo. 

Ma senza sanzioni, che invece Giorgia Meloni condivide  e Putin di certo non apprezza, per quanto si cerchi di rappresentarlo favorito, come altro si può contrastare l’emulo dichiarato di   Pietro il Grande escludendo -come sembra nelle opinioni di Salvini e forse anche di Berlusconi- un più forte e diretto coinvolgimento militare dell’Europa, e più in generale dell’Occidente, nella guerra avviata dal Cremlino? E’ questa forse la domanda che nella corsa a Palazzo Chigi la leader della destra dovrebbe decidersi a rivolgere a Salvini con nettezza, senza  i saltuari abbracci davanti al fotografo o alla telecamera di turno. E senza limitarsi a quello sbrigativo aò! di Altan. 

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Enrico Letta incoraggiato di nuovo a stare sereno, stavolta come segretario del Pd

Il ministro della Cultura Dario Franceschini

Enrico, stai sereno. Enrico Letta, sempre lui, come nel 2013, quando era a Palazzo Chigi e Matteo Renzi, appena arrivato alla segreteria del Pd, lo assicurava sulle finalità di un’operazione di sostanziale verifica della maggioranza appena avviata. Stavolta l’ex presidente del Consiglio è lui il segretario del Pd. E a dirgli di stare praticamente sereno è il ministro della Cultura Dario Franceschini, ormai noto nel partito non solo per la consistenza ma anche per la mobilità della sua corrente. 

Franceschini alla Stampa

Intervistato dalla Stampa, egli ha contestato che i big e i ministri del Pd non si facciano vedere in questa campagna elettorale alquanto difficile per quella ventina di punti che distanziano il centrodestra dall’unica coalizione -parola della Corte di Cassazione- che sia stata allestita per contrastare quella di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, in ordine sondaggistico, diciamo così. “Ma della Lega -ha ribattuto Franceschini- chi si vede oltre a Salvini?  E dei fratelli d’Italia chi si vede oltre alla Meloni? E’ giusto che la visibilità massima la abbia Enrico, che ha il nostro massimo impegno in campagna elettorale tutti i santi giorni”. 

Ma se, oltre a mancare l’obiettivo della vittoria sul centrodestra mancasse anche quello, che in effetti si va via allontanando, di uscire dalle urne come il segretario del partito più votato, Enrico Letta potrà stare sereno lo stesso? “Non vacillerà comunque”, ha risposto Franceschini spiegando: “Letta lo abbiamo chiamato tutti in un momento difficile per il partito. E’ venuto e lo sta guidando con efficacia, in modo collegiale. Ogni scelta, giusta o sbagliata che sia, la stiamo facendo tutti insieme. C’è stato raramente nella storia del Pd un momento di unità sostanziale come questo”.

Giusta o sbagliata anche la decisione di non perdonare a Giuseppe Conte la fiducia negata a Draghi e di escluderlo dall’alleanza dei cosiddetti progressisti? “Con i grillini -ha risposto il ministro- abbiamo avuto un problema enorme sulla caduta del governo Draghi. Abbiamo distanze sui contenuti, specie ora che stanno esasperando i toni”. “Ma loro non sono la destra di Meloni e Salvini”, ha aggiunto Franceschini di fatto aprendo alla possibilità di un recupero dell’alleanza dopo le elezioni auspicato, per esempio, nel Pd da Goffredo Bettini: l’uomo che già ai tempi del Pci aveva preso l’abitudine di sussurrare ai cavalli della scuderia. 

E’ proprio sulla strada di un simile recupero   però che dopo le elezioni il segretario del Pd potrebbe scoprire, come nel 2014 a Palazzo Chigi, il carattere molto relativo della serenità garantitagli a parole. Certo, non finirà a servire in pizzeria, come lo hanno appena ripreso in campagna elettorale con spirito solidaristico.  

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L’Italia bipolare con le ali della Cassazione. Il resto è frattaglia, al singolare

Titolo del Dubbio

Scritto, anzi certificato dalla Corte di Cassazione, in particolare dal suo “ufficio elettorale” -e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica, quella vera e non di carta fondata nel 1976 dal compianto Eugenio Scalfari-  dovremmo darlo per vero, attendibile e quant’altro. 

Oltre che una Repubblica parlamentare, aspettando quella presidenziale promessaci all’ingrosso dal centrodestra, salvo decidere se ad essere eletto direttamente dal popolo dovrà essere il capo dello Stato o il capo del governo, o entrambi unificati nella stessa persona, l’Italia è un paese politicamente bipolare. Due poli e non di più, intesi come coalizioni di più partiti miranti allo stesso obiettivo, che sarebbe quello di prevalere l’uno sull’altro e governare poi il Paese.

Calenda e Renzi alla presentazione del loro terzo non polo

E tutti gli altri, non pochi, che hanno depositato simboli e liste promettendo ancora di più, magari di sfasciare poi le due coalizioni, scomporre il quadro e ricomporlo  in maniera diversa? Il povero Aldo Moro sapeva farlo come un mago con le correnti della Democrazia Cristiana nella prima, odiata Repubblica. Poi, morto lui, e anche da un bel pò, una quindicina d’anni, provvidero a  rovesciarla come un calzino i magistrati di rito ambrosiano. 

Titolo di Repubblica di oggi…non autorizzato dalla Cassazione

Niente. Gli altri sono solo dei “singoli”, sempre secondo la certificazione della Corte di Cassazione. Sono comparse alle quali è bollito un pò il cervello, come accadde nel 2018 ai grillini, che a loro volta riuscirono tuttavia a far bollire il cervello a tutta intera la diciottesima legislatura, ruotata sino al mese scorso attorno alla loro “centralità”. Ora che da soli sono riusciti a ridimensionarsi e  sembrano meno in grado di nuocere, o di disturbare la quiete del bipolarismo, tutto potrebbe scorrere più liscio. 

Sarebbe bello se fosse vero, come una volta il compianto Gaetano Scardocchia raccontò di avere sentito in aereo Giancarlo Pajetta commentare, sfogliandolo, un giornale nato con la presunzione di dettare la linea alla sinistra. Non ne faccio il nome per non infierire.

Dalla rassegna stampa del Senato

Sarebbe bello, ripeto, ma non lo è. L’Italia rimane un Paese -il più meraviglioso del mondo, per carità, come la sua Costituzione- dannatamente, intrinsecamente condannato al bipolarismo inteso come una diplopia degenerata: una visione doppia di tutto ciò che vi è capitato ed è destinato a capitare in futuro. E’ più forte di noi. In questi giorni, per esempio, di celebrazioni dei 40 anni trascorsi -quarant’anni, in lettere- dall’esecuzione mafiosa del generale dei Carabinieri e prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa e dell’ancor giovane seconda moglie, ho potuto leggere un bilancio bipolare, diciamo così, del cognato medico Paolo Setti Carraro. Che in una intervista alla Stampa si è doluto della sconfitta di uno Stato dove “si è scelto di convivere con la criminalità”. E in un’altra al Quotidiano Nazionale costituito dal Giorno, dal Resto del Carlino e dalla Nazione, in ordine geograficamente decrescente, dal nord al sud, ha potuto e voluto dire l’opposto, cioè che “la mafia non ha vinto”. 

Pubblicato sul Dubbio

Fa già freddo nei tribunali per la paura di avere Carlo Nordio ministro della Giustizia

Anche nei tribunali il prossimo inverno sarà naturalmente più freddo del solito non solo -come vedremo- per il razionamento energetico che sta imponendo, con la sua guerra all’Ucraina e dintorni, quella reincarnazione di Pietro il Grande che si sente Vladimir Putin. Ma non solo, dicevo. Potrebbe fare più freddo nei tribunali italiani anche, e forse ancor di  più per la minaccia già avvertita e in qualche modo denunciata fra le toghe più sindacalizzate e politicizzate di ritrovarsi ministro della Giustizia l’ex magistrato Carlo Nordio. Che, da qualche tempo in pensione, si è già affacciato in qualche modo a Montecitorio col suo nome scandito per 64 volte il 29 gennaio scorso, come candidato del partito di Giorgia Meloni, nel settimo ed ultimo scrutinio per la successione a Sergio Mattarella, cioè per la sua conferma.

Nordio guardasigilli, in un governo presieduto dalla stessa Meloni che naviga ormai  verso la vittoria elettorale del 25 settembre, salvo imprevisti naturalmente, farebbe rimpiangere Marta Cartabia da parte di chi l’ha combattuta sin dal primo momento, anche per scongiurarne una destinazione ancora più in alto: al Quirinale, e quindi pure alla presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura. 

Carlo Nordio

Nordio, debbo dire, non fa proprio nulla per non lasciarsi temere dai suoi critici ed avversari. Egli ha appena riproposto, anche a costo di sorprendere qualcuno fra gli stessi fratelli d’Italia della Meloni, il ripristino dell’immunità parlamentare ridotta nel 1993 da un Parlamento intimidito -diciamo la verità- dalla popolarità e dalle manette di magistrati decisi a rivoltare il Paese come un calzino. Ora a rivoltarlo come un pedalino, versione romanesca del calzino, anch’esso comunque menzionato dall’interessata per essere capita meglio nella piazza dove parlava, si è proposta proprio Giorgia Meloni. Vedremo se ce la farà, o solo se riuscirà a tentarlo vincendo davvero le elezioni, ottenendo l’incarico di presidente del Consiglio, proponendo la nomina di Carlo Nordio a ministro della Giustizia e ottenendola dal presidente della Repubblica. 

Giulia Bongiorno

Il paradosso della politica italiana che bisticcia da tempo col vocabolario, per cui il bipolarismo -appena certificato addirittura dall’ufficio elettorale della Cassazione dopo il deposito delle liste nelle varie Corti d’Appello- in realtà è più di parola che di sostanza, vuole che l’alternativa a Nordio sia già stata individuata dai suoi critici all’interno dello stesso centrodestra. E’ un’alternativa anche di genere: la leghista Giulia Bongiorno, portata in politica a suo tempo da Gianfranco Fini. Ad essa l’ex parlamentare di destra Amedeo Laboccetta ha appena rimproverato sul Dubbio di avere praticamente boicottato come presidente della Commissione Giustizia della Camera la riforma della giustizia perseguita dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Erano tempi in cui lo stesso Fini si lasciava scoprire in quasi amichevole conversazione con un procuratore della Repubblica sui guai giudiziari del capo del governo, che poi avrebbe cercato di rovesciare a Montecitorio con una mozione elaborata dai fedelissimi nel suo ufficio di presidente.

Giulia -chiamiamola pure col nome come Giorgia grida di se stessa la Meloni quando si presenta al pubblico- avrebbe tante ragioni come avvocato di meritato successo per non piacere ai magistrati di garantismo scadente, ma preferisce ogni tanto accarezzarne il pelo. Così ha appena riconosciuto ai pubblici ministeri la ragione di temere la dipendenza dal governo e ha contestato come inattuale, quanto meno, un ripristino dell’immunità parlamentare per restituire alla politica ciò che le avevano concesso i costituenti. I quali erano consapevoli certamente dell’abuso che potevano farne i parlamentari ma anche, o ancor più, di quello che avrebbero potuto fare del loro ruolo i magistrati occupandosene senza chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza.

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