Benvenuti sulla giostra infernale dei pasticci politici e mediatici

       Di sicuro il decreto in corso di conversione in legge alla Camera nel testo modificato e approvato al Senato per evitarne la decadenza fra tre giorni, nella festa della liberazione, ha soltanto il nome. O il titolo assegnatogli dal governo e dai giornali. Più che un decreto di sicurezza esso è diventato un pasticcio, di cui la premier Giorgia Meloni ha quasi rivendicato paradossalmente il merito, e la maternità, polemizzando a distanza col presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che invece, condividendo le critiche formulate sul punto dalle opposizioni, dagli avvocati e dai magistrati, ha eccepito sulla modifica del Senato con la quale è stato istituito praticamente un premio sotto forma di compenso, di seicento euro e rotti, all’avvocato che riesce a fare rimpatriare volontariamente l’immigrato clandestino affidato al suo patrocinio, che è peraltro garantito dallo Stato.

       Al pasticcio avvertito anche dal presidente della Repubblica, che dietro le quinte ha posto il problema al governo e alle Camere, la premier per quieto vivere istituzionale, diciamo così, ha accettato di porre rimedio con un altro decreto legge, di immediata applicazione su cui stanno trafficando, sempre dietro le quinte, gli uffici governativi, quirinalizi e parlamentari. Si vedrà in quali termini precisi.

       Nonostante questa sequenza di fatti, diciamo così, sicuri raccontati da cronisti e retroscenisti, la premier si è guadagnata oggi sulla prima pagina del Fatto Quotidiano una vignetta di Riccardo Mannelli che le fa dire, in romanesco stretto e con una smorfia garbatelliana: “faccio quer cazzo che me pare a me…. .punto”. E’ la satira, bellezza, si potrebbe dire scimmiottando le parole sulla stampa di Hunfrey Bogart nei panni di un giornalista a Casablanca nel famoso film del 1952 titolato “l’ultima minaccia”.

       Leggi, abitudini e quant’altro della satira obbligano la Meloni non dico a condividere, perché sarebbe troppo, ma a subire in rigoroso silenzio, anzi rispetto, l’insulto di quella vignetta. A Mosca invece la premier ha subito altri insulti, da un conduttore televisore di fede e pratica putiniana, chiamato Vladimir come il despota di turno al Cremlino, per i quali ha ricevuto la solidarietà generale, in Italia e all’estero, perché non coperti dalla satira. Insulti come: puttana, carogna fascista, vergogna della razza umana, traditrice.

       Traditrice, ripeto, del presidente americano Donald Trump continuando a sostenere gli ucraini nella guerra di difesa dall’invasione russa, scaricati invece dall’inquilino della Casa Bianca dopo le “demenziali” scelte opposte del predecessore Joe Biden, e negando l’appoggio reclamato da Trump alla guerra all’Iran. Che dovrebbe quindi essere considerata, nel pensiero del conduttore televisivo russo, condivisa da Putin al di là delle condanne che esprime in pubblico. E sul campo con forniture militari e quant’altro.

       Di fronte a questo groviglio di pasticci viene semplicemente voglia di non leggere i giornali , di non vedere la televisione e di non sentire la radio. Un ritorno silenzioso, volontario all’età della pietra che tanto piace, del resto, sia Trump alla Casa Bianca, sia a Putin al Cremlino, forti delle loro armi nucleari e smaniosi di usarle, si ha spesso la sgradevolissima sensazione.

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