La fantasia allegramente stampata sia a sinistra che a destra

       C’è molta, anche troppa fantasia maliziosa a sinistra, d’accordo. Come la sceneggiata attribuita ieri sul Fatto Quotidiano a Trump e alla Meloni. Il primo accusando, per esempio, l’altra di non collaborare alle sue guerre, compresa quella verbale al Papa pur americano, e la Meloni facendogli da settimana usare la base di Aviano per il trasporto di mezzi utili ai bombardamenti dell’Iran prima della tregua in corso. Ma ce n’è, anche troppa, di fantasia maliziosa pure a destra.  Quella, per esempio, stampata oggi sulla prima pagina del Giornale – non partecipe come altri di analogo orientamento politico allo sciopero per il rinnovo del contratto di lavoro- che ha visto in un editoriale uscito ieri sul Corriere della Sera un “ritorno” di Walter Veltroni, l’ex primo segretario del Pd, finalizzato alla corsa al Quirinale fra tre anni, alla scadenza del secondo mandato quasi regale di Sergio Mattarella. Regale come quello, doppio anch’esso ma interrotto- di Giorgio Napolitano. “Re Giorgio”, titolevamo in Italia e all’estero, in spirito per niente critico verso di lui.

       Ho personalmente da ridire su quel “ritorno” di Veltroni.  Quando mai, una volta assunto con contratto dal Corriere della Sera come editorialista dal suo amico e compagno Luciano Fontana, che aveva giù collaborato con lui all’Unità, l’ex segretario del Nazareno ha smesso di scrivere e di guadagnarsi il dovuto onorario? E perché mai gli uomini della sinistra e dintorni dovrebbero votarlo alla presidenza della Repubblica dopo che lui li ha declassati a “Tafazzi” per la corsa alle primarie di Palazzo Chigi, diciamo così, che hanno aperto, fra Schlein, Conte e altri più o meno volenterosi e probabili candidati alla guida di un nuovo governo, dando per “scontata” ciò che non è? Cioè la vittoria nelle elezioni politiche dell’anno prossimo sulla falsariga di quella referendaria del mese scorso contro la riforma costituzionale della magistratura.

       Con lo stesso metro di giudizio, e di fantasia, dovremmo iscrivere alla corsa al Quirinale, a sinistra, anche il novantenne Achille Occhetto che proprio oggi ha ricordato dalle colonne del Tempo alla segretaria del Pd Elly Schlein e ai suoi concorrenti a Palazzo Chigi che la vittoria elettorale dell’anno prossimo “bisogna sapersela guadagnare”, non essendo scontata neppure per lui. Che, d’altronde, ha assaporato personalmente la delusione quando nel 1994 improvvisò la famosa “gioiosa macchina da guerra” a Silvio Berlusconi, che invece vinse atterrando direttamente a Palazzo Chigi da Arcore.

       Sempre con lo stesso metro di giudizio e di fantasia, di fronte a quella foto del Papa sulla prima pagina del suo Osservatore romano che libera al volo una colomba bianca, dovremmo metterlo in competizione col connazionale presidente Trump per il premio Nobel della pace. Al quale, travestito nei giorni scorsi da Gesù Cristo, l’inquilino della Casa Bianca si è riproposto per avere strappato a Israele una tregua in Libano. E per stare trattando con l’Iran pur essendosi proposto di riportarlo all’età della pietra.

Se non si pensa mai abbastanza male degli avversari politici

Alle prese con la politica in generale, ma con quella italiana in particolare, non si è mai abbastanza maliziosi, come già raccomandava il tanto citato Giulio Andreotti. Che si vantava di “azzeccarci” ogni volta che pensava male, appunto, di qualcosa o di qualcuno.

       E’ durato solo 24 ore il sospetto, timore e quant’altro che finisse per essere rappresentata a sinistra, e dintorni, come una sceneggiata il duro scontro avvenuto fra Trump e Meloni, o viceversa. Il Trump “scioccato” dal giudizio severamente critico espresso dalla Meloni sui suoi attacchi al Papa,  pur o soprattutto americano, che non condivide le guerre apocalittiche che il presidente degli Stati Uniti apre, conduce, interrompe e riprende per far tornare il nemico di turno all’”età della pietra”. La Meloni scioccata a sua volta dalla reazione di Trump, che l’ha accusata praticamente di non avere il coraggio che proprio lui le aveva internazionalmente attribuito dandole della “fantastica”. Scioccata, ripeto, anche lei e orgogliosa di avergliene cantate più forte di chiunque altro.

       Si sono sprecati commenti e vignette sui due “ex amici” e sulle  derivabili prospettive di politica estera e interna. Ma ieri un giornale che Giuseppe Conte stesso ha raccontato di leggere ogni giorno, e forse qualche volta ispira con l’autorità conferitagli dal direttore che lo considera il migliore presidente del Consiglio avuto dall’Italia dopo Camillo Benso di Cavour, ha gridato e stampato in rosso sangue in prima pagina: “Macchè rottura”. E’ naturalmente Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che questa volta ha declassato a inutile la rubrichetta della Cattiveria che sistema ogni giorno in fondo pagina. Qualche volta, lo confesso, anche spiritosa ed efficace davvero nella sua stringatezza, quasi di scuola montanelliana, che d’altronde Travaglio ha frequentato in gioventù.

       La prova della sceneggiata, di quel “macchè rottura” è stata trovata o indicata nell’intenso traffico militare nella base americana di Aviano, al Nord, dove da un bel po’ di settimane  transitano armi e mezzi utili alla guerra all’Iran, impediti invece di recente dal governo italiano nella base di Sigonella, al Sud.

       Conte, per tornare a lui,  “Giuseppi” come lo chiamò una volta Trump e gli è rimasto attaccato addosso per la variabilità delle sue opinioni e maggioranze realizzate prima a Palazzo Chigi e poi fuori, nello scontro pur farlocco fra  lo stesso Trump e Meloni è riuscito a dare, sotto sotto, sorprendentemente ragione al presidente americano. Che egli ha considerato “tradito” -testuale-  per chissà quale impegno preso con lui dalla Meloni e cestinato per difendere il Papa che elettoralmente pesa in Italia più che altrove.

       Anche nella gestione politica e propagandistica della rottura, vera o presunta, fra Trump e Meloni l’ex presidente pentastellato del Consiglio ha trovato l’occasione e il modo di distinguersi dalla segretaria del Pd scavalcandola nella corsa alla leadership del campo largo dell’alternativa al centrodestra. E praticamente contestandone, pur tra saluti e bacini quando si incontrano nelle piazze e nei corridoi, la solidarietà al governo espressa con spirito istituzionale e bipartisan, nella impegnativa aula di Montecitorio, dopo gli attacchi del presidente americano.

       Le cosiddette primarie rimangono insomma, con la sua ambizione di tornare a Palazzo Chigi, al centro dell’azione e dei pensieri di Conte. Al quale deve avere criticamente pensato Walter Vetroni, il primo segretario del Pd, in questo passaggio, fra gli altri, del suo editoriale di ieri sul Corriere della Sera.: “Tutti a parlare di primarie e a immaginare scenari che non si realizzeranno mai, fumosi, stantii, arzigogoli che prevedono, tanto tutto è già vinto, chi andrà a Palazzo Chigi, chi al Quirinale, chi alla presidenza di Camera e Senato”.

Pubblicato su Libero

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