La rivincita di Draghi alla Camera contro i furbetti al Senato sui superstipendi pubblici

Sono naturalmente anch’io in attesa più  o meno ansiosa di sapere se “l’oro di Mosca” in qualche modo intercettato dai servizi segreti americani, e destinato dal 2024 a partiti di una ventina di paesi, non sia giunto davvero pure in Italia, e a vantaggio di chi in particolare, o non risulti “fino ad ora”. Come è stato precisato negli stessi Stati Uniti da Adolfo Urso, presente oltre Oceano non ho ben capito, francamente, se più in veste di presidente del Copasir -il comitato bicamerale di sicurezza della nostra Repubblica, vigilante sui servizi segreti- o di esponente del partito di Giorgia Meloni. Della quale di recente Il Foglio ha rilevato il non ancora chiaro o completo gradimento -diciamo così- dell’inquilino repubblicano della Casa Bianca come candidata a Palazzo Chigi. Per cui le pur ripetute professioni di atlantismo, di solidarietà e di appoggio all’Ucraina e di condivisione delle sanzioni contro la Russia che l’ha aggredita non basterebbero alla leader della destra italiana per rasserenare le “cancellerie” europee. Dove peraltro non hanno gradito il recente grido della Meloni in piazza, a Milano, contro “la pacchia” della prevalenza degli interessi tedeschi e francesi su quelli italiani a Bruxelles e dintorni. 

Titolo del Dubbio

In attesa -ripeto- di sapere e capire, e non solo di intuire o sperare, che davvero “l’oro di Mosca” non sia arrivato anche in Italia, mi permetto di consolarmi della bizzarra campagna elettorale con la nuova, ultima lezione data da Mario Draghi ai partiti. Ma chissà poi se davvero ultima, mancando ancora nove giorni alle elezioni e ancora di più all’insediamento delle nuove Camere, prima del quale le vecchie potrebbero in teoria riservare ancora al presidente del Consiglio altre occasioni d’intervento critico come quello appena avvenuto contro la deroga tentata dal Senato al tetto degli stipendi pubblici. Che è fissato nei 240 mila euro l’anno assegnati al presidente della Repubblica. 

Mario Draghi

La deroga, passata come una supposta nella conversione in legge di un decreto su aiuti a famiglie e imprese danneggiate dai rincari energetici, avrebbe potuto essere vanificata da Draghi evitando semplicemente di renderla esecutiva con un decreto contemplato dallo stesso provvedimento. Ma il presidente del Consiglio, volendo probabilmente precludere cattive tentazioni al successore ma ancor più -sospetto- volendo dare una lezione, appunto, a partiti troppo disinvolti, ha preferito fare ristabilire alla Camera l’integrità del tetto stipendiale. E  obbligare perciò il Senato nell’ultima settimana di campagna elettorale ad un imprevisto supplemento di lavoro per ratificare l’ulteriore modifica apportata a Montecitorio.

L’irritazione di Draghi per quanto accaduto a Palazzo Madama, lamentato anche dal capo dello Stato definendolo “inopportuno”,  è ancora più apprezzabile per il fatto che ha coinvolto, volente o nolente, il suo pur amico ministro dell’Economia Daniele Franco. Che aveva trovato 25 milioni di euro, pari ad una cinquantina di miliardi delle vecchie lire, tra le pieghe del bilancio per finanziare gli aumenti di retribuzione destinati a generali ed alti burocrati. Delle cui aspettative si era fatto portatore in Senato -secondo un racconto affidato dal parlamentare forzista Marco Perosino alla Stampa e pubblicato nella lontana pagina 15, senza una citazione sia pur minima in prima- il presidente della Commissione Finanze Luciano D’Alfonso, del Pd. “Loro ormai -ha detto Perosino parlando anche dei colleghi di partito di D’Alfonso- rappresentano la burocrazia italiana. Siano rimasti noi a parlare per le classi povere”. 

In deroga tuttavia a questa rappresentanza praticamente esclusiva o prevalente delle “classi povere” assunta dai forzisti, Perosino  aveva firmato l’emendamento originario per derogare al tetto ben alto dei 240 mila euro di Mattarella, nella convinzione confessata che riguardasse quattro o cinque posizioni apicali, come si suol dire, della pubblica amministrazione. E perché mai questa generosità? Per amicizia -ha spiegato Perosino- non verso quelle quattro o cinque persone ma per il presidente della Commissione Finanze, che gli aveva chiesto il piacere di firmare la proposta. 

La vignetta con la quale Il Fatto Quotidiano ha cercato di rovesciare sul governo la responsabilità dell’accaduto al Senato

Qualcosa tuttavia lungo il percorso parlamentare della conversione del decreto non andò poi per il verso giusto perché l’emendamento risultò ritirato. Ma Perosino per primo se l’è infine ritrovato, non più a firma sua ma, più genericamente, delle “commissioni riunite”, in un elenco di modifiche elaborato in extremis, secondo lui, neppure dal povero ministro Franco strapazzato -temo- da Draghi, ma da “funzionari” convinti che la furbata passasse inosservata nel bailamme della fine di legislatura. Invece se ne sono accorti, fra gli altri, Mattarella e Draghi, sorpresi -a dir poco- anche dalla sostanziale unanimità dell’approvazione, fra voti favorevoli e astensioni. 

Per quanto curiosamente contenuta dall’informazione, questa brutta vicenda temo che non sfuggirà all’area del cosiddetto astensionismo, già saldamente in testa alla graduatoria dei partiti. 

Pubblicato sul Dubbio

Lo schiaffo di Draghi ai partiti per difendere il tetto alle retribuzioni pubbliche

Adolfo Urso negli Stati Uniti
Titolo del Corriere della Sera

Che vergogna! Ma non lo “scontro sui soldi da Mosca” con cui anche il Corriere della Sera ha ritenuto di aprire oggi riferendo delle polemiche sulle anticipazioni dei servizi segreti americani circa finanziamenti russi in corso dal 2014 a partiti di una ventina di paesi. Fra i quali non è compresa l’Italia almeno “per ora”, come ha voluto precisare il presidente del Copasir  -Comitato bicamerale per la sicurezza della Repubblica- casualmente in visita proprio in questi giorni negli Stati Uniti: Adolfo Urso, del partito di Giorgia Meloni. 

Titolo del Quotidiano del Sud

No. La vergogna, almeno per oggi, la vedo piuttosto nei giornaloni- chiamiamoli così- che hanno generalmente ignorato nelle loro prime pagine un evento più certo del cosiddetto “oro di Mosca”, come lo ha definito Il Quotidiano del Sud. E’ lo schiaffo, virtuale  ma ugualmente clamoroso, dato dal presidente del Consiglio uscente Mario Draghi ai partiti. Che tutti -proprio tutti, fra voti favorevoli e astensioni-avevano inserito al Senato come una supposta la costosissima deroga al tetto degli stipendi pubblici, per 25 milioni di euro in via immediata, nella conversione in legge di un decreto di aiuti alle famiglie e imprese danneggiate dalle bollette più care di luce e gas. 

Draghi, che avrebbe potuto limitarsi a non rendere esecutiva questa deroga rinunciando al decreto attuativo previsto dalla norma, ha opposto alla Camera un emendamento soppressivo che obbligherà il Senato nella prossima settimana a riunirsi daccapo , nonostante già congedato di fatto dalla presidente Maria Elisabetta Casellati, per ratificare l’abolizione. 

Titolo del Riformista

Non si sa bene quanti, fa generali e alti burocrati dello Stato, dovranno quindi rinunciare al sogno accarezzato per qualche ora di prendere  più dei 240 mila euro l’anno assegnati al Capo dello Stato. “Il tetto che scotta- Sull’aumento ai generali è duello tra i partiti e Draghi”, ha titolato in prima pagina, da solo e correttamente, il non giornalone Riformista, diretto da Piero Sansonetti. 

Dalla prima pagina del Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

Rovesciato è invece il quadro rappresentato  ai lettori dal Fatto Quotidiano. Che, sempre in prima pagina, ha parlato di “rapina dei Migliori”, intesi come “Draghi &C”, tentata al Senato e fatta rientrare alla Camera dal presidente della Repubblica Mattarella dopo avere definito “inopportuna” la deroga.  

Il senatore e presidente della Commissione Finanze Luciano D’Alfonso, del Pd
Il senatore Marco Perosino, di Forza Italia

La storia di questa deroga è stata raccontata alla Stampa, che l’ha relegata però a pagina 15 senza alcun richiamo in prima, dal senatore berlusconiano Marco Perosino. Al quale in commissione Finanze, sempre al Senato, il presidente piddino Luciano D’Alfonso aveva chiesto a suo tempo “la cortesia amichevole” di firmare un emendamento che doveva interessare i quel momento non più di quattro o cinque persone dell’alta burocrazia. Nel proseguimento del cammino parlamentare l’emendamento risultò ritirato, salvo ricomparire all’ultimo momento a firma di “commissioni riunite” in un elenco di norme coperte da tanto di stanziamenti finanziari elaborati dal Ministero dell’Economia. E fu approvato all’unanimità, fra voti favorevoli e astensioni. La “manina”, o manona, che l’aveva fatta ricomparire in forma ancora più ampia non è stata, secondo Perosino, neppure del ministro Daniele Franco in persona, col  quale se l’è presa il pur amico ed estimatore presidente del Consiglio, ma di “funzionari statali”  interessati, o complici, e convinti che “non se ne accorgesse nessuno” nel bailamme della fine della legislatura. 

Il senatore Perosino alla Stampa, pagina 15

Di questi “funzionari” è ravvisabile, secondo il senatore Perosino, la copertura politica di “tutto il Pd”, che “sapeva ed era d’accordo”, come dalla richiesta originaria di D’Alfonso all’amico forzista di firmare l’emendamento. “Loro ormai rappresentano la burocrazia italiana”, ha detto Perosino parlando dei parlamentari del partito di Enrico Letta e precisando di essersi inconsapevolmente, ma per fortuna, trovato nell’elenco dei risultati delle votazioni fra gli “astenuti”, e non tra i favorevoli del tutto. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

I veleni nella coda della legislatura interrotta con la crisi del governo Draghi

Il veleno nella coda della diciottesima legislatura interrotta dalla crisi del governo di Mario Draghi non è quello della conversione in legge del decreto sugli aiuti a famiglie e imprese danneggiate dai rincari dell’energia ritardata al Senato dai grillini. Conversione sbloccata all’ultimo momento in una situazione così confusa che è passata tra le maglie del provvedimento una spuria deroga al tetto stipendiale dell’alta burocrazia sulla quale Draghi è praticamente sbottato anche contro il fedelissimo e stimatissimo ministro dell’Economia Daniele Franco. Il quale aveva trovato la necessaria copertura alla norma introdotta tra voti favorevoli e astensioni di praticamente tutti i partiti lasciatisi evidentemente convincere, a livello di esperti, da qualche furbacchione della pubblica amministrazione interessato a guadagnare più di 240 mila euro l’anno. 

Sta ora arrivando -tra la prossima e ultima settimana della campagna elettorale e quelle successive ma a Camere nuove non ancora insediate- un altro decreto interministeriale, il quinto della serie, sugli aiuti militari italiani all’Ucraina aggredita dalla Russia. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Il più sensibile -o suscettibile, come preferite- al problema si è mostrato Il Fatto Quotidiano aprendovi la prima pagina in una chiave ostile analoga alla posizione assunta dal partito di Giuseppe Conte. Del quale il giornale diretto da Marco Travaglio non gradisce sentirsi definire “l’organo ufficiale”, come ha appena fatto il segretario del Pd procurandosi l’annuncio o la minaccia di una querela, ma casualmente -diciamo così- condivide spesso la linea. O a volte riesce persino ad anticiparla, com’è accaduto col rifiuto dei pentastellati di concedere l’ultimo dei 56 voti di fiducia chiesti in Parlamento da Draghi in circa un anno e mezzo di governo. 

Adolfo Urso

Tuttavia su questo passaggio delle armi all’Ucraina, ed anche dell’addestramento di militari di quel paese, Draghi non avrà certo da sbottare col ministro della Difesa Lorenzo Guerini, convinto come lui della necessità del sostegno appena confermato in una conversazione telefonica dal presidente del Consiglio al suo omologo a Kiev,  Volodymir Zelensky. Nè avrà da temere agguati nell’unica sede parlamentare dove potrebbero tentarne i pentastellati, che è il Copasir, cioè il comitato parlamentare di sicurezza della Repubblica abilitato ad esprimere un parere. Esso è presieduto per legge da un esponente dell’opposizione: in questo caso Adolfo Urso, del partito di Giorgia Meloni. Che però in materia di politica estera, e in particolare di guerra in Ucraina, è non schierato ma schieratissimo con Draghi. Casualmente è proprio Urso che si è appena recato in Ucraina a confermare, pure lui, gli impegni italiani ed è negli Stati Uniti per incontri di informazione con esponenti del governo americano.

In questa situazione che potremmo definire politicamente blindata per Draghi il veleno dell’azione di contrasto può ritorcersi solo contro Conte. Che senza nessun imbarazzo, nell’ennesima rappresentazione camaleontica della sua politica rimproveragli dagli avversari, si è detto “orgoglioso” della resistenza degli ucraini impegnati proprio in questi giorni in una controffensiva cocente per gli invasori russi, ma contrario ad ulteriori aiuti da un’Italia, secondo lui, ormai in recessione economica. 

Lucio Caracciolo al Riformista

Anche il non certamente grillino Lucio Caracciolo, un giornalista e docente esperto di geopolitica, ha convenuto in una intervista al Riformista che “l’Italia può reggere a fatica il prolungamento della guerra” in qualche modo insito proprio nella riuscita della controffensiva ucraina. “Il razionamento dell’energia, il prezzo del carburante, l’inflazione e l’instabilità dell’eurozona sono pesanti. La tenuta sociale è a rischio”, ha osservato Caracciolo. Che però, diversamente da Conte, non per questo ha auspicato la fine degli aiuti agli ucraini. Occorre piuttosto “cambiare il sistema informativo per preparare l’opinione pubblica a mesi futuri di sacrificio”, necessari per convincere Putin con le buone o le cattive ad una soluzione diplomatica della guerra da lui sconsideratamente aperta a febbraio nella convinzione di vincerla in un paio di settimane. L’inverno, a questo punto, è pericoloso pure per lui e non solo per Zelensky, per i russi e non solo per gli occidentali, anche se i russi vi sono più abituati. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it      

I novanta minuti della partita fra Enrico Letta e Giorgia Meloni

Titolo del Corriere della Sera

Non so se avete assistito ai 90 minuti di gioco televisivo, anzi di “sfida”, tra Enrico Letta e Giorgia Meloni, come l’ha definita il Corriere della Sera che ha ospitato la strana coppia di questa campagna elettorale. 

Le schermaglie precedenti, a distanza, avevano fatto temere troppa animosità, soprattutto per talune scivolate del segretario del Pd con l’uso della cipria pur metaforica contestato alla Meloni e con quell’”allarme” lanciato per la democrazia minacciata dalla riforma presidenzialista della Costituzione che si è prefissa  un centrodestra tanto in vantaggio ormai da potersela approvare da sola nel nuovo Parlamento. E senza neppure il passaggio della verifica referendaria prevista solo per le modifiche costituzionali apportate dalle Camere con una maggioranza inferiore ai due terzi. 

Titolo di Domani
Titolo della Stampa

Enrico Letta favorito dal temperamento e Giorgia Meloni dal fatto che uno studio televisivo non è una piazza, dalla quale lei si lascia spesso trascinare troppo, come in un’ansia da prestazione, hanno giocato una buona partita, per entrambi. Propendo personalmente più per il pareggio -“un pari senza squilli”- proposto sulla Stampa da Massimiliano Panarari che per la sconfitta di Letta annunciata su Domani dal direttore Stefano Feltri, convinto come il suo editore Carlo De Benedetti che il segretario del Pd abbia sbagliato tutto sin dalla preparazione della campagna elettorale: E si sia condannato a perdere miserevolmente. 

L’errore che si imputa ad Enrico Letta è di avere allestito un polo per niente “competitivo” con quello del centrodestra perché privo dell’apporto del “partito di Conte”, come Luigi Di Maio definisce ciò che è rimasto del MoVimento 5 Stelle spiegando così anche le ragioni della sua scissione. Ma, a parte il fatto che i dieci, diciamo pure quindici punti percentuali generosamente attribuiti dai sondaggi a Conte in versione Masaniello non sarebbero sufficienti a rovesciare le prospettive elettorali, tanto è il vantaggio ormai acquisito dal centrodestra, perché mai dovrebbe essere considerato un errore il rifiuto di Letta di allestire un’alleanza “solo elettorale”, come raccomandato proprio dall’editore di Domani? In realtà scombinata e inadatta a governare, ma anche a fare opposizione nella prospettiva di una successiva vittoria. 

La sfida televisiva tra Letta e Meloni gestita dal direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana

Anche il centrodestra -si dirà- è scombinato, con quella ossessione che la Meloni ha di Salvini e viceversa, e con Silvio Berlusconi che si propone di tenerli insieme come un padre. Ma chi ha detto che un bipolarismo scombinato in entrambe le sue componenti sia una buona soluzione dopo le prove date dalla cosiddetta seconda e terza Repubblica del bipolarismo targato Berlusconi e Prodi? Enrico Letta ha preferito perdere, pur fingendo di sperare in chissà quale recupero fra gli indecisi, e predisporre il suo partito ad un passaggio di opposizione piuttosto che condannarlo, nella migliore delle ipotesi, ad altre esperienze di governi tecnici, per quanto l’ultimo abbia avuto la fortuna di essere guidato da una persona autorevole come Mario Draghi, e di maggioranze di unità nazionale – diciamo la verità- per modo di dire. Che non hanno retto neppure -ripeto- con Draghi, cui è stato praticamente impedito persino di portare a termine una legislatura vicina, anzi vicinissima alla sua conclusione ordinaria e attraversata da emergenze come la guerra in Ucraina, la crisi energetica e una pandemia sempre in agguato. 

In questa logica di chiarezza credo sia condivisibile anche l’impegno che Enrico Letta e Giorgia Meloni hanno assunto nella loro “sfida” televisiva di non ritrovarsi insieme in un governo dopo le elezioni. Se poi questa scelta di chiarezza costerà a Letta la segreteria del partito, dove già si vedono e si sentono preparativi di resa dei conti, si vedrà. E sarà naturalmente un altro discorso. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it   

La pacchia anti-Ue che Giorgia Meloni poteva risparmiarsi

Titolo del Dubbio

Quella “pacchia” gridata da Giorgia Meloni a Milano, in Piazza del Duomo, contro l’Unione Europea -dove i tedeschi farebbero ancora contare troppo i loro interessi, e noi italiani troppo poco i nostri, anche avendo avuto negli ultimi tempi un governo presieduto da un uomo autorevole come Mario Draghi- ha forse avuto un’amplificazione mediatica troppo negativa. E per niente in buona fede, essendo giunta da giornali che avevano appena riportato, mostrando di condividerle, le doglianze del presidente della Repubblica per i ritardi europei, appunto, nel contrasto alla crisi energetica aggravatasi con la guerra in Ucraina. 

Eppure quel grido della candidata  del centrodestra a Palazzo Chigi ormai in netto vantaggio nella corsa alla vittoria elettorale del 25 settembre è stato ugualmente un errore. E’ stata una brutta scivolata del piede sul pedale della frizione, diciamo così. Sarebbe bastato che con la dovuta accortezza, per non muoversi come un elefante in un deposito di cristallerie, che la leader della destra italiana si fosse richiamata proprio ai concetti e ai moniti espressi dal capo dello Stato. D’altronde Sergio Mattarella è anche il “suo” presidente della Repubblica, pur avendo lei preferito non votarne la conferma e protestato per il sì, invece, degli alleati di centrodestra. Non parliamo poi dell’inizio di questa fortunatamente esaurita legislatura, quando anche lei- come un Luigi Di Maio qualsiasi- voleva mandare Mattarella davanti alla Corte Costituzionale, per alto tradimento, avendo negato a Giuseppe Conte la nomina di un Paola Savona considerato troppo euroscettico a ministro dell’Economia. Eppure da quel governo il partito della Meloni era stato escluso prima che si dichiarasse orgogliosamente all’opposizione.

Sergio Mattarella

Ormai quella è acqua passata, dimostrata dai due incontri avuti il mese scorso dalla Meloni proprio col presidente della Repubblica per non parlare certo di bagni e fiori: incontri rivelati dal Fatto Quotidiano persino con pesanti allusioni a “inciuci” post-elettorali e non smentiti da un Quirinale pur attentissimo e forse persino permaloso in questi tempi. Ricordo solo la ruvida smentita rimediata dal buon Marzio Breda, del Corriere della Sera, per avere raccolto -presumo- sullo stesso Colle o dintorni spifferi, chiamiamoli così, sulle reazioni “stupite” di Mattarella all’ipotesi di un ‘automatico” conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio alla Meloni in caso di vittoria del centrodestra nel rinnovo delle Camere. 

Matteo Salvini

Il guaio per l’oratrice di Piazza del Duomo a Milano e, più in generale, per la coalizione ormai a sua trazione, come si disse di Matteo Salvini dopo le elezioni del 2018, contrassegnate dal sorpasso della Lega su Forza Italia di Silvio Berlusconi; il guaio, dicevo, per la Meloni è che la vivacità – a dir poco- delle sue sortite sui rapporti con l’Unione Europea, o solo sulla interpretazione dello stato di questi rapporti, appartiene al contesto di una gara che non sembra mai finita fra lei e Salvini sulla strada di Palazzo Chigi. Eppure -Dio mio- il sorpasso dell’una sull’altro può ben essere ormai ritenuto consolidato, per cui non occorrono francamente altri sforzi, altri strappi senza aumentare la confusione e alimentare un clima di precarietà capace di proiettarsi negativamente sulla stabilità e persino credibilità della maggioranza destinata a uscire dalle urne. 

Non vi è paura che tenga, per esempio, del raduno leghista di domenica prossima a Pontida, o di qualche altra visita e telefonata di Salvini a Berlusconi, con o senza l’appendice velenosa di un proposito di ridimensionamento della scomoda alleata dopo il responso elettorale, a poter giustificare errori come quello compiuto dalla Meloni a Milano. 

Del resto, anche comprendendone paure -ripeto- ed altri disagi, a Giorgia Meloni dovrebbe bastare e avanzare la difesa che ne fanno gli amici di partito, a cominciare dal più grosso e scaltro che mi sembra essere Guido Crosetto. Del quale mi permetto di sospettare, anche a costo di smentita e di amichevole scappellotto, con quelle mani così grandi, che abbia di Salvini nel rapporto con la Meloni, pur con tutte le differenze fisiche fra i due uomini, la stessa opinione appena espressa su Enrico Letta in una intervista alla Stampa: “E’ una maschera con gli occhi di tigre. Anche mia moglie ha un barboncino toy, ma è difficile spacciarlo per rottweiler”. 

Qui ormai la rottweiler nei riguardi di Salvini, contando i voti passati in questi anni dall’uno all’altra, è proprio la Meloni. E non vi è papà politico che, trattandoli da “figli”, come si è proposto di fare Berlusconi, possa cambiare la situazione.  

Pubblicato sul Dubbio

Gli ….scherzi a parte della campagna elettorale a 13 giorni dal voto

Beh, ironia a parte, Emilio Giannelli si è ispirato alla cronaca più ancora che alla sua fantasia rappresentando nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera di oggi Matteo Salvini ed Enrico Letta seduti ai punti opposti della solita panchina dei giardinetti politici entrambi rinfrancati, con giornale in mano, dal divieto dei sondaggi. Che in questa campagna elettorale hanno segnato la loro progressiva sconfitta: l’uno all’interno del centrodestra pur vincente per le distanze quasi siderali che lo separano, nella corsa a Palazzo Chigi, da Giorgia Meloni e l’altro all’interno e all’esterno del centrosinistra perdente per l’obiettivo ormai mancato di portare il Pd almeno in testa alla classifica dei partiti presi singolarmente. 

Titolo di Libero
Enrico Letta a corto di energia

Tutto ha miseramente o allegramente congiurato -secondo i gusti- contro il segretario piddino, lasciato per strada persino dal bus elettrico al quale aveva affidato i passaggi salienti del suo viaggio elettorale. Benedett’uomo. Viene quasi la voglia di consolarlo pedonalmente e di augurargli quanto meno di potersi sottrarre alla minaccia di Giuseppe Conte di reclamarne la testa per ristabilire col Pd qualche rapporto stando insieme all’opposizione nella nuova legislatura. Al Nazareno sono sempre più numerosi ed evidenti quelli che non aspettano altro per la solita resa finale dei conti, al plurale. 

Titolo di Reopubblica

A proposito di Salvini, e della sua sfortunata campagna elettorale nel fronte -ripeto- pur considerato ormai vincente, c’è da lettori o elettori l’imbarazzo di scegliere fra due rappresentazioni mediatiche dei guai in cui egli si trova a furia di cercare di procurarne alla concorrente Meloni tra i soliti abbracci ad uso e consumo dei fotografi. Riferendo di un incontro avuto da solo con Berlusconi ad Arcore, la Repubblica ha attribuito al capo della Lega, con tanto di titolo virgolettato, questa richiesta, raccomandazione o altro ancora nei riguardi della Meloni: “Dopo il 25 Giorgia va contenuta”. E a contenerla dovrebbe essere proprio Berlusconi da “padre” politico di entrambi, come lo stesso Cavaliere ama ormai proporsi sapendo comunque che dei due figli, sempre politici, è la femmina questa volta ad avere più carte per la partita di Palazzo Chigi. 

Dall’interno del Foglio
Dalla prima pagina del Foglio

Di lettura più lunga, ed anche saporita, è invece la storia di copertina dedicata nell’edizione riflessiva del Foglio di lunedì alla “fregatura” alla fine rifilata da Giorgia Meloni ad un Matteo Salvini che dall’ormai lontano 2016 aveva pensato di averla sottomessa all’interno del centrodestra. “Giorgia che fregò Matteo”, é il titolo appunto di prima pagina. All’interno se ne possono leggere altri come “Meloni s’infilò le scarpe di Salvini”, ma soprattutto rivelazioni -se non saranno smentite dagli interessati- di trancianti giudizi espressi dalla leader della destra nei riguardi del suo alleato parlandone, per esempio, con Enrico Letta. Al quale, sospettando chissà quale “piano segreto”  del leader leghista  durante la convulsa edizione ultima della corsa al Quirinale, la Meloni disse: “Quello un piano non ce l’ha mai”. 

Ezio Mauro sulla prima pagina di Repubblica

A commento non del tutto ingiustificato della campagna elettorale nel centrodestra, ormai lanciato verso il successo per la mancata competitività degli avversari, Ezio Mauro si è chiesto oggi sulla prima pagina di Repubblica: “Si può andare al governo divisi sulla questione più rilevante del momento, vale a dire la guerra dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la contesa tra il Cremlino e l’Occidente, la risposta dell’Unione Europea con le sanzioni a Mosca, gli aiuti dell’Italia alla resistenza di Kiev?”: una resistenza peraltro che si sta rivelando di successo. “Incredibilmente, si può”, si è risposto da solo l’ex direttore di Repubblica. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Ah, gli svarioni anche di Calenda, e di Renzi, in questa campagna elettorale

Antonio Polito ieri sul Corriere della Sera

Onore al merito di una polemica giornalistica che è riuscita, una volta tanto, e per giunta in campagna elettorale, a cogliere in fallo un politico e a costringerlo ad una retromarcia, o a qualcosa che in un certo modo le assomiglia. E’ il caso di Antonio Polito, che sul Corriere della Sera di ieri aveva denunciato il contributo appena dato da Carlo Calenda a quello “scetticismo programmatico su qualsiasi proposta, col dileggio che ne deriva per un sistema parlamentare ritenuto ormai incapace di fare alcunché”. E senza rendersi conto -aveva avvertito l’editorialista, peraltro ex parlamentare- che “alla fine l’impotenza della politica rischia di travolgere anche chi la denuncia”.

Antonio Polito

        Lo “scetticismo” di Calenda contestato da Polito era quello espresso sulla riforma presidenzialista della Costituzione proposta da Giorgia Meloni. Che avrebbe minori possibilità di riuscita di un viaggio dello stesso Calenda verso Marte. In questa prospettiva il ricorso all’ennesima commissione bicamerale prospettata dalla Meloni per coinvolgere il maggior numero possibile di forze politiche, al di là dei confini fra maggioranza e opposizioni, sulla strada di una modifica così importante del sistema istituzionale, sarebbe una soluzione “buona” sì, ma “purtroppo” inutile. 

Eh no, aveva obiettato Polito. Questo lo lasci dire Calenda a noi giornalisti. Se la soluzione è buona, lui come politico deve impegnarsi a favorirla. Se “purtroppo” è inutile, lui deve impegnarsi a non far perdere tempo, e quindi a contrastarla. 

Dal Corriere della Sera di oggi

Hai ragione, ha replicato Calenda tuittando. La soluzione è buona e merita un impegno a favorirne il percorso se mai si dovesse riuscire a imboccarlo. E io lo assumo, ha aggiunto il leader del cosiddetto terzo polo. Che ha anche avvertito il dovere di dare “una spiegazione” al suo scetticismo. Essa starebbe nella convinzione che la Meloni ed Enrico Letta si stiano scontrando sulla riforma presidenzialista -peraltro condivisa negli anni passati, aggiungo io, anche da esponenti almeno allora autorevoli del Pd e della sinistra più in generale, come Massimo D’Alema al vertice proprio di una commissione bicamerale- per “polarizzare” la campagna elettorale attorno a loro, e non di più. 

La vignetta di Riccardo Mannelli sul Fatto Quotidiano

Non mi sembra, in verità, una grandissima o soltanto grande spiegazione, perché se il centrodestra dovesse davvero vincere, anzi stravincere le elezioni, come da sondaggi pur adesso preclusi alla diffusione, non si potrebbe ragionevolmente prevedere la rinuncia della Meloni e dei suoi alleati a tentare la riforma con la forza di cui disporrebbero in Parlamento. Dove addirittura  potrebbero sfuggire anche alla verifica referendaria prevista dalla Costituzione solo se le modifiche dovessero essere apportate con una maggioranza soltanto assoluta, inferiore ai due terzi di ciascuna delle due Camere. Ma accontentiamoci del riconoscimento almeno avvertito di un dovere di “spiegazione” per non unirci del tutto al sarcasmo della vignetta dedicata in prima pagina proprio ad un Calenda scomposto, a dir poco, da Riccardo Mannelli sul Fatto Quotidiano. Una vignetta che temo invece meritata per il contributo che Calenda ha improvvisamente deciso di dare ad una campagna sostenuta anche dal giornale di Marco Travaglio, nella solita assonanza con i grillini, per un cosiddetto sforamento ulteriore del bilancio per finanziare i soccorsi a famiglie e imprese colpite dal caro-bollette di luce e gas. 

Per uno come Calenda e il suo alleato Matteo Renzi, orgogliosamente fedeli all’”agenda”, “metodo” e quant’altro di Mario Draghi, che non intende finanziare questi soccorsi aumentando il debito pubblico, specie ora che il suo governo è di sola transizione verso il nuovo destinato ad uscire dalle urne, questo cambiamento di posizione  impone spiegazioni possibilmente migliori di quelle appena fornite a Polito sulla commissione bicamerale “purtroppo” inutile. O no?

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Salvo improbabili sorprese, Giorgia Meloni ce l’ha dunque fatta….

La corsa ai sondaggi prima del divieto di diffonderne i risultati sino al giorno delle votazioni è stata mediaticamente vinta dalla emittente televisiva di Urbano Cairo con una rivelazione eseguita per suo conto dal telegiornale di Enrico Montana, quasi a ridosso di un’altra commissionata dal salotto di Lilli Gruber. E’ stata quindi una gara, alla fine, tutta interna a  la7. 

Il segretario del Pd Enrico Letta

Ve ne riferisco in modo molto sommario per obbligo, a questo punto, di legge. Si sono allungate le distanze fra il centrodestra e la maggiore coalizione concorrente, quella formata da Enrico Letta attorno al suo Pd. E all’interno del centrodestra fra i partiti di Giorgia Meloni e quelli  arrancanti di Matteo Salvini e di Silvio Berlusconi.  Il quale ultimo è ancora più a rischio di sorpasso anche da parte del cosiddetto quarto polo improvvisato da Carlo Calenda e Matteo Renzi per pescare voti appunto in quelle acque, oltre che nel bacino del Pd. Dove Enrico Letta -si sa- ha preferito lasciarsi abbandonare dai due concorrenti di centro con i quali si era già accordato piuttosto che abbandonare, a sua volta, verdi e rossi che pure non avevano mai accordato la fiducia al governo di Mario Draghi. In difesa del quale invece lo stesso Letta aveva rinunciato al cosiddetto “campo largo” con i grillini. Che alla fine avevano rotto con Draghi per diventare più competitivi a sinistra proprio col Pd, ma senza riuscire più di tanto nell’obiettivo perché l’ultimo sondaggio li dà in competizione con la Lega, piuttosto che col Nazareno lettiano. 

Dalla prima pagina del Fatto Quotidiano

Questa situazione, che con minore sintesi non sono purtroppo riuscito a rappresentare, rafforza le ambizioni o aspettative di Giorgia Meloni a 15 giorni dal voto. E allarma naturalmente i suoi avversari, venuti particolarmente allo scoperto oggi sul Fatto Quotidiano con la rivelazione di un certo traffico svoltosi al Quirinale, e al massimo livello, nel mese di agosto. Si è riferito, in particolare di “due vertici segreti” fra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, con Mario Draghi messo sullo sfondo in un malizioso fotomontaggio, per preparare quel “clima unitario” post-elettorale non a caso auspicato negli ultimi giorni da Guido Crosetto. Il quale sta alla Meloni come Silvio Berlusconi si è proposto alla stessa Meloni e a Salvini: un padre rispetto ai figli. 

Chissà se tutto questo, peraltro, riuscirà alla fine a ridurre un altro rischio che incombe sul voto del 25 settembre: una sospettosa o sconcertata fuga degli elettori dalle urne, in linea con una tendenza che già a livello amministrativo ha  portato l’astensionismo allo stato consolidato di primo partito italiano. Ciò danneggerebbe ulteriormente la rappresentatività del Parlamento già compromessa da una riforma monca, che ne ha ridotto di un terzo i seggi a legge elettorale invariata -e che pasticcio di legge- e a regolamento anch’esso invariato alla Camera. 

Marzio Breda, il quirinalista del Corriere della Sera

Non per portare acqua al mulino del Fatto Quotidiano, dove i confini fra l’informazione e la partecipazione attiva alla lotta politica -diciamo così- sono quanto meno incerti, ma per una doverosa presa d’atto di cose realmente avvenute di recente, i “due vertici” al Quirinale rivelati dal giornale di Marco Travaglio spiegherebbero la dura reazione opposta da Mattarella allo “stupore”, riserve e quant’altro attribuitegli dal pur autorevole quirinalista del Corriere della Sera, Marzio Breda, sulla automaticità di un conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio a Gorgia Meloni in caso di vittoria elettorale del centrodestra e sua personale.Quale andrebbe appunto delineandosi con gli ultimi sondaggi per la giovane leader della destra dichiaratamente conservatrice. Che sono ultimi naturalmente in senso relativo, perché di ultimo davvero ci sarà solo il verdetto delle urne.   

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Biden tirato goffamente per la giacca nella campagna elettorale italiana

Dal Dubbio
Titolo del Dubbio

Benedetta campagna elettorale -si fa molto per dire naturalmente- vicina ormai alla conclusione. Ma cominciata ben prima della sua recente apertura ufficiale, essendo stata tutta la diciottesima legislatura una campagna elettorale continua, a vari livelli, sviluppatasi per uscire progressivamente dalle maglie della vittoria a sorpresa, per quanto relativa, conseguita nel 2018 dai grillini. I quali si sono fortunatamente prestati via via a sperimentare ogni tipo di maggioranza pur di rimanere al potere. E  perdendo quindi per strada la loro identità, se mai in verità ne hanno avuta una che non fosse di semplice populismo, come si suol dire a carico anche di altri, e non a torto. “Avvocato del popolo” -ricordate?- si definì orgogliosamente Giuseppe Conte arrivando a Palazzo Chigi con i suoi vice presidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini. 

Dalla prima pagina del Foglio di ieri
Titolo del Foglio di ieri

Persino Il Foglio -e per mano del suo direttore Claudio Cerasa, non ancora rassegnato forse, come il più realistico fondatore Giuliano Ferrara, a scommettere sulla capacità degli avversari del centrodestra ormai condotto da Giorgia Meloni di fare dopo le elezioni una sana e rigenerante opposizione- si è poco elegantemente aggrappato ad un evento come la scomparsa della regina Elisabetta II per spargere nubi sulla fase dichiaratamente conservatrice che si sta davvero avvicinando in Italia. E non solo nelle chiacchiere di chi vede da tempo conservatori dappertutto, anche a sinistra: per esempio, nel Pd di Enrico Letta. Ripeto: Enrico, non lo zio forzista Gianni, col quale è capitato anche a me di recente di scambiarlo scrivendo dell’uno e pensando familiarmente all’altro. 

Claudio Cerasa sul Foglio di ieri

Sentite l’incipit dell’editoriale di ieri di Cerasa: “Parlare di mondo anglosassone, oggi, senza parlare della regina Elisabetta può apparire fuori contesto, lontano dalla realtà, ma c’è una ragione ulteriore che, in queste ore, avvicina emotivamente il mondo anglosassone all’universo italiano. E quella ragione ha a che fare con un futuro che giorno dopo giorno somiglia sempre di più al volto di Giorgia Meloni, la prossima, possibile regina della politica italiana”. 

Già confessa di tremore dei polsi a immaginarsi a Palazzo Chigi, come va dicendo nei comizi e nelle interviste, la Meloni sarà sbiancata nel sentirsi indicare persino come “regina della politica italiana”. Che avrebbe tuttavia il torto, secondo quanto si capisce dal ragionamento di Cerasa, di sentire ormai superata l’”impresentabilità”, rimproveratale dagli avversari, scambiando il “mondo anglosassone” per la sola parte britannica. Dove una regina è appena morta dopo 70 anni sul trono cominciati e finiti con un conservatore allo storico numero 10 di Dowing Street: nel 1952 con Winston Churchill e ora con Liz Truss, appena nominata al posto del collega di partito Boris Johnson dalla stessa regina con quella mano destra livida delle sue ultime cure. 

  Giorgia Meloni- conservatrice anche lei, alla testa addirittura di una omonima formazione europea- è stata quindi invitata  da Cerasa a non pensare che possano bastarle le credenziali, diciamo così, britanniche. E meno male che il direttore del Foglio non ha evocato le simpatie per i nazisti attribuite a suo tempo allo zio allora regnante di Elisabetta, Edoardo VIII, poi dimessosi per amore della divorziata americana Wallis Simpson. 

Il presidente americano Joe Biden
Cerasa dal Foglio di ieri

A Giorgia Meloni mancherebbero ancora le credenziali del mondo anglosassone d’oltre Atlantico. Dove le chiavi della presentabilità dell’ex ragazza della Garbatella però sarebbero nelle mani non più dei conservatori repubblicani ormai sputtanati -diciamo così- da Donald Trump, ma in quelle dei democratici, rappresentati alla Casa Bianca dal presidente Joe Biden. Con i quali tuttavia -ha riconosciuto Cerasa- la leader della destra italiana sarebbe già riuscita a realizzare una “sorprendente simmetria” sul terreno dell’”atlantismo, odio per il puntinismo, distanza dalla Cina, vicinanza a Taiwan”. 

Sempre Cerasa dal Foglio di ieri

Sino a quando questo processo di simmetria, diciamo così, non sarà completato, nonostante la presentabilità acquisita -ripeto- nella Gran Bretagna della scomparsa Elisabetta e forse anche del subentrato Carlo III, il partito della Meloni continuerà ad essere “per i tedeschi un cugino alla lontana dell’Afi, per i francesi un cugino alla lontana della Le Pen, per gli spagnoli un cugino non alla lontana di Vox”. 

Tutto questo, magari, sarà pure vero.  Ma dobbiamo dirci francamente che conta, o dovrebbe contare alla fine soprattutto ciò che della Meloni, del suo partito e della sua “presentabilità” pensiamo noi italiani. E su questo terreno neppure al Foglio si riesce bene a capire che cosa ne pensino davvero. In particolare, se condividono o no l’allarme per la democrazia derivante da un’affermazione della Meloni lanciato da Enrico Letta, che non per questo ha perduto il voto pubblicamente annunciato e ribadito più volte da Giuliano Ferrara in persona. 

Pubblicato sul Dubbio

In omaggio ad Elisabetta II, una grande regina spentasi nella serenità dei suoi 96 anni

No. Oggi non ce la faccio a tenere basso lo sguardo per riferirvi della campagna elettorale italiana a 16 giorni dal rinnovo delle Camere. Una campagna monotonamente contrassegnata dalle divisioni che accomunano i due poli certificati dalla Corte di Cassazione -il centrodestra molto avanti nei sondaggi e il centrosinistra molto indietro- insidiati entrambi dal polo non certificato di centro per una valutazione della consistenza, rispettivamente, della vittoria e della sconfitta.  Il resto è ormai dettaglio, o poco più, sotto le 5 stelle e altrove. 

Dalla prima pagina di Repubblica

Oggi lo sguardo non può che levarsi più in alto, geograficamente e umanamente, con l’omaggio dovuto ad una grande, grandissima regina -Elisabetta II d’Inghilterra- che ha concluso serenamente la sua lunga avventura terrena guadagnandosi tutti, ma proprio tutti gli elogi che le sono stati riservati immediatamente nella nostra doppia Capitale del Cristianesimo e dell’Italia: dall’”esempio di devozione al dovere” indicato da Papa Francesco all’”autorevole saggezza e altissimo senso di responsabilità” sottolineati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, infine al riconoscimento di “una protagonista assoluta” da parte del presidente del Consiglio Mario Draghi. 

Nell’ormai lontano, anzi lontanissimo 1956 andai a Londra in estate come premio di mio padre per il diploma di maturità classica. E mi colpì, all’arrivo, un giornale appena uscito con un titolo su tutta la prima pagina che diceva: Slapped. Cioè, schiaffeggiato. Era la sorte toccata in Parlamento ad un deputato britannico che aveva attaccato la regina salita al trono quattro anni prima. E di quel giornale vidi, ammirato, la corsa all’acquisto davanti alle edicole, come poi vidi e ascoltai nelle sale cinematografiche gli applausi del pubblico al filmato che precedeva ogni spettacolo per il saluto alla Regina. 

Sono andato a cercare  su internet il nome di quel deputato slapped da me purtroppo dimenticato. E’ stata una ricerca felicemente inutile, avendomi finalmente restituito un’immagine umana della navigazione elettronica. Che ha anch’essa evidentemente i suoi limiti. 

La vignetta del Secolo XIX

Ne è passato di tempo da quel giorno, ne sono accadute di cose attorno ad Elisabetta II, in Gran Bretagna e in famiglia, ma quel deputato è probabilmente morto senza la soddisfazione di vedere minata la popolarità della Regina. Peggio ancora se è sopravvissuto, perché adesso sta vedendo e sentendo di persona quanto Elisabetta fosse riuscita a smentirlo nel suo lunghissimo regno. 

Il commiato della Regina dalla premier

Onore, dunque, alla Regina, con quella mano destra livida delle cure cui doveva sottoporsi  per le sue condizioni di salute, a 96 anni, che abbiamo tutti potuto vedere in fotografia e in televisione mentre, sorridente e serena, si accomiatava dalla conservatrice Liz Truss dopo l’ultimo adempimento del suo mandato regale. L’aveva appena nominata alla guida del governo britannico al posto del praticamente sfiduciato collega di partito Boris Johnson. 

Quel sorriso ci mancherà -credo, o temo- con Carlo III arrivato finalmente al trono all’età di 74 anni da compiere a novembre. Sua madre era già regina a 25.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it 

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