Peggio del punto dell’abate Martin per l’Italia nell’Unione europea

       Se per un punto l’abate Martin perse notoriamente la cappa, per un decimo di punto l’Italia ha perso l’uscita dalla cosiddetta procedura d’infrazione, e dai suoi inconvenienti contabili e sociali nella partecipazione all’Unione europea. Quel 3,1 per cento di deficit rispetto al pil, anziché  il 3, ha fatto naturalmente esultare le opposizioni di ogni grado e colore, già troppo euforiche -per ammissione anche di alcuni esponenti della sinistra- per la vittoria referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura.

       Lo spettacolo mi sembra deprimente anche per l’Europa, le cui regole – una colta definite “stupide” anche da un presidente peraltro italiano della Commissione di Bruxelles- sono paradossalmente la prima ragione della sua crisi. E ciò  in un mondo messo peggio del vecchio continente, fra guerre, tregue finte, penultimatum e blocchi concorrenti, iraniano e americano, di quella vena giugulare del petrolio e altro che è lo stretto di Hormuz disseminato di mine.

       Fa sorridere, o ridere, quella specie di sfida levatasi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti prospettando la possibilità di farcela “da soli”, come altri nelle nostre condizioni, o peggiori, ma in un contesto politico e parlamentare in cui si passa da una fiducia all’altra, fra la Camera e il Senato, per approvare leggi come la conversione di un decreto sulla sicurezza che il capo dello Stato è intenzionato a firmare, ai limiti della decadenza, solo insieme ad un altro che lo corregge.  Da deprimente lo spettacolo diventa surreale.

       In una situazione del genere, vedendo a cosa e come si è ridotta l’Unione europea concepita con altri obbiettivi e per altre prospettive, che sta decimando anche il nostro ormai ex principale alleato d’oltre Atlantico vicino praticamente più a Putin che a noi, e agli ucraini, lasciatemi cedere alla tentazione del qualunquismo, sovranismo, antieuropeismo  eccetera eccetera, riconoscendomi nello sfogo di Libero, e del suo direttore Mario Sechi, con il quale non a caso collaboro, contro “il patto” di stabilità europeo che “ha rotto” e “il cappio di Bruxelles” che “rischia di soffocarci”. Al diavolo l’ipocrisia,

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