Fra i demeriti di Sigfrido Ranucci in questa pazza estate trascorsa a scoprirne il ruolo avuto nel progetto dell’amico Valter Lavitola di spingerlo nel campo dell’alternativa al centrodestra sino a guidarlo, c’è il pur involontario dileggio di Giovanni Falcone. Al quale il conduttore terminale, credo, di Report si è paragonato, come anche ad Aldo Moro, Piersanti Mattarella e Paolo Borsellino, per il loro destino di martiri.
In deroga alla missione datasi di sostenere Ranucci, e il suo giornalismo investigativo a senso prevalentemente unico, dagli attacchi della destra e della parte più riformista del Pd, come Luigi Zanda, Arturo Parisi e Pina Picierno anche a costo di farne un concorrente di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, Marco Travaglio gli si è rivoltato contro proprio sul paragone con Falcone. Che sarebbe morto sul campo non tanto della lotta alla mafia quanto della collaborazione, da dirigente al Ministero della Giustizia, con un governo guidato dall’uomo politico più sospettato e processato, con una presunta assoluzione contraddittoria, per concorso esterno in associazione mafiosa: Giulio Andreotti.
Si è cosi riproposta nel dibattito politico la polemica sul ruolo e sulla figura di Falcone, difeso con particolare vigore, parlandone al Foglio, dall’ex guardasigilli socialista Claudio Martelli che ne divenne amico, oltre che superiore gerarchico al Ministero della Giustizia. Dove tuttavia Falcone era approdato non proprio di sua iniziativa, ma spinto soprattutto dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Che, stimolato da Calogero Mannino, amico di famiglia del magistrato per via dei rapporti fra le loro mogli, aveva deciso di proteggere Falcone dai pericoli di vita che correva in Sicilia, dove in effetti poi fu ucciso nella strage di Capaci, per avere contestato un pentito, più volte contattato in carcere da agenti dei servizi segreti, che gli indicava Andreotti come punto di riferimento della mafia.
Falcone, che pure si era occupato se non di Andreotti, dei suoi uomini nell’isola seguendo le tracce dei soldi per affari e appalti, non cadde nella trappola di quello che avvertì come un complotto a causa delle contraddizioni del pentito nei suoi racconti. Non vi cadde al contrario di altri magistrati, anche superiori di grado, che reagirono moltiplicandogli le difficoltà nel lavoro e praticamente isolandolo.
Allertato, ripeto, da Calogero Mannino, esponente di punta della sinistra democristiana in Sicilia, ma anche a livello nazionale, Francesco Cossiga col consenso assicuratosi di Andreotti a Palazzo Chigi, chiese all’allora ministro socialista della Giustizia Giuliano Vassalli di trovare un posto di dirigente a Falcone in via Arenula. Vassalli si propose di farlo promuovendo un avvicendamento ai vertici ministeriali che non riuscì però a completare per la nomina a giudice della Corte Costituzionale, di cui sarebbe diventato anche presidente. Il collega di partito Martelli, subentratogli, completò molto volentieri l’operazione apprezzando così tanto la collaborazione di Falcone da sostenerne, anzi promuoverne la candidatura a capo della Procura nazionale antimafia. Una candidatura tanto osteggiata dai colleghi magistrati da contestare l’opportunità di quell’ufficio, che sarebbe poi diventato, dopo l’assassinio di Falcone, il coronamento di un bel po’ di carriere giudiziarie.
Chiamato a Roma, Falcone cercò di sottrarsi immaginando le polemiche che sarebbero sopraggiunte ma Cossiga lo sequestrò, diciamo così, in uno dei suoi uffici intimandogli a suo modo di accetta
Questa è la storia di Falcone dileggiata invece da Travaglio, “pregiudicato e provocatore professionale” secondo la reazione di Martelli, dopo l’infortunio, secondo il direttore del Fatto Quotidiano, dell’omaggio resogli da Ranucci nella sua scalata professionale ma anche politica, secondo i disegni dell’amico Lavitola.