Per rimanere congelata la crisi avrà bisogno dei -75 gradi del vaccino

            Se siamo davvero alla crisi “congelata” di cui hanno scritto fior di analisti, temo che le mancheranno le condizioni necessarie per non scongelarsi. Anche ad essa occorreranno forse i 75 gradi sotto zero di cui hanno bisogno per essere conservati e trasportati in sicurezza i vaccini antipandemici.

            Va bene che le previsioni meteorologiche non sono delle migliori e che è già caduta in molte parti d’Italia tanta di quella neve da aver fatto imbufalire gestori d’impianti e sciatori costretti invece alla chiusura o astinenza, ma i 75 gradi sotto zero mi sembrano francamente difficili da preventivare.

            Né, fuor di metafora, i rapporti fra i partiti interessati più direttamente alla verifica della maggioranza giallorossa mi sembrano tali da consentire il lusso o il disastro, secondo i punti di vista, di una crisi lasciata a lungo sospesa a mezz’aria, o stipata nei contenitori dei vaccini.

         Cerchiamo, via, di non fare  Matteo Renzi, cui si debbono sia la nascita di questa maggioranza e di questo governo sia questa crisi, congelata o sospesa che sia, più sprovveduto o imprudente di quanto già non sia. Non a caso Mattarella si è premurato di riceverlo nei giorni scorsi al Quirinale, come ha appena rivelato Massimo Franco sul Corriere della Sera, per verificarne personalmente i malumori. È chiaro che ormai, per quanto Conte abbia cercato nel salotto televisivo di Bruno Vespa di apparire teso a “sminare” la situazione, come hanno scritto sul Fatto Quotidiano, quanto più sopravviverà questo governo, magari anche rimpastato, tanto meno dureranno l’Italia Viva del senatore di Scandicci e i suoi gruppi parlamentari, già sottoposti ad un certo logoramento. Cui Renzi reagisce non indietreggiando ma insistendo negli attacchi, come ha fatto nel salotto televisivo di Myrta Merlino.

            Nè un sostanziale suicidio, neppure assistito, di Renzi con una resa si tradurrebbe automaticamente in un affare anche per il Pd, oltre che per Conte. Al contrario, il partito di Nicola Zingaretti e di Dario Franceschini si troverebbero, senza Renzi, prigionieri di Conte e dei grillini ancora più di prima.

            Quali siano i veri umori dei parlamentari, e quindi degli elettori del Pd, nei riguardi del presidente del Consiglio dipendente dalle tensioni interne del Movimento 5 Stelle, ormai non più catalogabili con soli criteri politici, emergendo spesso da quelle parti più sette che correnti o “anime”, come soavemente le chiama Conte, lo si è capito e visto negli applausi strappati da Renzi agli ex compagni di  partito nell’ultimo discorso pre-verifica tutto d’attacco  pronunciato nell’aula del  Senato. Dove peraltro Renzi ha  prenotato un altro intervento nella settimana prossima, quando  passerà fuggevolmente a Palazzo  Madama il bilancio.

           Temo che non sarà neppure quello un discorso rasserenante per Conte. O  sarà di quel  particolare tipo di serenità che solo Renzi riesce disinvoltamente a promettere o garantire mentre prepara tutt’altro. Lo imparò a suo spese Enrico Letta proprio di questi tempi, negli ultimi giorni della sua unica e  breve esperienza a Palazzo Chigi. Che era cominciata addirittura all’insegna delle cosiddette larghe intese, dopo l’improvvida scommessa di Pierluigi Bersani sui grillini, nel 2013, per un governo, pensate un po’, di “minoranza e combattimento”.

 

 

 

 

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