Al pettine anche il nodo della “discontinuità” mancata a Palazzo Chigi

            Non appena si apre uno spiraglio di chiarimento della pasticciatissima situazione politica, in cui la maggioranza e l’opposizione hanno in comune una elevatissima confusione interna, si pongono questioni apparentemente verbali che in realtà nascondono la volontà di non chiarire un bel niente.

            Gli spiragli si aprono quando si torna al vecchio e vero linguaggio della politica, come la crisi, improvvisa o “pilotabile” che sia, la verifica, il rimpasto e simili, attraverso cui sono trascorsi una cinquantina d’anni di democrazia in Italia, succedendosi e intrecciandosi diverse formule politiche: dalla originaria unità resistenziale al centrismo, al centrosinistra, alla cosiddetta pausa o tregua di solidarietà nazionale e infine al superamento della vecchia incompatibilità fra socialisti e liberali, ritrovatisi insieme nel governo durante la fase conclusiva della cosiddetta Prima Repubblica, mentre la Storia, con la maiuscola, segnava il fallimento spontaneo del comunismo. La seconda guerra mondiale aveva già segnato per fortuna la fine del nazifascismo.

            Poi arrivarono la seconda, la terza e forse persino la quarta Repubblica, più o meno in corso, con le loro illusioni alternate di presidenzialismo, grazie alla personalizzazione dei partiti, piccoli e grandi, e di elezione diretta del governo con la designazione formale del presidente del Consiglio sulle schede delle coalizioni o singole forze politiche aspiranti alla guida del Paese. Ma questo sostanziale espediente  non ha impedito il passaggio a Palazzo Chigi di uomini mai votati a questo scopo dagli elettori, come -nell’ordine in cui si sono avvicendati- Lamberto Dini, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e  Giuseppe Conte. Che, messo alle strette in questi ultimi giorni, perdendo per strada pezzi della sua maggioranza e strizzando l’occhio a pezzi dell’opposizione, ha mostrato di volere accettare i rischi o la salvezza -secondo l’esito della partita- di una verifica, di un rimpasto e persino di una crisi. Ma si è subito corretto spiazzando i giornali con interpretazioni opposte e ripiegando su altri termini, soprattutto uno che forse considera nuovo ma non lo è: “confronto”. Eppure da autentico o presunto ispirato al celebre conterraneo pugliese che lo precedette a Palazzo Chigi nella Prima Repubblica dovrebbe sapere che di “confronto”, appunto, visse e si distinse Aldo Moro smontando e rimontando ai suoi tempi gli equilibri politici, dentro e fuori la sua Dc.

           Anche il presidente grillino della Camera, Roberto Fico, peraltro sempre più tentato dall’avventura di sindaco della sua Napoli, ha appena ribadito di non volere assolutamente chiamare “verifica” quella che pure Conte, magari consigliato da volenterosi sopra e sotto il Colle, si è praticamente incaricato di tentare, sfidato ormai un giorno sì e l’altro pure da Matteo Renzi. Che da socio parlamentarmente determinante della maggioranza gli ha posto condizioni che -chissà perché- in bocca a lui  diventano “ricatti” da scherno. Come se non fosse stato un “ricatto” anche il no opposto l’anno scorso dai grillini alla condizione di una “discontinuità” a Palazzo Chigi posta dal Pd per subentrare ai leghisti nel governo.

           I grillini pretesero e ottennero invece la conferma del presidente uscente del Consiglio  innescando non pochi dei problemi che sono oggi sul tappeto di una crisi “virtuale” -come l’ha giustamente definita Stefano Folli su Repubblica- che potrebbe trascinarsi per chissà quant’altro tempo ancora, non certo a vantaggio del Paese e di tutte le sue emergenze.

 

 

 

 

 

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