Maledetta guerra, che semina morte e divide le coscienze anche delle vittime

Titolo del Riformista
Titolo del Dubbio

Il caso ha voluto che la notizia dell’annuncio, da parte del ministro degli Esteri russo Sergej Viktoric Lavrov, della esclusione dell’uso delle armi nucleari nella guerra in Ucraina mi raggiungesse sul computer appena dopo avere letto sul Riformista un articolo del direttore ed amico Piero Sansonetti -cui peraltro debbo il mio  primo approdo come collaboratore a questo giornale- che mi aveva particolarmente colpito per un passaggio proprio sul rischio  di degenerazione atomica del conflitto scatenato da Putin.  Un rischio che sarebbe stato sottovalutato, o messo addirittura nel conto “allegramente”, da chi non ha contrastato abbastanza questo evento. O addirittura, anche a sinistra, dove Sansonetti si colloca orgogliosamente, vi partecipa in qualche modo da intellettuale, o da politico, sostenendo gli aiuti militari all’Ucraina forniti anche dall’Italia. E in qualche modo appiattendosi sulla linea del presidente americano Joe Biden, poco interessato -si deve presumere- ad una trattativa con Putin, e conseguente pace, nel momento in cui gli dà del macellaio o del genocida. 

Analogo alle preoccupazioni e alle delusioni di Sansonetti è stato, a destra, un articolo di Marcello Veneziani sulla Verità diretta da Maurizio Belpietro, amareggiato pure lui che dalla sua parte politica ci sia troppo allineamento alla politica di Biden e troppo interesse ad una guerra così pericolosa e peraltro vicina a casa nostra, in Europa. L’allusione maggiore è forse a Giorgia Meloni e ai suoi “fratelli d’Italia”.

Contrariamente a quanto forse vi aspettereste, non ho tratto dall’annuncio del ministro degli Esteri russo un motivo più che sufficiente per considerare superate o comunque non condivisibili le preoccupazioni di Sansonetti, pur apparsemi particolarmente stringenti proprio nel passaggio sul rischio dell’uso delle armi nucleari da parte di un Putin messo alle strette, con le spalle al muro, o come altro preferite, dalla forte resistenza degli ucraini alimentata dai sostenitori al di là e al di qua dell’Atlantico. Ho continuato invece a riflettere con una certa inquietudine sull’articolo di Sansonetti chiedendomi se non avesse ragione nella denuncia di una certa prigionia di parte della sinistra -come per Veneziani di parte della destra- “nel sangue del Novecento”, il secolo cosiddetto breve delle due guerre mondiali, cioè delle due carneficine. Che avrebbero dovuto bastare e avanzare per farci ripudiare la guerra davvero, sul piano politico e  morale, come previsto d’altronde dall’articolo 11 della Costituzione col suo “ripudio” come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. 

        E’ un articolo, quest’ultimo, che peraltro è stato invocato nel dibattito o confronto politico contro gli aiuti militari all’Ucraina ai quali l’Italia concorre. E  invocato con tale forza e insistenza che il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato è personalmente intervenuto a favore della posizione del governo ricordando “le limitazioni di sovranità” consentite dallo stesso articolo della Costituzione, se “necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” perseguite dalle “organizzazioni internazionali” di cui facciamo parte. Il presidente del Consiglio Mario Draghi, dal canto suo, ha ricordato che la linea del governo è stata approvata “quasi all’unanimità” dal Parlamento. Tutto a posto, quindi, sul piano costituzionale.

  C’è sì del novecentesco, cioè del secolo scorso, come dice Sansonetti, nella promozione, partecipazione e persino rassegnazione alla guerra. O nella considerazione che sia “follia la resa”, come Piero ha voluto scrivere anche nel titolo del suo robusto articolo di riflessione e allarme, non confondibile per uno dei soliti articoli o delle solite invettive pacifiste: spesso peraltro di un pacifismo a senso unico, invocato solo quando serve per combattere l’avversario politico di turno, o l’alleato scomodo. 

Sansonetti sul Riformista
Piero Sansonetti

C’è tuttavia un altro passaggio dell’articolo di Sansonetti che, pur volendo dubitare dell’attendibilità, sincerità. convinzione e quant’altro del ministro degli Esteri russo -e, più in generale, del Cremlino incredibilmente avventuratosi in questa guerra sconsiderata e altrettanto incredibilmente benedetta dal Patriarca di Mosca- che non condivido proprio. E’ quello in cui Piero ha messo sullo stesso piano e “fuori discussione l’eroismo degli ucraini e i sacrifici dei soldati russi”  in questa maledetta guerra che ci riporta- ripeto- al Novecento, ma che purtroppo è stata preceduta e accompagnata da altre  – più di trenta- anche in questo secolo che avevamo sperato diverso. 

Stento francamente, specie dopo gli altri 400 cadaveri scoperti a Bucha, a inserire nei “sacrifici” ciò che i soldati russi hanno fatto e lasciato sul territorio ucraino sia avanzando sia, o ancor più, retrocedendo. Lo scrivo pur al netto delle operazioni e cortine propagandistiche che annebbiano tutte le guerre, su tutti i fronti. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 23-4-22

Caduta nel vuoto l’esclusione dell’uso dell’atomica annunciata da Mosca

Titolo del manifesto

Neppure l’esclusione dell’uso delle armi nucleari nella guerra in Ucraina annunciata dal ministro degli Esteri di Mosca ha fatto passare la paura di chi per scongiurarlo critica gli aiuti militari dell’Occidente a quanti stanno resistendo alla “morsa d’acciaio” -come l’ha definita il manifesto- sul paese disgraziatamente confinante con la Russia di Putin, il redivivo Pietro il Grande o Breznev, secondo i gusti o le opinioni. 

Titolo della Verità di Maurizio Belpietro

Non vi avrebbe creduto neppure il consigliere “guerrafondaio” e loquacissimo della Casa Bianca Lutvack. Al quale non è parso vero alla Verità di Maurizio Belpietro di potere attribuire, non so se a torto o a ragione, una “frenata” sulla strada del presidente americano Joe Biden. Che anche nel vertice di ieri a distanza fra i leader occidentali, compreso il presidente del Consiglio italiano isolato nella sua casa umbra per il Covid, ha insistito sulla necessità di sanzionare sempre di più la Russia e armare sempre di più gli ucraini che le tengono testa. Così -avrebbe a sorpresa detto Lutwack- si potrebbe lasciare a Putin solo “la via d’uscita dell’atomica”, nonostante le dichiarazioni del suo ministro degli Esteri.

Di atomico, nucleare e quant’altro sino ad ora si deve comunque registrare solo l’uso delle parole per contestare in fondo la resistenza degli ucraini e lamentarne l’irresponsabilità, più che il coraggio o l’eroismo. L’irresponsabilità, in particolare, di esagerare nell’uso del pur legittimo e comprensibile diritto alla difesa infliggendo all’incolpevole popolazione civile delle terre già invase dai russi, o che stanno per esserlo, ma anche di quelle che neppure rischiano  di esserlo, morti, feriti e distruzioni. Che potrebbero invece cessare con una realistica resa, nella previsione che prima o dopo Putin vincerà la sua partita, pur a bottino forse ridotto rispetto ai progetti originari. 

Era impressionante assistere ieri sera, nel salotto televisivo di Giovanni Floris, su la 7, allo scontro fra cattolici non tanto uniti nella comunione alle preghiere del Papa ma divisi sul diritto alla difesa pur riconosciuto ripetutamente, e realisticamente, dal segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin, non ancora rimosso dal Pontefice, verrebbe voglia di dire.  Gli uni e gli altri si rinfacciavano passi della Bibbia e del Vangelo per riconoscere o negare questo diritto, o le sue dimensioni, e per condannare o condividere gli aiuti che gli ucraini stanno ricevendo paradossalmente -secondo i critici- per ritardare la fine del fuoco e aumentare le loro perdite. E tutto sullo sfondo di un atteggiamento o di un orientamento contrario al ruolo che sta esercitando Biden, cinicamente protetto -sostiene oggi con tanto di fotomontaggio sulla prima pagina il solito Fatto Quotidiano– dal basso costo americano delle sanzioni ordinate e praticate contro la Russia. 

Il fotomontaggio del Fatto Quotidiano

A Biden e ai suoi Stati Uniti le sanzioni costerebbero, in particolare, solo lo 0,3 per cento di perdita del Pil, o reddito nazionale, all’Unione Europea di Ursula von der Layan, comprensiva dell’Italia, l’1,1 per cento, alla Russia di Putin l’8,5 per cento e all’Ucraina, o a ciò che ne resterà, di Zelensky ben il 35 per cento, più di tutti cioè: a conferma, quindi, della “irresponsabilità”, come dicevo prima, della sua resistenza all’invasione, e dei suoi appelli all’Occidente a mandare sempre più armi e a decidere sempre più misure di ritorsione economica contro gli invasori. 

Guai, naturalmente, secondo i critici della linea Biden, chiamiamola così, a continuare a paragonare la resistenza ucraina a quella, con la maiuscola, dei partigiani italiani saliti sulle montagne nella seconda guerra mondiale per combattere i nazifascisti e accelerarne la sconfitta con l’avanzata delle truppe alleate. 

Nel caso della guerra in corso quasi al centro dell’Europa i combattenti per la libertà e i cantori di Bella ciao sarebbero evidentemente non gli invasi ma gli invasori, non gli occupati ma gli occupanti. Strano modo di vedere   e ragionare, per quanto praticato da una superstite -ormai fra i pochi- della lotta partigiana scelta -direi- con la lanterna da Floris per un collegamento con il suo studio televisivo. 

Ripreso da www,poliymakermag.it

Uno schiaffo di Putin alla civiltà la premiazione della brigata dei fucilieri di Bucha

Titolo del manifesto

Le immagini e notizie provenienti dall’Ucraina aggredita dalle armate russe sono sempre peggiori. Ma oggi, più ancora delle immagini di fuoco, distruzione e desolazione dei superstiti, come quella desolante di un bambino fra i rottami della guerra, per capire con chi ha a che fare l’Occidente, e non solo l’Ucraina, vale la notizia delle onorificenze -giustamente tradotte dal manifesto in “orrorificenze”- conferite da Putin personalmente ai fucilieri motorizzati della sessantaquattresima brigata che ha lasciato a Bucha i segni terribili del suo passaggio. 

Titolo del quotidiano Domani

Così il capo del Cremlino ha voluto essere coerente a modo suo, cioè per niente, con l’impegno preso qualche giorno fa di partecipare all’accertamento delle responsabilità dei “crimini di guerra” compiuti in quella terra da “denazificare”, secondo lui. L’uomo è semplicemente un provocatore, come lo ha liquidato il quotidiano Domani nel titolo di prima pagina proprio a proposito della premiazione della brigata di Bucha, con’è ormai destinata a passare nella storia. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

Finalmente, annunciandone “l’attacco finale” in questa guerra insensata ad una terra che ha la sola colpa di essere confinante con la Russia ma attratta più dall’Occidente, il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio si è deciso, in uno dei suoi fotomontaggi di prima pagina, a fare indossare a Putin l’elmetto, la tuta militare e tutto il resto in precedenza messi addosso a tutti quelli che non si piegano alle sue minacce arrendendosi, compreso il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi. Del quale si spera che non sia stata festeggiata da quelle parti la positività asintomatica al Covid che lo costringerà all’isolamento per qualche giorno. 

Dalla prima pagina del Foglio
Dalla prima pagina di Libero

Un esempio di resa a Putin è quello che ha scritto su Libero Vittorio Feltri, che meglio non poteva sintetizzarsi col titolo in prima pagina che credo si sia dato da solo: “Non ci conviene sfidar lo Zar”, con la maiuscola. Che è l’opposto di quel che in rosso ha gridato, sempre  in prima pagina, Il Foglio: “Oltre la resistenza. Passare all’offensiva contro Putin si può”. E non solo si deve, come dice ogni giorno da Kiev o da dov’altro è costretto a nascondersi sulla sua terra il presidente dell’Ucraina Zelensky. 

L’affondamento della nave ammiraglia Moskva

Quella tenuta militare che il giornale di Travaglio si è deciso a mettergli addosso, oltre ad esprimere il ruolo che sta esercitando il capo del Cremlino, restituisce Putin al suo album di famiglia, diciamo così, cioè alla carriera cominciata nei servizi segreti dell’Unione Sovietica. La segretezza mista alla falsità è la stessa che Putin sta applicando -fra le proteste che cominciano ad arrivare dai familiari degli interessati, superando tutte le cortine informative allestite dal Cremlino- all’affondamento, direi anche emblematico, della nave ammiraglia della flotta russa nel mare della guerra in corso. Del cui equipaggio di oltre 500 militari si sa poco o niente, a parte quel poveretto di cui il Ministero moscovita della Difesa, si fa per dire, ha ritenuto di dovere informare telefonicamente la famiglia. 

Si sa solo che una cinquantina, non di più, sono stati salvati da una nave turca, peraltro in acque sconvolte anche da una tempesta. Di tutto il resto sanno solo al Cremlino. Dove per esorcizzare lo smacco, la tragedia e quant’altro hanno diffuso solo una vecchia foto dell’equipaggio passato in rassegna dal comandante dell’epoca. Dell’ultimo non è stata neppure confermata la notizia che sia morto nell’esplosione dell’arsenale colpito da due o tre missili lanciati dagli ucraini.

Ripreso da http://www.policymakermag.it e http://www.startmag.it

Draghi archivia l’immagine del nonno a disposizione ed esclude un futuro politico

Pier Ferdinando Casini all’Espresso
Titolo del Dubbio

Sentite ciò che ha detto del presidente del Consiglio all’Espresso uscito domenica il senatore Pier Ferdinando Casini, Che a dispetto dei suoi “soli” 66 anni, compiuti a dicembre scorso, è fra i più veterani del Parlamento, essendo approdato nell’ormai lontano 1983 alla Camera per diventarne peraltro presidente nel 2001. “La mitologia di Draghi di questi mesi -ha testualmente dichiarato- rischia di essere direttamente proporzionale alla demolizione nel prossimo futuro”, precisando che ciò “non è un bene”. 

“Non valuto la persona. Prevedo i percorsi, che purtroppo sono questi. Monti è stato mitizzato e poi ingiustamente demonizzato. La stessa cosa è successa a Renzi: dagli altari alla polvere. Tipico”, ha aggiunto Casini.

Pier Ferdinando Casini

Poiché lo conosco da una vita -avendolo amichevolmente frequentato prima ancora che diventasse deputato, quando da giovane consigliere nazionale della Dc si divertiva a raccontarmi delle riunioni di corrente alle quali partecipava, mimando formidabilmente l’allora segretario del partito Flaminio Piccoli che si innervosiva alle sue osservazioni critiche – vi assicuro che la previsione negativa del senatore di Bologna sul futuro politico di Draghi non nasce dal contributo che il presidente del Consiglio può avere dato, volente o  nolente, al fallimento in extremis della candidatura dello stesso Casini al Quirinale. 

Ve lo assicuro anche se Pier Ferdinando -Pierfrdy per gli amici e Pierfurby per i meno amici- può essersi prestato a qualche sospetto del genere definendo  nella stessa intervista all’Espresso “una distrazione” quella avuta da Draghi nella recente corsa al Quirinale, prenotandovisi in qualche modo con quella immagine del “nonno a disposizione” della collettività assegnatasi nella conferenza stampa di fine anno, 2021. Quella “disponibilità” finì per configgere con le candidature pur così diverse nello stile, oltre che in senso politico, di Silvio Berlusconi e di Casini appunto: tanto invasivo il primo, fra vertici del centrodestra e telefonate di promozione dell’amico Vittorio Sgarbi a parlamentari di ogni colore e sesso, quanto discreto il secondo. Che si inabissò in un lungo silenzio, pur attivissimo -come sempre, del resto- nei contatti personali. 

Da quella “distrazione” peraltro Casini ha assolto Draghi riconoscendogli di avere ripreso subito in mano la guida e la sorte del governo, riportandolo sulla strada giusta delle emergenze peraltro aumentate nel Paese, essendo sopraggiunta la guerra di Putin all’Ucraina con tutte le implicazioni anche di politica interna. E’  evidente che il chiaro, forte atlantismo del presidente del Consiglio, antiputiniano e filo-ucraino, è vissuto con una certa sofferenza nella maggioranza. Dove, in particolare, si è un pò ricomposta quell’assonanza un pò “sovranista” fra il grillino Giuseppe Conte e il leghista Matteo Salvini, clamorosamente naufragata nell’estate del 2019 nell’aula del Senato. Dove Conte da presidente del Consiglio parlò di Salvini, che gli sedeva accanto da vice presidente e ministro dell’Interno, come un pubblico ministero del suo imputato. Sono i giochi, gli scherzi, le diavolerie, i capricci, come volete chiamarli, della politica. 

Draghi al Corriere della Sera
Draghi al Corriere della Sera

Il bello è -delle cose dette da Casini a proposito del presidente del Consiglio in carica- che Draghi ha mostrato di esserne pienamente consapevole in una intervista contemporaneamente uscita sul Corriere della Sera. Dove egli ha detto -pur in una visione ottimistica dell’azione di governo e della solidità della maggioranza, esortata a non sentirsi in quella “camicia di forza”  che i partiti danno spesso l’impressione di indossare- di non volere e potere neppure “immaginare” il suo futuro quando avrà portato a termine il lavoro affidatogli dal presidente della Repubblica, e confermatogli con la fiducia dalle Camere, cioè sino alla conclusione, ordinaria o anticipata che possa rivelarsi, della legislatura cominciata nel 2018. Un lavoro, peraltro, rivelatosi -ha confessato Draghi- più difficile e pesante di quello svolto alla presidenza della Banca Centrale Europea.

Draghi al Corriere della Sera

“Bisognerebbe che i presidenti del Consiglio fossero tutti eletti”, non nominati fuori dal Parlamento e dai partiti come gli è capitato in condizioni di “emergenza”, ha detto Draghi. Le piacerebbe essere eletto?, gli ha chiesto allora il direttore del Corriere. E lui: “No. E’ estraneo alla mia formazione e alla mia esperienza. Ho molto rispetto per chi si impegna in politica e spero che molti giovani scelgano di farlo alle prossime elezioni, alle quali intendo tuttavia partecipare come ho sempre fatto: da semplice elettore”. 

Draghi insomma non si sente più  nonno della Repubblica, come è stato temuto per qualche settimana nei mesi scorsi immaginandolo già al Quirinale, ma un mezzo Cincinnato per indifferenza al potere. Anche se antipatizzanti ed avversari lo considerano e rappresentano furbescamente in corsa per la guida della Nato. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Il genocidio che si pratica in Ucraina e si predica pubblicamente a Mosca

Draghi ieri al Corriere della Sera

    Sarà pure vero, come ha detto Mario Draghi nell’intervista pubblicata ieri dal Corriere della Sera parlando dell’”orrore di Bucha” ed altre località ucraine insanguinate dalla guerra di Putin, che “termini come “genocidio” o “crimini di guerra” hanno un significato giuridico preciso” che alcuni possono contestare a chi li usa. Per cui “ci sarà modo e tempo per verificare quali parole meglio si confacciano agli atti disumani dell’esercito russo”. Che lui comunque ha ribadito di considerare “crimini di guerra”, o “indecenze”, come gli è capitato di dire in un’altra occasione ritorcendo contro Putin la definizione appunto di “indecenze” data dal presidente russo alle sanzioni cui partecipa l’Italia contro il governo aggressore dell’Ucraina. 

Dalla prima pagina della Stampa di ieri

Sarà vero, ripeto, come ha anche mostrato di credere il ministro degli Esteri Luigi Di Maio dubitando del “genocidio” denunciato, in particolare, dal presidente americano Joe Biden per motivare la decisione presa di aumentare le forniture militari all’Ucraina in via breve, diciamo così, saltando le procedure parlamentari. Ma che i sentimenti nutriti non solo al Cremlino e dintorni nei riguardi degli ucraini siano appunto da genocidio, da persecuzione sino alla morte e all’annientamento di un popolo, lo dimostrano le cose che si dicono da quelle parti. Esse sono state raccontate ieri sulla Stampa dalla informata e benemerita Anna Zafesova in un lungo, documentatissimo articolo. Nel sui solo richiamo in prima pagina si poteva leggere uno scorcio del “tal show di Vladimir  Solovyov”, della televisione russa di Stato, in cui un ospite ha potuto impunemente gridare: “Lo stesso nome di ucraini è una vergogna, un insulto per un popolo che è russo”. E ha potuto addirittura apprezzare la “genialità” della denuncia del presidente americano, perché “se si tratta di cancellare l’idea stessa di poter essere ucraini, sono d’accordo”. 

Ancora dalla Stampa di ieri

“L’idea dell’ucrainità -ha gridato l’ospite televisivo “particolarmente infervorato”, come si legge nella parte interna dell’articolo- va cancellata, dall’inizio alla fine” perché “sono cent’anni che avvelena la vita dei popoli slavi”. “Gli altri ospiti ascoltano e annuiscono”, riferisce il resoconto di Anna Zefosova precisando che “in studio è presente la capa della propaganda del Cremlino Margarita Simonyan, secondo la quale la guerra in Ucraina non è un genocidio, anzi, non è nemmeno una guerra perché il giorno che lo diventa “per prima cosa si fa a pezzi Kiev, in polvere, a pezzettini”.

    In un altro talk intitolato “60 minuti” il regista Vladimir Bortho “con voce stridula” ha reclamato, per vendicare l’affondamento dell’incrociatore Moskva, “una guerra vera, senza stupidaggini, al cento per cento”, essendo stati quelli compiuti sinora solo giochetti, o qualcosa del genere. 

Sempre dalla Stampa di ieri

D’altronde, “molto più in alto” -ha raccontato ancora la giornalista della Stampa competente di Russia e dintorni- l’ex presidente e premier Dimitri Medved, ex “colomba”, definisce “l’ucrainità radicata un unico grande fake”, non essendo “mai esistita”. Meno in alto, diciamo così, “il politologo liberale Konstantin Skorkin sostiene -ha riferito ancora Anna Zafesova- che una certa cultura russa ritiene “estremisco nazionalista” l’idea stessa che gli ucraini possano essere un popolo distinto, meno che mai una nazione indipendente”. Ne dev’essere convinto anche il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, che traduce in “sterminio” la “denazifizazione dell’Ucraina” teorizzata, annunciata, rivendicata e quant’altro da Putin in persona. 

Titolo di Repubblica di ieri

Mi sembra tutta roba, a questo livello, non da analisi, non da polemica, non da politologia, ma da processo, se mai si riuscirà davvero a farne uno, come Biden giustamente reclama considerando Putin un “macellaio” e “genocida”. Che vedremo adesso se davvero collaborerà, come ha sorprendentemente promesso ieri, ad accertare se davvero sono stati commessi “crimini di guerra” nella terra su cui adesso non si semina più il grano ma cadono bombe e missili. 

Ripreso da http://www.policymakrmag.it

La Pasqua di Draghi, durissimo con Putin e conciliante coi partiti

  Poco incline alle interviste, preferendo le conferenze stampa o gli incontri improvvisati con i giornalisti, nei quali trova sempre il modo e l’occasione di ricorrere a battute anche taglienti, Mario Draghi ha voluto concederne una al direttore del Corriere della Sera in questa strana Pasqua.  Strana perché mai così poco pasquale nei settant’anni e più della nostra Repubblica: con una guerra in corso nel cuore dell’Europa, ancora più tragica di quella Pasqua del 1978 in Italia durante il tragico sequestro di Aldo Moro, quando il terrorismo aveva osato e realizzato l’impensabile contro “il cuore” dello Stato. O il suo cervello. 

La vignetta del Corriere della Sera

La Pasqua di questo 2022 è tutta in quella colomba bianca che vola sotto le nuvole di fumo della guerra che sovrastano, nella felice vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina proprio del Corriere della Sera, la cupola michelangiolesca della Basilica di San Pietro. Sotto le cui navate Papa Francesco registra attonito il vuoto nel quale cadono i suoi appelli a deporre le armi. 

Sulle responsabilità di questa guerra e della sua durata ormai imprevedibile il presidente del Consiglio italiano è stato chiaro e durissimo nella sua intervista. L’iniziativa militare e “disumana” di Putin è stata equiparata da Draghi a quelle dei suoi predecessori al Cremlino negli anni dell’Unione Sovietica, quando si ordinava di sparare sui polacchi, sugli ungheresi, sui cecoslovacchi, che pure erano gli alleati della Russia nel patto di Varsavia, adoperato cinicamente non per proteggerli o difenderli ma per aggredirli. 

Dall’intervista al Corriere della Sera

Ormai -ha osservato il presidente del Consiglio, forte anche delle sue esperienze personali al telefono col capo del Cremlino- è inutile “parlare” con Putin. L’unica cosa da fare è sostenere gli aggrediti, cioè gli ucraini, aiutandoli anche militarmente, come il governo italiano ha deciso col consenso del Parlamento ed è intenzionato a fare sino in fondo, perché -ha detto Draghi- “la vittoria di Putin non è arrivata e non sappiamo se mai arriverà”.     Sul piano della politica interna Draghi ha opposto un ottimismo davvero pasquale alle preoccupazioni, dubbi e quant’altro espressi sulla tenuta del governo e soprattutto della sua maggioranza dall’intervistatore. Il presidente del Consiglio ha assicurato di non essere per niente “stanco”, anche se qualcuno ne ha avvertito recentemente la sensazione vedendolo alle prese con i partiti interessati a mettere le loro bandierine sui vari temi o provvedimenti all’esame del governo o delle Camere. 

Titolo dell’intervista di Draghi al Corriere della Sera

Tanto duro è stato con Putin sul fronte della guerra e della politica internazionale quanto conciliante è stato Draghi, in politica interna, con i partiti che pure gli hanno dato e riprenderanno a dargli filo da torcere dopo la Pasqua odierna e la Pasquetta di domani. A dispetto persino di quel “se” non so se più prudente o minaccioso che fra virgolette gli ha attribuito nel titolo dell’intervista il Corriere della Sera –un “se” riferito appunto alla permanenza di un accordo fra i partiti- Draghi si è mostrato sicuro di poter portare “sino in fondo” il compito di governo assegnatogli dal presidente della Repubblica nella prospettiva delle elezioni ordinarie dell’anno prossimo. Dopo le quali il presidente del Consiglio ritiene di non potere neppure “immaginare” il suo futuro personale, per quanto dai suoi critici più incalliti venga in questi giorni descritto in corsa per la guida della Nato: tema che, chissà perché, il direttore del Corriere della Sera non ha ricordato o sollevato nell’intervista per dargli l’occasione di esprimersi. Si è trattato solo di cortesia o d’altro? 

Dall’intervista al Corriere della Sera

Una cosa comunque è stata esclusa da Draghi per il suo futuro: quella implicita di mettere su un partito e quella esplicita di candidarsi alle elezioni. E’ bene -ha riconosciuto- che il presidente del Consiglio venga “eletto”, ma il suo passaggio a Palazzo Chigi è e resterà un evento eccezionale. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakrmag.it

Due italiani su tre contro Putin, più che per la pace incondizionata

Titolo della Stampa
Titolo di Repubblica

Visto che, con la benedizione anche del Patriarca di Mosca in tempo addirittura di Pasqua, la guerra in Ucraina – o il “calvario” , come scrive la Repubblica- continua per la volontà ostinata di Putin di vincerla alle sue condizioni, sia pure ridimensionate rispetto a quelle originarie della rapina totale, non mi sembra giusto questo titolo di prima pagina  della pur prestigiosa Stampa di Torino: “Pace vale più del condizionatore per 2 italiani su 3”. Li ha contati Alessandra Ghisleri in un sondaggio sulla disponibilità auspicata da Mario Draghi a rinunciare al condizionatore d’aria d’estate, o comunque ad un razionamento energetico, piuttosto che darla vinta al Cremlino. E obbligare quindi alla resa gli ucraini, alla cui difesa militare l’Italia contribuisce con gli Stati Uniti e altri paesi occidentali.

La pace, certo, è preferibile alla guerra, ma non senza condizioni, come pretendono i pacifisti -guarda caso- mobilitati in questi giorni contro gli aiuti all’Ucraina e quindi a favore di una vittoria di Putin alle sue condizioni, appunto. Il problema non è di imporre la pace agli ucraini con la resa, auspicata persino da uno come Vittorio Feltri allo scopo di porre fine alle loro perdite, ma di imporla a Putin, che  ha cominciato e condotto la guerra anche a costo di  eccidi, stupri e altre nefandezze, se non vogliamo parlare di genocidio, come hanno fatto il presidente americano Biden e quello ucraino Zelensky fra le protese o le prese di distanza del presidente francese Macron, del cancelliere tedesco Scholtz e ora anche del ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio. Che pure si era esposto all’inizio del conflitto dando a Putin dell’”animale”: in un certo senso peggio del “macellaio” affibbiatogli poi da Biden. 

Luigi Di Maio

Evidentemente sotto le cinque stelle, diciamo così, neppure Di Maio può resistere più di tanto alle “distanze” volute dal presidente del MoVimento grillino, Giuseppe Conte, dagli americani o, più in particolare, dall’atlantismo praticato da Draghi. Il quale non si è dissociato dalle parole di Biden. E quando Putin ha definito “indecenti” le decisioni del governo italiano in materia di sanzioni e di aiuti “anche militari” all’Ucraina, ha risposto che di “indecente” c’è solo quello che la Russia sta facendo contro il Paese sfortunatamente confinante. 

Titolo del Foglio di ieri
Titolo del Foglio d oggi

Quei due italiani su tre disposti a rinunciare al condizionatore, e poi anche al termosifone, per fronteggiare la guerra scatenata da Putin, e finanziata anche con i nostri acquisti di gas, più che in un generico auspicio o obiettivo di pace penso che si riconoscano nei titoli che sta sfornando in questi giorni un quotidiano pur di nicchia come Il Foglio. Che ieri ha scritto in rosso: “Seguire il modello Biden per affondare Putin”. E oggi, sempre in rosso: “E’ ora di mettere Putin all’angolo”. In nero invece ha voluto titolare il suo pezzo ieri Giuliano Ferrara: “Una Pasqua di giusta guerra”. 

Titolo della Verità di Maurizio Belpietro
Titolo del Fatto Quotidiano

Sono titoli di fronte ai quali saranno rimasti inorriditi, in coppia un pò sorprendente ma non troppo, vista la frequenza con la quale ormai si sovrappongono Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano e Maurizio Belpietro sulla Verità, traduzione in italiano della più celebre Pravda sovietica. Entrambi schierati contro quel guerrafondaio opportunista che considerano il presidente del Consiglio italiano, Travaglio oggi ne ha sottolineato con compiacimento, in un titolo di prima pagina, l’abbandono da parte di “pm, sindaci, aziende” e Belpietro aprendo addirittura il giornale a caratteri di scatola così: “L’ex banchiere in fuga da Palazzo Chigi. Draghi pronto alla guerra per conquistare la Nato”. Di cui sta per liberarsi la carica di Segretario Generale.  

La Via Crucis di Draghi durerà più a lungo di quella del Papa al Colosseo

La croce portata al Colosseo da una russa e un’ucraina unite nel dolore per la guerra in corso
La benedizione di Francesco

 Non è quella che il Papa aveva chiesto e si aspettava per l’Ucraina, invasa e stuprata in tutti i sensi dalle truppe russe agli ordini dei vari generali sostituiti da Putin, ma dobbiamo accontentarci nei nostri modesti confini della tregua pasquale sopraggiunta nel governo, ma soprattutto nella sua maggioranza: non so francamente se più per stanchezza dei partiti o per la pazienza di Mario Draghi. Che ogni tanto è sembrato perderla negli ultimi tempi, anch’egli tentato da qualche strappo, eppure riuscito a resistere e a rimanere se stesso, cioè duro abbastanza per non deludere quanti hanno scommesso su di lui, a cominciare naturalmente dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. 

Si deve probabilmente proprio al rapporto fortemente fiduciario col capo dello Stato, oltre che all’intervenuta crisi internazionale esplosa con la guerra della Russia all’Ucraina, se Draghi ha fatto buon viso a cattivo gioco, come si dice usualmente. E si è accontentato di una tregua che sa debolissima, perdurando tutte le tensioni, domestiche e non, che  hanno messo a dura prova per un pò anche i suoi nervi.

Una panoramica della Via Crucis al Colosseo

Più di un amico o collaboratore del presidente del Consiglio ha raccontato di averlo visto sbigottito davanti a certi sviluppi del cosiddetto dibattito o confronto politico, specie in occasione dell’incontro avuto direttamente con Giuseppe Conte. Che gli contestava disinvoltamente la volontà di aumentare le spese militari dopo avere concorso con i suoi due governi a farle salire ottemperando ad accordi presi  nell’alleanza atlantica in un contesto internazionale peraltro migliore di quello  creatosi adesso con l’aggressione di Putin all’Ucraina. 

La partenza del Papa dal Colosseo

Draghi, con l’esperienza maturata già altrove ma rafforzatasi in questo anno e più di permanenza a Palazzo Chigi, sa che dopo Pasqua e Pasquetta i partiti della sua variegata maggioranza saranno ancora più impegnati di prima nelle loro beghe interne ed esterne, peraltro immersi in una campagna elettorale amministrativa solo di nome, essendo evidente la portata politica del voto per le dimensioni del turno e per le circostanze.

Titolo del Dubbio sulla debole tregua politica

Se negli ultimi giorni hanno fatto più notizia i rumori, chiamiamoli così, di un centrodestra confuso e diviso ma unito solo  nel denunciare e temere agguati fiscali alla casa e ai risparmi, in realtà a impensierire  di più Draghi, specie dopo quell’incontro per niente chiarificatore avuto con Conte, sono stati e sono gli umori serpeggianti fra i grillini sul terreno diventato primario della politica estera con la guerra in Ucraina. 

L’editoriale del Fatto Quotidiano indicativo della crisi di governo desiderata sotto le cinque stelle

Draghi sa che una cosa è il suo ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che lo affianca davvero in tutte le iniziative prese per solidarizzare con l’Ucraina, ridurre le dipendenze energetiche dalla Russia e tenere bel saldo il rapporto con gli Stati Uniti, un’altra cosa è Conte, appunto. Che non si lascia scappare occasione per sostenere che gli interessi europei non sono sovrapponibili -dice- a quelli degli americani, e viceversa. E condivide -presumo- ciò che un suo estimatore convinto e dichiarato come Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano scrive ogni giorno di Draghi: come di uno dei tanti “paracarri” che si ostinano a non capire la natura solo “regionale” della guerra condotta da Putin ma  strumentalizzata da Biden per vendere il gas americano agli europei, più caro di quello russo e forse anche peggiore di qualità. Un Biden -ha scritto ancora Travaglio- che dà del macellaio e del genocida a Putin senza che Draghi ne prenda le distanze, diversamente da Macron in corsa per la rielezione all’Eliseo in concorrenza con la sostanzialmente putinofila di destra Marine Le Pen. 

Draghi rispetto a Putin sarebbe “come Fantozzi col Megadirettore galattico”, ha scritto ieri l’estimatore e nostalgico di Conte concludendo: “Anche i suoi lecchini preferiti sono rassegnati a salutarlo dopo il voto del 2023. Ma un anno è un’eternità: sicuri di poterci permettere altri 12 mesi di agonia? Non è meglio congedarlo subito? Chi non vuole farlo per noi  lo lo faccia per lui”. L’interlocutore, naturalmente, è sempre Conte più che Draghi. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il percorso all’indietro di Vladimir Putin: da Pietro il Grande a Caligola….

Vignetta del Secolo XIX
Titolo del manifesto

Con i “50 giorni di rovina” rimproveratigli giustamente dal manifesto nel titolo di copertina di oggi, o con quegli “818 obiettivi militari, alcuni minorenni” sarcasticamente addebitatigli da Stefano Rolli nella vignetta di prima pagina del Secolo XIX sulla guerra in Ucraina, ne ha fatta di strada all’indietro Vladimir Putin. Che era partito con l’ambizione di assomigliare a Pietro il Grande e rischia di chiudere la carriera come Caligola.

Busto di Caligola

Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico, chiamato in origine affettuosamente Caligola, appunto, come la calzatura dei legionari comandati dal padre, fu il terzo imperatore romano della dinastia giulia claudia. Succeduto a Tiberio nel 37 dopo Cristo, ad appena 24 anni, ne fece di tutti i colori trasformando in odio la simpatia che lo aveva circondato prima di salire sul trono. Fra le stravaganze attribuitegli la più famosa forse è rimasta quella della nomina del suo cavallo preferito a senatore, console e sacerdote.

Esortato da un collaboratore a darsi una regolata, diciamo così, vista l’impopolarità accumulata in soli quattro anni di regno, lo sprovveduto rispose che gli importava di essere non amato ma temuto. Di lì a poco una delle sue guardie pretoriane cautelò Roma uccidendolo. Era il 41 dopo Cristo. 

Pur forte, dicono i suoi estimatori. di una popolarità in Russia calcolata attorno all’83 per cento -di fronte alla quale potrebbe anche risparmiarsi le violenze che ordina, in piazza e altrove, contro i pochi, evidentemente, che protestano contro di lui, per esempio chiamando guerra quella che lui sta conducendo contro l’Ucraina e non una “operazione speciale” di “denazificazione” del Paese sventuratamente confinante-  Putin ormai fa paura davvero a tutti i vicini. Persino paesi neutrali di lunga e consolidata tradizione come la Finlandia e la Svezia per proteggersi dalla Russia di questo Caligola dei nostri giorni hanno deciso di mettersi sotto l’ombrello protettore della Nato. Che d’altronde  fu preferito in Italia giù nel 1976 dall’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer allo scudo dell’allora Unione Sovietica confezionato col Patto di Varsavia, e scambiato sino ad allora dai comunisti italiani come protettivo pure per loro all’opposizione. 

Il presidente egiziano Al Sisi

Anche il gas della Russia di Putin ormai gronda di sangue. Piuttosto che continuare ad usarlo, e anche a costo di farsi ridere appresso o insultare, il nostro presidente del Consiglio Mario Draghi preferisce i condizionatori d’aria chiusi nell’estate pur torrida che forse ci aspetta. E per non tenere spenti anche i termosifoni nel prossimo inverno si è messo a cercare forniture energetiche altrove: dai lontani Stati Uniti -il cui gas sembra  però peggiore di qualità di quello russo, oltre che più caro- all’Algeria, dove ha già firmato un contratto, al Mozambico, al Congo e persino all’Egitto di Al Sisi, che pure è un despota che si è guadagnato in Italia una impopolarità particolare per l’assassinio impunito del giovane Giulio Regeni. I cui responsabili sono coperti dal presidente egiziano, che sembra avere addirittura promosso generale uno di loro. Non parliamo poi del processo volutamente lumaca in corso al Cairo contro un giovane italiano, diciamo così, onorario iscritto all’Università di Bologna: l’egiziano Patrik Zaki.  

Forse non sarà il caso, come hanno già obiettato alcuni anche dall’interno della maggioranza di governo in tregua pasquale, a cominciare dal segretario del Pd Enrico Letta, di acquistare gas anche da Al Sisi, ma già il fatto di averci messo in questa situazione, di doverlo cercare cioè anche da lui, dimostra come siano diventati insostenibili i rapporti con la Russia di Putin. Che continua intanto la sua guerra, fra le rovine  e i morti dell’Ucraina e i morti e le carcasse dei carri armati e delle navi della Russia, non so sino a quale data. I più ottimisti parlano del 9 maggio, anniversario della vittoria contro i nazisti nella seconda guerra mondiale, che Putin vorrebbe festeggiare al Cremlino vedendo sfilare in piazza qualche trofeo ucraino. Roba da vero Caligola. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Macron insegue Marine Le Pen sul percorso un pò putiniano della guerra

Non per volerci impicciare degli affari altrui, in particolare quelli del presidente uscente della Repubblica di Francia, ma visto che essi alla fine coinvolgono anche noi come partecipi di quell’Unione Europea di cui peraltro egli è presidente di turno, mi sembra assai curioso che Emmanuel Macron, nel tentativo -credo- di superare anche nel ballottaggio del 24 aprile la concorrente di destra Marine Le Pen, si sia messa a inseguirla sulla strada di un sostanziale fiancheggiamento di Putin nella guerra contro l’Ucraina. Eppure la maggior parte degli osservatori, anche o soprattutto francesi, avevano previsto, alcuni addirittura auspicato, un inseguimento della contendente sulla strada delle preoccupazioni per il disagio delle categorie più deboli. Che soffrono la combinazione preversa degli effetti “gialli” della politica macroniana in Patria e ora anche di una guerra che sta allungando su tutta l’Europa la paura o l’ombra di una recessione già innescata dalla pandemia.

Già insorto, diciamo così, contro il presidente americano Biden per quel “macellaio” dato a Putin in un discorso a Varsavia, Macron ha pubblicamente disapprovato anche il “genocidio” avvertito alla Casa Bianca in Ucraina ad opera dei russi: un genocidio, peraltro, che esonera il presidente da passaggi parlamentari sulla strada di altri immediati aiuti a Kiev. Putin, nel frattempo impegnato a fronteggiare gli effetti della sua aggressione alll’Ucraina sul fronte baltico, dove cresce la voglia di protezione sotto l’ombrello della Nato, non ha trovato il tempo di ringraziare pubblicamente Macron, col quale ha una certa frequentazioni telefonica. Ma deve avere gradito la mossa, non a caso elogiata dai vari putiniani, volenti o nolenti, impegnati a rappresentare come una messinscena il dramma ucraino impietosamente dimostrato dalle immagini.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

Più chiaramente, cinicamente, o come altro preferite, di altri che scrivono di queste cose, Marco Travaglio ha sentenziato che “ormai lo capiscono anche i paracarri che si tenta di spacciare un conflitto regionale sul Donbass per una guerra mondiale contro tutta l’Ue, anzi tutto l’Occidente”. Una guerra invece che sarebbe voluta, orchestrata, fomentata ogni giorno da Biden anche o soprattutto allo scopo di togliere clienti alla Russia nel mercato energetico, sostituendo il gas di Putin troppo sporco ormai di sangue con quello americano peraltro più caro  e non meno sporco, sempre secondo Travaglio. Che profitta dell’occasione anche per accusare Draghi di non associarsi alle critiche di Macron a Biden, evidentemente perché al guinzaglio politico, diciamo così, degli Stati Uniti. Da cui il presidente del Consiglio italiano spera -ha già alluso nei giorni scorsi Il Fato Quotidiano- di essere prima o poi compensato con la segreteria generale della Nato superando la concorrenza di Enrico Letta e di Paolo Gentiloni, suoi predecessori a Palazzo Chigi. 

Purtroppo la rappresentazione riduttiva della guerra in Ucraina, i dubbi sulla responsabilità delle atrocità che via via si scoprono sul posto e le denunce o insinuazioni sulla regìa di Biden hanno un’estensione politica sempre più inquietante, coinvolgendo ambienti e partiti per niente di vecchia sinistra. 

Titolo del Riformista
Titolo della Verità

In Italia, per rimanere a casa nostra, anche un giornale come La Verità di Maurizio Belpietro, già direttore di Libero e del Giornale della famiglia Berlusconi, ha denunciato con un titolone su tutta la prima pagina di oggi “le impronte americane sulla guerra in Ucraina”: altro che quelle russe lasciate sul campo. E meno male che il mio amico Piero Sansonetti sul Riformista si è tenuto più prudente aggrappandosi un pò al Pontefice e titolando: “Pace, pace grida il Papa. Guerra guerra rispondono Putin e Biden”. Anche Putin, quindi, e non solo Biden.

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