In Russia si scappa da Putin, in Italia dalle urne di domenica prossima

Titolo di apertura del Fatto Quotidiano

Le immagini televisive e stampate non consentono fughe dalla realtà. E ridicolizzano i tentativi di ridurne la portata, come si sono avventurati al Fatto Quotidiano. E dove sennò?  Da quelle parti  la fuga dei russi da Putin -dopo il richiamo di trecentomila riservisti e la minaccia di usare la bomba atomica per difendere l’annessione “referendaria”, come la chiama lui, dei territori ucraini occupati militarmente, o di ciò che ne rimane dopo tante distruzioni e stragi- sono diventate in un sommarietto di apertura “prime reazioni negative”. E ciò sotto un titolo che grida “la paura di Biden”: il presidente degli Stati Uniti d’America, naturalmente. Di cui tuttavia si lamenta nel già citato sommarietto, associando Usa e Nato, la decisione di “rilanciare il riarmo”, per cui “si fa più forte il rischio nucleare”. Bisognerebbe che nella redazione di Marco Travaglio ci mettessero un pò più di coerenza, o un pò meno di incoerenza, nella titolazione per rispetto, non foss’altro, dei lettori. E’ strana la paura di Biden raccontata così.

Il titolo del Giornale
Dalla prima pagina del Corriere della Sera

“I voli esauriti: via da Mosca”, ha preferito riferire il Corriere della Sera. “In fuga da Putin” hanno titolato quasi all’unisono il Giornale e Libero. “Il pugno di Mosca”, ha sovrapposto il manifesto alla foto di un dimostrante alle prese con la polizia russa. 

La prima pagina del manifesto

Se in Russia si fugge da Putin, a dispetto degli avvertimenti che dal primo giorno dell’attacco all’Ucraina si è scritto e detto, scomodando anche un discendente del grandissimo Tolstoi, sulla popolarità del presidente-zar nel  “profondo” di un paese che pure sta affamando, e al quale non osa rivelare quanti morti gli abbia già procurato in terra ucraina semplicemente occultandoli nelle fosse comuni o incenerendoli; se in Russia, dicevo, si fugge da Putin, in Italia si scappa dalle urne ancora a tre giorni dal voto per il rinnovo delle Camere. Tanto è stata evidentemente confusa, pasticciata e altro ancora di negativo la pur breve  e inusualmente estiva campagna elettorale. 

Sergio Stajno di recente sulla Stampa

Nessun partito può dolersene e prendersela con gli indecisi. Lo raccomandava già qualche settimana fa il vecchio Sergio Stajno in una vignetta sulla Stampa perché a dar loro degli “stupidi” se ne compromette un eventuale ripensamento. “Sono la nostra speranza”, diceva da sinistra naturalmente, l’ultimo direttore -se non ricordo male- o uno degli ultimi dell’Unità, chiusa nel 2017 e umiliata di recente  con un procedimento giudiziario di bancarotta. Meritava altro, francamente, il quotidiano comunista fondato da Antonio Gramsci nel 1924, quasi un secolo fa.

Romano Prodi ieri sera a Otto e mezzo

Agli ancora indecisi ha pensato anche Romano Prodi ieri sera, collegato da casa col salotto televisivo di Lilli Gruber, per augurare ad Enrico Letta il miracolo capitato a lui nel 2006, quando da perdente come lo davano tutti i sondaggi gli riuscì di sconfiggere di nuovo Silvio Berlusconi, come dieci anni prima. Ma senza riuscire, come già era accaduto la volta precedente, a durare poi a Palazzo Chigi più di un anno e mezzo, all’incirca. 

La prima pagina del Fatto Quotidiano

Più ancora di Prodi ha scommesso sugli indecisi in questi pochissimi giorni di vigilia elettorale il già citato Fatto Quotidiano imbaldanzito da sondaggi riservati, e indiffondibili, che danno Giuseppe Conte in forte ripresa al Sud. Dove basterebbero una decina, meglio una quindicina di seggi sottratti al centrodestra al Senato non dico per evitarne la vittoria, ma almeno per ridurne la portata. E impedirgli di disporre nel nuovo Parlamento di una maggioranza così larga da potere da solo approvare una riforma costituzionale senza la verifica referendaria. “Conte rimonta al Sud e Meloni rischia grosso”, ha titolato il giornale di Travaglio ingigantendo forse un pò troppo le difficoltà della leader della destra italiana. La speranza, si sa, è sempre l’ultima a morire. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Verso la parità di genere al vertice delle istituzioni, almeno questo

Titolo del Dubbio

L’elezione di Silvana Sciarra alla presidenza della Corte Costituzionale apre, fra l’altro, la strada -al di là delle stesse intenzioni dei giudici della Consulta- ad una legislatura in cui potremmo avere una parità di genere al vertice delle istituzioni, o quanto meno avvicinarvici più di quanto sia mai avvenuto nella storia della Repubblica. 

Giorgia Meloni

Se Giorgia Meloni, risparmiandosi altri errori negli ultimissimi giorni di questa campagna elettorale dopo quelli su cui tornerò più avanti, riuscirà a diventare la prima donna alla guida di un governo in Italia potrà fare coppia almeno per un anno con la presidente Sciarra per una parità di genere ai vertici istituzionali, appunto, escludendo il capo dello Stato e immaginando due uomini alle presidenze delle Camere. 

Dario Franceschini

Se poi anche in Parlamento dovesse farcela una donna a tornare alla presidenza del Senato o della Camera, la parità di genere sarebbe completa, includendo anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Avremmo tre donne e tre uomini, tra Quirinale, la dirimpettaia Consulta, Palazzo Chigi e Camera o Senato. Non oso neppure ipotizzare un 4 a 3 a vantaggio delle donne, non foss’altro per non fare un torto al povero Dario Franceschini, che mi dicono punti a Montecitorio anche in caso di sconfitta del suo Pd alle elezioni scommettendo sul buon gusto del centrodestra di lasciare alle opposizioni almeno una delle presidenze delle Camere. 

Almeno sul piano -ripeto- della parità di genere la legislatura potrebbe quindi partire col piede giusto. Ma ce la farà, come anticipavo all’inizio, la Meloni a non compromettere una vittoria che anche lei avverte a portata di mano nella corsa a Palazzo Chigi? Me lo chiedo perché la giovane leader della destra italiana -“conservatrice” come le spetta di essere riconosciuta per il nome della formazione europea che presiede, o “post-fascista” come preferiscono definirla gli avversari che ha in Italia e all’estero, dove qualcuno le dà addirittura della fascista vera e propria- si è un pò lasciata prendere la mano negli ultimi tempi. 

Silvio Berlusconi

Per non risalire a quella “pacchia” gridata in piazza a Milano contro francesi, tedeschi e olandesi che farebbero i propri comodi nell’Unione Europea ai danni di un’Italia passiva; o a quel voto congiunto con i leghisti al Parlamento di Strasburgo a favore dell’Ungheria di Viktor Orbàn a rischio di sanzioni comunitarie per l’illiberalismo che pratica nel suo paese ritenendosi unto da Dio e dagli elettori; per non risalire, dicevo, a questi due brutti precedenti, che hanno indotto Silvio Berlusconi a minacciare di  non fare entrare nel suo governo i forzisti, o di farli uscire affondandolo, ho trovato francamente sbagliato l’appello che la Meloni ha fatto per una vittoria dei franchisti di Vox in Spagna sulla scia della sua in Italia. 

Dal manifesto di ieri

Benedetta “Giorgia”, come ormai la chiamano un pò tutti i giornali anche se il suo cognome è ancora più corto per i titolisti, perché abbassa tanto la guardia su un versante che è già così scivoloso a casa sua, e nostra? Mi pareva sinceramente che potesse bastare quel comizio, o comiziaccio recente a vene gonfie sul collo in Andalusia. Dovrebbe pur ricordare di essere nata dopo il franchismo, oltre che dopo il fascismo. 

Dalla Stampa di ieri

Per ultimo, se non si spazientisce contro un vecchio cronista politico, la signora Meloni, come ogni tanto la chiama anche il suo alleato e “padre” metaforico Berlusconi, ho trovato un’autentica autorete la sua invettiva contro la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese per i fischi e anche qualche gazzarra tentata contro i suoi comizi dai soliti dissidenti in una competizione democratica. 

Immagini da Palermo

Senza volere essere malizioso a tal punto da sospettare di eccesso voluto di zelo da parte di una ministra già nel mirino  dell’alleato e concorrente della Meloni nel centrodestra che è Matteo Salvini, suo predecessore al Viminale, non mi sembrano proprio un successo per la candidata a Palazzo Chigi le manganellate e simili della Polizia nel suo comizio a Palermo. Dio mio, signora, si e ci risparmi repliche in questi ultimi 3 -dico tre in lettere- giorni di campagna elettorale. Che poi sarebbero due considerando che già sabato non si potrà più comiziare, provocare ed essere provocati. 

Enrico Letta al Giornale di ieri

D’altronde -e chiudo- anche il segretario del Pd Enrico Letta, forse per rimediare a quello che considero l’incidente di Berlino, dove egli è andato a farsi sponsorizzare per una minore sconfitta possibile dai socialdemocratici impegnati a denunciare il pericolo del “post-fascismo” in Italia, le ha steso in qualche modo la mano rilasciando un’intervista al Giornale della famiglia Berlusconi titolata tra virgolette, cioè con le sue parole. così: “Governa chi vince, anche se è la Meloni”. Forse una telefonata di ringraziamento sarebbe dovuta a Letta nipote da quella che pure il segretario del Nazareno ha preferito in questa campagna elettorale come la principale, se non unica antagonista.

Publicato sul Dubbio

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La corte insistente degli americani a Mario Draghi per la guida della Nato

Draghi all’assemblea generale dell’Onu
Monica Guerzoni da New York sul Corriere della Sera

Il caso -un altro, direi, dei tanti che ne hanno contrassegnato la lunga e fortunata, oltre che meritata carriera pubblica- ha voluto che l’ennesima sfida di Putin nella guerra all’Ucraina, con l’annuncio dei referendum per l’annessione alla Russia delle terre occupate militarmente, coincidesse con l’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Dove Mario Draghi ha potuto aggiornare il suo già robusto intervento preparato all’arrivo per denunciare “un’ulteriore violazione del diritto internazionale che condanniamo con fermezza”. Un intervento, quello del presidente del Consiglio, su cui l’inviata del Corriere della Sera al seguito, Monica Guerzoni, ha riferito scrivendo di un Draghi che “scolpisce con forza la posizione geopolitica dell’Italia e allontana da sé l’ombra di un governo populista o sovranista che guardasse con indulgenza in direzione del Cremlino”. Ma forse -aggiungerei a tanta distanza dagli Stati Uniti- per allontanare quell’ombra non solo “da sé”, ma anche dal suo uditorio internazionale, in linea con la rappresentazione ottimistica delle prospettive elettorali italiane da lui avviata in estate a Rimini. Dove, ospite del raduno annuale dei ciellini, disse che l’Italia ce l’avrebbe fatta a superare le sue difficoltà, anche di politica estera, con “qualsiasi governo” grazie all’eredità che egli stesso stava lasciando con il suo. 

Il solito “omaggio” del Fatto Quotidiano a Draghi
Carlo Calenda al Foglio

Probabilmente il presidente del Consiglio avrà convinto di questo ottimistica previsione persino il vecchio e sempre autorevole Henri Kissinger. Che proprio a New York, partecipando alla premiazione dell’ospite come migliore statista dell’anno a livello mondiale, ne ha pubblicamente sottolineato ”una straordinaria capacità di analisi intellettuale che si è concentrata sul migliorare le cose, non solo su un punto particolare”. Ed ha previsto – sempre Kissinger- che Draghi “rimarrà a lungo con noi”, cioè sulla scena internazionale: un’allusione forse non tanto alla speranza, in Italia, ribadita da Carlo Calenda al Foglio di un suo bis a Palazzo Chigi in caso di un’altra emergenza politica, quanto alla corte che neppure tanto dietro le quinte gli americani stanno facendo al  nostro presidente uscente del Consiglio per la guida della Nato. E pazienza per il sarcasmo del Fatto Quotidiano e dintorni politici e mediatici, con quel fotomontaggio caricaturale in prima pagina di Draghi commediante col turbante a stelle (e strisce).

Mattia Feltri sulla Stampa nel suo Buongiorno quotidiano
Dal Corriere della Sera

Per quanti sforzi faccia ogni tanto lo stesso Draghi di defilarsi  -dicendo, per esempio, proprio a  New York a un gruppo di studenti veneti che avrà a breve “molto tempo libero” da poter dedicare all’invito rivoltogli a visitare la loro scuola-  egli ha conservato intatta autorevolezza e agibilità pubblica dopo gli sgambetti tesigli dai partiti in Italia. E’ forse prematuro, sotto questo aspetto, anche lo sfogo odierno di Mattia Feltri sulla Stampa con il suo buongiorno quotidiano, in cui ha scritto: “Sarò un’inconsolabile vedova, ma le mie vesti si sono tinte di lutto alle immagini di ieri, di Mario Draghi premiato a New York da Henry Kissinger come statista dell’anno”, e dei recenti apprezzamenti del presidente Biden forse scambiabili per “un elogio funebre a elogiato vivo”. “Mezzi morti -ha osservato Mattia Feltri- siamo noi, fenomeni che di quest’uomo non sappiamo che farcene, né a Palazzo Chigi né al Quirinale”. E giù botte di stampa meritatissime a Matteo Salvini e Giuseppe Conte, ritrovatisi insieme dopo l’esperienza, rispettivamente, di presidente del Consiglio e vice presidente e ministro dell’Interno, nell’attaccare, dileggiare e quant’altro Draghi in questa campagna elettorale fortunatamente arrivata a soli quattro giorni dal voto e tre dal silenzio. 

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Scomodo forse per lo stesso Enrico Letta l’endorsement raccolto a Berlino

Titolo di Repubblica
Titolo del Corriere della Sera

Entrambi i giornali più diffusi in Italia –Corriere della Sera e la Repubblica- hanno in qualche modo trasferito a Berlino la campagna elettorale di casa nostra, peraltro a 5 giorni dal voto, considerando come l’avvenimento principale delle ultime 24 ore l’incontro assai cordiale del segretario del Pd Enrico Letta nella capitale tedesca col cancelliere socialdemocratico Olaf Sholz. “Caso Berlino sulle elezioni”, ha titolato il Corriere. “Berlino: no ai postfascisti”, ha spiegato la Repubblica riferendo non tanto sull’incontro fra Letta e Sholz quanto sulla contemporanea -e certamente non casuale- preoccupazione espressa dal presidente del partito del cancelliere per una vittoria della destra di Giorgia Meloni. 

Francamente, il segretario del Pd avrebbe potuto fare a meno di questo tipo di endorsement, un pò eccessivo pur considerando le difficoltà nelle quali egli si trova con quella distanza ormai incolmabile fra il suo polo, alquanto striminzito dopo la rottura con Giuseppe Conte a sinistra e con Carlo Calenda e Matteo Renzi al centro, e il centrodestra a trazione, questa volta, meloniana. 

Paolo Meli a Otto e mezzo

Con quel tipo di endorsement Enrico Letta ha messo nei guai dopo qualche ora in Italia persino il suo amico -e, credo, anche elettore- Paolo Mieli. Che, ospite del salotto televisivo di Lilli Gruber, ha sorpreso anche la padrona di casa riconoscendo al segretario del Pd il merito di non avere abusato dell’antifascismo -anzi, di non avervi proprio fatto ricorso- per contrastare Giorgia Meloni, sino a rendere questa campagna elettorale “più all’acqua di rosa di tutte” , testualmente. 

Giorgia Meloni a Quarta Repubblica

La Meloni, dal canto suo, ospite di Nicola Porro alla “Quarta Repubblica” della quasi omonima rete della televisione berlusconiana, non si è lasciata scappare l’occasione per chiedere furbescamente a distanza ad Enrico Letta se nell’incontro con Sholz avesse perorato la causa del tetto al prezzo del gas sostenuta per l’Italia da Mario Draghi nell’Unione Europea. Cui i tedeschi sembravano avere in qualche modo aperto ripiegando però successivamente sulla difesa dei propri interessi, diversi dai nostri perché i prezzi praticati dai russi alla Germania sono più bassi. E così la giovane candidata a Palazzo Chigi, oltre che ad allinearsi a Draghi più di Letta, ha potuto riproporre, pur senza ripetere la storia della “pacchia finita” se lei dovesse arrivare alla guida del governo, la sua rappresentazione dell’Unione Europea. Dove la difesa degli interessi nazionali è permessa a tedeschi, francesi, olandesi ma non all’Italia, che pure è tra i paesi fondatori e non certo ultimo per estensione, popolazione e produzione industriale. 

Temo, per Letta nipote, rispetto allo zio Gianni che ad Arcore è di casa, che Silvio Berlusconi ascoltando la Meloni si sia forse un pò pentito di avere commentato negativamente quella “pacchia finita” scappatole di bocca nella piazza milanese del Duomo. E, sotto sotto, pur con tutto il suo apprezzamento dell’Unione Europea, qualche riflessione “il caso Berlino” evocato nel titolo del Corriere della Sera deve averla suggerita anche a Mario Draghi oltre Oceano. Dove il presidente del Consiglio è andato a raccogliere premi e altri riconoscimenti meritatissimi ai margini dell’assemblea generale delle Nazioni Unite. 

Mario Monti

I tedeschi, come lo stesso Draghi ha sperimentato negli anni della presidenza della Banca Centrale europea, non hanno molte simpatie per gli italiani, considerati troppo pasticcioni e indebitati, forse con una sola eccezione. Che non è quella di Draghi ma di Mario Monti, di cui in Germania fu salutato dai giornali d’oltralpe l’arrivo a Palazzo Chigi, nel 2011, scoprendolo come il genero sognato da molte mamme teutoniche. Ma neppure i tedeschi -diciamola tutta- sono molto popolari in Italia. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il no di Draghi un pò come quello di Mattarella al secondo mandato

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di ieri beffeggiando Matteo Renzi
Titolo del Dubbio

Ancora ieri su un giornale che non vuole sentirsi dare dell’”organo” del partito di Giuseppe Conte ma che ne riflette o anticipa spesso umori e cambiamenti di rotta si contestava all’odiato Matteo Renzi di avere proposto o previsto un Draghi bis rimediando “a stretto giro” una clamorosa e diretta smentita dell’interessato. Che in effetti in quella che potrebbe essere stata l’ultima conferenza stampa da presidente del Consiglio, almeno prima delle elezioni di domenica prossima, ha recentemente opposto un no secco all’ipotesi di una sua disponibilità per un “secondo mandato” a Palazzo Chigi. Dove ormai quasi avvertono l’ombra di Giorgia Meloni, dichiaratasi “pronta a governare” anche al Giornale della famiglia Berlusconi in una intervista titolata proprio così in prima pagina, con una perentorietà che potrebbe apparire persino in contrasto con la prudenza dello stesso Berlusconi. Del quale era apparsa qualche giorno fa addirittura “una bomba atomica” al Riformista di Piero Sansonetti l’avvertimento che Forza Italia non farà parte del governo, o ne uscirà in qualsiasi momento, se non ne risulterà chiara la linea europeista e atlantista. 

Matteo Savini domenica a Pontida

E’ una bomba, quella attribuita a Berlusconi, che Matteo Salvini dal palco di Pontida, davanti ai trentamila o quarantamila leghisti accorsi alla ripresa del raduno tradizionale, dopo l’interruzione da Covid, non ha scambiato neppure per un petardo. Sia che vada lui, come mostra ancora di credere  anticipandosi orgoglioso di una pur improbabile chiamata del presidente della Repubblica, sia che vada l’alleata, concorrente e amica leader della destra dichiaratamente conservatrice, Salvini si è detto convinto che Silvio, come lo chiama anche in pubblico quando ne parla, non costituirà un problema. La convergenza col fondatore di Forza Italia, e del centrodestra improvvisato nel 1994,   sarebbe addirittura al 99 per cento. Apparterrebbe quindi al residuo 1 per cento anche il dissenso pubblicamente espresso da Berlusconi nei riguardi del voto contrario  degli europarlamentari leghisti e meloniani alle sanzioni comunitarie in arrivo per l’Ungheria di Viktor Orbàn. Che non fa neppure più parte del Partito Popolare Europeo, di cui Berlusconi si considera il principale socio italiano.

Carlo Calenda

Ma torniamo al presunto sbugiardamento di Renzi da parte di Draghi col no opposto in conferenza stampa alla sua disponibilità per un secondo mandato a Palazzo Chigi. Un no interpretato invece da Carlo Calenda  -alleato di Renzi in un terzo polo elettorale pur non riconosciuto dalla Corte di Cassazione, secondo la quale ne esisterebbero solo due- come una risposta tanto obbligata quanto provvisoria, non essendosi ancora votato e tanto meno maturate le condizioni nelle quali potrebbe essere rigiocata la carta, appunto, di Draghi. 

In effetti, se si vuole essere minimamente obiettivi, o non prevenuti, come preferite, e fatte le debite differenze fra la Presidenza della Repubblica e la Presidenza del Consiglio dei Ministri, quel no di Draghi è un pò parallelo a quello opposto -e a lungo- da Sergio Mattarella quando, ancor prima che cominciasse il cosiddetto semestre “bianco” e conclusivo del suo mandato, se ne prospettò e sollecitò anche nei teatri e nelle piazze il bis. Ricordate? Quasi per rafforzare il suo rifiuto Mattarella cominciò a cercare casa in affitto a Roma per trasferirvisi alla scadenza del settennato al Quirinale. E si lasciò sorprendere da fotografi e telecamere quando, individuatene una conforme per prezzo e dimensioni ai suoi bisogni, cominciarono i sopralluoghi personali e persino i trasferimenti di mobili anche dalla sua Palermo. Ricordate anche questo? 

Mattarella e Draghi

Draghi stesso -che pure in una cena al Quirinale, secondo indiscrezioni non smentite, lo aveva inutilmente sollecitato al bis, addirittura condizionando ad esso anche la sua disponibilità a proseguire il lavoro di presidente del Consiglio- finì per prendere tanto sul serio il rifiuto del capo dello Stato in scadenza da cadere in una mezza imboscata. Fu nella conferenza stampa di fine 2021, quando in risposta ad una domanda sulla sua disponibilità a succedere a Mattarella egli si definì “un nonno al servizio delle istituzioni”.  Bastò e avanzò perché la trasparenza del presidente del Consiglio fosse scambiata per ambizione smodata o, peggio, per qualcosa di simile a un mezzo colpo di Stato, con l’inedito passaggio diretto di un uomo da Palazzo Chigi al Quirinale. Ma quando più tentativi di una successione fallirono Mattarella si lasciò responsabilmente confermare. 

Volete che, alla luce di quanto accaduto allora, che segnò anche l’inizio di un certo logoramento del suo governo oltre la misura normale di un epilogo di legislatura, Draghi potesse commettere nei giorni scorsi l’errore, l’imprudenza, l’ingenuità -chiamatela come volete- di mettersi in corsa per un secondo mandato a Palazzo Chigi? No, non lo poteva fare. Si potrà parlarne solo dopo le elezioni e il naufragio non so di quanti tentativi di governo, nel sospetto -fra l’altro- che quel 99 per cento di convergenze vantate da Salvini all’interno del centrodestra sia alquanto esagerato, diciamo così.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 settembre

Da Pontida Salvini liquida all’1% il dissenso suo e della Meloni da Berlusconi

In nero da Libero
In rosso da Libero

A vedere e leggere la prima pagina di Libero, che ne ha riferito con l’enfasi di un giornale di partito, Matteo Salvini è riuscito a radunare sui prati di Pontida centomila entusiasti del “ritorno” della “Lega dura”. Quella, per intenderci, dei tempi del fondatore Umberto Bossi, prima che Silvio Berlusconi e un ictus non lo ammorbidissero fra una visita e l’altra ad Arcore, avvolto la notte in un pigiama di seta scelto personalmente dal padrone di casa per onorare l’ospite. Un Bossi che non a caso Vittorio Feltri, sempre sulla prima pagina di Libero, ha voluto quasi celebrare con testimonianze personali come “capo dei Barbari”.

Dal Corriere della Sera
Marco Cremonesi sul Corriere della Sera

Peccato però che i centomila fossero, secondo le cronache meno enfatiche del Corriere della Sera, dai trentamila ai quarantamila, che sono -beninteso- tanti lo stesso, per carità, ma sempre meno della metà vantata dai tifosi di Salvini. E avvolti prevalentemente nell’azzurro nazionale, piuttosto che nel verde di Bossi, peraltro in accecante assenza personale, come si dice di certi assordanti silenzi. Egli ha infatti declinato l’invito di Salvini e preferito restarsene a casa, nella sua Gemonio, a prepararsi alla festa odierna, e tutta privata, dei suoi 81 anni. Al pur assente Bossi  comunque Salvini ha promesso che i leghisti se torneranno al governo -come sembra scontato dopo tanti sondaggi sull’avanzata elettorale del centrodestra- non se ne staranno con le mani in mano a godersi le poltrone, gli omaggi dei prefetti, le auto blu e tutto il resto, ma lavoreranno sodo, a modo loro naturalmente, per un’Italia troppo a lungo bistrattata nell’Unione Europea, come sostiene anche Giorgia Meloni. Del cui governo peraltro, pur fingendo di non ritenersi escluso dalla corsa a Palazzo Chigi, dove sarebbe felicissimo di andare se Sergio Mattarella volesse -improbabilmente- mandarlo, Salvini ha azzardato qualche anticipazione o auspicio, come preferite. 

Salvini a Pontida
Cesare Zapperi sul Corriere della Sera

“Giulia Bongiorno -ha detto testualmente il leader della Lega dal palco di Pontida parlando della parlamentare leghista e avvocata personale- sarebbe un grandissimo ministro della Giustizia. E vi prometto che il prossimo ministro degli Esteri sarà un diplomatico, e non un Giggino volante”, come l’uscente ex grillino Luigi Di Maio. “E quello della Salute un medico”, ha aggiunto Salvini. 

Di un governo Meloni sono ormai convinti anche ad Arcore, con quella intervista proprio oggi pubblicata dal Giornale della famiglia Berlusconi con un titolo praticamente dettato dall’interessata: “Pronta a governare”, appunto. Preoccupazioni per la minaccia di Berlusconi di lasciarne fuori o farne uscire i suoi se non dovesse essere chiara la linea europeista e atlantista? Nessuna, pare, da parte della Meloni. E neppure di Salvini, che ha ridotto -sempre a Pontida- all’uno per cento l’area del dissenso degli alleati da Berlusconi. Non sarà l’ungherese Orbàn, insomma, a provocare l’esplosione del centrodestra, dopo che Salvini e la Meloni lo hanno difeso nel Parlamento europeo dall’arrivo di sanzioni comunitarie per la sua illiberalità condivise invece da Berlusconi, ora che il presidente ungherese non fa più parte del Partito Popolare del vecchio continente. 

La vignetta di Sergio Stajno sulla Stampa

Proprio Orbàn, per fortuna, si è tenuto distante da Pontida, senza con questo evitare che il segretario del Pd Enrico Letta ne cambiasse da Monza i connotati geografici liquidandola come “provincia d’Ungheria”. E tanto meno si è fatto vedere o sentire Putin, chiamato per scherzo in causa dal vecchio e impietoso Sergio Stajno in una vignetta sulla prima pagina della Stampa in cui un imprudente reagisce alla notizia del mancato invito al presidente russo ai funerali della regina Elisabetta, a Londra, dicendo: “Averlo saputo!…C’era un posto libero a Pontida”. Quante licenze si prende, per fortuna, la satira….

Ripreso da http://www.policymakermag.it

La campagna elettorale scende negli scantinati degli insulti e delle minacce

Come si sta facendo con i marchigiani per proteggerli dopo il tributo di morti già pagato in questi giorni alla rivolta della natura contro gli scempi al territorio, si dovrebbe consigliare ai politici in quest’ultima settimana di campagna elettorale di salire nei piani alti per non affogare tra insulti e insensatezze negli scantinati dove sono finiti a furia di scendere. 

Giorgia Meloni
Michele Emiliano

Penso, per esempio, al sangue e altro ancora che il governatore piddino della Puglia Michele Emiliano, proprio alla vigilia di un comizio di Giorgia Meloni a Bari, si è proposto di fare “sputare” al centrodestra nella sua regione. Dove di sangue ed altro lo stesso Eniliano ne procurerà però anche al suo partito avendo raccomandato il voto pure ai grillini, rimasti nella sua giunta e maggioranza dopo la rottura dei rapporti intervenuti a livello nazionale tra Enrico Letta e Giuseppe Conte. 

Titolo della Stampa

Quest’ultimo, dal canto suo, ha sfidato Matteo Renzi ad affacciarsi al Sud “senza scorta” per provare quanto poco sia gradita la sua presenza in territori dove è molto diffuso il cosiddetto reddito pentastellato di cittadinanza osteggiato dal  cosiddetto terzo polo ancor più del centrodestra. L’ex presidente del Consiglio gli ha immediatamente risposto dandogli del “mezzo uomo”. Ma un consanguineo politico di Renzi, il senatore Matteo (pure lui) Richetti, è alle prese sulle prime pagine dei giornali con una donna che lo accusa di averla importunata sessualmente rimediando la contro-accusa di essere stata lei piuttosto la molestatrice. 

L’editoriale del Fatto Quotidiano

Un altro Matteo ancora, Salvini, si è allenato al raduno odierno della sua Lega sui prati di Pontida facendo concorrenza all’antidraghismo di Conte e del Fatto Quotidiano. Il cui editoriale in edicola annuncia: “Draghi non esiste”. 

Della conferenza stampa del presidente del Consiglio ancora fresca d’inchiostro, diciamo così, per la vasta eco giornalistica che ha avuto con l’allusione ai “pupazzi prezzolati” di Putin anche in Italia, il leader della Lega si è vantato di non avere avuto la curiosità di sentire una parola. Ed ha sbrigativamente replicato, essendosi evidentemente riconosciuto in quella generica allusione, invitando il presidente del Consiglio a cercare “non i pupazzi ma i soldi” -molti di più di quelli stanziati sinora- per proteggere gli italiani dalle bollette della luce e del gas aumentate anche per le reazioni di Putin alle sanzioni, cui partecipiamo pure noi, per la guerra all’Ucraina. 

Ormai al repertorio di Salvini contro Draghi, col quale pure egli era riuscito nei mesi scorsi a concordare una consultazione settimanale che aveva ingelosito Giuseppe Conte nella maggioranza, manca solo una riedizione del “calcio in culo” promesso ad Alcide De Gasperi nelle elezioni del 1948 da Palmiro Togliatti. 

L’intervista di Silvio Berlusconi al Giornale di famiglia

Un ulteriore segnale di insofferenza di Silvio Berlusconi, nel centrodestra, per toni e contenuti di questo scontro progressivo con Draghi è arrivato dall’ennesima intervista dell’ex presidente del Consiglio al direttore del Giornale di famiglia. Il titolo è stato centrato sull’ultima che gli alleati del Cavaliere hanno fatto all’Europarlamento votando contro la risoluzione passata a larga maggioranza per mettere in mora nell’Unione l’Ungheria di Viktor Orban. “La mostra Europa -dice il titolo-  non è quella di Orban”, ormai fuori peraltro dal Partito Popolare del vecchio continente col quale l’ex presidente del Consiglio si è impegnato a vigilare perché il “suo” centrodestra fili dritto lungo la linea dell’europeismo e dell’atlantismo. 

Questo impegno di Berlusconi appare tuttavia contraddetto nell’intervista al Giornale dal passaggio in cui il Cavaliere assicura anche i suoi alleati in Italia che “ognuno di essi è indispensabile”. Indispensabile significa, sino a prova contraria, non poterne fare a meno. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Quel no di Draghi ad una conferma che ha forse fatto notizia più del dovuto

Il laconico, secco rifiuto opposto da Mario Draghi a chi gli chiedeva se fosse disponibile ad un secondo mandato a Palazzo Chigi ha fatto sognare quanti sono davvero contrari: a sinistra come il partito di Giuseppe Conte nella sua nuova veste di Masaniello, e il giornale che più ne riflette umori o quant’altro, cioè Il Fatto Quotidiano, e a destra i sostenitori di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini. Che si ritrovano nelle impostazioni, cronache, allusioni di Libero e della Verità diretti, rispettivamente, da Alessandro Sallusti e da Maurizio Belpietro. 

Titolo del Fatto Quotidiano

“Ma niente bis”, ha strillato Il Fatto di Marco Travaglio perdonando a Draghi con quel “ma” la colpa di avere partecipato a suo modo alla campagna elettorale con allusioni a Conte quando ha denunciato la contraddizione fra il compiacimento della controffensiva degli ucraini aggrediti dalla Russia e l’opposizione ad altri aiuti militari a Kiev. Come se fosse stato e fosse ancora possibile agli ucraini difendersi “a mani nude”, ha  osservato il presidente del Consiglio. 

Ci sono state allusioni polemiche di Draghi anche a Giorgia Meloni, solidale con il presidente ungherese e filoputiniano Viktor Orban ormai in rotta di collisione con l’Unione Europea, e richiami espliciti a Salvini sulla delega fiscale. Ma al giornale di Travaglio della Meloni e di Salvini interessa poco o niente, magari condividendone sotto sotto le posizioni contestate invece dal presidente del Consiglio, almeno per la parte riconducibile -nel caso della Meloni- agli interessi di Putin nello scontro in corso, attraverso l’Ucraina, con l’Occidente.

Il titolo di Libero

Il no di Draghi ad un secondo mandato a Palazzo Chigi è piaciuto a Libero perché “disereda Calenda e Renzi”, che ne sostengono, sognano e quant’altro una conferma, immediata o meno, scommettendo su sorprese elettorali o post-elettorali a danno, rispettivamente, dei numeri e della compattezza del centrodestra. E ciò specie dopo l’avvertimento di Silvio Berlusconi agli alleati di non contare sulla partecipazione del suo partito al governo se non saranno sufficientemente europeisti e atlantisti.

Il titolo della Verità

“Un bel siluro al duo Renzi-Calenda”, si è compiaciuta la Verità di Belpietro, che peraltro ancora non ha perdonato a Renzi di avergli fatto perdere a suo tempo, quando era presidente del Consiglio, la direzione di Libero perché schieratosi contro la sua riforma costituzionale nella preparazione del referendum confermativo, che si risolse invece in una bocciatura. 

La conferenza stampa alla Presidenza del Consiglio

Ma è sicuro che quel no ad un secondo mandato a Palazzo Chigi, in risposta ad una domanda specifica, sia stato il dato saliente della conferenza stampa tenuta da Draghi dopo il Consiglio dei Ministri per il nuovo decreto di aiuti a famiglie e imprese colpite dal “carovita”, come lo stesso Draghi ha voluto precisare andando oltre le bollette della luce e del gas? O non ha forse avuto ragione Calenda a dire che la risposta negativa del presidente del Consiglio era più dovuta che autentica, più d’ufficio che altro, visto anche -aggiungo io- l’uso impietoso che si fece, nella corsa  di dicembre e gennaio scorsi al Quirinale, della trasparenza con la quale lo stesso Draghi si rese disponibile alla successione ad un Mattarella allora contrario ad una conferma?

Mattia Feltri sulla prima pagina della Stampa sotto il titolo “Puapazzi gratuiti”
Titolo di Repubblica

Non mi sembrano domande peregrine, che si sono forse posti anche nella redazione di Repubblica, dove hanno preferito titolare in prima pagina non sul no a un secondo mandato ma su quei “pupazzi prezzolati da Mosca” denunciati da Draghi pur dopo l’assicurazione ricevuta personalmente dal Segretario di Stato americano agli esteri sull’assenza di partiti e leader italiani fra i destinatari dei 300 milioni di dollari spesi da Putin in otto anni per arruolare amici e sostenitori in una ventina di paesi. Pupazzi a volte neppure prezzolati, ha osservato sulla Stampa Mattia Feltri chiamando in causa Salvini e precisando di ritenere questa non un’attenuante ma una “terribile aggravante”. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La “bomba” di Silvio Berlusconi sugli alleati di centrodestra

Il titolo del Riformista

Non sarà stata la “bomba atomica” enfatizzata con un certo compiacimento dal Riformista, ma è stata certamente una sorpresa quella che Silvio Berlusconi ha riservato a Giorgia Meloni e a Matteo Salvini avvisandoli pubblicamente che il suo partito non entrerà nel nuovo o ne uscirà se non ne sarà chiara la linea europeista e atlantista. Il “padre”, quale egli ha recentemente dichiarato di sentirsi rispetto ai suoi alleati parlandone con un misto di affetto e di fiducia, ha giù riassunto le vesti del partner determinante dell’alleanza, pronto a vanificarne anche la vittoria nelle elezioni del 25 settembre se  i soci si volessero prendere troppa libertà in politica estera.

Ursula von der Leyen

Magari, nel rompere con fratelli d’Italia e leghisti, o solo con gli uni o con gli altri, Berlusconi  potrebbe anche riaprire i giochi -se ne dovessero esistere i numeri- per quella “maggioranza Ursula” che ogni tanto riecheggia nel dibattito politico: Ursula dal nome naturalmente della presidente della Commissione dell’Unione Europea von der Leyen e dallo schieramento che la sostiene nel Parlamento di Strasburgo. Dove leghisti e fratelli d’Italia invece si sono appena ritrovati insieme fra i 123 che hanno difeso l’Ungheria del filoputiniano Viktor Orban dalle accuse di illiberalità dei 433 che hanno chiesto censure e sanzioni alla Commissione esecutiva. 

Berlusconi non se l’è sentita di girare la testa dall’altra parte fingendo di non avere visto, sentito e capito. Non se l’è sentita soprattutto nella contingenza creatasi col sospetto allungato, volenti o nolenti, dagli americani anche su destinazioni italiane -escluse solo “per ora”, secondo il presidente del comitato parlamentare della sicurezza della Repubblica, Adolfo Urso- dei 300 milioni di dollari spesi dalla Russia dal 2014 per procurarsi appoggi politici all’estero. 

Già in difficoltà di suo per i passati rapporti di forte amicizia personale con Putin, tanto da correre da lui nel 2015 in Crimea per compiacersi dell’annessione di quella terra alla Russia, Berlusconi non può comprensibilmente abbassare più la guardia sul terreno dell’atlantismo e dell’europeismo mentre il Cremlino non attenua ma  aumenta l’aggressività esplosa con la guerra all’Ucraina. 

Savini recentemente a Venezia con la fidanzata

Dei due alleati interni del Cavaliere, anche se non mancano ogni tanto allusioni pure a Giorgia Meloni, il più esposto ai sospetti, timori e quant’altro sul materiale a disposizione degli americani, a torto o a ragione è Salvini. Che non a caso è quello che per primo ha minacciato querele a a difesa della onorabilità propria e del partito. Ma Salvini è anche quello – sempre fra i due alleati di centrodestra- con cui Berlusconi è sembrato andare più d’accordo, almeno sino all’altro ieri: tanto d’accordo da essere stato recentemente abbandonato per questo dai ministri ormai ex forzisti del governo Draghi, cioè Mara Carfagna, Renato Brunetta e Maria Stella Gelmini. 

Titolo del Foglio

Proprio di Salvini si occupa oggi sul Foglio il fondatore Giuliano Ferrara, amico ed ex ministro e consigliere di Berlusconi, in un editoriale che un pò ne alleggerisce la posizione e un pò l’aggrava in una visione disincantata della politica, dove -ha ricordato Ferrara- non sono mai mancati aiuti esteri ai partiti. 

Giuliano Ferrara sul Foglio

“Il Salvini invotabile, pericoloso, spiazzato in modo grottesco dalla storia di questi anni -ha scritto il fondatore del Foglio- non è uno sconosciuto agente del KGB, non è un politico corrotto dai rubli, è il leader che ha scommesso apertamente su un modello insopportabile per il nostro modo di concepire la vita e l’esercizio dei diritti civili in un paese democratico. Il sapore quarantottesco di queste elezioni…..è tutto qui, in uno scandalo che sta altrove da dove lo si vuole ipocritamente vedere. Il puntinismo, che per Berlusconi è un’amicizia personale,….per Meloni una tentazione apparentemente rifiutata, per Salvini….è una seconda, macché una prima pelle”. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La rivincita di Draghi alla Camera contro i furbetti al Senato sui superstipendi pubblici

Sono naturalmente anch’io in attesa più  o meno ansiosa di sapere se “l’oro di Mosca” in qualche modo intercettato dai servizi segreti americani, e destinato dal 2024 a partiti di una ventina di paesi, non sia giunto davvero pure in Italia, e a vantaggio di chi in particolare, o non risulti “fino ad ora”. Come è stato precisato negli stessi Stati Uniti da Adolfo Urso, presente oltre Oceano non ho ben capito, francamente, se più in veste di presidente del Copasir -il comitato bicamerale di sicurezza della nostra Repubblica, vigilante sui servizi segreti- o di esponente del partito di Giorgia Meloni. Della quale di recente Il Foglio ha rilevato il non ancora chiaro o completo gradimento -diciamo così- dell’inquilino repubblicano della Casa Bianca come candidata a Palazzo Chigi. Per cui le pur ripetute professioni di atlantismo, di solidarietà e di appoggio all’Ucraina e di condivisione delle sanzioni contro la Russia che l’ha aggredita non basterebbero alla leader della destra italiana per rasserenare le “cancellerie” europee. Dove peraltro non hanno gradito il recente grido della Meloni in piazza, a Milano, contro “la pacchia” della prevalenza degli interessi tedeschi e francesi su quelli italiani a Bruxelles e dintorni. 

Titolo del Dubbio

In attesa -ripeto- di sapere e capire, e non solo di intuire o sperare, che davvero “l’oro di Mosca” non sia arrivato anche in Italia, mi permetto di consolarmi della bizzarra campagna elettorale con la nuova, ultima lezione data da Mario Draghi ai partiti. Ma chissà poi se davvero ultima, mancando ancora nove giorni alle elezioni e ancora di più all’insediamento delle nuove Camere, prima del quale le vecchie potrebbero in teoria riservare ancora al presidente del Consiglio altre occasioni d’intervento critico come quello appena avvenuto contro la deroga tentata dal Senato al tetto degli stipendi pubblici. Che è fissato nei 240 mila euro l’anno assegnati al presidente della Repubblica. 

Mario Draghi

La deroga, passata come una supposta nella conversione in legge di un decreto su aiuti a famiglie e imprese danneggiate dai rincari energetici, avrebbe potuto essere vanificata da Draghi evitando semplicemente di renderla esecutiva con un decreto contemplato dallo stesso provvedimento. Ma il presidente del Consiglio, volendo probabilmente precludere cattive tentazioni al successore ma ancor più -sospetto- volendo dare una lezione, appunto, a partiti troppo disinvolti, ha preferito fare ristabilire alla Camera l’integrità del tetto stipendiale. E  obbligare perciò il Senato nell’ultima settimana di campagna elettorale ad un imprevisto supplemento di lavoro per ratificare l’ulteriore modifica apportata a Montecitorio.

L’irritazione di Draghi per quanto accaduto a Palazzo Madama, lamentato anche dal capo dello Stato definendolo “inopportuno”,  è ancora più apprezzabile per il fatto che ha coinvolto, volente o nolente, il suo pur amico ministro dell’Economia Daniele Franco. Che aveva trovato 25 milioni di euro, pari ad una cinquantina di miliardi delle vecchie lire, tra le pieghe del bilancio per finanziare gli aumenti di retribuzione destinati a generali ed alti burocrati. Delle cui aspettative si era fatto portatore in Senato -secondo un racconto affidato dal parlamentare forzista Marco Perosino alla Stampa e pubblicato nella lontana pagina 15, senza una citazione sia pur minima in prima- il presidente della Commissione Finanze Luciano D’Alfonso, del Pd. “Loro ormai -ha detto Perosino parlando anche dei colleghi di partito di D’Alfonso- rappresentano la burocrazia italiana. Siano rimasti noi a parlare per le classi povere”. 

In deroga tuttavia a questa rappresentanza praticamente esclusiva o prevalente delle “classi povere” assunta dai forzisti, Perosino  aveva firmato l’emendamento originario per derogare al tetto ben alto dei 240 mila euro di Mattarella, nella convinzione confessata che riguardasse quattro o cinque posizioni apicali, come si suol dire, della pubblica amministrazione. E perché mai questa generosità? Per amicizia -ha spiegato Perosino- non verso quelle quattro o cinque persone ma per il presidente della Commissione Finanze, che gli aveva chiesto il piacere di firmare la proposta. 

La vignetta con la quale Il Fatto Quotidiano ha cercato di rovesciare sul governo la responsabilità dell’accaduto al Senato

Qualcosa tuttavia lungo il percorso parlamentare della conversione del decreto non andò poi per il verso giusto perché l’emendamento risultò ritirato. Ma Perosino per primo se l’è infine ritrovato, non più a firma sua ma, più genericamente, delle “commissioni riunite”, in un elenco di modifiche elaborato in extremis, secondo lui, neppure dal povero ministro Franco strapazzato -temo- da Draghi, ma da “funzionari” convinti che la furbata passasse inosservata nel bailamme della fine di legislatura. Invece se ne sono accorti, fra gli altri, Mattarella e Draghi, sorpresi -a dir poco- anche dalla sostanziale unanimità dell’approvazione, fra voti favorevoli e astensioni. 

Per quanto curiosamente contenuta dall’informazione, questa brutta vicenda temo che non sfuggirà all’area del cosiddetto astensionismo, già saldamente in testa alla graduatoria dei partiti. 

Pubblicato sul Dubbio

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