In questo Babbo Natale vedete più Giuseppe Conte o Mario Draghi ?

            Secondo voi questo fotomontaggio rimasto nella rete dell’Ansa per buona parte della vigilia di Natale, quasi come augurio alla politica, è stato realizzato col volto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, com’è apparso a molti, truccato da Babbo Natale, con quei 200 e rotti miliardi di euro dei fondi europei della ripresa da gestire con criteri e metodi che hanno già provocato mezza crisi di governo, o col volto di Mario Draghi? Che è diventato nelle cronache, nei retroscena e nelle analisi politiche il virtuale concorrente dello stesso Conte nel caso in cui la crisi dovesse scongelarsi ed esplodere.

            Non ci crederete, ma tra i sostenitori del presidente del Consiglio uscente  il nervosismo è tale che si è coltivato il sospetto che all’Ansa -la maggiore agenzia di stampa italiana, molto conosciuta e apprezzata anche all’estero, per quanto in crisi anch’essa come tutta l’editoria- abbiano voluto tirare un colpo mancino all’inquilino di Palazzo Chigi allungando in qualche maniera l’ombra dell’ex presidente della Banca Europea sui precari equilibri politici del momento, nascosto sotto i panni e la barba di  Babbo Natale.  

Imperdibile quella “mangiatoia delle vanità” denunciata dal Papa

            Della predica di Papa Francesco nella Messa di Natale ha molto e giustamente colpito l’informazione televisiva e on line, nella breve pausa che si è data la carta stampata, l’esortazione all’ottimismo in questi tempi di pandemia. Che hanno peraltro costretto in uno spazio relativamente angusto della imponente Basilica di San Pietro la solenne celebrazione religiosa.  Anche questa volta, ha detto praticamente il Pontefice, usciremo dal tunnel della paura, per quanti errori possano essere stati compiuti nella gestione dell’emergenza e possano ancora compiersi, adesso che si è aperta la fase delle vaccinazioni.

            Ma a chi in qualche modo è condannato dalle abitudini o dal mestiere a seguire la politica – nell’avvicendarsi addirittura delle Repubbliche, peraltro a Costituzione sostanzialmente invariata, salvo per alcune parti che ne hanno ridotto l’autonomia a vantaggio del potere giudiziario o hanno dilatato a tal punto i poteri locali da compromettere il governo del Paese- non ha potuto non procurare una scossa quell’immagine della “mangiatoia delle vanità” contrapposta da Papa Francesco alla mangiatoia dell’umiltà e, insieme, sacralità in cui nacque Gesù.

            Quanta “vanità” in effetti si può scorgere nella crisi sospesa o congelata in cui si sta concludendo questo sfortunatissimo 2020. Abbiamo la vanità, certo, di chi è sempre all’attacco, dall’opposizione ma anche dall’interno di una maggioranza troppo composita e affrettata per non prevederne l’intrinseca debolezza, ma anche la vanità di chi è arroccato nella difesa di un equilibrio che è ormai saltato nei rapporti politici, e persino in quelli personali, senza neppure il pudore ormai di nasconderlo.

            Un presidente del Consiglio -spiace dirlo- che sembrava prestato alla politica ne è diventato un professionista incallito, com’è d’altronde capitato anche ad altri che l’hanno più o meno preceduto ai confini tra la cosiddetta società civile contrapposta a quella politica, o del Paese reale contrapposto al Paese legale.

              Pure Silvio Berlusconi, benedett’uomo, peraltro confortato a lungo da un ampio consenso elettorale, sembrò arrivato a Palazzo Chigi per liberare il Paese da una politica che l’aveva troppo asservita e ne divenne rapidamente un “signor professionista”, come gli disse una volta pranzando con la sua famiglia uno che s’intendeva di queste cose e di questo mondo: l’ex presidente, o presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Che peraltro proprio in quel periodo stava beffardamente pescando nelle sue acque -quelle del centrodestra- per improvvisare un partito che serviva a portare alla guida del governo Massimo D’Alema, dopo la prima caduta di Romano Prodi dall’albero dell’Ulivo del cosiddetto centrosinistra.

            Abbiamo inoltre assistito alla metamorfosi politica di “tecnici” che sembravano impermeabili ai partiti come Lamberto Dini e Mario Monti, finiti per allestirne di propri dalla durata effimera. Ora è il turno di Giuseppe Conte, che galleggia sulla paura delle elezioni anticipate da parte di chi sa di uscirne comunque indebolito, cioè tutti dopo il taglio cosiddetto lineare dei seggi parlamentari, e sulla crisi identitaria, oltre che elettorale, dell’ex ormai partito di maggioranza -quello grillino-uscito dalle urne del 2018. Tutto il resto è chiacchiera.

 

 

 

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