Carlo Calenda e Matteo Renzi: Dio li ha fatti e poi li ha accoppiati

L’intervista a Repubblica in cui Carlo Calenda ha riconosciuto a Giorgia Meloni prima “il gesto importante” e  poi “l’atto di maturità politica” compiuti mostrando interesse al suo progetto di manovra economica, diverso naturalmente da quella varata dal Consiglio dei Ministri, e predisponendosi volentieri ad un incontro per confrontarsi, gli è già costata il sospetto, l’accusa e quant’altro di volere offrire “una stampella” al primo governo di destra-centro, anziché di centrodestra. Che è una distinzione politicamente maggiore di quella di genere che forse ha colpito di più la gente comune. 

Sospetto, accusa -ripeto- rafforzato dalla preoccupazione espressa dal leader o co-leader, come preferite, del cosiddetto terzo polo che il governo possa “sfaldarsi”, poco importa se per l’insofferenza di Silvio Berlusconi o per la instabilità ormai della leadership di Matteo Salvini nella Lega. “Sarebbero problemi per l’Italia e io non me lo auguro”, ha aggiunto Calenda spiegando che i partiti di centrodestra, o destra-centro, “hanno vinto le elezioni e devono governare”, forse anche grazie all’opposizione “mai pregiudiziale” del terzo polo, in modo da far vedere “cosa sanno fare”, lasciando il giudizio conclusivo agli “elettori”. Ormai “è finito -ha detto ancora l’alleato e ritrovato amico di Renzi- il tempo dei governi d’emergenza o d’opportunismo”, serviti in altre occasioni ad evitare, ritardandolo, il ricorso chiarificatore alle urne. 

L’alleato e ritrovato amico Renzi, appunto. I due si scambiano ogni volta che ne hanno l’occasione apprezzamenti e comprensioni, per carità, da quando hanno deciso di mettersi insieme, paghi del pur modesto elettorale del 25 settembre, conseguito in soli tre mesi rispetto ai dodici anni -ha ricordato Calenda- compiuti dalla Meloni per salire dall’1 all’8 per cento, ma poi al 25.

        Già alle elezioni europee del 2024 Renzi si è proposto, prima ancora che augurato, di sorprendere tutti facendo salire il suo terzo polo in testa alla graduatoria. Le europee a Renzi, si sa, hanno portato fortuna. Quelle del 2015, l’anno dopo il suo arrivo a Palazzo Chigi, lo innalzarono come segretario del Pd al 40 per cento dei voti, come solo i democristiani riuscivano a fare ai loro tempi migliori. Cinque anni dopo il Pd, nello stesso tipo di elezioni, precipitò al 22 per cento, ma Renzi non ne era più il segretario, praticamente costretto a lasciare per il ben più modesto e rovinoso 18 per cento conseguito l’anno prima nelle elezioni politiche impostegli, secondo lui, dal presidente della Repubblica alla scadenza ordinaria. Diverso, sempre secondo lui, sarebbe stato l’esito, con ripercussioni sul dopo, se Sergio Mattarella lo avesse accontentato facendolo andare alle urne l’anno prima, sull’onda del 40 per cento -sempre quel benedetto 40- conseguito con i sostenitori della riforma costituzionale da lui intestatasi ma dannatamente bocciata nel referendum del 4 dicembre 2016. 

Ah, che piaghe ancora queste date e questi numeri per Matteo Renzi. Che non per questo, tuttavia, si è mai rassegnato al ruolo di un attore minore, e tanto meno di una comparsa. Se prima poteva costruire governi e maggioranze, adesso si accontenta di poter far cadere i primi e le seconde. Ne sa qualcosa, per non andare troppo indietro negli anni, Giuseppe Conte.  Che, grazie proprio a Renzi ancora nel Pd, riuscì a restare nel 2019 a Palazzo Chigi cambiando alleato, dalla Lega allo stesso Pd, ma fu dallo stesso Renzi, ormai fuori dal partito del Nazareno, praticamente rovesciato dopo poco più di un anno a vantaggio di un Mario Draghi inutilmente rappresentato o immaginato  disinteressato e stanco dall’avvocato pugliese: stanco, in particolare, per le fatiche alla presidenza della Banca Centrale Europea, a Francoforte.

Ora, come rottamatore in servizio permanente ed effettivo, Renzi si è appena avventurato, in una intervista alla Stampa, a realizzare proprio lo scenario temuto da Calenda: quello di una crisi del governo Meloni. Che è stata annunciata nel titolo dell’intervista già per “l’anno prossimo”, ma in realtà prevista dalle parole testuali di Renzi all’indomani delle elezioni europee del 2024. Allora -ha detto il rottamatore- “questo governo rischierà di andare a casa” per le difficoltà, evidentemente, all’interno di una maggioranza provata dai risultati elettorali. “Lì saremo pronti”, ha aggiunto Renzi al plurale, parlando -immagino- anche a nome di un Calenda apparso invece nella sua intervista a Repubblica per nulla convinto o smanioso di una crisi. 

E’ davvero strana- non credo solo per temperamenti- la coppia Calenda-Renzi, o viceversa. Dio li fa e poi li accoppia, dice un vecchio proverbio popolare usato anche per qualche felice commedia d’arte.

Pubblicato sul Dubbio

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