Assolta anche in appello Virginia Raggi, che condanna il suo Movimento

            Ne ha impiegato di tempo -quattro dei cinque anni del suo mandato di sindaco a Roma, conquistato elettoralmente nel 2016 – ma Virginia Raggi ce l’ha fatta a rimediare ad almeno una parte dei suoi errori gridando in pubblico la verità, cioè prendendosela col suo partito: il Movimento 5 Stelle. Lo ha fatto commentando con una pungente denuncia politica la sentenza con la quale i giudici d’Appello a Roma hanno confermato l’assoluzione di primo grado per falso, impugnata dalla Procura, per la vicenda della promozione a capo del Dipartimento del Turismo del Comune il vice comandante dei Vigili Urbani e fratello del capo del personale e grande consigliere della sindaca, Raffaele Marra, poi arrestato per altri fatti risalenti alla precedente amministrazione.

            La sindaca si assunse per intero la responsabilità di quella nomina, decisa nell’ambito di un più vasto movimento nell’amministrazione capitolina, rammaricandosi poi con chi le aveva proposto la promozione di non essere stata informata dell’ingente aumento di stipendio che ne sarebbe derivato. Seguì, fra l’altro, un’indagine dell’Autorità anticorruzione rispondendo alla quale la sindaca avrebbe detto il falso da cui invece è stata assolta per due volte.

            Dal primo giorno di sindaca la Raggi -non se l’abbia a male- dimostrò i suoi limiti o inesperienza, nonostante la professione di avvocato e la precedente esperienza di consigliere comunale. Ma dal suo partito le vennero non aiuti per superare le difficoltà, bensì manovre destinate ad aggravarne i problemi. Persone e funzioni cambiavano continuamente su intervento dall’alto, sino a mandarle a Roma dalla Liguria un avvocato arrivato all’apice dell’Acea e arrestato. I giornali potettero titolare più volte, senza essere smentiti, dello stato di “commissariamento” politico in cui ormai operava la Raggi.

            Il logoramento derivatone fu tale che, quando la sindaca annunciò il proposito di ricandidarsi ben conoscendo la indisponibilità del Pd a sostenerla, Beppe Grillo in persona pubblicamente la invitò- fra il serio e il faceto- a lasciar perdere perché i romani non la meritavano. Poi l’attesa del giudizio d’appello aggravò le tensioni nel Movimento, spingendo alcuni cosiddetti “governisti” a scommettere sostanzialmente sulla condanna  per rimuovere dal campo la candidata diventata un impedimento insormontabile per un accordo col Pd.

            Con questa situazione a dir poco velenosa, e penosa, alle spalle la sindaca ha festeggiato l’assoluzione invitando “tutti, anche e soprattutto all’interno del Movimento 5Stelle, a riflettere. Ora -ha aggiunto- è troppo facile voler provare a saltare sul carro del vincitore con parole di circostanza”. Infatti -sarei tentato di aggiungere- Grillo si è affrettato ad esultare, contento della sconfitta dei “detrattori” della sindaca uscente.

            Compiaciuto della sua assoluzione dopo averla difesa ripetutamente, il direttore del Fatto Quotidiano ha liquidato genericamente come “fanatici” nel titolo di prima pagina gli avversari interni di partito denunciati dalla sindaca, spiegando solo nel sommario che possono trovarsi nel partito. E soprattutto riconoscendo che i pubblici ministeri possono sbagliare, eccome, sino a scrivere nel suo editoriale del “degrado di gran parte della magistratura, che nessuna persona sensata può ridurre al caso Palamara”. Meglio tardi che mai, verrebbe da chiosare.

 

 

 

 

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