Quel femminicidio di troppo ordinaria amministrazione finito sulla scrivania di Cartabia

Titolo del manifesto
Titolo di Repubblica

Tra gli affari -pensate un pò- di “ordinaria amministrazione”, in realtà straordinarissima, con i quali le circostanze hanno messo alla prova il governo di Mario Draghi, praticamente dimissionato dai partiti insofferenti della sua autorevolezza non  negoziato con loro in ogni ora o minuto del giorno, non ci sono  solo quelli della guerra in Ucraina e dintorni, compreso lo spionaggio russo in Italia appena riproposto da Repubblica, e del “gasrotto”, come il manifesto ha riassunto con la solita brillantezza la questione degli approvvigionamenti energetici. Che  si  sono aggravati, direttamente o indirettamente anche per il conflitto voluto da Putin, e tradotti per tante imprese e famiglie in bollette che ne compromettono la sopravvivenza. 

L’assassino Giovanni Padovani
La vittima Alessandra Matteuzzi

Tra questi affari, ripeto, di solo apparente o scandalosamente ordinaria amministrazione, per la facilità con la quale alcuni di essi si ripetono, c’è l’ennesimo femminicidio che si poteva evitare ed è stato invece commesso davanti al portone di casa della vittima Alessandra Matteuzzi, da tempo minacciata dal suo ex compagno Giovanni Padovani e rimasta senza sorveglianza, a Bologna, dopo una documentata denuncia presentata ai Carabinieri il 29 luglio. L’assassino quindi ha avuto tranquillamente a disposizione più di una ventina di giorni per eseguire un delitto non certo improvvisato, o provocato da un diverbio, visto che l’uomo ha risposto alle suppliche della donna a “non farlo” prendendola a martellate e bastonate appena scesa dall’auto, nell’atrio del palazzo d’abitazione  dove lui era andato ad aspettarla. 

Il capo della Procura di Bologna -di cui non faccio il nome, peraltro con  una storia professionale  e familiare meritatamente importante e apprezzabile, perché a questo punto è più importante il fatto, o il fenomeno, come preferite- ha reagito come peggio francamente non ci si poteva aspettare  alle critiche di stampa e di strada levatesi subito dopo il delitto. E -presumo- alla richiesta di chiarimenti avanzata ufficialmente dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia in procinto di ordinare un’ispezione quanto meno opportuna.

Il magistrato ha detto, pur smentito clamorosamente dall’accaduto, che non era emersa dalle indagini “una situazione di rischio concreto di violenza”, non superiore alla solita “condotta di stalkeraggio molesto” da parte -aggiungo io- di un troppo giovane energumeno invaghito di una troppo avvenente, e meno giovane, donna che non voleva più saperne di lui, avendo imparato a conoscerlo. In più -ha spiegato il magistrato- le indagini, pur nei tempi ordinari di legge, erano state ritardate dal fatto che alcuni testimoni erano in ferie. 

Oddio -mi e vi chiedo- con tutti i femminicidi che avvengono quotidianamente in Italia, con tutta l’urgenza, la tempestività e quant’altro di misure protettive che ne emergono continuamente, non si potevano quanto meno interrompere le ferie di questi testimoni, magari facendoli raggiungere da qualche agente della polizia giudiziaria per raccoglierne le parole? Credo, o spero, che una domanda del genere -se non proprio questa- se la sia posta anche la ministra della Giustizia predisponendosi, come anticipato dalle cronache, all’iniziativa dell’ispezione. E a conclusioni -mi auguro- che accorcino le distanze tanto cresciute da molti, troppi anni fra ciò che fa la magistratura nei suoi uffici e ciò che si aspetta, fuori, il popolo in nome del quale è amministrata la Giustizia, possibilmente con la maiuscola. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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