Italiani in festa, Grillo e Conte un pò meno nella loro partita politica

            Beppe Grillo non festeggia, o festeggia controvoglia, l’arrivo dell’Italia in semifinale ai campionati europei di calcio perché troppo preso da un’altra partita, la sua. Nella quale egli è passato ormai dalla posizione di attacco contro Giuseppe Conte a quella di difesa. Ma Conte, pur sempre all’offensiva tra gli incoraggiamenti dei tifosi, non riesce ancora a segnare. E qualcuno comincia a pensare, anzi a temere nella cerchia degli amici e consiglieri più stretti, un pareggio senza però i tempi supplementari e una vittoria obbligatoria ai rigori.

            Fuori dalla metafora calcistica un po’ d’obbligo in queste ore, Grillo ha accettato di trattare, secondo l’annuncio in prima pagina di Repubblica, sullo statuto predisposto dall’ex presidente del Consiglio per un MoVimento 5 Stelle rifondato, secondo la missione affidatagli dallo stesso Grillo in una domenica di febbraio. Ma, a dire il vero, Conte gli aveva spedito le bozze come un pacchetto chiuso, da mettere ai voti e basta, per cui una trattativa comporterebbe un cedimento anche del professore e avvocato pugliese.

Travaglio sul Fatto Quotiiano

“Grillo inizia a cedere”, ha preferito titolare Il Fatto Quotidiano, il giornale più di casa, diciamo così, sotto le cinque stelle eppure più espostosi a favore di una scissione del MoVimento per liberare Conte, con un nuovo partito, dalle remore di uno scontro duro all’interno della maggioranza di governo con Mario Draghi. Del quale il direttore Marco Travaglio è tornato oggi a lamentare, denunciare e quant’altro una linea più vicina o comunque più utile alle componenti di centrodestra dell’attuale, larga maggioranza di emergenza.

Francesco De Martino

            Il Grillo che “inizia a cedere” ricorda un po’ ai cronisti politici più anziani il compianto segretario socialista Francesco De Martino, che alla fine degli anni Sessanta il sindacalista e compagno di partito Ferdinando Santi  descriveva sui divani di Montecitorio come l’uomo che nei rapporti di centrosinistra con la Dc resisteva “fino a un momento prima di cedere”. E chiuse praticamente la sua carriera politica portando il Psi al minimo storico dei  voti nella cosiddetta prima Repubblica. Anche De Martino, come Grillo tra le sue ville di Genova e di Marina di Bibbona, soleva ogni tanto defilarsi e contemplare il mare: quello però della “sua” Napoli, dove si avventurava anche a pescare.

Grillo a nuoto nel 2012

            Grillo a pescare, almeno sinora, non si è mai visto, mi sembra. Lo si è visto solo nuotare, anche nello stretto di Messina, alla Mao, nei primi anni ruggenti del MoVimento, alla conquista elettorale -a suo modo- della Sicilia. Già allora al comico l’idea di un ponte che collegasse l’isola al continente non piaceva, non foss’altro perché piaceva, al contrario, a quello “psiconano” che era per lui Silvio Berlusconi. Col quale tuttavia avrebbe finito  per ritrovarsi in maggioranza, come il Pd, in una delle larghe ed emergenziali maggioranze di emergenza ogni tanto imposte dagli imprevisti alla solitamente rissosa politica italiana.  

            A sentire i più pessimisti, dal loro punto di  vista naturalmente, Grillo e Conte, ancora insieme ma ancor più se separati, entrambi peraltro fuori dal Parlamento, potrebbero trovarsi fra qualche mese a fronteggiare addirittura una candidatura al Quirinale del pur “pregiudicato” Berlusconi, come ricorda sempre Travaglio. Se ne occupa oggi sul Corriere della Sera Francesco Verderami.

La partita della scissione grillina si allunga tra l’insofferenza dei supercontiani

            Rassegniamoci. Andrà avanti per le lunghe questa storia dei grillini in marcia verso la scissione. Che Il Foglio legge come “una guerra di nervi” condividendo forse la previsione di Luciano Canfora, sul Riformista, che non si arriverà a tanto un po’ perché sotto le cinque stelle “non sono scemi” e un po’ perché sono solo “guappi di cartone”, comunque responsabili di un degrado del dibattito politico stando tutti a  parlare “del pensiero di un signore che si chiama Grillo”.  Attorno ai cui umori o malumori in effetti ha vissuto buona metà della legislatura uscita dalle urne del 2018, fino a quando il presidente della Repubblica non ha mandato a Palazzo Chigi Mario Draghi. Che con la sua larga maggioranza di emergenza riesce a tenere il Paese in sicurezza.

            L’ultimissima, diciamo così, dallo spazio pentastellare è la decisione di Vito Crimi, il reggente del MoVimento, di sfilare un po’ la lama del coltello metaforicamente affondata nel ventre di Beppe Grillo rifiutando d’indire la votazione per il comitato direttivo sulla piattaforma Rousseau del riassunto Davide Casaleggio. Ma come tutte le lame che si sfilano parzialmente, anche questa di Crimi può procurare altri danni se la si muove male.

Saranno lunghi i quindici giorni che occorrono per la votazione che Crimi ha sbloccato non sulla piattaforma Rousseau, pronta in poche ore e indicata perentoriamente da Grillo, ma su quella di SkyVote messa in pista sostanzialmente da Conte durante il mandato di rifondazione del MoVimento.

            In quindici giorni, che ci porterebbero ad una settimana da una data fatidica che è il 25 luglio, giorno in cui Mussolini nel 1943 fu messo in minoranza nel Gran Consiglio del Fascismo e avviato alla deposizione e all’arresto; in quindici giorni, dicevo, potrebbe accadere di tutto e di più. Ad occhio e croce, senza farsi distrarre più di tanto dalle cerimonie di ascolto separato di Grillo e di Conte che qualcuno sta cercando di organizzare davanti ai parlamentari divisi fra l’uno e l’altro, non credo che possa reggere tanto quel ponte in cui il vignettista Nico Pillinini ha tradotto sulla Gazzetta del Mezzogiorno la situazione del MoVimento. E’ Luigi Di Maio steso fra due spuntoni di roccia con le mani minacciate da Conte e i piedi da Grillo e implorante verso l’ex presidente del Consiglio: “Io sto sia Con te che con Grillo”. Proprio da Conte peraltro il ministro degli Esteri è andato ieri per svolgere un tentativo di mediazione dall’esito assai incerto.

Vignetta del Fatto Quotidiano

            Chi ha fretta che tutto si concluda con la scissione è il supercontiano Travaglio sul Fatto Quotidiano, preoccupato a suo modo che “il terzo” goda troppo, come ha scritto in un editoriale riferendosi a Draghi. Che sarebbe impegnato, con l’aiuto del centrodestra partecipe del governo, in una opera di “demolizione” di tutto ciò che il suo predecessore aveva fatto a Palazzo Chigi e dintorni.  Il che presupporrebbe -anche se il segretario del Pd Enrico Letta non vuole sentirselo dire- l’eventuale nuovo partito di Conte tentato più dall’opposizione che dal governo. E Grillo al contrario, si dovrebbe desumere: un Grillo proposto dal Fatto con una scatoletta intatta di tonno sulla testa e -nella “cattiveria” di giornata- con il figlio Ciro, accusato di stupro dalla Procura di Tempio Pausania, messo meglio del MoVimento. Che è l’altra creatura del comico genovese.

Ripreso da http://www.startmag.it

Anche tu, Vito, figlio mio….Beppe Grillo come Cesare con Bruto

            Scrivo questo articolo davanti ad una foto che me lo ha ispirato, risalente al 2014. Vito Crimi, nato 42 anni prima a Palermo ed eletto in Lombardia per il MoVimento 5 Stelle dopo avere dichiaratamente votato in vita sua, in ordine di tempo, per Rifondazione Comunista, Pds, Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini, fa gli onori di casa a  Beppe Grillo in una tribuna del Senato. Dove egli è quasi il più alto in grado del MoVimento, essendone stato capogruppo all’inizio della legislatura per tre mesi, l’anno prima, non potendo durare più di tanto quell’incarico fra i parlamentari pentastellati. Che debbono peraltro sentirsi e chiamarsi “portavoce”, essendo quello tradizionale di “onorevole” un titolo per loro troppo sputtanato per essere portato con disinvoltura.

            Grillo, come se fosse consapevole di averla fatta grossa spedendo in Parlamento il suo improvvisato MoVimento, fondato in piazza cinque anni prima, nel 2009, mandando “affanculo” il Pd che ne aveva rifiutato l’iscrizione pur formalizzata nella sezione sarda di Arzachena, parla a Crimi col volto coperto, e con la complicità del commesso di turno. Che non dovrebbe consentire di nascondere il volto, neppure ad un ospite politicamente di riguardo come il fondatore di un movimento, stavolta con la minuscola che gli spetta, rappresentato in aula. L’impossibilità di leggergli le labbra conferisce al colloquio fra Crimi e Grillo, in ordine rigorosamente alfabetico, una segretezza che rimarrà per sempre inviolata, come quella della posta elettronica spesso usata poi dal comico anche con Conte, che però ne stamperà il contenuto con riserva, non so fino a che punta minacciosa come qualcuno ha sospettato, di renderla pubblica “previo consenso” dell’altra parte.    

            Grillo sa di potersi fidare di questo senatore già abituato di suo alla riservatezza per avere lavorato a Brescia in tribunale con la qualifica impiegatizia di assistente giudiziario.  Ci sono tutti i presupposti insomma perché l’uomo possa fare carriera sotto le cinque stelle, dove la fiducia del fondatore, e poi “garante”, “elevato” e quant’altro è un requisito essenziale, presumibilmente più della competenza ed altri valori, veri o presunti che siano.  E infatti Crimi ne fa, di carriera, per quanto sorpreso impietosamente una volta assopito in aula.

            Nella legislatura successiva, dopo la conquista pentastellare della maggioranza relativa nella legislatura uscita dalle urne del 2018, Crimi viene chiamato nel primo governo di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi ad occuparsi come sottosegretario dei problemi dell’informazione. E, spalleggiato da Grillo in persona, dichiara a suo modo guerra un po’ a tutti noi giornalisti, sospettati di fare più politica che informazione, come dice con franchezza una volta in un convegno alla Camera, rintuzzato dal presidente dell’associazione della stampa parlamentare.  Ricordo nitidamente lo scontro, essendo avvenuto nella presentaione di una pubblicazione contenente anche un mio intervento su Tangentopoli e dintorni.

Ma l’obiettivo di Crimi diventa, in particolare, Radioradicale. Di cui il sottosegretario contrasta il rinnovo di una convenzione con il governo in materia di lavori parlamentari e politici resistendo ad ogni forma di raccomandazione, compreso qualche discreto intervento del Quirinale a favore dell’emittente inventata da Marco Pannella. Il cui storico conduttore, e già direttore, Massimo Bordin fa in tempo a coniare per lui, prima di morire, la fulminante qualifica di “gerarca minore”, neppure questa rivelatasi tuttavia sufficiente a fermare il sottosegretario.

            Quasi come inizio o anticipo della capacità dei grillini di affrontare con più realismo i problemi, ricorrendo persino agli espedienti dei vecchi partiti, dove si può anche rimuovere qualcuno scomodo promuovendolo, Conte o chi per lui approfitta della prima crisi a portata di mano, nell’estate del 2019, nel passaggio dalla maggioranza gialloverde a quella giallorossa, per togliere l’editoria a Crimi mandandolo al Viminale come vice ministro dell’Interno. Bordin, scomparso prematuramente,  non fa in tempo a compiacersene.

            Al Viminale tuttavia Crimi non può neppure immaginare di essere destinato ad un’impresa ancora più disperata di quella della guerra a Radioradicale: la reggenza, addirittura, del MoVimento 5 stelle dopo le dimissioni di Luigi Di Maio da capo, nel mese di gennaio del 2020. Il mandato è ormai scaduto, anche più volte, ma è ancora lì sulle spalle di Crimi come membro più anziano del comitato di garanzia, previsto dallo statuto pur in presenza di un Garante, con la maiuscola, che è Grillo. Il quale, forse ancora fermo al ricordo di quella foto del 2014, si aspetta da Crimi, anzi da Vito, come più direttamente gli scrive, ordina, ammonisce e quant’altro, l’immediata esecuzione dell’ordine, giù accettato dal riassunto Davide Casaleggio, di affidare alla piattaforma Rousseau la chiusura del rapporto con Conte come incaricato verbalmente della rifondazione del movimento. Si tratta dell’elezione di un comitato direttivo, già decisa a suo tempo ma sospesa per ordine di Grillo, cui affidare riforma dello statuto e quant’altro.

            Ma Grillo ha fatto i suoi conti, plurale di Conte, senza Crimi. Che, quasi stanco di subirne il peso sulle spalle, come lo dipinge Nico Pillinini in una vignetta sulla Gazzetta del Mezzogiorno, si è sottratto all’ordine, almeno sino al momento in cui scrivo, di fatto incoraggiando Conte a riaprire il cassetto nel quale aveva riposto il nuovo statuto bocciato da Grillo. Che potrebbe diventare lo statuto di un suo nuovo movimento. E così abbiamo avuto anche il miracolo di un Crimi insubordinato, diciamo così. Quella foto adesso è forse diventata d’archivio davvero.

Pubblicato sul Dubbio

Giuseppe Conte apre il cassetto…della scissione pentastellata

Titolo del Fatto Quotidiano

            Nella sua doppia e un po’ inedita veste di tennista di giorno e di avvocato di sera, e di notte,  l’ex presidente del Consiglio ha annunciato, rispondendo alle scomuniche di Beppe Grillo, di avere riaperto il cassetto nel quale aveva chiuso l’originale del nuovo statuto studiato e proposto per un MoVimento 5 Stelle rifondato. Esso potrebbe pertanto diventare -dopo la bocciatura del comico genovese “padre padrone”, altro che “papà” generoso come col figlio Ciro- lo statuto di un nuovo movimento nel quale, in attesa delle elezioni, fare confluire circa la metà dei parlamentari pentastellati. Qualcuno ne ha già azzardato il nome: Insieme, possibilmente con te, cioè col cognome separato dell’ex presidente del Consiglio.

Titolo ancora del Fatto Quotidiano

            Questo tuttavia non sembra il nome preferito al maggiore sponsorizzatore dell’operazione. Che naturalmente è il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Il quale, pur affrettatosi ad annunciare il “nuovo partito” con tanto di titolo in prima pagina, ha raccomandato nel suo editoriale di non cominciare a sbagliare facendone, pur con uno statuto diverso, un altro partito personale o posseduto. Non dovrà essere insomma “il partito di Conte”, come quello delle 5 Stelle è rimasto “il partito di Grillo”. Cui Travaglio ha rimproverato di essere diventato comodo a questo punto solo “alla destra”, che ne avrebbe scoperto tutta l’utilità preferendolo a quello dell’ex presidente del Consiglio.

In effetti,  se a furia di tirare la corda, dissentendo da tutte le decisioni che si prendono a Palazzo Chigi, come d’altronde Travaglio sinora li ha indotti  contraddittoriamente a fare,  dovessero uscire dal governo o dalla maggioranza, o da entrambe, renderebbero Draghi con la complicità di Grillo ancora più dipendente dalle componenti di centrodestra dello schieramento di emergenza formatosi attorno al presidente del Consiglio in carica da febbraio. E a Draghi, nonostante le speranze di Travaglio, non si vedono francamente alternative in caso di crisi, neppure in una stagione protetta dal rischio delle elezioni anticipate per l’impossibilità costituzionale del capo dello Stato di sciogliere le Camere nell’ultimo semestre del suo mandato.

            La partita che si apre con la scissione dei grillini innescata, annunciata, minacciata e quant’altro dalla riapertura del cassetto di Conte -dove peraltro l’avvocato ha conservato anche un dossier stampato e prevedibilmente scabroso  della corrispondenza elettronica avuta con Grillo nei quattro mesi trascorsi nel tentativo di rifondare il movimento-  sarà assai difficile da gestire al Nazareno. Dove il segretario del Pd Enrico Letta aveva scommesso sul MoVimento appunto rifondato da Conte, con Grillo ancora dentro in una sostanziale diarchia, e non pensava certo di doversi o potersi trovare di fronte a due partiti, o comunque si vorranno chiamarli, destinati per forza a farsi concorrenza, anzi guerra. Ciascuno dei quali, rimanendo entrambi prevedibilmente all’inizio nella stessa maggioranza, reclamerà via via un rapporto preferenziale  col Pd.

            Si potrà riproporre, sia pure in altro modo, ma con gli stessi effetti destabilizzanti, il dramma della Dc -da cui d’altronde il Pd proviene con i resti del Pci- alle prese dopo il 1968 col fallimento dell’unificazione socialista e la pretesa tanto del Psi quanto del Psdi di avere  un rapporto privilegiato con lo scudo crociato. Il centrosinistra finì allora per morirne, assediato anche dal terrorismo e dalla crisi economica. Ora al posto del terrorismo abbiamo la pandemia, non ancora domata. E la crisi economica potrebbe riprendere a seguirne il percorso.

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La pedata di Grillo a Conte potrebbe paradossalmente aiutare Draghi

Dal blog di Beppe Grillo

Il caso, anzi l’ironia colta perfettamente da Stefano Rolli nella sua vignetta di giornata sul Secolo XIX, ha voluto che Beppe Grillo licenziasse con una pedata nel sedere Giuseppe Conte dal cantiere di rifondazione del MoVimento 5 Stelle nelle stesse ore in cui a Palazzo Chigi Mario Draghi cercava faticosamente un’intesa con i sindacati sui licenziamenti. E non si può neppure definire “giusta causa” quella indicata da Grillo – perché, ha scritto il comico, garante e quant’altro, Conte “non ha né visione politica, né capacità manageriali, non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione”- non potendosi certo dire che ne abbia il fondatore, viste le condizioni in cui si trova la sua comunità. Che sembra di “tossicodipendenti” per ammissione dello stesso capo.

Dall’editoriale di Marco Travaglio
Titolo del Fatto Quotidiano

            Impietosamente Marco Travaglio, che non si rassegna a dare per chiusa la partita avendo titolato sul Fatto Quotidiano che dei due “ne resterà uno solo” e che “la base molla” con le sue reazioni internettiane quello che il manifesto ha definito “il padre affondatore”, ha raccontato di Grillo: “Fino a qualche tempo fa ci inviava delle lettere firmate “Beppe Grillo e il suo neurologo”. Poi tragicamente il suo neurologo morì. E se ne sente la mancanza. Barricato nel suo bunker, in piena sindrome di Ceausescu, l’Elevato si rimira allo specchio e si dice quanto è bravo. E’ come l’automobilista  che imbocca l’autostrada contromano e pensa che a sbagliare siano tutti gli altri”. Meno male che al direttore del giornale contemplatore delle stelle non è tornato in mente, dell’”automobilista” Grillo, l’incidente su una strada di montagna, tanti anni fa, in cui il comico si buttò dalla vettura che guidava salvandosi ma lasciando precipitare nel burrone e morire gli incolpevoli ospiti. Questa volta, tuttavia, il comico potrebbe difendersi dicendo di avere preferito buttare via il passeggero affiancato al posto di guida rimanendo nella vettura con gli altri nella discesa suicida.

            Molti discutono adesso non tanto della votazione digitale che Grillo ha commissionato al riassunto Davide Casaleggio non sullo statuto “seicentesco” proposto da Conte ma su un comitato direttivo di presunta rianimazione della comunità, quanto degli effetti che il marasma pentastellato potrà avere sul governo Draghi. Se ne mostrano preoccupati, nella maggioranza, un po’ tutti, a cominciare dal segretario del Pd Enrico Letta, che pensa anche, se non soprattutto, alle trattative complicatesi sull’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale, a febbraio.

            Paradossalmente si potrebbe dire che Draghi e il capo dello Stato che lo ha così fortemente voluto a Palazzo Chigi avrebbero da temere sorprese più dal licenziato che dal licenziatore, più da Conte, e da quanti sembrano tentati di preferirlo a Grillo, che dal comico rimasto padrone del movimento col comitato direttivo che conosceremo a suo tempo. A darcene conferma è proprio Travaglio nel suo editoriale quando scrive dell’ex presidente del Consiglio come dell’unico in grado di fare partecipare i pentastellati al governo “a schiena dritta”, mettendosi cioè di traverso, dissentendo dalla presunta “trazione” leghista e persino meloniana della maggioranza, creando insomma problemi. Ciò significa appunto, o dovrebbe significare, che su Grillo invece Draghi e Mattarella potrebbero continuare a contare, come all’avvio dell’operazione emergenza. Così è se vi pare, come dice una celebre opera di Luigi Pirandello.

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Clamorosa confessione di Grillo di sentirsi in una comunità di tossicodipendenti

Dal blog del garante del MoVimento 5 Stelle

Fra le varie accuse rivoltegli da Beppe Grillo credo che a Giuseppe Conte sia dispiaciuta, per l’alta considerazione che egli ha maturato di sé anche in politica dopo tanto tempo trascorso alla guida del governo, soprattutto quella di non avere “studiato” il MoVimento 5 Stelle, pur avendone predisposto lo statuto per rifondarlo. E ciò secondo il mandato ricevuto dal “garante” e fondatore in persona in una cornice solenne come quella dei fori imperiali, a Roma, ammirabili dall’albergo abituale di Grillo.

Quello di non avere “studiato” deve essere costato a Conte più ancora- penso- del rimprovero,  in un impeto di rabbia personale davanti ai parlamentari pentastellati, di avere scambiato Grillo per un “coglione”, testuale. Di questo l’ex presidente del Consiglio ha forse sorriso, abituato al linguaggio del comico e provvisto, come ha detto ai giornalisti nella conferenza stampa di risposta, di avere il senso dell’umorismo. Non essersi applicato invece allo studio per un professore di diritto e un avvocato come lui deve essergli sembrata davvero un’offesa, per quanto non tale -ha detto anche questo Conte- da indurlo alla richiesta, attribuitagli da alcuni giornali, di “scuse pubbliche”.

Conte alla conferenza stampa di sfida

            Il professore ha assicurato di avere non solo “studiato” diligentemente il movimento ma di averne anche frequentato ambienti ed esponenti un po’ in tutta Italia nei quattro mesi trascorsi dal conferimento dell’incarico di rifondarlo, e non solo di “imbiancarlo”, come si faceva di Pasqua con le case dalle sue parti, in terra pugliese. Ma egli ha tratto alla fine la convinzione di trovarsi di fronte più che a un movimento, ad una “comunità”. E per giunta “sfibrata” per come evidentemente era stata gestita, o non gestita, sino ad allora in quella che in altre occasioni, quando era ancora presidente del Consiglio, Conte aveva definito con comprensione psicologica “crisi d’identità”. E come tale spiegato ogni tanto ai suoi autorevoli interlocutori internazionali, a cominciare dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Con la quale egli fu sorpreso una volta al bancone di un bar parlare dei problemi, appunto, dei grillini alle prese con gli allora alleati di governo leghisti, che avevano già  cominciato a guadagnare voti a spese delle cinque stelle. La cancelliera, pur abituata a problemi di convivenza tra forze politiche diverse, anzi elettoralmente contrapposte, sembrava guardarlo come un marziano, tanto erano ancora più problematici i rapporti all’interno della maggioranza italiana allora gialloverde, peraltro destinati ad essere uguagliati e persino superati poi nella maggioranza giallorossa.

            Una comunità, anche se non ne mancano in buona salute, per niente sfibrate come quella avvertita da Conte tra incontri, telefonate, viaggi e quant’altro, di solito portano a pensare a problemi, malesseri, disagi. La più famosa che mi viene in mente- chiedo scusa sia a Conte sia a Grillo, che tuttavia ha scritto di sentirsi un po’ circondato da “tossicodipendenti” – è quella fondata nel 1978 a San Patrignano dal compianto Vincenzo Muccioli, e sostenuta finanziariamente dai Moratti. Era una comunità di recupero guidata da Muccioli come un “padre padrone” quale l’ex presidente del Consiglio ha mostrato di credere che sia stato o sia tuttora Grillo esortandolo a diventare finalmente un “genitore generoso”. Muccioli rimediò come capo di quella comunità guai giudiziari peggiori di quelli con i quali ha avuto a che fare Grillo nella sua vita, già prima che gli capitasse sulla testa la tegola del figlio accusato di stupro, si spera senza fondamento, fra le proteste audiovisive del padre, persino a rischio di effetti controproducenti.

            Le dipendenze curate nella comunità di San Patrignano erano notoriamente quelle da droga. Le dipendenze della “comunità” 5 Stelle capitata sotto l’esame di Conte sono fortunatamente, per carità, tutte politiche. Ma fortunatamente sino ad un certo punto se a questa comunità tocca il privilegio, l’occasione, la sventura, chiamatela come volete, secondo gusti e preferenze, di diventare ad un certo punto la forza centrale, in quanto la più votata, di un sistema. O, quanto meno, di una legislatura come quella uscita dalle urne del 2018 e in scadenza nel 2023.

            Le dipendenze di questa comunita finite sotto l’esame di Conte ma avvertite al suo interno prima di lui anche da persone non certo di secondo piano, come l’ex capo e ora “solo” ministro degli Esteri Luigi Di Maio, sono quelle -direi- dell’antipolitica, del Parlamento scambiato per una “scatola di tonno” da tagliare e svuotare, non necessariamente mangiandone o assimilandone il contenuto, ma buttandolo via come nocivo alla salute. Sono le dipendenze -scusatemi anche qui la sincerità- dalle gogne mediatiche e giudiziarie come quella di cui si è recentemente scusato il già citato Di Maio di fronte all’assoluzione in appello di un sindaco del Pd arrestato fra le sollecitazioni e gli applausi della piazza tribunalizia. O le dipendenze dai diritti scambiati per privilegi, furti e via penalizzando. O le dipendenze da una visione spesso utopistica del mondo e dei problemi, con l’inevitabile produzione dei danni che procurano spesso utopia e incompetenza mescolate fra di loro.

            Sono cose dure da pensare e da scrivere, come da confessare cercando di rimediarvi. Ma sono cose- ahimè- vere che non possono essere esorcizzate negandole. Gli struzzi non sono fatti per governare.

Pubblicato sul Dubbio

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Tra sfida e scippo la richiesta di Conte di far votare su di lui sotto le cinque stelle

Titolo del Fatto Quotidiano

            Chi ha simpatie per Conte, o solo lo considera il male minore in uno scenario politico contrassegnato ancora non dico dalla centralità ma dalla presenza del MoVimento 5 Stelle, ha visto e indicato una “sfida” nella conferenza stampa dell’ex presidente del Consiglio. Che ha chiuso il capitolo del confronto, delle mediazioni e quant’altro e ha sfidato, appunto, Grillo a far votare gli iscritti sullo statuto da lui predisposto non per “imbiancare” ma per rifondare davvero il MoVimento.  I contiani vanno dal fanatismo del Fatto Quotidiano alla ragionevolezza, o persino paura dei cosiddetti giornaloni per il rischio di convivere con quella cosa indistinta che è oggi un MoVimento declassato realisticamente da Conte a “comunità”, per giunta “sfibrata” da una crisi di cosiddetta “identita”.

            La “comunità”, al cui voto Conte ha pur affidato la sua partita reclamando anche una vittoria larga, non ai punti, cui egli rinuncerebbe restituendo la creatura al creatore, ricorda un po’ quell’altra di recupero dei drogati resa celebre dal compianto Vincenzo Muccioli a San Patrignano, fondata nel 1978: l’anno politicamente più tragico della Repubblica.  Le brigate rosse sfidarono -anche loro- lo Stato sequestrando e infine uccidendo Aldo Moro. Che della Repubblica era diventato il regista in attesa di arrivare al Quirinale, il palazzo che in un certo senso egli aveva prenotato col ruolo ormai assunto di tessitore degli equilibri politici.

Titolo de La Verità

            Chi invece ha simpatie per Grillo, magari solo scambiandolo per l’avversario più comodo da battere o neutralizzare, ha preferito vedere e indicare nella conferenza stampa di Conte uno “scippo” o un tentativo di scippo, che è notoriamente un reato, di cui c’è ben poco da vantarsi in una società di onesti e ordinati. Ha gridato allo scippo da destra, con la solita franchezza, Maurizio Belpietro sparando il titolo su tutta la prima pagina della sua Verità. Che non è evoluta, diciamo così, come Il Fatto Quotidiano, col quale ha condiviso per un certo tempo attacchi e umori, quando il giornale di Marco Travaglio pendeva dagli umori di Grillo come dalle sue labbra, prima di scoprire e proteggere Conte, magari esagerando.

            Di chi sarà la vittoria in questa partita non so francamente prevedere. Neppure io vado oltre la previsione di Vauro Senesi, che nella vignetta del Fatto ha immaginato e rappresentato “gli strilli di Grillo”. Essi possono essere tutto o niente: tutto se lo statuto predisposto da Conte, che pure affida al garante, cioè al comico, la prerogativa di poter proporre in qualsiasi momento agli iscritti la sfiducia al presidente del MoVimento, non sarà neppure messo ai voti o sarà bocciato, o approvato troppo stentatamente. E niente se, passata l’arrabbiatura, ed esuarita la quantità pur industriale dei suoi abituali insulti, il comico si fingerà quel “genitore generoso” che Conte gli ha suggerito di diventare, magari per tentare poi di tornare ad essere “il padre padrone” che lo stesso Conte ha mostrato di avere avvertito sia quando era presidente del Consiglio, subendo o prestandosi a tutte le sue svolte, sia nei quattro mesi in cui ha assicurato di avere “studiato” il MoVimento, e non solo predisposto lo statuto.

            Pemettetemi un’ultima malizia. Da padre padrone Grillo si è comportato anche nei riguardi del figlio Ciro con quell’improvviso video in cui, pur volendolo difendere dai sospetti di stupro coltivati dai magistrati inquirenti di Tempio Pausania, in realtà lo spingeva verso il rinvio a giudizio. I padri padroni sono specialisti nelle autoreti.  

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L’ascesa di Luigi Di Maio fra le cinque stelle cadenti di Grillo e di Conte

            Smascherati nel senso di liberi dalle loro maschere sanitarie e politiche in quest’Italia d’altronde bianca nella valutazione degli epidemiologi, Beppe Grillo e Giuseppe Conte devono esserle dette e metaforicamente date di tutti i colori, e di tutte le ragioni, in una telefonata che è stata definita “di fuoco” e “burrascosa” da quelli del Fatto Quotidiano. Che onestamente -va loro riconosciuto- hanno precisato di averlo saputo da fonti contiane, registrando per dovere diciamo così d’ufficio anche voci evidentemente diffuse da fonti grilline di successivi “segnali di pace”.

Giuseppe Conte e Rocco Casalino
Nina Monti

            Sotto le stelle ormai cadenti dell’omonimo MoVimento anche i comunicatori sono divisi. O fanno i giochi ordinati dai loro referenti. Non a caso è anche sulla scelta dei comunicatori che fondatore e rifondatore si sono scontrati, l’uno diffidando delle scelte e frequentazioni dell’altro. Grillo, per esempio, si fida della cantautrice Nina Monti, in linea con lui anche con quello che canta, come “Indignati ancora”. Conte invece preferisce ormai il suo Rocco Casalino, che lo sovrasta anche di stazza fisica. E al quale si attribuisce, a torto o a ragione, la convinzione che ormai da solo Conte valga molto più di Grillo e possa stracciarlo, o quasi, alle elezioni con liste personali.

            Di quello che fondatore e rifondatore si sono detti, e persino gridati, qualcuno avrebbe persino ascoltato per strada, sotto l’abitazione romana dell’ex presidente del Consiglio, l’accusa di Conte a Grillo di avere ormai “distrutto il progetto”, almeno il suo. Che una volta egli stesso definì di “umanesimo”, naturalmente “sostenibile”, come lo sviluppo e tutto ciò che l’ex capo del governo avverte, propone, contempla.

            Mancano ormai, mentre scrivo, poche ore alla conferenza stampa preannunciata da Conte per la chiusura fallimentare o la prosecuzione della missione rifondatrice del MoVimento affidatagli in febbraio da Grillo davanti ai resti dei Fori Imperiali, a Roma. Ma non è azzardato prevedere che anche nella ipotesi di una prosecuzione, consigliata all’esterno delle 5 Stelle ai due contendenti pure dalla sondatrice e consigliera di fiducia di Silvio Berlusconi, Alessandra Ghisleri, sulle colonne del Fatto Quotidiano, si tratterà sempre di un percorso accidentato. Non avremo insomma un abbraccio alla maniera di Roberto Mancini e di Gianluca Vialli, che ha commosso gli italiani dopo la vittoria sugli austriaci e la promozione degli azzurri ai quarti di finale dei campionati europei di calcio.

Titolo di Domani

            Dalla crisi intervenuta o aggravatasi nei rapporti tra Grillo e Conte, o viceversa per chi preferisce l’ordine alfabetico, l’unico che sembra averci guadagnato davvero nel MoVimento è l’ex capo e ora ministro degli Esteri Luigi Di Maio, indicato ad esempio per il suo lavoro alla Farnesina da Grillo come in una finzione, voglia, previsione di reinvestitura. Non ha forse torto Stefano Feltri, anche nella valutazione negativa che ne consegue, a scrivere sul Domani di Carlo De Benedetti che “se i Cinque stelle vogliono capitalizzare quel che resta della loro esperienza politica, il modello Di Maio si delinea come l’unico rimasto: un partito spregiudicato, senza identità definite, capace di passare dalla richiesta di impeachment per il capo dello Stato a difensore delle istituzioni, da rivale delle lobby a loro strumento prediletto, contemporaneamente anti-evasione e propenso a piccoli condoni, fustigatore dei malcostumi e sempre attivo nel piazzare amici, famigli, portaborse”.

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Agisce fra Conte e Grillo sotto le cinque stelle un pontiere di nome Di Maio

            Chissà se la bella vittoria degli azzurri sugli austriaci e l’arrivo dell’Italia nei quarti di finale dei campionati europei di calcio contribuirà a fare sbollire sconcerto, rabbia, paura e quant’altro sotto le cinque stelle fra i due Giuseppi, alla Trump, cioè Conte e Grillo, in ordine per ora solo alfabetico. E ad aprirli a quell’accordo per il quale sono impegnati in tanti nel MoVimento, a cominciare dall’ex capo e ora “solo” ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Il quale, in verità, è spesso apparso nei rapporti con Conte più un competitore che un sostenitore. E così mi sembra che sia stato avvertito anche da Grillo, che non a caso- al termine dell’incontro con i parlamentari in cui aveva accusato Conte di averlo scambiato per un “coglione” ridimensionandone la figura come garante nel nuovo statuto- ha generosamente definito Di Maio “uno dei migliori ministri degli Esteri” italiani, quasi stimolandolo a nuove imprese o ritorni. Altro che la funzione di “pontiere” attribuito dai giornali, per esempio dal manifesto, all’ex capo del MoVimento.

Paolo Emilio Taviani

            “Pontiere” nella storia della Dc volle essere chiamato con una corrente appena costituita il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani a metà degli anni Sessanta, quando Aldo Moro a Palazzo Chigi, alla guida dei primi governi “organici” di centro-sinistra, con la partecipazione cioè diretta dei socialisti, cominciò ad avere problemi con la sinistra del suo partito. Dove c’era chi voleva già scommettere sull’evoluzione del Pci ritenendolo più affidabile del Psi. Taviani si propose come pontiere, appunto, fra Moro e quella parte del partito rappresentata dai “basisti” guidati da Giovanni Marcora al Nord e Ciriaco De Mita al Sud.

Aldo Moro nel 1968

            Dopo le elezioni politiche ordinarie del 1968 la rottura si consumò invece tutta all’interno della corrente dei “dorotei”, fra Moro estromesso da Palazzo Chigi e Mariano Rumor smanioso di succedergli per una edizione “più incisiva e coraggiosa” del centro-sinistra, pur avendo sino al giorno prima accusato l’allora presidente del Consiglio di troppa cedevolezza ai socialisti e chiusura all’opposizione. Moro naturalmente non gradì e si diede un’estate di riflessione, all’ombra di un ombrellone a Terracina e di un governo balneare di Giovanni Leone a Roma. Taviani gli mandò Francesco Cossiga per esplorarne umori e progetti. Quando si convinse della irremovibilità dell’ormai ex presidente del Consiglio nel proposito di staccarsi dai dorotei e scavalcarli a sinistra teorizzando la famosa “strategia dell’attenzione” verso il Pci, e persino il movimento studentesco guardato con sospetto alle Botteghe Oscure, Taviani andò ad offrirsi a Rumor per rimpiazzare nel Consiglio Nazionale della Dc i voti di Moro e amici che sarebbero passati all’opposizione interna.

            Nel successivo congresso Moro si sarebbe vendicato a suo modo di quello che aveva avvertito come un tradimento traducendo l’attività svolta ai suoi danni dal ministro dell’Interno nell’”operoso silenzioso dell’onorevole Taviani”.

Ma torniamo ai nostri giorni, cioè ai guai dei grillini, dati ieri dall’insospettabile Fatto Quotidiano nel titolo di testa di prima pagina a soli “2 giorni dalla morte”, ma orgogliosamente riproposti oggi da Marco Travaglio nel suo editoriale ben vivi col loro 15-18 per cento dei voti ancora raccolti nei sondaggi, forse grazie proprio a Conte. A Grillo pertanto, come gli suggerisce o intima una vignetta di Riccardo Mannelli, non rimarrebbe che “vaffancularsi” da solo. Lo farà?

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Non è Draghi ma il Pd di Letta ad essere minacciato dal caos grillino

            A dispetto delle apparenze tradotte nel titolo in cui Il Foglio si chiede, o cerca di spiegare ai lettori “quanto può far male al governo lo scazzo tra Grillo e Conte”, o nel titolo di Repubblica su “Draghi in equilibrio sulle rovine grilline”, col sottinteso che sia un equilibrio instabile, non è il presidente del Consiglio a rischiare di più nella crisi non esplosa, per cortesia, ma aggravatasi nel MoVimento 5 Stelle. Dove la situazione è ormai tale, dopo il sostanziale vaffanculo di Beppe Grillo e Conte, e viceversa, che persino al Fatto Quotidiano, abituati a mirar le stelle qppunto, hanno titolato che esse hanno solo “2 giorni per non morire”.

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

            Ma due giorni per non morire sono forse anche troppi. O, se preferite, troppo pochi se si pensa all’ipotesi di un’agonia ancora più lunga e dolorosa: se non per il paziente sedato a dovere da qualche medico pietoso, almeno per quelli che gli hanno voluto bene, e magari ancora glene vogliono da incalliti visionari, come Beppe Grillo si è orgogliosamente autodefinito contestando a Conte di non avere voluto imparare ad esserlo anche lui, studiandosi bene la storia ormai più che decennale del movimento che ha sognato da febbraio di potere davvero “rifondare”. Quella infatti fu la missione che da visionario -ripeto- il comico genovese affidò in una domenica mattina di febbraio all’ex presidente del Consiglio nell’albergo romano affacciato sui ruderi dei Fori Imperiali.

            Arrivati come siamo sulla soglia del cosiddetto semestre bianco, quando il presidente della Repubblica in scadenza di mandato non può sciogliere le Camere e restituire la parola agli elettori, sono disarmati anche i grillini che volessero scaricare sul governo gli estremi effetti delle loro liti interne. Una crisi si aprirebbe con la soluzione scontata della sostanziale conferma del governo cosiddetto uscente, con qualche ministro in meno.  La maggioranza sopravviverebbe con quella parte del movimento che, comunque si volesse o dovesse chiamare, dovesse dissentire dal resto. Quella dei pentastellati di sentirsi e dirsi “la maggioranza”, per quanto relativa, nel Parlamento uscito dalle urne del 2018 ormai  è solo una pretesa, non più una realtà dopo tutti i deputati e i senatori che il movimento ha perso per strada,  cacciandoli o non. Ed è diventata una pretesa anche quella di potere svolgere, nelle condizioni in cui si sono messi da soli, chissà quale ruolo nella partita del Quirinale che si dovrà giocare a febbraio dell’anno prossimo.

            Non è a rischio il governo Draghi, d’altronde cresciuto nell’ultimo mese di cinque punti nell’indice di gradimento appena rilevato da Ipsos per il Corriere della Sera, di cui riferisce oggi Nando Pagnoncelli precisando ch’esso è arrivato a 69 punti, 71 per la persona del presidente del Consiglio. A rischio piuttosto è il segretario del Pd Enrico Letta, che fa bene nelle foto a rotolarsi le maniche della camicia perché lo aspetta una bella fatica. Che è quella di fronteggiare i malumori nel suo partito, convinto nei mesi scorsi, dopo le improvvise dimissioni di Nicola Zingaretti, di mettersi nelle sue mani, e non in quelle di un Conte “scontato”, come lo ha sfottuto Stefano Rolli nella vignetta del Secolo XIX: un Conte che aveva ricevuto da Grillo l’incarico non tanto di rifondare il MoVimento 5 Stelle quanto di fargli da prestanome proprio su tutto, a cominciare dalla politica estera filocinese. La sponda di Conte è diventata a questo punto per Letta una trappola politicamente fatale.  

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