Insofferente, a dir poco, del “bipolarismo muscolare”, come lo ha chiamato già nel titolo dell’editoriale del 25 aprile, quasi per auspicare che la festa della liberazione prima o poi coincida anche con l’uscita del sistema politico dalle gabbie nelle quali è finito nella cosiddetta seconda Repubblica, l’amico Claudio Velardi ha auspicato un “riposizionamento strategico” di almeno qualcuna delle forze che ora si contrappongono. E ha trovato incoraggiante, a questo proposito, il sollecito appena giunto da Forza Italia, con la lettera dei nuovi capigruppo parlamentari al Guardasigilli Carlo Nordio, a provare quelle che comunemente si chiamano convergenze più larghe proprio sul tema sinora più divisivo della giustizia. Sul quale si è appena consumato lo scontro frontale e referendario sulla riforma costituzionale, bocciata, della magistratura.
Eppure, caro Claudio, proprio questo scontro referendario è stato forse il meno frontale, essendo arrivati al sì, sia pure inutilmente, contributi importanti anche dal polo contrapposto al centrodestra, col Pd più diviso di tutti. Ma anche col Movimento 5 Stelle, diventato il partito di nuovo, maggiore riferimento della magistratura più radicalmente impegnata, dove si sono avvertiti spifferi di dissenso dal no gridato da Giuseppe Conte.
Pure nel campo opposto, il centrodestra, si sono visti e sentiti scricchiolamenti, col no debordato in regioni e territori a forte presenza elettorale anche di Forza Italia, cioè il partito dove tu, Claudio, avverti i segni maggiori di novità voluti da Marina Berlusconi, il fratello Pier Silvio, vecchi amici di famiglia come Gianni Letta e nuovi provenienti direttamente dalla periferia. Una Forza Italia, diciamo così, di tendenza Marina, come Giuliano Ferrara chiamava sul suo Foglio di “tendenza Veronica” il partito forzista ch’egli preferiva, quando l’allora ancora seconda moglie di Silvio Berlusconi preferiva leggere e pure scrivere a Repubblica piuttosto che allo stesso Foglio o al Giornale di famiglia.
C’è qualcosa, caro Claudio, che mi pare non torni, o torni poco, in ciò che pure ti ha portato a scommettere sul “riposizionamento strategico”. Che è poi la traduzione politologica dell’auspicio una volta espresso, neppure tanto tempo fa, nella sua officina romana all’Esquilino, da Dario Franceschini che Forza Italia scoprisse e utilizzasse la carta d’oro di cui disporrebbe schierandosi a destra o a sinistra da posizioni centrali.
Mi permetto di scendere di qualche gradino la tua scala con i ricordi che ho -anzi che abbiamo- della vita passata nella cosiddetta prima Repubblica, caduta per via giudiziaria e non politica fra le ossa dei padri che si rivoltavano nelle tombe, o le ceneri nelle urne. Ricordo in particolare, per avere avuto modo di conoscere, frequentare, apprezzare, condividere mediaticamente difendendolo nelle polemiche giornalistiche, l’Aldo Moro delle “scomposizioni e ricomposizioni”: nella sua Dc e poi anche fuori. Dove coinvolse a tal punto il Pci da essere ucciso dalle brigate rosse che ne temevano l’imborghesimento nei loro deliranti messaggi di morte.
Pensi, caro Claudio, che sia oggi ravvisabile nella “palude” della politica italiana, come tu stesso l’hai avvertita nell’editoriale di sabato, qualcuno di paragonabile a Moro? Anche fra quelli che da 48 anni, quanti ne sono trascorsi dalla sua morte per doloroso dissanguamento, come ha accertato l’ultima commissione parlamentare che se n’è occupata, celebrano ogni anniversario della sua tragica, davvero immeritata fine. Io, francamente, non ne vedo, sperando naturalmente di sbagliare per ritrovarmi con i tuoi auspici, incoraggiato dai segnali berlusconiani definiti tuttavia “comprensibili ma superflui” dal ministro della Giustizia Carlo Nordo.
Pubblicato sul Riformista
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