Scalfari stacca un altro assegno a Renzi

Eugenio Scalfari è decisamente più ottimista di Sergio Staino, che in una vignetta disegnata  per Il Dubbio mentre era ancora in corso venerdì la direzione del Pd sulla riforma elettorale all’esame della Camera, si chiedeva se Matteo Renzi avesse aperto ai suoi avversari di sinistra davvero o “per errore”.

Il fondatore di Repubblica, dopo un bel po’ di articoli domenicali dedicati  a problemi internazionali e filosofici è tornato a volgere lo sguardo alle vicende della politica italiana per garantire ai suoi lettori che il segretario del Pd “ha aperto non uno spiraglio ma una porta” alla sinistra interna ed esterna al suo partito per costruire il famoso centrosinistra più largo. O “più incisivo e coraggioso”, come nel 1968 -ma Scalfari non lo ha ricordato- fece nella Dc l’allora segretario Mariano Rumor per convincere gli alleati socialisti a scaricare il democristiano che aveva realizzato il primo governo organico di coalizione con loro: Aldo Moro, quello della maggioranza “delimitata”, con i confini ben visibili, che escludeva i liberali e i comunisti.

L’analisi ottimistica di Scalfari, che si è naturalmente compiaciuto delle aperture di Renzi, decisosi a rinunciare a fare tutto da solo per circondarsi  finalmente di una “corte di dignitari”, alla maniera di un Palmiro Togliatti ricostruito dal fondatore di Repubblica,  sembra confermata dall’atteggiamento della sinistra interna al Pd, che ha votato con la maggioranza alla fine della riunione della direzione di venerdì. Ma la sinistra esterna, cioè la parte uscita dal Pd al seguito di Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, è rimasta sorda sia alle aperture di Renzi sia alle valutazioni di Scalfari, ritenendo che l’ex presidente del Consiglio non meriti credito alcuno, volendo solo imbrogliare ed eliminare i suoi interlocutori portando avanti una riforma elettorale studiata apposta a questo scopo.

In coerenza con questa valutazione, gli scissionisti stanno ormai rompendo con Giuliano Pisapia, al quale pure si erano rivolti perché assumesse la leadership di un centrosinistra “alternativo”, e non solo diverso da quello immaginato da Renzi nella presunzione, che essi contestano, di essere un uomo di sinistra, e non un berlusconide infiltratosi nel partito fondato dieci anni fa da Walter Veltroni assumendone la segreteria.

Non credo proprio che a far cambiare idea a Bersani, D’Alema e compagni sarà, oltre all’ottimismo di Scalfari, e a qualche telefonata dei giorni scorsi  fra Renzi e Romano Prodi, la decisione proprio di Veltroni di accettare una stanza offertagli nella sede del Pd dal segretario del partito. Da stanza nasce stanza, deve aver pensato non se più Renzi o Veltroni.

Se sono rose fioriranno. E pungeranno. Certo è, però, che francamente si stenta a seguire Scalfari nei suoi ragionamenti filosofici e storici finalizzati a conciliare l’oligarchia, realizzabile con un Renzi circondato da saggi vogliosi di aiutarlo, e la democrazia. Che peraltro il fondatore di Repubblica ritiene sia praticabile solo con i referendum, di cui però sconsiglia l’uso perché i problemi sono diventati troppo complicati per farli risolvere da un elettorato che tanto più è vasto tanto meno è competente.

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