La matrioska della controversa grazia presidenziale alla Minetti

       In un Paese e in una situazione normale sarebbe bastato e avanzato il riconoscimento dei magistrati di Milano di essere stati “diligenti ma non perspicaci” nel trattare la pratica della grazia poi concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Nicole Minetti per chiudere il caso revocando il parere favorevole. E permettendo al Capo dello Stato di revocare anche la sua generosità. Ma l’Italia non è un Paese normale, e neppure la situazione politica dopo la sconfitta referendaria del governo sulla riforma costituzionale della magistratura e l’apertura conseguente e anticipata di una campagna per elezioni che anticipate però potrebbero non essere, scadendo fra un anno e mezzo il mandato delle Camere uscite dalle urne dell’autunno del 2022.

       In una campagna elettorale così lunga cresce di tutto. Anche il sospetto, avvertito e denunciato dall’Unità, che si sia levata una gazzarra contro la grazia alla Minetti, condannata in via definitiva a pene non scontate per incitamento alla prostituzione e peculato, di volere indebolire immagine e quant’altro del Capo dello Stato. E indurlo alle dimissioni tre anni prima della conclusione del suo secondo mandato. Cosa dalla quale però mi sembra che Mattarella non sia proprio tentato, avendo pubblicamente protestato contro chi lo ha indotto in errore e avviato così una campagna delle opposizioni non contro i magistrati di Milano già confessatisi praticamente colpevoli e corsi a indagini ulteriori, ma contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio, blindato invece dalla fiducia confermatagli pubblicamente dalla premier Giorgia Meloni.

       E’ tuttavia nell’ultima bambola della matrioska di questa grazia disgraziata -ripeto l’ossimoro di ieri- che si nasconde il segreto. Una bambola con l’effige di Silvio Berlusconi da cui, pur morto da tre anni, non si vuole staccare la  figura della Minetti del bunga bunga e altro ancora, per riproporre il defunto alla demonizzazione. E sgonfiare le gomme ai figli che, avendone economicamente ereditato il partito Forza Italia, danno da qualche tempo l’impressione di volerlo riposizionare nella prospettiva di un pareggio elettorale, quando sarà, e dei conseguenti, nuovi  equilibri di governo  Così è (se vi  pare), pirandellianamente.

Ripreso da http://www.startmag.it

La sinistra annega in laguna…senza musica d’orchestra

Senza voler togliere nulla, per carità, caro direttore, al nostro Enrico Stinchelli per la sua difesa, direi, genetica di Barbara Venezi licenziata dalla Fenice per averne criticato la gestione in un’intervista all’estero -genetica per ragioni culturali o addirittura antropologici- vorrei contribuire ad affogare la esultante sinistra nelle acque della laguna ispirandomi a Piero Sansonetti per quanto ha scritto sull’Unità. Si, proprio l’Unità fondata da Antonio Gramsci -sì, proprio da Antonio Gramsci- nel 1924 e a lungo giornale ufficiale del Pci, più volte scomparso dalle edicole e infine riportatovi dall’editore e avvocato campano Alfredo Romeo, per niente nostalgico del comunismo, reale e non reale, crollato col muro di Berlino nel 1989 ma non nel cuore, nella penna, nel cervello, direi anche nell’istinto culturale pure  di tante toghe italiane risorte a nuova vita con la vittoria referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura.

       Questa pseudo sinistra dell’antifascismo mobilitato anche contro il fascismo che non c’è,  come quello attribuito alla direttrice d’orchestra Venezi, elettrice orgogliosa di destra, e perciò indegna anche moralmente di tenere in mano una bacchetta che non sia un fascio, ce l’ha fatta a infilzare la sventurata incorsa nell’infortunio, ripeto, di un’intervista critica sulla gestione del teatro veneziano. Il cui sovrintendente, sotto attacco da tempo per avervela portata, si è appeso come a un cappio per infilarvene la testa. Non sto a dire dei consensi da lui ottenuti anche a destra per carità umana.

       L’intervista costata il posto, salvo improbabili sorprese giudiziarie, figuratevi, alla Venezi è stata paragonata con felice e onesta arguzia da Sansonetti a quella che nel 1976 rilasciò a Le Monde contro linea e gestione del Pci dall’inviato dell’Unità Alberto Jacoviello, firma storica del giornalismo italiano, non solo comunista. Vent’anni prima -per fare capire di chi sto parlando ai più giovani che hanno però studiato un po’ di storia- egli seguì in Ungheria, sempre per conto dell’Unità, la rivoluzione contro Mosca in concorrenza antisovietica con Indro Montanelli, al quale toccò proteggerlo in un posto di blocco.

       Per quell’intervista di 20 anni dopo, ripeto, i colleghi e compagni dell’Unità, fra i quali un giovanissimo Sansonetti, furono chiamati in una lunga assemblea di sezione, durata più di un giorno, a chiedere l’espulsione di Jacoviello dal partito.  Ma l’esito della discussione e del voto, nonostante le pressioni giunte dalle allora Botteghe Oscure note come sede e fortezza del Pci, fu favorevole all’imputato, chiamiamolo così. Che poi se ne andò spontaneamente, non cacciato, a Repubblica. Fu una lezione anche per Sansonetti. Che, non avendo partecipato alla discussione, limitandosi a congratularsi col collega maggiormente distintosi a favore di Jacoviello, il berlinguerissimo Ugo Baduel, fece  a se stesso la promessa poi mantenuta di non disertare più discussioni nel partito e nel giornale.

       “Possibile- ha chiesto giustamente Sansonetti a conclusione del suo intervento di ieri a favore di Venezi- che il Pci mezzo secolo fa fosse più liberale di quanto lo siano oggi la Fondazione La Fenice, e il governo italiano che ha approvato il licenziamento di Venezi”, almeno a livello del ministro della Cultura? Ma non solo, caro Piero. Anche la sinistra annega, ripeto, in laguna. Come il mese scorso è annegata nel referendum, per tua stessa ammissione, sulla riforma della magistratura condivisa solo dalla minoranza sempre più minoranza ed emarginata, del Pd nazarenico. Una sinistra oscenamente retrocessa allo stalinismo.

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