In memoria di Gorbaciov, e di chi in Italia ebbe a che fare con lui

Vignetta del Foglio
Titolo del manifesto

Predestinato a lasciare il segno già da quella inconfondibile voglia impressagli dalla natura sulla testa, anche da morto Mikhail Gorbaciov non ha smesso di sorprendere e di dividere, fuori e dentro il Cremlino. Dove persino Vladimir Putin, cinico abbastanza da mettere a ferro e fuoco da più di sei mesi l’Ucraina con una guerra che sa bene di non potere ormai vincere, è stato sorpreso dalla notizia della morte dell’ultimo presidente dell’Unione Sovietica, indeciso ancora -mentre scrivo- se partecipare o no ai funerali annunciati per sabato.  Mi conviene o non mi conviene? deve essersi semplicemente chiesto pensando proprio alla guerra in Ucraina ch’egli sapeva disapprovata da Gorbaciov, per quanto fosse riuscito a guadagnarsene il consenso nel 2014 all’annessione della Crimea. 

Anche da noi, in Italia, Gorbaciov riuscì a creare grande scompiglio politico negli anni Ottanta con i suoi disperati tentativi di riformare l’irriformabile, certificato in una breve visita a Mosca dall’allora ministro del Tesoro Guido Carli. Invece Ciriaco De Mita, dal 1982 segretario della Dc, aveva scommesso dal primo momento sulla riformibilità e conseguente salvataggio del comunismo, che gli serviva a Roma per continuare a scommettere, a sua volta, sull’evoluzione del Pci. Che aveva ai suoi occhi solo un vantaggio: contenere la voglia dell’odiato Bettino Craxi di rappresentare la sinistra, magari unita sotto le sue insegne per il crollo del comunismo.  

La vista di De Mita e Andreotti a Mosca nell’ottobre del 1988

Disgraziatamente per De Mita, a Mosca l’ambasciatore italiano era Sergio Romano, convinto della irriformabilità del comunismo e per niente disposto a compiacere nei sui rapporti le previsioni, gli interessi, le aspirazioni e quant’altro del segretario della Dc, neppure quando questi diventò, sia pure per una breve stagione, presidente del Consiglio. E nell’ottobre del 1988 corse a Mosca, con la famiglia appresso più alcuni ministri, fra i quali quello degli Esteri Giulio Andreotti, per sincerarsi della situazione. 

Di quel viaggio era destinato a fare le spese proprio l’ambasciatore, destinato poco dopo ad un’altra destinazione diplomatica ch’egli rifiutò, preferendo lavorare più tranquillamente e, meglio remunerato, come storico, saggista, editorialista. 

La testimonianza di Sergio Romano al Corriere della Sera oggi

Sentite con quanta discrezione ed efficacia lo stesso Romano ha appena descritto quella esperienza, intervistato dal Corriere della Sera  e parlando dei politici con i quali aveva avuto rapporti in quegli anni: “Ho avuto a che fare soprattutto con Andreotti e De Mita. Avevo simpatia per Andreotti: non era un uomo caldo (e nemmeno io), non cercavamo l’amicizia. Ma era stimabile: colto ed esperto”. E De Mita? ha insistito l’intervistatore? “No, lui non era Andreotti”. Grande ambasciatore, e ancor più grande il suo ex e ormai compianto ministro degli Esteri. Che amava tanto la Germania, come disse una volta parlando a Pisa, da preferirne due anche quando cominciò a prospettarsi l’unificazione,ma senza per questo mettersi a lavorare contro. 

Ripreso da http://www.policymakermag.t  

Palazzo Chigi scambiato dai partiti alla canna del gas per la bottega di Figaro

Titolo del Dubbio

Per fortuna Palazzo Chigi è ancora e soltanto la sede della Presidenza del Consiglio, e non anche il teatro che aveva rischiato di diventare ai tempi di Giuseppe Conte, o ancor più del suo portavoce Rocco Casalino. Che improvvisava conferenze stampa in ogni ora del giorno, e della notte, sia pure per rincorrere una tragedia come la pandemia virale, in uno scenario drammatico anche per le luci, le distanze, la sbrigatività delle domande e delle risposte: uno scenario interrotto con qualche segno d’allegria solo all’atto del commiato di Conte. Che uscì dal palazzo ricevendo applausi dal personale affacciato alle finestre sul cortile e ricambiò con la fidanzata a mezza strada fra il compiacimento e la delusione. 

Vi ricordate Giuseppe Conte in piazza a vendere la sua disponibilità a Draghi?

Ma già prima del commiato, non potendo continuare dentro, lo spettacolo ad un certo punto si era trasferito fuori, in piazza, a ridosso di Montecitorio, con quel banchetto improvvisato davanti alle telecamere da cui Conte annunciò -ricordate?- la fine del mugugno, attribuitogli a torto o a ragione, e il passaggio al sostegno al successore Mario Draghi. Sulla cui stanchezza egli stesso aveva avuto la dabbenaggine di scommettere dopo le fatiche alla presidenza della Banca Centrale Europea, per esorcizzarne  l’incarico alla guida del governo. Al quale l’interessato invece non si sottrasse nel momento in cui gli fu offerto e conferito dal presidente della Repubblica, senza neppure pagare quel prezzo suppletivo che a molti era apparso, a torto o a ragione nel 2011, la nomina a senatore a vita di Mario Monti: un altro illustre tecnico prestato alla politica in condizioni di emergenza. 

Se Palazzo Chigi fosse, magari in qualche sua parte distaccata, un teatro lirico potremmo ben reclamarvi in questi giorni, sia pure di campagna elettorale, una edizione speciale del bellissimo Barbiere di Siviglia del grande Gioacchino Rossini, recitato nella parte di Figaro proprio da Draghi. Il quale, per quanto dimissionario, in carica solo per i cosiddetti affari correnti dopo il ritiro di alcuni partiti dalla maggioranza di unità nazionale auspicata da Sergio Mattarella, viene adesso chiamato da tutti, anche da quei partiti, a fare interventi persino straordinari per fronteggiare un elenco di emergenze allungatosi dopo la pazza crisi di un’ancor più pazza estate. 

Stefano Rolli sul Secolo XIX di ieri

“Figaro qua figaro là, un barbiere di qualità, di qualità. Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono”, dice allegro il protagonista dell’opera rossiniana. Dal quale tuttavia penso che Draghi per primo stenti a riconoscersi per gli intrighi di cui quel barbiere si lasciava allegramente considerare capace. E che di certo non appartengono alla storia e al carattere del presidente del Consiglio fortunatamente ancora in carica, per quanti gliene abbiano attribuito i suoi critici ed avversari: a cominciare dal progetto di fuga da Palazzo Chigi ancora rimproveratogli in questi giorni, per esempio, dal solito Marco Travaglio sull’altrettanto solito Fatto Quotidiano. Un progetto emerso con la candidatura al Quirinale in veste di “nonno a disposizione” e sviluppatosi poi, dopo la conferma di Mattarella, in una crisi non subita ma in fondo provocata con atteggiamenti di sfida, per esempio, a Giuseppe Conte e a Matteo Salvini. 

Lo stesso Conte, senza lasciare l’esclusiva del racconto o dell’accusa al giornalista che ne riflette di più e a volte anticipa gli umori, è tornato qualche giorno fa ad attribuire a Draghi la sostanziale regìa della scissione pentastellata eseguita dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che ancora una volta ha reagito riproponendo un fatto, una circostanza che andrebbe una buona volta chiarita. In particolare, Di Maio ha raccontato di avere deciso la scissione quando apprese di  una risoluzione di politica estera dei senatori grillini, sullo sfondo della guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, che era stata sottoposta all’esame, compiaciuto, dell’ambasciatore di Mosca a Roma. 

Di quella risoluzione, una volta finita sui giornali, non si fece più nulla, confluendo anzi i grillini in un’altra concordata fra i partiti ancora partecipi della maggioranza, ma la scissione proseguì il suo corso, a passo anzi più veloce e a ranghi ancora più consistenti del previsto. E finì per seminare di altri veleni-questo può essere tranquillamente condiviso, ma non per responsabilità di Draghi- il tratto ormai terminale della legislatura, con la manina o  la manona attribuita da Conte al presidente del Consiglio nell’operazione di fuoruscita del ministro degli Esteri dal MoVimento 5 Stelle, privato anche numericamente in Parlamento della posizione preminente conquistata nelle elezioni del 2018.

La penultima di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di ieri
Titolo del Messaggero di ieri

Il Messaggero titolava ieri in prima pagina sul “sostegno” offerto dai partiti a Draghi “per l’ultima missione”. Che sarebbe quella, praticamente, contro il caro-bollette, su cui il presidente del Consiglio -o “Supermalus”, come ormai lo sfotte Travaglio- ha già avvertito di avere stanziato più miliardi della Germania. E altri potrebbe ancora spenderne, ma non aumentando il debito pubblico. E’ quell”’ultima missione” che non mi convince, temendo che i guai non siano per niente finiti. E tanto meno finito il lavoro di Draghi, anche se alle elezioni ormai mancano poco più di venti giorni. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 4 settembre

Così è se vi pare, direbbe Pirandello dei sondaggi elettorali favorevoli a Giorgia Meloni

Titolo del manifesto
Titolo della Stampa

Con tutte le riserve, per carità, consigliabili per il caldo e i temporali estivi che possono avere distratto o comunque influenzato i sondaggiati, chiamiamoli così, la solitamente attendibile Alessandra Ghisleri ci ha informati dalla prima pagina della Stampa che Giorgia Meloni “vola” sorpassando di un punto e mezzo all’esterno del centrodestra Enrico Letta, fermo col suo Pd al 23,1 per cento. E pazienza per “il buio oltre la fiamma” lamentato o denunciato dal manifesto. 

Dalla prima pagina di Repubblica
Bernard-Henry Levy su Repubblica

Pazienza anche per la firma non tanto francese quanto internazionale di Bernard-Henry Levy, che ha affidato ai lettori-elettori di Repubblica, a proposito di una vittoria elettorale del centrodestra di Meloni, Salvini e Berlusconi, in ordine di voti presunti, questa specie di messaggio in bottiglia: “Gli italiani meritano di meglio, L’Europa, di cui l’Italia è la culla, e più che mai col il trattato del Quirinale ne è un pilastro vivente, sarebbe indebolita dalla vittoria di questa gente. Che la patria di De Gasperi e Pasolini sbarri loro la strada, possa ritrovare quella miscela di saggezza e coraggio che i suoi antichi padri chiamano virtù. Da questo risorgimento repubblicano dipende il futuro del continente”. Ben oltre, quindi, “il futuro di Kiev” attribuito dal titolista di Repubblica all’articolo di BHL nel richiamo di prima pagina. 

Titolo della Stampa

Il secondo elemento emerso dal sondaggio della Ghisleri, o almeno sottolineato dalla prima pagina della Stampa, è il Conte delle 5 Stelle che “aggancia Salvini” rimanendogli dietro di un’inezia, col 12,5 per cento alla Lega e il 12,3 ai grillini. Poi ci sono Carlo Calenda e Silvio Berlusconi che si contendono il traguardo dell’8 per cento, fermandosi l’uno al 7,4 e l’altro al 7. Il resto, diciamo così, non fa praticamente notizia. 

Salvatore Merlo sul Foglio
Titolo del Foglio

Su Salvini è un pò, o un bel pò feroce l’ironia del Foglio. Che gli dà del “revenant” nel titolo, osservando che “pareva finito, e invece no”, ma definisce “circense e pazzerella l’estate di Matteo”. “Chissà che un giorno -ha scritto Salvatore Merlo a conclusione di un pezzo urticante- non si studi nelle università il caso politico di Salvini, il fenomeno che nel 2022 riuscì a perdere più della metà dei voti della Lega”, almeno rispetto alle elezioni europee del 2019, dopo un anno di governo gialloverde con Conte, “pur conservando la segreteria grazie alle sue doti di animatore circense”. Che -aggiungo io- insegue per l’Italia con comizi e battute più o meno polemiche la sua alleata e amica Giorgia ormai lanciata verso Palazzo Chigi lasciandosene abbracciare, o abbracciandola lui per primo, davanti a telecamere, macchine fotografiche e telefonini. Tutto ciò mentre il povero Berlusconi, consolato, incoraggiato e quant’altro dal presidente del Partito Popolare Europeo in visita elettorale in Italia, si vanta del fatto che, per quanto minoritario, egli rimane decisivo per la formazione di una maggioranza di centrodestra in Parlamento, salvo sorprese naturalmente.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Ma Meloni e Salvini, Giorgia e Matteo, la bella e la bestia, ci sono o ci fanno?

Titolo della Stampa
Titolo del Corriere della Sera

A meno di un mese ormai dalle elezioni, e nonostante i tentativi di Enrico Letta di affiancare la sua immagine a quella di Giorgia Meloni per proporsi come il suo vero e unico antagonista, ho perso francamente il conto delle volte in cui si sono scontrati all’interno del centrodestra Matteo Salvini e la stessa Meloni siglando tregue più o meno fotografiche. L’ultima delle quali è stata celebrata con un abbraccio sullo sfondo dello stretto di Messina che ha un pò invaso le prime pagine dei giornali facendo concorrenza alle notizie, titoli e quant’altro sulle bollette del gas e della luce.

Titolo del Fatto Quotidiano

Un giornale che certamente non tifa per lei come Il Fatto Quotidiano, ha voluto usare persino lo studio Max Plank, non bastandogli le cronache del Meeting ciellino a Rimini con la partecipazione di Mario Draghi o quelle più recenti ancora dal Quirinale contro le resistenze attribuite a Sergio Mattarella, per spiegare come “Meloni ha vampirizzato il socio Salvini” nella corsa a Palazzo Chigi.  

Nella tazzina di caffè di Massimo Gramellini

Persino Massimo Gramellini, tornato a prendere il caffè quotidiano con i lettori del Corriere della Sera dopo le meritate vacanze, la prima cosa che ha voluto manifestare è stata una certa insofferenza per una campagna elettorale giocata, più che sugli argomenti, sulle “faccine” dei tre protagonisti da lui avvertiti: faccine, in particolare, “Meloni in modalità corrucciata, Letta con lacrima appesa alla guancia, Salvini linguacciuto e sghignazzante”. 

Enrico Letta

Pazienza per il segretario del Pd che ha dovuto accontentarsi sempre di meno in questa campagna elettorale, da cui sembra che il massimo ricavabile, per lui, sia un sorpasso inutile sulla Meloni. La quale a sua volta sorpassando di certo i propri alleati, in un centrodestra vincente secondo praticamente tutti i sondaggi, ha la concreta prospettiva di diventare, peraltro, la prima donna alla guida di un governo italiano. 

In una situazione del genere, a meno di grandi sorprese da parte del polo di Carlo Calenda e di Matteo Renzi, di fatto l’unica novità di questa campagna elettorale, forse capace di provocare almeno al Senato qualche sorpresa amara al centrodestra, verrebbe voglia di chiedere sommessamente alla Meloni e a Salvini, o alla bella e alla bestia in termini di animazione cinematografica e musicale, di chiarirci finalmente se ci sono o ci fanno. Giusto per capire. 

Ripreso da http://www.startmag.it  e http://www.policymakermag.it

Rumori…di carta al Quirinale sul futuro femminile di Palazzo Chigi

Titolo del Dubbio

Il retroscena è un pò quello che si dice della via dell’inferno, lastricata spesso di buone intenzioni. Come forse sono state quelle di chi al Quirinale o dintorni ha forse messo sulla cattiva strada l’inconsapevole Marzio Breda facendogli scrivere sul Corriere della Sera dello “stupore” che sarebbe stato procurato al capo dello Stato dalla certezza, speranza, fiducia -chiamatela come volete- fattasi scappare da Giorgia Meloni di ottenere l’incarico di presidente del Consiglio da Sergio Mattarella in caso di vittoria del centrodestra. E sua personale prevalendo sugli altri partiti della coalizione nelle elezioni del 25 settembre. 

Sergio Mattarella
Marzio Breda, il quirinalista del Corriere della Sera

In poche righe di formale “precisazione” fatte diffondere dall’ufficio stampa del Quirinale il presidente della Repubblica ha mostrato di prendersela soprattutto per i “sentimenti” -fra virgolette- attribuitigli dall’”estensore” della nota retroscenista del più diffuso giornale italiano pubblicata domenica scorsa in una pagina interna, con la prudente rinuncia al richiamo in prima solitamente riservato per attendibilità  e autorevolezza a Marzio Breda. Che a sua volta è ricorso alle iniziali e non alla firma intera di un pezzo breve ma intenso, come al solito, di aggettivi, indicazioni e riferimenti che sembravano sottintendere chissà quale fonte, magari la massima. Invece non solo per sé ma anche per i suoi consiglieri, collaboratori e amici Mattarella ha voluto reagire sottolineando la paternità esclusivamente, e non solo “inevitabilmente”, personale  delle opinioni  espresse appunto dall’”estensore”. 

Alessandro Sallusti su Libero di ieri

Ciò non ha impedito lo stesso al direttore di Libero, Alessandro Sallusti, di assicurare che il suo ex collega di testata “non si sia bevuto il cervello”.  E di scrivere quindi che egli avesse quanto meno attinto alla “fantasia di qualcuno di autorevole che vive o gravita al Quirinale”, deducendone quindi che esso non sia “un palazzo di vetro ma un luogo d intrighi e complotti”, da cui Mattarella per primo dovrebbe guardarsi. Pesante, francamente, come allusione, tanto più dopo una nota scritta e diffusa proprio per smentire sospetti del genere, neutralizzati -ripeto- dalla  sola, esclusiva responsabilità dell’”estensore” dell’articolo del Corriere della Sera. 

Perché tanto puntiglio da parte del capo dello Stato. quasi uno strappo nella storia dei rapporti fra il Quirinale, ben prima dell’arrivo di Mattarella, e il giornalista accreditato del Corriere? Che da tempo fa testo -come si suol dire- a proposito di ciò che accade sul Colle più alto di Roma. 

Per rispondere a questa domanda non è forse un azzardo soffermarsi sulla parte conclusiva del “retroscena” attribuito a Marzio Breda. E’ quello in cui si leggeva domenica -come se il quirinalista stesse spiegando ai lettori le prerogative del presidente della Repubblica per giustificare il presunto “stupore” provocato dalla fiduciosa scalata della Meloni a Palazzo Chigi- dei “diversi fronti che Mattarella dovrà considerare procedendo alla nomina” del presidente del Consiglio dopo le elezioni, quasi a prescindere dai risultati. “C’è pure -aveva scritto testualmente Breda- la cornice geopolitica e delle alleanze nelle quali l’Italia è inserita, essendo il capo dello Stato garante dei trattati internazionali”. Ma rispetto a quale trattato internazionale dovrebbe essere particolarmente considerata in potenziale condizioni di incompatibilità, o di semplicemente problematica coerenza, la leader della destra italiana? Una questione quanto meno prematura, dopo la “precisazione” opposta dal Quirinale alla forse troppa invasiva curiosità accesa da Breda retroscenando.

Giorgia Meloni
Giuliano Ferrara sul Foglio immagina Putin appeso a un lampione di Mosca

Certo è comunque che nella sua corsa a Palazzo Chigi, a dispetto anche dello scetticismo che ogni tanto si lascia scappare l’alleato Salvini o di quello appena attribuito anche a Silvio Berlusconi da Francesco Verderami, un altro retroscenista del Corriere della Sera, Giorgia Meloni sta inanellando successi di tappa, chiamiamoli così. La “precisazione” del Quirinale segue di pochi giorni quel “qualsiasi governo” su cui Mario Draghi ha scommesso a Rimini per dirsi sicuro che l’Italia ce la farà ad uscire anche questa volta dalle difficoltà, per quanto care Putin stia rendendo le bollette del gas e della luce a imprese e famiglie con la sua guerra all’Ucraina. A proposito della quale uno che ha vissuto a Mosca la sua infanzia, Giuliano Ferrara, col padre corrispondente dell’Unità, ha appena scritto una delle solite conclusioni imperdibili dei suoi articoli sul Foglio: “Putin passerà l’inverno al caldo, e i sanzionati sembreremo noi. Eppure dopo una guerra persa e il suo gas bruciato nell’aria per mancanza di magazzini, e l’Occidente alla ricerca dell’autonomia energetica, saranno guai grossi per lui. Quelli che ora lo temono e lo blandiscono lo impiccheranno a uno di quei lampioni di Mosca che ricordo bambino”.

Pubblicato sul Dubbio

Quella diavolaccia di Giorgia Meloni crea scompiglio persino al Quirinale

Giorgia Meloni

“Troppa grazia, sant’Antonio”, potrebbe dire Giorgia Meloni, magari insospettendosi di quanto le sta accadendo intorno a favore di un approdo a Palazzo Chigi in caso di vittoria elettorale del centrodestra. Questa volta a trazione sua, della stessa Meloni, diversamente dagli anni in cui era Silvio Berlusconi il leader incontrastato dell’alleanza e dalla parentesi del 2018, quando fu la Lega di Matteo Salvini a sorpassare la Forza Italia dell’ex presidente del Consiglio. 

Dopo il discorso di Mario Draghi a Rimini, dove la pur non citata leader della destra nazionale si sentì giustamente accreditata dall’ottimismo col quale il presidente del Consiglio si era detto convinto che l’Italia ce l’avrebbe fatta dopo le elezioni “con qualsiasi governo”, la Meloni può ben intestarsi -anche se ha evitato opportunamente di farlo- un breve comunicato nel quale il presidente della Repubblica ha smentito il quirinalista  pur principe del giornalismo italiano. Che è Marzio Breda, del Corriere della Sera, spintosi ad attribuirgli “sorpresa” per ciò che la Meloni si aspetta dal capo dello Stato in caso di vittoria  elettorale.

E’ proprio vero che c’è una prima volta proprio per tutto. Per la campagna elettorale in estate, come si è visto con lo scioglimento anticipato delle Camere a luglio, e per una smentita del presidente della Repubblica al quirinalista più accreditato, incorso stavolta nell’interlocutore sbagliato, diciamo così.

La corrispondenza siglata di Marzio Breda dal Colle
Dal Corriere della Sera di domenica, pagina 8

Va detto -non per solidarietà professionale e stima personale ma per l’evidenza dei fatti- che lo stesso Breda deve avere colto qualcosa di diverso dal solito nello scrivere la sua corrispondenza dal Quirinale, non solo pubblicata senza alcun richiamo in prima pagina ma da lui solo siglata, non firmata per esteso. Una corrispondenza, a pagina 8 del Corriere della Sera di domenica, in cui si riferiva appunto di una “sorpresa” sul Colle per il carattere scontato che la Meloni aveva praticamente attribuito ad un suo approdo a Palazzo Chigi in caso di vittoria, non considerando  -fra l’altro- la difesa dei “trattati internazionali”   cui è preposto il presidente della Repubblica. Trattati evidentemente minacciati da una Meloni a alla guida del governo. 

Il comunicato del Quirinale di ieri

Pur con la cortesia di non citare direttamente la corrispondenza di Breda, il capo dello Stato ha fatto definire dal suo ufficio stampa “del tutto privi di fondamento articoli che presumono di interpretare o addirittura di dar notizia di reazioni o “sentimenti” del Quirinale su quanto espresso nel confronto elettorale”. E la Meloni aveva parlato della sua possibile promozione a Palazzo Chigi appunto in una intervista-comizio in una piazza pugliese.  “Questi articoli -ha insistito Mattarella con la nota affidata al suo ufficio stampa- riflettono inevitabilmente le opinioni dell’estensore”. Punto e basta. Nessuna reazione da parte del Corriere della Sera e del suo quirinalista, che hanno quindi incassato e basta, pure loro. 

L’editoriale di Libero
Titolo di Libero

Chi ha voluto mettere la lama nella piaga, diciamo così, è stato invece il quotidiano Libero riferendo di “intrighi al Colle” da cui Breda si sarebbe lasciato coinvolgere facendo “infuriare” Mattarella e provocandone la reazione contro “i suoi” collaboratori. Più diplomatico, con riconoscimenti alla professionalità di Breda, ma non meno velenoso politicamente è stato il commento del direttore di Libero Alessandro Sallusti. Che ha scritto di un Quirinale per niente “casa di vetro”, piuttosto “luogo di intrighi e complotti”, come altri della politica a Roma, ma situato più in alto di tutti anche fisicamente. 

Persino questo, senza neppure volerlo, sembra dunque essere riuscita a fare Giorgia Meloni nella sua scalata a Palazzo Chigi: creare scompiglio fra consiglieri e quant’altro del presidente della Repubblica. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Cento anni fa a Milano, di agosto. La storia usata come un manganello contro la Meloni

Titolo di Repubblica
Titolo del manifesto

La dannata attualità costringe anche la Repubblica di carta ad occuparsi della “bolletta bollente”, per dirla col manifesto, che il governo Draghi è chiamato a raffreddare trovando una decina di miliardi di euro senza aumentare il debito pubblico. E magari lasciandosi indicare le coperture dal segretario generale della Cgil Maurizio Landini, consultato intanto da solerti cronisti e convinto che basti spremere di più col fisco “le aziende energetiche, farmaceutiche e bancarie”, arricchitesi troppo negli ultimi tempi. 

Sempre dalla prima pagina di Repubblica
Dalla prima pagina di Repubblica

Resta tuttavia la Storia, con la maiuscola, a mobilitare in questa campagna elettorale la Repubblica –sempre quella di carta- contro “il cantiere sovranista” riproposto in prima pagina con un’immaginetta di Giorgia Meloni: “la predestinata”, come la chiama Concita De Gregorio lamentandone “gli illusionismi”, senza lasciarsi incantare, distrarre e quant’altro da segnali di sofferenza provenienti dall’interno dello stesso centrodestra. Dove, per esempio, Matteo Salvini ha appena ricordato alla sua pur alleata aspirante a Palazzo Chigi che le scelte del capo dello Stato, quando si tratterà di nominare dopo le elezioni il nuovo presidente del Consiglio, potrebbero rivelarsi meno scontate, o più discrezionali, del previsto o sperato dai cosiddetti fratelli d’Italia. 

Marzio Breda sul Corriere della Sera
Titolo del Corriere della Sera

In un “retroscena” sul Corriere della Sera  anche Marzio Breda ha avvertito che “per il Quirinale non esistono automatismi sull’incarico”. Egli ha spiegato, in particolare, che “tra i diversi fronti che Mattarella dovrà considerare procedendo alla nomina c’è pure la  cornice geopolitica e delle alleanze nelle quali l’Italia è inserita, essendo il capo dello Stato garante dei trattati internazionali”. Che peraltro contribuirono nel 2018 a  provocare il rifiuto proprio di Mattarella di nominare ministro dell’Economia un professore come Paolo Savona, propostogli da Conte ma da lui considerato troppo poco convinto della moneta unica europea. 

Titolo di Repubblica

Ma, al di là persino dei trattati internazionali evocati, a torto o a ragione, dal quirinalista del Corriere della Sera, e che la leader della destra italiana non contesta più, tanto da scavalcare in atlantismo, per esempio, partiti che ne sembravano fanatici, è la Storia -ripeto, con la maiuscola- che potrebbe giocare contro la Meloni alimentando la paura che suscita il fascismo nel centenario della sua affermazione. E così l’ex direttore di Repubblica, il produttivissimo Ezio Mauro, in tre pagine dell’ottava puntata della rievocazione della “marcia su Roma” dell’ottobre 1922 si occupa oggi dell’agosto di quell’anno, che sta per finire anche in questo nostro 2022. Un agosto nel quale “le camice nere prendono Milano”, racconta in un presente che vorrebbe essere di paura il mio amico Ezio. In effetti in quel mese a Milano accadde veramente di tutto nello scenario nero: assalto al giornale socialista Avanti, violenze per strada e assalto a Palazzo Marino, la sede del Comune. 

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Forse non sufficientemente ferrato negli studi storici come ritiene invece di essere in materia giuridica -debbono avere pensato a Repubblica- l’ex presidente del Consiglio e ora presidente solo del più modesto e malandato MoVimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha appena cercato di spiegare al Corriere della Sera che “lo spauracchio del fascismo non ti fa vincere”. Lo “spauracchio”, ripeto, anche senza il permesso della titolatissima Repubblica. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La Meloni perde la voce in piazza ma non la voglia di Palazzo Chigi

Una celebre foto di Guido Crosetto con Giorgia Meloni
Titolo della Stampa

Nell’attesa, speranza e quant’altro di un viaggio nella City di Londra per “rassicurare gli investitori”, come ha anticipato la Stampa attribuendone il progetto o l’organizzazione a Guido Crosetto, il “gigante” che la sollevò fra le braccia protettive alla fondazione dei movimento dei “fratelli d’Italia”, Giorgia Meloni ha cercato di rassicurare almeno il pubblico pugliese di Ceglie Messapica, nel Brindisino. Peraltro riuscendovi, secondo la cronaca del Corriere della Sera, strappando un applauso ogni due minuti, non si sa se anche nel passaggio in cui ha detto che si aspetta l’incarico di presidente del Consiglio dal capo dello Stato in caso di vittoria elettorale, messa peraltro nel conto adesso anche da Mario Draghi, pur da lei non citato, nella certezza che “qualsiasi” governo potrà aiutare l’Italia a farcela anche questa volta. “Speriamo che sia femmina”, diceva il titolo dell’intervista in piazza che ha lasciato la Meloni afona dopo 80 minuti di domande, risposte, saluti agli ospiti che via via arrivavano, fra i quali Antonio Tajani mandato sul posto da Silvio Berlusconi.

La vignetta di Altan su Repubblica
Titolo del Corriere della Sera

Giorgia, come ormai tutti i giornali titolano più o meno familiarmente, ha confessato che “le  tremano i polsi” ma non per questo si lascerà  paralizzare. Non è insomma della pasta di quegli  uomini oggi immaginati sulla prima pagina di Repubblica da Altan in preda alla paura di vincere  le elezioni, visto che sono “in arrivo fame, freddo, disoccupazione e tumulti”, con i più autorevoli giornali stranieri pronti a mandare in Italia i loro inviati a raccontarne, non bastando di certo i loro corrispondenti. Qualcuno di questi giornali sta già soffiando sul fuoco dando i numeri di una speculazione già in atto contro i titoli del nostro debito pubblico, che alcuni vorrebbero ulteriormente aumentare proprio in campagna elettorale per finanziare i soccorsi a imprese e famiglie per il caro-bollette. “Io non ci dormo la notte”, ha detto la leader della destra, speriamo -per lei- senza per questo accendere la luce e contribuire all’emergenza.  

Titolo del Foglio

Persino Giuliano Ferrara sul Foglio, pur non rinunciando alla scelta elettorale già annunciata a favore di Enrico Letta, ha cominciato a mettere davvero nel conto la vittoria della Meloni, prima e più ancora del centrodestra, e a studiare le ragioni della sconfitta del Pd. Da lui già avvertite per sommi gradi, come l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli in una intervista ieri a Libero, nella incapacità di questo partito di diventare davvero socialdemocratico, non condizionato dalla solita paura di avere nemici a sinistra. 

“Può darsi -ha scritto testualmente il fondatore del giornale ora diretto da Claudio Cerasa- che un tempo congruo di opposizione politica seria, diversa dalla famigerata accozzaglia anti berlusconiana il cui prezzo antipolitico e di subalternità alla magistratura militante ancora oggi si paga, possa risollevare un progetto identitario non scontato e non rinunciatario in quella parte del paese che è destinata a perdere la sfida elettorale secondo tutte le previsioni. La chiave può essere un riesame del laburismo e della socialdemocrazia”.

    Vasto programma, usava dire la buonanima del generale e presidente francese Charles De Gaulle di tutto ciò che gli appariva improbabile. 

Giorgia ringrazia il Draghi di Rimini. Enrico Letta non sta sereno

Titolo di Avvenire del 25 agosto
Titolo del Dubbio

Per quanto meno gridato di altri fra tutti i giornali italiani, e non certo paragonabile a quello di Piero Sansonetti sul Riformista ad esplicito favore di “Giorgia”, temo che sia stato il titolo di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, a mettere maggiormente in imbarazzo il segretario del Pd Enrico Letta a proposito del discorso applauditissimo del presidente del Consiglio al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini. Si sarò fatto, da buon fedele, il segno della croce. 

Mario Draghi a Rimini

Quel “Draghi: l’Italia ce la farà con qualsiasi governo” non era certo l’altra mattina il controcanto -nè certamente e onestamente poteva esserlo- della campagna elettorale del segretario del Pd-ex Dc, e non solo ex Pci, basata per scelta dello stesso interessato sulla contrapposizione non solo e non tanto al centrodestra quanto proprio a Giorgia Meloni. Con la quale non a caso Enrico Letta ha tentato il confronto televisivo diretto più ambito a ridosso delle urne, dolendosi della “bizantina” bocciatura dell’autorità di controllo, sensibile alle proteste degli altri concorrenti. 

Giorgia Meloni

Il giornale dei vescovi italiani che, pur  non menzionandola, ripeto, estendeva di fatto anche alla Meloni la fiduciosa attesa del suo successore da parte del presidente del Consiglio ha contraddetto un Letta impegnato a fermare un’avversaria dalla quale teme scombussolamenti anche sul piano delicatissimo della politica estera per i suoi rapporti -per esempio- coll’ungherese Orban, che tanto piace o fa comodo a Putin. 

La politica estera ha assunto nella campagna elettorale una centralità, un’importanza, chiamatela come volte, via via crescente, al di là o a dispetto dei tanti fuochi sui temi economici, sociali, climatici, dalle “pillole” quotidiane di Silvio Berlusconi alle sparate e ai numeri di Matteo Salvini, dalle bertinottate di Giuseppe Conte ai coriandoli di Luigi De Magistris e alle fatwa di un Carlo Calenda alleato davvero con Matteo Renzi. I più giovani hanno la fortuna di non poterlo ricordare, ma a volte ai più anziani, ma proprio anziani, sembra rivivere o riascoltare parole e temi della campagna elettorale del 1948: quando qualcuno, nell’immaginazione della propaganda, poteva rischiare di essere visto nell’urna da Stalin come stavolta da Putin, anche lui alloggiato al Cremlino. Allora l’adolescente Silvio Berlusconi incollava sui muri di Milano i manifesti elettorali della Dc rischiando le botte degli attacchini comunisti, che devono essergli anche per questo rimasti sul gozzo, anche ora che non ci sono più, o non si chiamano più così. 

E’ proprio basandosi sul lascito draghiano di politica estera, di cui il presidente uscente del Consiglio parla sempre con una forza pari alla sobrietà, con una nettezza che non si presta mai agli equivoci o alle doppie letture tanto frequenti nella politica italiana, che Dario Di Vico sul Corriere della Sera  ha voluto in qualche modo dissipare  i dubbi, le paure e quant’altro espresse il giorno prima, sullo stesso giornale, dall’ex direttore Paolo Mieli allarmato, in particolare, dal “clima” romano avvertito a Mosca con compiacimento da Dmitrij Suslov. 

L’editoriale del Corriere della Sera del 25 agosto

Stante la “legacy pesante” di Draghi e nella convinzione, sospetto -come preferite- della vittoria elettorale della Meloni accreditata dai sondaggi, Di Vico si e ci ha chiesto: “E’ credibile che una maggioranza di centro-destra possa operare un’inversione a U e posizionare il nostro Paese, se non a fianco della Russia, quantomeno in una posizione di finta neutralità rompendo l’accordo tra i partner europei? E che la stessa maggioranza possa anche nel delicato campo della dipendenza energetica cancellare quanto deciso dal governo attuale in materia di diversificazione degli approvvigionamenti e di varo dei nuovi rigassificatori?”. Che pure sembrano non piacere anche ad alcuni fratelli d’Italia, e non solo ai grillini. 

Dario Di Vico sul Corriere della Sera del 25 agosto

“La risposta è no”, ha scritto Di Vico. Che così, senza aspettare “gli scienziati della politica” invocati in apertura del suo intervento per spiegargli “l’ossimoro” di Rimini- dove i ciellini avevano applaudito tanto Mario Draghi quanto il giorno prima Giorgia Meloni, reduce da un’opposizione a tutti i governi succedutisi nella legislatura finalmente interrotta- si è risposto da solo anche su quel versante. Il pubblico di Rimini ha chiaramente avvertito la continuità d’azione fra Draghi e “chiunque”, anche a destra, gli dovesse succedere per via delle “scelte obbligate” di politica estera, adottate dallo stesso Di Vico come titolo al suo editoriale.

Stefano Rolli sul Secolo XIX di ieri

Enrico Letta, pur consolato poi dall’abbraccio con Prodi in una manifestazione elettorale a Bologna, si è forse davvero girato nel letto da un’atra parte, come lo ha impietosamente immaginato il vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX di ieri. Ma gli basterà per uscire dalle difficoltà in cui obiettivamente si trova? O si è messo, come qualcuno già borbotta nel suo partito dietro una unità, al solito, di facciata in campagna elettorale. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it il 27 agosto

Quel femminicidio di troppo ordinaria amministrazione finito sulla scrivania di Cartabia

Titolo del manifesto
Titolo di Repubblica

Tra gli affari -pensate un pò- di “ordinaria amministrazione”, in realtà straordinarissima, con i quali le circostanze hanno messo alla prova il governo di Mario Draghi, praticamente dimissionato dai partiti insofferenti della sua autorevolezza non  negoziato con loro in ogni ora o minuto del giorno, non ci sono  solo quelli della guerra in Ucraina e dintorni, compreso lo spionaggio russo in Italia appena riproposto da Repubblica, e del “gasrotto”, come il manifesto ha riassunto con la solita brillantezza la questione degli approvvigionamenti energetici. Che  si  sono aggravati, direttamente o indirettamente anche per il conflitto voluto da Putin, e tradotti per tante imprese e famiglie in bollette che ne compromettono la sopravvivenza. 

L’assassino Giovanni Padovani
La vittima Alessandra Matteuzzi

Tra questi affari, ripeto, di solo apparente o scandalosamente ordinaria amministrazione, per la facilità con la quale alcuni di essi si ripetono, c’è l’ennesimo femminicidio che si poteva evitare ed è stato invece commesso davanti al portone di casa della vittima Alessandra Matteuzzi, da tempo minacciata dal suo ex compagno Giovanni Padovani e rimasta senza sorveglianza, a Bologna, dopo una documentata denuncia presentata ai Carabinieri il 29 luglio. L’assassino quindi ha avuto tranquillamente a disposizione più di una ventina di giorni per eseguire un delitto non certo improvvisato, o provocato da un diverbio, visto che l’uomo ha risposto alle suppliche della donna a “non farlo” prendendola a martellate e bastonate appena scesa dall’auto, nell’atrio del palazzo d’abitazione  dove lui era andato ad aspettarla. 

Il capo della Procura di Bologna -di cui non faccio il nome, peraltro con  una storia professionale  e familiare meritatamente importante e apprezzabile, perché a questo punto è più importante il fatto, o il fenomeno, come preferite- ha reagito come peggio francamente non ci si poteva aspettare  alle critiche di stampa e di strada levatesi subito dopo il delitto. E -presumo- alla richiesta di chiarimenti avanzata ufficialmente dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia in procinto di ordinare un’ispezione quanto meno opportuna.

Il magistrato ha detto, pur smentito clamorosamente dall’accaduto, che non era emersa dalle indagini “una situazione di rischio concreto di violenza”, non superiore alla solita “condotta di stalkeraggio molesto” da parte -aggiungo io- di un troppo giovane energumeno invaghito di una troppo avvenente, e meno giovane, donna che non voleva più saperne di lui, avendo imparato a conoscerlo. In più -ha spiegato il magistrato- le indagini, pur nei tempi ordinari di legge, erano state ritardate dal fatto che alcuni testimoni erano in ferie. 

Oddio -mi e vi chiedo- con tutti i femminicidi che avvengono quotidianamente in Italia, con tutta l’urgenza, la tempestività e quant’altro di misure protettive che ne emergono continuamente, non si potevano quanto meno interrompere le ferie di questi testimoni, magari facendoli raggiungere da qualche agente della polizia giudiziaria per raccoglierne le parole? Credo, o spero, che una domanda del genere -se non proprio questa- se la sia posta anche la ministra della Giustizia predisponendosi, come anticipato dalle cronache, all’iniziativa dell’ispezione. E a conclusioni -mi auguro- che accorcino le distanze tanto cresciute da molti, troppi anni fra ciò che fa la magistratura nei suoi uffici e ciò che si aspetta, fuori, il popolo in nome del quale è amministrata la Giustizia, possibilmente con la maiuscola. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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