Roberto Scarpinato si scopre adesso prigioniero della politica

Roberto Scarpinato, 74 anni, già procuratore generale a Palermo, ora senatore della Repubblica a 5 Stelle e membro della commissione parlamentare antimafia, che si trova ad occuparsi anche di lui per il ruolo svolto negli anni Novanta nella gestione di un’indagine, dossier e quant’altro su mafia e appalti, è inconsapevolmente prigioniero della politica. Alla quale è passato, da ex magistrato, il più scortato d’Italia quando indossava la toga, accettando la candidatura alla Camera offertagli personalmente e orgogliosamente dall’ex premier Giuseppe Conte, presidente del movimento che fu di Beppe Grillo.

       E’ stata una scelta, quella politica di Scarpinato, che ha finito per farlo partecipare ad una pratica che ora, provata un po’ sulla sua pelle, egli deplora vigorosamente, come nel suo stile, sentendosi inquisito e persino processato, in una sovrapposizione e confusione di funzioni, per la sua passata attività di magistrato.

       Forse anche per questo, e non solo per il clima sopraggiunto alla vittoria referendaria, il mese scorso, della riforma costituzionale della magistratura, Scarpinato ha recentemente auspicato, scrivendone sul Fatto Quotidiano, l’autoscioglimento della commissione parlamentare antimafia presieduta dalla sorella d’Italia Chiara Colosimo. O il suo blocco, la sua volontaria rinuncia al lavoro assegnatole con tanto di legge, compreso quello proposto dalla premier Giorgia Meloni, parlandone in Parlamento, di occuparsi anche delle possibili infiltrazioni mafiose in tutti i partiti, compreso o a cominciare dal suo.   

       Si potrebbe anche concordare in linea di principio con Scarpinato quando coglie la contraddizione, a dir poco, fra l’archiviazione giudiziaria chiesta dalla Procura della Repubblica di Caltanisetta di un’indagine riguardante anche il ruolo dell’allora procuratore generale di Palermo di un dossier dei Carabinieri su mafia e appalti, e la convinzione espressa davanti alla commissione parlamentare dal capo stesso di quella Procura che vi fosse stato un nesso fra quel dossier e le stragi che costarono la vita nel 1992 prima a Giovanni Falcone, a Capaci, e poi a Paolo Borsellino, sotto casa della madre.

       Ma un’inchiesta parlamentare, come dimostrano precedenti clamorosi, a cominciare dal delitto Moro, dal terrorismo e dalle stragi, ha di particolare proprio quello di non attenersi alle sole procedure e valutazioni giudiziarie.

       Per essere coerente con i dubbi e le proteste che esprime oggi, quando si è trovato -ripeto- a vivere in prima persona la realtà di un’inchiesta parlamentare, Scarpinato avrebbe dovuto quanto meno evitare di parteciparvi, o correrne solo il rischio entrando nella commissione che ora sembra entrargli stretta, quanto meno. Una commissione della quale fa parte come vice presidente anche il  collega deputato ed ex magistrato Federico Cafiero De Rhao. Pure lui, per diaboliche coincidenze, trovatosi ad occuparsi del suo stesso lavoro alla Procura Nazionale antimafia, dove si sono raccolti dossier e si sono trafficate notizie, prevalentemente a scapito di esponenti del centrodestra, che hanno fatto rizzare i capelli al capo della Procura di Perugia Raffaele Cantone quando vi ha lavorato sopra.

       La politica, lo so bene raccontandola da una vita, è una brutta bestia. Non è, come anche l’attività giudiziaria, un pranzo di gala, una gita fuori porta. Ancor meno lo sono, l’una e l’altra, quando si intrecciano e si sovrappongono, o confliggono. Ne converranno insieme, Scarpinato e De Rhao, senza limitarsi a festeggiare la prevalenza della magistratura sulla politica nel risultato del referendum svoltosi il mese scorso.

Pubblicato su Libero

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