Jhon Elkann accusato di “tagliare la lingua” ai giornalisti delle sue testate

            Giovanni Valentini, tra i più nostalgici degli anni ruggenti di Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti all’Espresso e Repubblica, quando andavano d’amore e d’accordo e ritenevano, qualche volta a ragione, di avere la politica italiana in pugno, di poterla condizionare con una telefonata o un semplice corsivo, è saltato sulla sedia leggendo la “Mediamorfosi”  dettata ai suoi giornali da John Elkann, il nipote del compianto avvocato Gianni Agnelli. Che probabilmente sarebbe stato più prudente o meno esplicito di lui volendo dettare nuove regole o dare nuovi indirizzi alle testate di cui già disponeva direttamente o indirettamente, anche se pure lui quando ne aveva voglia andava giù pesante a criticare, come fece una volta col Corriere della Sera indicandolo “in mutandine”.

            All’amico Valentini potrei anche dare ragione quando contesta ad Elkann, come domenica sul Fatto Quotidiano, di avere indicato alla “Stampubblica” e annessi e connessi come modello “Radio Deejay”, con i suoi cinque milioni di ascoltatori, per “andare incontro all’immaginario collettivo sfidando ogni conformismo”. E’ un riferimento, in realtà,  “vagamente blasfemo”, come ha scritto Valentini vantando “il grande impegno politico, culturale, civile” di testate come Repubblica e l’Espresso.

            Non parliamo tuttavia della rivista MicroMega di Paolo Flores d’Arcais, che il nipote dell’avvocato ha scaricato improvvisamente sfidandone il fondatore a trovarsi un altro editore. E che la buona Sandra Bonsanti, strappandosi pure lei le vesti parlandone col Fatto Quotidiano, ha un po’ troppo generosamente paragonato ad una specie di cattedrale laica del giornalismo italiano. La cui ragione di nascere e di vivere fu negli anni Ottanta una furibonda lotta all’emergente presidente socialista del Consiglio Bettino Craxi, a sostegno invece del Pci di Enrico Berlinguer e successori: qualcosa che Jhon Elkann non ha potuto vivere appieno per ragioni anagrafiche, avendo per fortuna solo 44 anni, ma di cui qualcuno deve avergli lasciato un penoso ricordo.

             A parte le sue critiche al “modello Radio Deejay,” non condivido invece la quasi disperazione di Valentini per la regola, dettata dal nipote dell’avvocato, del giornalismo praticato con “equilibrio, distanza critica dai fatti” e da “ogni forma di militanza”: tutta roba che Valentini traduce sbrigativamente nel “taglio della lingua”. Par di capire che tra la partigianeria, sin forse alla faziosità, e la militanza Valentini non veda differenze, per cui sospetta della democraticità e persino “purezza”, come si suol dire, di un editore come Jhon Elkann, con tutti gli altri  interessi extra-giornalistici che ha.

            Invece la militanza è un male vero, un guaio per i giornali. Mi riferisco non a quella di chi ha lavorato in scuole di giornalismo come sono state spesso le ormai scomparse testate di partito, piccole e grandi: dall’Unità all’Avanti, dalla Voce Repubblicana al Popolo e al Secolo d’Italia. Mi riferisco a quella, per esempio, che ho personalmente visto all’opera negli anni di Tangentopoli. Allora giornali di diversa e persino opposta tendenza politica, uniti però nell’antisocialismo, concordavano ogni sera come e cosa offrire ai loro lettori l’indomani per farli godere del gran lavoro che facevano nella Procura di Milano e dintorni a caccia del “cinghiale” Craxi. Quello non era chiaramente giornalismo. E ce ne sono ancora residui, anche se gli avversari sono cambiati, e si chiamano magari Matteo Renzi, o Matteo Salvini o ancora il vecchio, ostinatissimo e persino ondeggiante Silvio Berlusconi.

 

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