Portata ed effetti della rottura fra Meloni e Trump sul Papa americano

       Il presidente americano non ha dunque gradito il guano che Stefano Rolli, nella sua seconda e ben riuscita vignetta in pochi giorni su Trump, ha fatto scaricare nella prima pagina del Secolo XIX sui suoi capelli dalla premier italiane Giorgia Meloni, dopo l’attacco “inaccettabile” al Papa. Forse ancora più inaccettabile delle guerre che l’alleato, si fa per dire, non riesce a spegnere o addirittura apre nel mondo con la “prepotenza” rimproveratagli allusivamente dal connazionale salito l’anno scorso al vertice della Chiesa.

       “Scioccato” dalle proteste della Meloni, peraltro non le prime dopo le scaramucce sulla Groenlandia e sulla condotta dei militari italiani nella passata guerra in Irak, Trump le ha ritirato il “coraggio” riconosciutole più volte, anche nella Casa Bianca ricevendola come una mezza regina. E l’ha praticamente insultata procurandole in Italia la solidarietà espressa in Parlamento dalla segretaria del principale partito di opposizione, Elly Schlein. Una solidarietà doppia, di genere e politica. Un miracolo, direi, pensando a quello attribuitosi da Trump travestito da Gesù al capezzale di un infermo più di là che di qua.

       Su ciò che è accaduto fra Trump e Meloni, o viceversa, si sono sprecati titoli e immagini giornalistiche: rottura, strappo, divorzio, scaricamento, ponte crollato e altro ancora.

       Ma senza nulla togliere a tutto questo sul piano internazionale, con tutti gli effetti che potranno derivarne nella prosecuzione del mandato di Trump alla Casa Bianca, mi sembra notevole anche lo strappo e quant’altro consumatosi sul piano interno, a sinistra, fra la Schlein solidale con la Meloni e il suo concorrente alla guida della cosiddetta alternativo, Giuseppe Conte. Che ha rinnovato alla premier l’accusa di rapporti quanto meno ambigui, se non ancora di sudditanza, al presidente americano. Col cui ambasciatore personale a Roma, diverso da quello ufficiale, l’ex premier ha appena avuto tuttavia un incontro conviviale, per niente coperto da riservatezza, che di solito si cerca, si organizza e si svolge non per scambiarsi insulti. Conte rimane pur sempre il “Giuseppi”, al plurale come le sue politiche e maggioranze, apprezzato da Trump nel suo primo mandato alla Casa Bianca.

Ripreso da http://www.startmag.it

Se Trump si traveste da Gesù, ma anche da Stalin attaccando il Papa

Il passato ogni tanto ritorna. Generalmente nel male, qualche voltanel bene.

       Nel male come nel caso del presidente americano Donald Trump, che ha dato del “debole” al connazionale Robert Francis Prevost salito, sul trono di Pietro grazie non allo Spirito Santo ma a lui, che dalla Casa Bianca seppe influenzare i cardinali di Santa Romana Chiesa nel Conclave seguito alla morte di Papa Francesco, il sudamericano Jorge Mario Bergoglio.  

Questa debolezza, ripeto, di Leone XIV è la stessa rimproverata, anzi derisa un’ottantina d’anni fa da Stalin interrompendo i suoi interlocutori di Yalta che avevano un certo rispetto, chiamiamolo così, per Pio XII, il Papa italianissimo allora regnante.  “Di quante divisioni dispone?”, chiedeva Stalin di quello che lui considerava un rompiscatole disarmato.  E gli altri zitti, non potendo appendersi alle divise pur michelangiolesche delle guardie svizzere. E Stalin si fermò li, non arrivando a paragonarsi, pur con i suoi trascorsi in seminario, né a Dio che Trump invece vede a sua somiglianza, né a Gesù, nel quale il presidente americano si è riconosciuto benedicente, quanto meno, se non salvifico, né nello Spirito Santo in quella rappresentazione fatta dell’elezione di Papa Prevost grazie a lui. Una Trinità blasfema, della quale si rifiutato di scusarsi di fronte allo sgomento e alle proteste sollevate dalle sue parole contro il Papa, persino nel palazzo romano dove lavora e governa l’Italia Giorgia Meloni. Che nelle polemiche delle opposizioni temo rimarrà la “favorita”,  “subordinata” eccetera eccetera del presidente americano anche dopo avere definito “inaccettavili” le sue invettive contro il Papa.

       Il passato ritorna invece, con gli adeguati aggiornamenti, nel bene a Budapest con la vittoria elettorale di Peter Magyar su Viktor Orban, reduce da 16 anni di potere condiviso o apprezzato internazionalmente più da Putin, al Cremlino, che dai soci dell’Unione europea a Bruxelles. Eppure l’Ungheria era rimasta nel cuore di tanti, in Europa e fuori, per il generoso, quanto tragicamente fallito tentativo 70 anni fa di sottrarsi alle dipendenze dell’allora Unione Sovietica.

       E’ stato proprio il vincitore delle elezioni ungheresi a richiamarsi agli “anni del comunismo” per rinnovare la promessa e l’impegno elettorale di restituire al suo Paese la dignità di quell’antica rivolta contro Mosca, dove oggi governa non un anticomunista ma semplicemente un post-comunista come Putin. Che non fa neppure tanto mistero di una certa nostalgia di Stalin e delle sue abitudini e visioni internazionali, in una concezione imperialistica della Russia di cui stanno facendo le spese da più di quattro anni di guerra gli ucraini. I quali possono ora sperare di poter contare sulla solidarietà magiara negata loro da Orban.

       Ah, i corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico, di cui abbiamo celebrato l’anno scorso i 300 passati dalla sua “Scienza nuova”.

Pubblicato siul Dubbio

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