Il Quirinale nella fantasia post-elettorale di Dario Franceschini

Dario Franceschini, dal quale nel frattempo non sono giunte smentite o precisazioni, chiederebbe ai suoi amici e interlocutori di partito che lo scambiano forse per il Moro dei poveri: ”Secondo voi cos’è più importante? Palazzo Chigi o il Quirinale?”.  Lo chiede, secondo il Corriere della Sera di qualche giorno fa, prospettando un pareggio l’anno prossimoper effetto della legge elettorale in vigore o, peggio ancora, di una nuova ma diversa da quella che Giorgia Meloni vorrebbe fare approvare all’insegna  della stabilità, e le opposizioni riusciranno forse a impedirle con una pratica, per esempio, ostruzionistica di cui lo stesso Franceschini non sarebbe convinto, Almeno, a parole,

       Almeno, ripeto, a parole perché in fondo con quella domanda su cosa si debba preferire fra Palazzo Chigi e il Quirinale non  dispiacerebbe a Franceschini neppure lo scenario di un pareggio che obbligasse centrodestra e centrosinistra a trattare insieme, e preventivamente, nella prossima legislatura, in un clima di larghe intese necessitate, la formazione del nuovo governo e la successione, dopo due anni, a Sergio Mattarella sul colle più alto di Roma. Vasto programma, tornerebbe a dire la buonanima del generale Charles De Gaulle.

       Alla destra si potrebbe lasciare Palazzo Chigi, magari non proprio alla Meloni durata già troppo a Palazzo Chigi per le abitudini italiche, di prima e seconda Repubblica, ma a qualcuno meno temuto sovrastato dalla Meloni alla presidenza della Camera. Della quale lei fu già vice presidente quasi da ragazza.  Al Quirinale dovrebbe andate un altro presidente in odore o prossimità di sinistra. Magari, sospetterete con me alla maniera andreottiana, lo stesso Franceschini, sostituito poi chissà da chi al Nazareno come promotore di tutte le maggioranze all’interno del Pd. Cosa che neppure Moro, buonanima, riuscì a fare sempre nella Dc, nonostante la sua bravura quasi scientifica, finendo in minoranza nell’autunno del mitico 1968, dopo essere stato sfrattato a Palazzo Chigi dagli “amici” dorotei smaniosi a tal punto di prenderne il posto da offrire ai socialisti di Francesco De Martino un‘edizione “più coraggiosa e incisiva” del centro-sinistra, ancora col trattino. Loro, i dorotei di Mariano Rumor, Flaminio Piccoli eccetera, che nei cinque anni precedenti avevano borbottato per la troppa pazienza di Moro con socialdemocratici e  socialisti, sino a favorirne l’unificazione, fortemente concorrenziale con la Dc sul piano elettorale, e mandare al Quirinale Giuseppe Saragat per sostituire l’ormai impedito Antonio Segni, il capo proprio dei dorotei.

       Vedete quante belle cose si possono rivivere e proporre praticando la politica con quella immaginazione che nel 1968 i giovani si proposero in tutte le piazze europee di portare al potere, non accorgendosi di quello che i sovietici, senza alcuna immaginazione, riuscivano a fare proprio quell’anno nella Cecoslovacchia di Dubcek, arrestandone la primavera. Franceschini, d’altronde, è un politico poliedrico, diciamo così, meccanico in officina, dove si è divertito a sistemare il suo ufficio privato, e romanziere in letteratura. E l’uomo al quale dobbiamo, in complicità con Draghi, troppo tecnico per rendersi conto dei possibili inconvenienti,  a dir poco, la targa della Cultura applicata al Ministero che Moro e Giovanni Spadolini avevano prudentemente  intestato nel 1974 solo alla tutela dei beni culturali.

Pubblicato sul Dubbio

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