Gli sconti che il partito di Zingaretti ora non può più fare ai 5 Stelle

Eppure, c’è qualcosa che non mi convince della rappresentanza del dopo-voto di domenica e lunedì come di uno scampato pericolo per chi tiene alla stabilità di governo, ora che i grillini hanno portato a casa la sforbiciata delle Camere, e possono farsi meno convulsamente i loro Stati Generali, e il Pd di Nicola Zingaretti ha salvato la Puglia e la Toscana dall’assalto del centrodestra, cedendogli solo le Marche.

Al massimo -pensa chi temeva un terremoto politico- il presidente del Consiglio Giuseppe Conte potrebbe incorrere nella rogna di un rimpasto subendo l’agenda non dei giornalisti, da lui accusati recentemente di volergliela imporre, magari per il gusto di esercitarsi nel totoministri di vecchia memoria, ma dei partiti della sua variegata maggioranza. All’interno dei quali si sono sedimentate ambizioni personali e di gruppi, ma anche esigenze obiettive, come quella indicata dal vice segretario del Pd Andrea Orlando di affrontare con maggiori competenze il capitolo dei progetti da finanziare con i fondi europei della ripresa, o della nuova generazione.

Eppure, dicevo, qualcosa non mi convince di questa rappresentazione. Che d’altronde ha già in sè elementi ansiogeni perché i rimpasti, ad esempio, si sa come vengono concepiti ma non come alla fine partoriti. Lo stesso Conte, arrivato alla politica incidentalmente, ha mostrato di capirlo e temerlo cercando di scansare l’ostacolo.

Penso che i risultati referendari ed elettorali si siano tradotti per il governo e la sua maggioranza giallorossa più in una somministrazione di antinfiammatori che di antibiotici. I grillini potrebbero pure acconciarsi a qualche boccone amaro zuccherandolo con la polvere referendaria, nella visione di vittoria “storica” datane all’unisono, una volta tanto, da Luigi Di Maio e dal suo successore momentaneo, o reggente, Vito Crimi alla guida del movimento 5 Stelle. Ma il segretario del Pd sarà’ costretto proprio dal suo successo, col partito tornato abbastanza diffusamente in testa alla graduatoria, a non accontentarsi di qualche boccone amaro ai grillini: in tema, per esempio, di Mes, la sigla del fondo europeo salva Stati con quei 36 miliardi e rotti di euro immediatamente disponili a tasso vantaggiosissimo di credito per potenziare il sistema sanitario e l’indotto assai provati da un’epidemia peraltro ancora in corso.

Scadenze ultimative, come si è capito in una sua interlocuzione televisiva con l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, il segretario del Pd cercherà  di non fissarle per temperamento, ma di molto tempo a disposizione francamente lui  non dispone, a metà ormai della legislatura, per concedere chissà quali e quanti rinvii ai grillini sulle strade delle riforme costituzionali compensative o integrative dei “345 seggi e privilegi” soppressi, come Di Maio li ha chiamati nell’enfatica celebrazione del si referendario”; della riforma del processo penale per evitare gli imputati a vita con la prescrizione breve in vigore dall’inizio di quest’anno; della revisione dei decreti di sicurezza ancora intestati all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini ma che sotto le cinque stelle godono ancora di una certa condivisione; della riforma della legge elettorale, ancora ferma sulla soglia dell’aula di Montecitoro per il suo primo passaggio, per non parlare di altro ancora.

Vinto il primo tempo della partita con i grillini, all’interno della maggioranza, sorpassandoli nelle urne di domenica e lunedì scorso, Zingaretti non può rischiare di perdere nel secondo tempo senza fare riaccendere nel suo partito i fuochi appena sedati. Il Pd è un partito complesso, inevitabilmente complesso per le origini assai diverse delle sue componenti e per la successione di segretari, e linee politiche, che si è permesso in tredici anni soli di vita.

Non trascurerei infine la scadenza, o lo scoglio, sarebbe forse il caso di chiamarlo, dell’elezione del Capo dello Stato fra quasi un anno e mezzo in un Parlamento come l’attuale. Che è formalmente legittimato proprio dalla conferma referendaria della sforbiciata delle Camere, pur con una certa differenza fra il 97 per cento dei voti parlamentari e circa il 70 per cento dei si della poco più della metà’ dell’elettorato recatosi alle urne, ma ormai è diventato il passato, con i suoi 945 seggi elettivi.

C’è sicuramente qualcosa di strumentale nella questione appena posta quanto meno in ritardo dalla Lega, vista la sua vantata partecipazione al fronte del sì, salvo le eccezioni pur autorevoli di Giancarlo Giorgetti ed altri, contestando la legittimità dell’attuale Parlamento all’elezione di un presidente della Repubblica destinato a rimanere in carica sino al 2029, ma ciò non di meno il problema ha una sua oggettiva valenza. Se non è questione di legittimità, è quanto meno questione di opportunità o sensibilità. Che potrebbe essere superata dalla rielezione di un Mattarella disponibile a restare al Quirinale sino all’elezione del nuovo Parlamento. Ma anche se lui fosse disponibile, sarebbe tutta da verificare la disponibilità dei grillini a una partita del genere, che l’anno dopo, elette le nuove Camere, li vedrebbero decisamente marginali, vista la loro curva elettorale costantemente in discesa.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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