Ciò che la premier ha mandato a dire ai Berlusconi su giustizia e dintorni

       Il senatore Luca Ciriani, 59 anni, friulano, dovrebbe occuparsi prima o dopo nel suo ruolo di ministro per i rapporti col Parlamento, appena affiancato come sottosegretario dall’ex capogruppo di Forza Italia alla Camera Paolo Barelli, del percorso delle leggi sulla giustizia di cui proprio il partito di Barelli ha sollecitato l’approvazione. Sull’argomento, senza condividere gli aggettivi “comprensibile e superflua” usati dal Guardasigilli e collega di partito Carlo Nordio, è stato cauto e assai generico parlandone anche lui al Corriere della Sera, come il titolare del dicastero di via Arenula.

       “Il referendum” che ha bocciato la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e altro ancora,è stata un’occasione persa per riformare un sistema che ha diverse problematiche”, ha detto Ciriani. ”Ma sulla giustizia è giusto intervenire sui nodi come la lunghezza dei processi, gli organici, le pene. Lo faremo confrontandoci con Consiglio superiore della magistratura, associazione nazionale dei magistrati, sperando in un clima più sereno”, ha aggiunto quasi laconicamente profittando della discrezione dell’intervistatrice Paola De Caro. Che non gli aveva ancora sollevato il problema posto dai forzisti di tendenza Marina, diciamo così, di cercare consensi più larghi.

       Il tema tuttavia è comparso alla fine all’intervista con una domanda sulla possibilità che “il quadro cambi magari in Forza Italia con la discesa in campo di uno dei figli di Berlusconi”. “Non ho idea -ha risposto il ministro di stretta osservanza meloniana- di cosa vogliano fare loro, ma so che il padre creò il centrodestra e noi di fratelli d’Italia saremo sempre fedeli a quella formula e sempre alternativi alla sinistra, qualunque siano le scelte altrui”. Parole di Ciriani ma, penso, idee e direttive della premier dietro il silenzio ufficiale seguito all’iniziativa epistolare dei nuovi capigruppo parlamentari forzisti.

Il presidente americano scampato per fortuna al martirio che non merita

       Meno male. Il presidente americano Donald Trump è scampato ad un altro attentato, anche se il mancato assassino – uno svitato che si è definito nelle sue aspirazioni “gentile”, ”amichevole” e quant’altro- ha assicurato dopo la cattura in un albergo di Washington, dove già un altro presidente americano, Ronald Reagan, rischiò la vita, di non avere avuto come suo obbiettivo l’inquilino della Casa Bianca. Da anticristiano come si vanta di essere, lo sciagurato aveva evidentemente preso di mira qualcuno dello staff di Trump meno compromesso col suo recente scontro contro il Papa, americano pure lui.

       Thomas Allen si chiama l’attentatore armato e atterrato dalle squadre di sicurezza di Trump. Trentunenne, originario della California, laureato in ingegneria meccanica (non credo del cervello), insegnante di sfortunatissimi alunni fortunati però nell’averlo ormai perduto, è un altro di una lista che comincia ad essere troppo lunga, e persino sospetta, di attentatori del presidente americano.  Che sembra cominci a capire di essere davvero in pericolo. Questa volta non si è vantato di essere protetto da Dio e ha indossato i panni buoni del presidente che invita dissidenti e quanti, malati o sani o semi sani di mente, di non praticare la violenza, di darsi una calmata insomma.

       La cosa più spiacevole e ingiusta, diciamo pure odiosa, che possa capitare a chi dissente dalle decisioni, dalle guerre e dalle tregue traballanti che egli produce, dei travestimenti cui ricorre per dileggiare lo sventurato di turno, è di vedere ucciso il presidente americano durante il suo mandato in circostanze tali da fargli guadagnare quello che non merita: l’aureola del martirio.

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