Mattarella ha firmato sette grazie, ma ne manca ancora una…

Nulla da eccepire, per carità, sulle sette  grazie appena concesse dal presidente della Repubblica nell’esercizio delle sue prerogative costituzionali, valide questa volta anche nell’ultimo semestre del mandato, che gli impedisce invece di sciogliere anticipatamente le Camere. E quindi l’obbliga a graziarle  – è proprio il caso di dirlo- mantenendole in vita anche non esistendo più le condizioni politiche di un loro concreto funzionamento: per effetto -ad esempio- della impossibilità certificata di risolvere una crisi in via ordinaria. 

Fu proprio in questa situazione che Mattarella, peraltro con il potere ancora valido di sciogliere le Camere, ma non sentendosi di mandare alle urne i cittadini in periodo ancora di piena pandemia, allestì improvvisamente nello scorso mese di febbraio un governo eccezionale come quello di Mario Draghi, fuori dagli schemi o dalle formule ordinarie della politica. E scommise sul senso di responsabilità delle forze politiche perché accettassero un passaggio del genere, 

Nulla da eccepire, dicevo, per le sette grazie anche per la sobrietà dimostrata dal capo dello Stato nell’esercizio di questa delicatissima prerogativa: sette tutte insieme, d’accordo, in una volta  sola proprio a causa della imminente conclusione del mandato presidenziale, ma 33 nel settennato di sua competenza, alla media di meno di cinque l’anno. Il Corriere della Sera, in verità. parla di complessive 26 grazie, ma temo per un errore, non includendovi quelle appena firmate dal capo dello Stato e considerate invece dalla quirinalista del Tg1 riferendone dalla postazione del Colle. 

Se proprio dovessi farmi prendere da uno scrupolo critico, esso non riguarderebbe il presidente della Repubblica ma il sistema istituzionale e normativo che lo carica anche di un compito, per esempio, come quello di graziare una persona colpita da un’ammenda di 450 euro per non avere fornito le indicazioni della propria identità. Immagino tutte le scrivanie per le quali è dovuta transitare questa pratica, con i relativi costi, e mi cadono letteralmente le braccia. 

Il presidente Mattarella con Valentino Rossi

Piuttosto, me la prendo col presidente Mattarella -non se l’abbia a male- per le sua perduranti resistenze ad una conferma, anche dopo il bis chiestogli in sei minuti di applausi nel teatro milanese della Scala la sera del 7 dicembre, e condiviso il giorno dopo al Quirinale dal “dottore Valentino Rossi”, in un incontro col campione del motociclismo e accompagnatori, o viceversa. Il pubblico che incontra in ogni sede e occasione, ormai, e una certa parte anche dell’opinione politica, fra giornali, parlamentari e partiti pur in sordina a causa del loro stato generalmente più gassoso che liquido, gli chiedono di rimanere anche per dare o fare una grazie -diciamo così- ad un sistema istituzionale che per un intreccio di sfortunate  circostanze sta per affidare il compito dell’elezione di un nuovo presidente della Repubblica, con sette anni di mandato sulle spalle, ad un Parlamento a dir poco debolissimo. Che, dopo arere evitato lo scioglimento anticipato solo per l’emergenza pandemica ora per fortuna ridottasi, ha davanti a sé solo più di un anno di vita. E sarà sostituito, alla scadenza ordinaria o anticipata, da un Parlamento del tutto diverso: con 345 seggi in meno e rapporti politici letteralmente sconvolti rispetto a quelli usciti dalle urne nel 2018. 

In queste condizioni sarebbe davvero una grazia al sistema istituzionale una disponibilità del presidente uscente della Repubblica a farsi confermare -se richiesto naturalmente da un vasto schieramento parlamentare- per fare sciogliere il successore dal nuovo Parlamento. E permettere nel frattempo l’approvazione di una modifica della Costituzione giù proposta al Senato per meglio definire la figura del capo dello Stato: non rieleggibile ma anche titolare di tutte le sue prerogative sino all’ultimo giorno del mandato, compresa quella di sciogliere le Camere. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it 

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