Attenti, il presidente americano Donald Trump non è il solo politico che vanta un rapporto diretto con Dio, dal quale si sente protetto anche nelle sue guerre e tregue più o meno riuscite inseguendo il premio Nobel della pace. Gli fa buona compagnia in Italia l’amico “Giuseppi”, l’ex premier che ha appena raccontato ad Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera, di avere conosciuto da bambino Padre Pio e di averlo a lungo pregato dopo la morte, sino a quando non ha cambiato interlocutore rivolgendosi direttamente a Dio, appunto.
La memoria dell’infanzia da parte di Conte è eccezionale. Ha raccontato all’intervistatore di quelle tre candeline -solo tre- spente avendo accanto i suoi genitori. Personalmente non riesco a rammentarmene neppure dieci.
Se si ricorda bene da bambino, figuriamoci da giovane, quando per esempio Conte scoprì politicamente Ciriaco De Mita, il segretario più a sinistra che ebbe la Dc, sentendosi “molto vicino”. Ma poi cominciò a votare per i radicali di Marco Pannella, che stava a De Mita francamente come il cavolo e la merenda. Nel 2018, non prima, quando non certo casualmente divenne presidente del Consiglio su designazione del Movimento 5 Stelle, cominciò a votare per il partito di Beppe Grillo. Lo fece con tanta convinzione e ambizione da finire poi, notoriamente, per estromettere il fondatore, garante, elevato e quant’altro e prenderne il posto nel movimento. Una carriera relativamente fulminante, vivendo ora il 2026.
Da presidente del Consiglio in due edizioni opposte, di destra con Matteo Salvini vice presidente e ministro dell’Interno e di sinistra con ministri del Pd anziché della Lega, Conte ha affinato tanto la già forte memoria infantile e adolescenziale da poter raccontare bene, come nessun altro potrebbe, la disavventura capitatagli di perdere Palazzo Chigi, pur avendovi lavorato meglio di tutti i suoi predecessori, secondo nella graduatoria di Marco Travaglio solo a Camillo Benso conte, pure lui, di Cavour. Che pure Palazzo Chigi, a Roma, non lo aveva mai visto dalla sua Torino e tanto meno sperimentato.
A fargli perdere Palazzo Chigi -ha raccontato l’ex premier a Cazzullo- dopo avere strappato all’Unione Europea un bel po’ di miliardi dei quali ancora vivrebbe l’Italia, per quanto male amministrati dai successori, sarebbero stati quelli che noi chiamiamo comunemente e genericamente poteri forti, italiani e internazionali, meglio rappresentati da Mario Draghi. Che in effetti lo sostituì, non spinto da Matteo Renzi, che se ne vantò e se ne vanta ancora sentendosi Mandrake, ma muovendosi di suo dietro le quinte e la falsa rappresentazione di un uomo stanco della lunga fatica di presidente della Banca Centrale Europea e desideroso solo di riposarsi.
Richiesto di dare una prova, un indizio dei maneggi di Draghi, che lui poi avrebbe contributo a punire sbarrandogli la strada del Quirinale alla scadenza del primo mandato di Sergio Mattarella, l’astuto, enigmatico Conte ha risposto suggerendo di rivolgersi a Massimo D’Alema. Dal quale egli avrebbe appreso appunto di quei maneggi. Chissà se l’ex premier, pure lui, il primo e sinora unico post-comunista salito alla guida di un governo in Italia, avrà mai la voglia e l’occasione di raccontare i fatti anche a noi…..