Il centrodestra italiano sempre più nel pallone tra Putin e Marine Le Pen

Fra gli effetti, o danni collaterali, della guerra di Putin all’Ucraina c’è la crisi sempre più profonda ed evidente del centrodestra italiano. Dove la confusione ormai è massima anche in riferimento alla linea da seguire nei riguardi del capo del Cremlino, dal quale Berlusconi si è deciso dopo un lungo e comprensibilmente imbarazzato silenzio a dissociarsi in modo abbastanza netto e preciso, ma Matteo Salvini no. Tanto è vero che al leader leghista è bastato andare in Polonia di recente per cercare di affacciarsi poi all’Ucraina per essere respinto con perdite clamorose di faccia. Neppure Berlusconi, d’altronde, è molto popolare in Ucraina, dove da presidente del Consiglio fu diffidato dal mettere piede per essere andato ad omaggiare l’amico Putin  nella Crimea  appena strappata agli ucraini.

Ora Berlusconi e Salvini- sembrano marciare uniti verso un rapporto quanto meno privilegiato in un centrodestra dove non si capisce bene se potrà esservi ancora uno spazio per Giorgia Meloni, forse cresciuta troppo elettoralmente per continuare ad essere sopportata da forzisti e leghisti. 

Titolo di Libero

Forte di una sortita di Salvini a Porta a Porta, la famosa “terza Camera” di memoria andreottiana, il quotidiano Libero ha potuto esporre in un titolo come un trofeo, più ancora che notizia, la “voglia di Forza-Lega” ormai incontenibile. Sarebbe “il vero matrimonio”, collaterale a quello un pò cinematografico cui Salvini da invitato ha potuto recentemente assistere  fra Berlusconi e la deputata forzista Marta Fascina. E incassare proprio in quella occasione dallo stesso Berlusconi il riconoscimento di essere il “vero, unico leader politico” italiano. Altro che delfino, per sua fortuna, vista la fine fatta fare dal Cavaliere a tutti i delfini nella storia del suo movimento e, più in generale, del centrodestra. 

Questa “voglia di Forza-Lega”, o “vero matrimonio”, per stare sempre al linguaggio da  tifoseria di Libero, si starebbe già diffondendo in sede locale con liste e candidati comuni, dalla Sicilia alla Liguria, per esempio, dove i rapporti con la destra della Meloni sono ormai ai minimi termini. 

Anche in questa destra, d’altronde, la confusione è grande dopo che la Meloni ha cercato di accreditare il suo movimento nella famiglia dei “conservatori”, procurandosi la difesa di esponenti autorevoli del Pd di fronte all’accusa rivoltale dallo storico di sinistra Luciano Canfora di essere una “neonazista”.

Sempre Ignazio La Russa al Corriere della Sera
Ignazio La Russa al Corriere della Sera

Come conservatrice Giorgia Meloni ha preso le distanze nette dalle figure internazionali care ancora a Salvini come Putin e la candidata all’Eliseo Marine Le Pen, arrivata al ballottaggio del 24 aprile col presidente uscente della Repubblica francese Emmanuel Macron. Ma il maggiore forse fra i “fratelli d’Italia”, Ignazio La Russa, l’ha appena smentita sul Corriere della Sera dicendo che lui voterebbe Le Pen senza alcuna esitazione, pur non condividendone al cento per cento la linea.  Addirittura, da amico personale che si vanta di essere di Berlusconi, di cui è stato peraltro ministro della Difesa, La Russa si è avventurato ad esprimere dubbi sulle simpatie attribuite allo stesso ex presidente del Consiglio per Macron. “Io non sono così sicuro -ha detto- che Berlusconi andrebbe a votare per Macron al secondo turno”. 

Grande, ripeto, è la confusione nel centrodestra. Dove non per questo -c’è da aggiungere con un certo sconcerto- si evita di partecipare alla voglia di elezioni anticipate in autunno avvertita in giro, forse non a torto, e denunciata dal segretario del Pd con l’aria però di non temerle neppure lui. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Se le Camere staranno come d’autunno sugli alberi le foglie…

Titolo del Dubbio

Enrico Letta, che, sia pure indirettamente,  si è procurato dello “stupido”, da Luciana Castellina spintasi a definire così il Pd da lui guidato ormai da più di un anno, sta seminando di avvertimenti il percorso finale di questa legislatura sopravvissuta più o meno miracolosamente, partorendo ben tre maggioranze attorno alla vantata “centralità” conquistata nelle elezioni del 2018 dal MoVimento 5 Stelle. Che ormai viaggia, tra elezioni amministrative, suppletive e sondaggi, attorno a poco più di un terzo dei voti di allora,  ma continua a rivendicare un ruolo decisivo anche con Mario Draghi. Il cui arrivo a Palazzo da Chigi si deve a un capo dello Stato deciso invece a superare, se non azzerare, il risultato elettorale del 2018 per portare a termine la legislatura in un quadro politico fuori dagli schemi “tradizionali” o comuni. 

Lo stesso MoVimento ancora “garantito” -non di più- da Beppe Grillo è passato per tre presidenti, effettivi o provvisori, l’ultimo dei quali, Giuseppe Conte, si è dovuto far confermare dopo sette mesi dalla prima elezione digitale ottenendo meno voti e permanendo in una situazione giudiziariamente controversa. 

Ora per difendere non so se più la visibilità o l’area elettorale del quasi partito di cui ha voluto assumere la guida, scartando anche lui la tentazione di una scissione per metterne su uno del tutto nuovo e suo, Conte rincorre praticamente Matteo Salvini ma anche altri leader o componenti della maggioranza di governo sulla strada della distinzione, conflittualità, tensione, chiamatela come volete. Ed ha scelto come terreno, peraltro diretto, di scontro con Draghi, dietro la facciata della difesa di chi sta peggio in questa incipiente recessione economica, quello delicatissimo della politica estera in piena guerra scatenata da Putin con l’invasione dell’Ucraina. E con un grillino alla guida del Ministero degli Esteri come Luigi Di Maio, quasi più draghiano ormai del presidente del Consiglio. 

Giuseppe Conte

Senza spingersi a contestare totalmente la linea atlantista e di sostegno anche armato all’Ucraina perseguita dal governo, Conte ha contestato l’aumento progressivo delle spese militari concordato in sede di alleanza atlantica per portarle in ogni singolo Stato al 2 per cento del pil. Ed ha cantato vittoria, e sconfitta quindi di Draghi, per lo spostamento della data del traguardo finale dell’operazione al 2028, indicata volenterosamente dal ministro piddino della Difesa Lorenzo Guerini nella speranza, evidentemente, di un contenimento della crisi internazionale innescata dalla guerra “speciale” cominciata da Putin. E ora affidata, dopo vari siluramenti e perdite consistenti, ad un generale resosi tristemente famoso per i metodi feroci adoperati in Siria.

Proprio a Conte, pur senza nominarlo, ma anche a Salvini per le sue mai attuate simpatie per Putin, diversamente dalla dissociazione finalmente esplicita di Silvio Berlusconi, e ad altre componenti del centrodestra sui temi fiscali e della giustizia, Enrico Letta si è riferito denunciando le tentazioni di elezioni anticipate in autunno che avverte in giro. Eppure si è già in campagna elettorale per le amministrative di giugno, abbinate nel primo turno ai referendum sulla giustizia scampati al rischio di  rinvio per elezioni anticipate già in questa primavera.

Enrico Letta

  Nel denunciare tuttavia le tentazioni di elezioni in autunno il segretario del Pd non ha minacciato nulla per evitare che esse arrivino a spegnere del tutto “la candela” del governo.  Quasi pronto anche lui alla sfida, convinto evidentemente di avere da perdere meno degli altri, o addirittura di guadagnare di più, egli si è limitato a ricordare che le responsabilità della fine prematura di una legislatura già agli sgoccioli sarà solo colpa dei momentanei alleati o soci della maggioranza. 

Dal Foglio di ieri

Lo stesso Draghi, impegnato con tranquilla sicurezza a livello internazionale per ridurre la ormai troppo imbarazzante e gravosa dipendenza energetica dell’Italia dalla Russia di Putin, è apparso ad alcuni stanco, diciamo così, delle trappole e delle resistenze nella maggioranza all’azione del governo e all’attuazione del suo programma. Il Foglio, di solito bene informato degli umori dell’entourage di Draghi, ha accreditato le voci di un’accelerazione della preparazione della legge di bilancio per rendere l’autunno più agibile elettoralmente. Altri addirittura si sono spinti, come il solito Fatto dell’altrettanto solito Marco Travaglio, a immaginare o presentare Draghi in concorrenza con due dei suoi predecessori a Palazzo Chigi -lo stesso Letta e Paolo Gentiloni- alla segreteria generale della Nato. 

Conte, a quanto pare, è escluso da questa ipotetica gara, non potendo evidentemente contare più sull’amico Trump alla Casa Bianca, dove lo chiamavano al plurale “Giuseppi”. Bei tempi, per lui, meno per gli altri ora alle prese con una guerra ormai al centro d’Europa. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.statmag.it il 15-4-22

Dalla misericordia all’infamia, parlando di Ucraina e dintorni…italiani

  Opera in una località dell’Ucraina sud occidentale non meglio precisabile per comprensibili ragioni di sicurezza una  “Casa della Misericordia”, da quattro anni sostenuta dalla benemerita Fondazione Don Carlo Gnocchi, che è riuscita per fortuna a sottrarre alla guerra, distribuendoli fra Italia, Polonia, Slovacchia e Stati Uniti, tutti i ricoverati e assistiti: donne e bambini affetti da gravi patologie, fra cui rachitismo, disturbi dello spettro autistico, sindrome di down, paralisi cerebrali infantili, ritardi nello sviluppo psico-fisico, disabilità mentale. Il territorio è purtroppo segnato da un alto numero di patologie congenite dovute in parte anche al disastro del 1986 nella centrale nucleare di Chernobyl, distante 500 chilometri, nonché alla diffusa sindrome feto-alcolica.

Messi in salvo gli assistiti originari, la Casa della Misericordia ne ha accolti altri: gli sfollati da Kiev, Kharkiv e altre zone del Paese sotto attacco russo, ha raccontato la direttrice Tetyana al mensile Missione Uomo, della Fondazione Don Gnocchi.

“Abbiamo accolto e stiano dando assistenza – ha precisato Tetyana- a mamme con bambini, donne incinte, anziani, invalidi in carrozzina, feriti. Attendiamo l’arrivo di altri piccoli, molti dei quali rimasti orfani. Come potremmo non accoglierli? Hanno perso tutto. Alcuni sono arrivati alla Casa della Misericordia dopo avere trascorso una settimana senza mangiare, bere e dormire. Chiedo loro come stanno e rispondono: qui abbiamo dormito la prima volta tranquilli da quando è cominciata la guerra. Finora abbiamo avuto scorte alimentari e d’acqua a sufficienza, ma con questi numeri non so davvero come faremo a provvedere a tutti. Quello che più mi preoccupa è la mancanza di medicinali”.

Titolo del Fatto Quotidiano
Draghi col presidente algerino

            Giro questo racconto- precedente naturalmente alle notizie ancora più drammatiche di questi ultimi giorni da quella che pur potrebbe considerarsi un’oasi nell’inferno ucraino- a quegli inviati di guerra, cronisti, professori e opinionisti che, direttamente o connessi, affollano i salotti televisivi italiani  interrogandosi da dove fuggano  in tanti nella e dall’Ucraina,  non sanno se scampati più ai soldati e agli ordigni di Putin o a quelli di Zelensky, confondendo insomma l’aggressore per l’aggredito. O prendendosela con Biden e quel suo manutengolo che sarebbe il presidente del Consiglio d’Italia Mario Draghi. Che, reduce  peraltro da una missione in Algeria per ridurre concretamente la dipendenza dell’Italia dal gas russo,  con la solidarietà e gli aiuti anche militari all’Ucraina starebbe semplicemente guadagnandosi, per il dopo-Palazzo Chigi, essendogli mancato il Quirinale, la carica di segretario generale della Nato. Gli farebbero concorrenza due predecessori alla guida del governo: Enrico Letta e Paolo Gentiloni. Fortunatamente non anche Giuseppe Conte, non essendoci più alla Casa Bianca l’amico Trump: quello che lo chiamava Giuseppi, al plurale. Tocca leggere anche questo nelle cosiddette cronache politiche di casa nostra: casa -direi a questo punto- non della misericordia vera di Tetyana ma dell’infamia travestita da informazione. Che riduce sempre tutto a banali lotte per la poltrona d turno. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it   

Lo spettro di Putin, ormai, su tutto ciò che accade nel mondo

Editoriale del Messaggero

Quel Putin nel fungo atomico che Emilio Giannelli, con la vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera, ha collocato sopra il ballottaggio del 24 aprile cui sono approdati nella corsa all’Eliseo Emmanuel Macron e Marine Le Pen, in ordine elettorale, dà bene l’idea della situazione. Decisamente meglio -mi scusi il professore Alessandro Campi- del lungo editoriale del Messaggero  su “quel voto francese così legato all’Ucraina”. 

Il Papa ieri a San Pietro

Più vincerà Macron e meno avrà da festeggiare Putin, che pure ha avuto col presidente uscente della Repubblica di Francia, e presidente di turno dell’Unione Europea, il maggior numero di conversazioni telefoniche nel mese e mezzo trascorso dall’apertura della sua guerra di aggressione all’Ucraina, senza mai accoglierne la richiesta di una tregua. Che ieri gli è stata rinnovata dal sagrato della Basilica di San Pietro, a Rona, da un Pontefice anche fisicamente provato da questa guerra che ha già prodotto troppo sangue. 

Figuriamoci se Putin si lascerà influenzare dall’appello del Papa, neutralizzato peraltro nella stessa giornata sul piano religioso dal Patriarca di Mosca, che fa incredibilmente e ignobilmente il tifo per la guerra di Putin. Il quale col fuoco -pensate un pò- dovrebbe spegnere quella fornace, quell’inferno di infedeli che sarebbe l’Ucraina. Ah, poi ce la prendiamo solo con gli islamici, o gli islamisti, quando abusano del loro Dio per fare stragi nel mondo.

Tanto meno Putin si lascerà trattenere oggi -nell’offensiva pasquale nel Donbas ordinata ad un generale giù distintosi per eccidi in Siria-  dal viaggio di Mario Draghi e Luigi Di Maio in Algeria per negoziare forniture energetiche che ci facciano dipendere meno dal gas russo. E meno male che almeno su questo Giuseppe Conte, ospite di Massimo Giletti nella sua “arena”, non ha avuto nulla da ridire.

Berlusconi nel comizio di sabato a Roma

Ormai il capo del Cremlino, proprio perché ridottosi ad aspirare solo al Donbas, dopo avere puntato su tutta l’Ucraina, non si fermerà sino all’ultima fossa o l’ultimo crematorio mobile  che gli servirà per nascondere le sue vittime, anche di casa, cioè i soldati russi mandati a morire in questa cosiddetta “operazione speciale”: speciale come ormai il delirio di onnipotenza che lo ha invaso e gli ha fatto in qualche modo superare anche le nefandezze dei predecessori sovietici. Che almeno potevano illudere i loro sudditi di voler esportare una rivoluzione pur già tradita in patria da chi l’aveva bene o male realizzata. Che cosa ha invece da esportare Putin se non la sua follia amletica e -se li ha ancora- quei pettorali che una volta esibiva agli ospiti. Uno dei quali -il solito, imperdibile Silvio Berlusconi, ora decisosi a dirsene deluso e amareggiato- gli chiese se poteva prestarglieli. Per farne poi cosa, allora? Stendere al tappeto, più di quanto non avesse già fatto da solo l’interessato, il guastatore di turno del centrodestra? Che era Gianfranco Fini, inconsapevole seminatore di un’altra destra ora capeggiata con più fortuna, e anche più giudizio, dalla giovane Giorgia Meloni. Che darà filo da torcere anche lei al Cavaliere appena ridisceso in campo a pochi passi dalla residenza dell’ambasciatore americano, ma anche dello Zoo di Roma. Nulla ormai potrà più tornare come prima, neppure per Putin naturalmente. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Berlusconi ridiscende in campo alla sua maniera, e tira contro Putin

Una foto d’altri tempi davvero

Non so perché abbia impiegato tanto, dopo un mese e mezzo di guerra spietata contro l’Ucraina e di sfida a tutto l’Occidente, ma alla fine Silvio Berlusconi si è deciso, in una dichiarata ridiscesa in campo, a dire contro Putin le cose che merita. Egli ha rotto quindi un sodalizio che rischiava di fargli chiudere come peggio non poteva la sua ormai lunga avventura politica in Italia. 

Dell’Utri a Repubblica di ieri

       Preceduto dal fedele Marcello Dell’Utri, che in una intervista a Repubblica lo aveva dato per “sorpreso e dispiaciuto” dell”amico Putin”, rivelatosi “una persona diversa” da quella su cui aveva scommesso negli anni d’oro di Palazzo Chigi, Berlusconi in un’assemlea di Forza Italia svoltasi in un albergo a due passi, peraltro, dalla residenza dell’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma si è detto “profondamente addolorato dal comportamento” del capo del Cremlino. “Che si è assunto -ha aggiunto- una gravissima responsabilità di fronte al mondo intero”, e farebbe bene a “cessare il fuoco”.  

Dal comizio di Berlusconi

“Di fronte all’orrore dei massacri di civili a Bucha e in altre località ucraine, veri e propri crimini di guerra, la Russia -ha detto ancora Berlusconi- non può negare le sue responsabilità. Dovrebbe, al contrario, nel suo stesso interesse, identificare e mettere sotto processo i responsabili di comportamenti che il diritto e la morale considerano inaccettabili anche in tempo di guerra”. Sarebbe interessante sapere se prima ancora di questa uscita pubblica -conforme, del resto, alla posizione già assunta da tutti i ministri forzisti, in piena sintonia col presidente del Consiglio Mario Draghi, diversamente dai grillini di Giuseppe Conte e persino dai leghisti di  Matteo Salvini- vi sono stati nelle scorse settimane tentativi di approccio diretto di Berlusconi a Putin, e con quale esito.

Il troppo tempo lasciato scorrere in un silenzio imbarazzato ha probabilmente compromesso a livello internazionale, specie nell’ambito del Partito Popolare Europeo, anche solo il tentativo di proporre, assegnare e quant’altro a Berlusconi quel “ruolo mediatore” per il quale, secondo la già citata intervista di Dell’Utri a Repubblica, l’ex presidente del Consiglio sarebbe stato “la persona ideale”: anche più- direi- dell’ex cancelliera tedesca Angela Merkel. Che è stata evocata in questa prospettiva nelle prime battute della guerra senza tuttavia che lei incoraggiasse amici ed estimatori a insistere, forse avendo intuito più di altri il grado altissimo di avventurismo fatto raggiungere da Putin anche dalla Germania negli anni precedenti, specie per i rapporti di pericolosa dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia. 

Il generale Dvornitrov messo da Putin a capo delle operazioni in Ucraina
Il titolo del Giornale di famiglia di Berlusconi

Riconosciuto a Berlusconi ciò che gli spetta sul piano della guerra in corso, a condurre la quale Putin ha messo in campo altri generali ancora, con ciò confermando la durezza della sua sfida, riesce tuttavia difficile condividere l’ottimismo che egli ha manifestato sulle prospettive elettorali e politiche del centrodestra. Che, a dispetto del “baricentro” berlusconiano vantato sul Giornale  da Augusto Minzolini, è sempre meno il “suo” centrodestra, anche se dovesse farcela ad uscire dalle elezioni amministrative del 12 giugno prossimo meglio, o meno peggio, del turno amministrativo dell’anno scorso. Il tessuto dell’alleanza è mutato col progressivo indebolimento di Forza Italia, prima a vantaggio della Lega e ora della destra di Giorgia Meloni, tempestivamente attestatasi su una posizione atlantista che potrebbe ancor più favorirla nei suoi panni dichiaratamente conservatori.

L’Europa precede il Papa nel viaggio di soccorso e protezione dell’Ucraina da Putin

Ursula von der Leyen con Zelensky

L’Europa, rappresentata dalla presidente della commissione esecutiva Ursula von der Leyen, ha dunque preceduto il Papa nella visita nell’Ucraina aggredita da Putin. Al cui presidente Zelensky ha personalmente consegnato, in modo peraltro per niente simbolico, il fascicolo di adesione del suo Paese all’Unione, per la quale si è già pronunciato il Parlamento di Strasburgo e che seguirà sicuramente un percorso meno lungo e complicato del solito. 

Quello dell’Europa, ancor più di quello militare della Nato, allo stato delle cose diventato impraticabile per riconoscimento dello stesso Zelensky, che su quella strada si era spinto con una una certa avventatezza, è lo scudo che può ancora salvare l’Ucraina dalle grinfie di Putin. Che finge, a mio modesto avviso, al pari di tanti suoi sostenitori dichiarati o di fatto, di vedere dietro la sagoma di Zelensky soprattutto il loquacissimo presidente americano Joe Biden, da cui anche noi occidentali si staremmo facendo abbindolare, ma ha capito benissimo che l’Ucraina è ormai troppo legata all’Europa perché lui gliela possa strappare più di tanto. E se non l’ha capito Putin, penso che prima o poi glielo faranno capire direttamente al Cremlino. O a Pechino. 

Papa Francesco con la bandiera dell’Ucraina

Nella sottolineatura della precedenza conquistata dalla presidente della commissione europea sul Papa nel viaggio di solidarietà e di sostegno all’Ucraina aggredita non c’è -credetemi- nessuna volontà polemica verso il Pontefice e la Chiesa, più in generale. Era naturale che ciò avvenisse, pur avendo il Papa da tempo messo “sul tavolo” -per usare le sue stesse parole- un viaggio apostolico in quella terra martoriata. Della quale egli ha recentemente baciato la bandiera esponendola poi agli applausi e alla devozione dei fedeli, consapevoli quanto lui che la corsa alle armi è “follia” e “sacrilegio”, ma anche nella natura dell’uomo  una volta costretto a difendersi dall’aggressore. Del resto, non mancano nella storia più che millenaria della Chiesa Papi che le armi hanno dovuto impugnarle personalmente, o quasi. 

Il solito fotomontaggio del Fatto Quotidiano
Parole di Marco Travaglio

Naturalmente molti continueranno a scambiare per offensivo lo scudo protettivo dell’Europa all’Ucraina. E il solito Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano continuerà a dileggiare, in particolare, il presidente del Consiglio Mario Draghi per la sua linea di sostegno appunto all’Ucraina e di attacco alla “indecente” guerra di Putin. Oggi sulla prima pagina, affiancandolo al ministro della Difesa Lorenzo Guerini, egli lo ha rimesso in tuta, armi ed elmetto. Che -ha scritto poi nell’editoriale di giornata, continuando a vendicare il Conte detronizzato l’anno scorso- “è l’ultima maschera dello Scemo di Guerra per nascondersi meglio”. Che finezza, diciamo così, di analisi e di linguaggio! 

Che a Milano non capiti a Viola di ripetere l’amara esperienza di Giulio Catelani…..

Titolo del Dubbio di ieri

Il clima di guerra “indecente” -direbbe Mario Draghi- in cui ci ta facendo vivere Putin, alle prese ormai non solo con l’Ucraina ma con tutto l’Occidente, può avere contribuito a vestire di immagini belliche anche la notizia della nomina di Marcello Viola a capo della Procura di Milano. Che dalla postazione di Procuratore Generale della Corte d’Appello di Firenze il magistrato siciliano avrebbe “conquistato” -abbiamo titolato noi del Dubbio- o “espugnato” come “un fortino”, secondo gli amici del Riformista. Ma non abbiamo esagerato per niente considerando, come hanno ricordato i colleghi del Corriere della Sera, che a Milano sono più di casa di noi, che da una quarantina d’anni non accadeva che si cercasse e si trovasse un cosiddetto “Papa “straniero” per l’ufficio giudiziario più esposto del distretto ambrosiano: quasi un sacrario dai tempi di “Mani pulite”.

Titolo del Dubbio di oggi

Ha obiettivamente del rivoluzionario non solo che il Consiglio Superiore della Magistratura abbia scelto il successore di Francesco Greco, e del più lontano Francesco Saverio Borrelli, fuori dal giro tradizionale locale, diciamo così; non solo che il prescelto, Viola, sia stato finalmente tirato fuori dalla nicchia opaca nella quale in troppi avevano cercato di chiuderlo per averne parlato come possibile capo della Procura di Roma, a sua insaputa, Luca Palamara e gli amici dell’hotel Champagne, ma anche che egli vada a Milano da Firenze, in un percorso che una trentina d’anni fa si rivelò a dir poco tossico. Da Firenze arrivò a Milano nel 1991, per sostituire alla Procura Generale il pensionato Alfonso Beria d’Argentine, nome storico della magistratura italiana, anche Giulio Catelani. Non era ancora scoppiato l’arsenale di “Mani pulite”, ma il clima era già pesante per la politica locale e nazionale.

Giulio Andreotti e Bettino Craxi

Al posto di Beria d’Argentine, in verità, si era proposto il capo della Procura di primo grado Borrelli, prima ancora di poter attraversare le strade e la Galleria di Milano tra ali di cittadini plaudenti al lavoro suo e dei sostituti o aggiunti che lo affiancavano nella guerra a Tangentopoli. Egli avrebbe anche  raggiunto l’obbiettivo della Procura Generale ambrosiana, considerato familiare per esservi passato anche il padre, se non fosse incorso nell’attenzione dell’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Che, anche a costo di scavalcare il ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli, d’accordo su Borrelli con i colleghi di partito di Milano, investì della questione Bettino Craxi. Al quale, in particolare, fece presente che Borrelli era ancora troppo lontano dalla pensione per compiere un salto di carriera di quel tipo, che fra primo e secondo grado ne avrebbe fatto un pò il protagonista assoluto, se non il padrone, della magistratura d’accusa nel distretto giudiziario più importante d’Italia.

A Craxi le osservazioni di Andreotti non apparvero peregrine, per cui -forse senza neppure ascoltare Martelli, essendo le decisioni da prendere in brevissimo tempo- chiese seduta stante al presidente del Consiglio se avesse qualcuno da proporre. Andreotti lo aveva e ne fece il cognome: quello appunto di Catelani, peraltro di nome Giulio come lui. E Craxi sventuratamente, pensando a quel che ne sarebbe seguito, disse sì. Catelani fu pertanto  nominato dal Consiglio Superiore, pur avendo presentato la domanda in ritardo ed essendo stato già Borrelli ascoltato dalla competente commissione del Palazzo dei Marescialli che si occupava delle candidature. 

Una rara immagine d’archivio di Catelani e Borrelli insieme

Non solo fu scelto, ma Catelani fu onorato della presenza non usuale del presidente del Consiglio alla cerimonia d’insediamento: una presenza che per un pò apparve agli amici di Craxi, quando scoppiò il casino di “Mani pulite”, come segno di complicità con gli eventi successivi. Ma Catelani finì per prendere le distanze, esponendosi con interventi sulla Procura e atti persino d’indagine. Che ebbero però solo l’effetto di isolarlo e di anticiparne il pensionamento nel 1995. 

Con questo pò pò di retroscena, precedenti e simili condividerete forse l’aspetto rivoluzionario -o, all’opposto, normalizzatore se qualcuno preferisce- del percorso Firenze-Milano ristabilito dal Consiglio Superiore della Magistratura con la decisione di trasferire  all’ombra della Madonnina il pur siciliano Viola. Che probabilmente non deluderà la “discontinuità” che ha dichiarato di aspettarsi da lui un consigliere superiore come Nino Di Matteo. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.policymakermag.it

La “rivoluzionaria” nomina di Marcello Viola alla Procura della Repubblica di Milano

Titolo del Riformista
La guerra in Ucraina

Scherzi a parte, ma fino ad un certo punto, ci voleva dunque una guerra, nella quale siamo in qualche modo coinvolti aiutando in armi e soccorsi l’Ucraina aggredita dalla Russia, senza per questo doverci sentire fuori dalla Costituzione, come ci ha appena assicurato il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato; ci voleva dunque una guerra, dicevo, perché il Consiglio Superiore di turno della Magistratura trovasse il coraggio, o scoprisse l’emergenza, come preferite, di scegliere al di fuori del perimetro locale il nuovo capo della Procura della Repubblica di Milano. Che è il siciliano Marcello Viola, proveniente dalla Procura Generale della Corte d’Appello di Firenze, e si è guadagnato subito sui giornali titoli come “conquista Milano”, sul Dubbio, o “espugna il fortino di Milano”, sul Riformista: entrambi giornali particolarmente sensibili ai temi della giustizia. 

Nino Di Matteo

Viola, che ha già il vantaggio di non chiamarsi Rosso, il colore a lungo usato, a torto o a ragione, per rappresentare l’orientamento prevalente nella Procura ambrosiana dai tempi di “Mani pulite”, è stato nominato nella prospettiva dichiarata, in particolare, dal consigliere superiore e magistrato famosissimo Nino Di Matteo, di una “discontinuità” nella conduzione di quegli uffici giudiziari. Che sono stati considerati o scambiati, sempre come preferite, come l’avamposto nella lotta alla corruzione e ai partiti della cosiddetta prima Repubblica, praticamente ghigliottinati per le loro pratiche illecite di finanziamento. 

Ma poi sono caduti nelle grinfie di quegli uffici, sia pure in modo meno rovinoso, anche i partiti delle successive edizioni mediatiche o politiche della Repubblica, pur a Costituzione sostanzialmente invariata, se non nel forte ridimensionato dell’immunità parlamentare e in un pasticciato aumento delle autonomie regionali: tanto pasticciato che nessuno si riconosce nel nuovo titolo quinto, relativo appunto alla materia, neppure quelli che una ventina d’anni fa l’approvarono a tamburo battente, sulle sponde del cosiddetto centrosinistra, nella inutile speranza che ciò servisse ad evitare la ripresa dell’alleanza interrottasi fra Silvio Berlusconi e Umberto Rossi nel cosiddetto centrodestra.

Oscar Luigi Scalfaro
Francesco Saverio Borrelli

E’ troppo presto naturalmente per formulare previsioni sulla gestione viola della Procura milanese, chiamiamola così traducendo in colore il nome del nuovo titolare di quegli uffici che hanno davvero scritto anche la storia politica degli ultimi trent’anni dell’Italia provocando, anticipando, intercettando e via dicendo crisi di governo e persino di sistema istituzionale. Nel 1992, per esempio, l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro estese la pratica delle consultazioni per la formazione del governo proprio al capo della Procura di Milano. Che era Francesco Saverio Borelli, delle cui valutazioni, anticipazioni o solo umori Scalfaro si avvalse per rinunciare alla nomina di Bettino Craxi a presidente del Consiglio di fatto già proposta dalla Dc guidata da Arnaldo Forlani. A Palazzo Chigi vi andò, o vi tornò Giuliano Amato, compagno di partito di Craxi e suo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio fra il 1983 e il 1987. 

Giulio Catelani

La “discontinuità” di cui ha parlato Nino Di Matteo commentando la nomina del nuovo capo della Procura di Milano dovrebbe significare o concretizzarsi anche nel ristabilimento della normalità nella tratta giudiziaria Firenze- Milano, chiamiamola così. Da Firenze fu mandato nel 1991 a Milano, a guidare quella volta la Procura Generale della Corte d’Appello, il povero Giulio Catelani: povero perché lo stesso Borrelli, che da capo della Procura di primo grado si era candidato alla promozione,  e altri magistrati gli resero la vita tanto difficile da farlo andare in pensione anticipatamente quattro anni dopo, in un clima a dir poco tossico. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakrmag.it

Meno male che c’è Draghi a Palazzo Chigi mentre si allunga la guerra di Putin

Non so se inorridire di più all’idea, sfortunatamente realistica per valutazione quasi unanime delle fonti internazionali, a cominciare dalla Nato, di una guerra lunga nell’Ucraina che Putin ha trasformato in un mattatoio, o crematorio, o alla domanda, fortunatamente solo teorica, su cosa ci sarebbe toccato di vivere, oltre che di vedere se a guidare il governo in Italia non ci fosse Mario Draghi ma ancora Giuseppe Conte con la sua terza edizione, tentata poco più di un anno fa e soffocata nella culla, secondo chi lo rimpiange, da quel cattivone di Sergio Mattarella. Che, fra l’altro, con quella decisione si guadagnò senza neppure immaginarlo, anzi suo malgrado, a trasloco già cominciato nella casa appena presa in affitto a Roma  con l’assistenza della figlia, la rielezione alla Presidenza della Repubblica. E non per qualche anno, come era avvenuto con Giorgio Napolitano nel 2013, ma per un altro, intero mandato settennale, se non sarà lo stesso Mattarella a stancarsi o comunque a preferire un anticipo della scadenza per sopraggiunte evenienze o valutazioni politiche. 

Titolo di Repubblica

Non è che Draghi, a dire la verità, se la stia passando granché bene, fra chi lo strattona a destra e a sinistra nella larga maggioranza pur allargatasi di fatto persino a Giorgia Meloni sui temi legati proprio alla guerra in Ucraina, ma l’uomo è tosto.  E, non avendoli frequentati più di tanto, è immunizzato da quella certa tossicità dei palazzi della politica. Se si pone un obiettivo lo persegue con decisione. Se qualcuno esagera in esibizioni muscolari, come ha fatto di recente il predecessore opponendosi all’aumento delle spese militari, non fa finta di niente. Ribatte e va non a lamentarsi  dal capo dello Stato -come gli ha rimproverato il solito Marco Travaglio- ma a riferire inducendo il presidente a richiamare l’interessato con tale efficacia da strappargli la pubblica assicurazione che in ogni caso egli non reciterà la sua parte di scontento sino alla rottura, cioè alla crisi.

Titolo del Fatto Quotidiano

Ora, pur -ripeto- fra le bizze di destra e di sinistra sui vari provvedimenti all’esame del Parlamento con le urgenze poste dal loro collegamento col finanziamento europeo del piano di ripresa, Draghi ha fatto approvare dal Consiglio dei Ministri all’unanimità il cosiddetto documento di economia e finanza, propedeutico al bilancio. E senza per niente scherzare, come gli ha rimproverato invece in un titolo il solito Fatto Quotidiano, ha avvertito che potremmo vivere un’estate torrida, senza i condizionatori d’aria alimentati dall’energia che comperiamo dalla Russia. Alla quale vanno tagliate le unghie, ma anche i soldi destinati al finanziamento delle sue guerre. 

Il fotomontaggio del Fatto Quotidiano

Il Draghi che continua ad ossessionare Travaglio, Conte, Di Battista e simili è quello già “fotomontato” dal Fatto Quotidiano in tuta militare affiancato al presidente americano Biden, o infilato la prossima volta dentro il carro armato oggi offerto all’indignazione dei lettori con tutti quei soldi  “insanguinati” e buttati al vento, come solo “i pazzi” saprebbero fare secondo una recente sortita di Papa Francesco. Che tuttavia ha un pò corretto il tiro, diciamo così, anche se il giornale di Travaglio ha finto di non accorgersene nella prima pagina di oggi. 

Titolo del Giornale

“Il Papa in trincea”, ha titolato  un altro  quotidiano pubblicando, come altri, la foto del Pontefice che bacia una bandiera non della Russia ma dell’Ucraina, E poi la espone all’ammirazione e al culto dei suoi fedeli in questa Quaresima ormai agli sgoccioli, in attesa della resurrezione della vittima di turno della violenza e dell’odio altrui.

Ripreso da http://www.policymakermag.it 

Fra i meriti di Zelensky c’ anche lo specchio rotto a Beppe Grillo

Titolo del Dubbio
Il presidente dell’Ucraina

Di fronte a ciò che Putin sta dimostrando di sapere o voler fare in Ucraina, magari in vista di chissà quali altre imprese, ci si può chiedere se sia più assordante il silenzio di Silvio Berlusconi o di Giuseppe Grillo, in ordine rigorosamente alfabetico, accomunati una volta tanto da una certa ammirazione, diciamo così, nutrita e manifestata per il capo del Cremlino dell’era post-sovietica: il primo sino a sperare di poterlo associare prima o poi alla Nato. Dove invece Grillo non si è mai spinto ad immaginarlo non avendo un buon giudizio, diciamo così, dell’alleanza atlantica. 

            L’imbarazzo di entrambi è evidente, ed anche comprensibile, per carità. Ma quello di Grillo è doppio perché abbinato al silenzio non meno imbarazzante su quello che potremmo chiamare l’antagonista di Putin. Che è il presidente dell’Ucraina Zelensky, anche se è convinzione diffusa, specie fra gli anti-atlantisti, che sia invece il presidente americano Biden, sostenitore, maggiore finanziatore, suggeritore, fomentatore e quant’altro dell’uomo di Kiev, chiamiamolo così. 

               Per dirla con franchezza, Zelensky ha creato a Grillo più problemi di Putin costringendolo a guardarsi nello specchio e a valutarsi come comico -pure lui- prestato o approdato alla politica. Il casino -scusate la parolaccia, pur diventata  corrente e quasi innocua- creato da Grillo alla e nella politica italiana con quel bizzarro tentativo compiuto nel 2007 di infilarsi nel Pd e poi con la decisione di mettersi  in proprio col Movimento 5 Stelle, portandolo solo 11 anni dopo in testa alla classifica delle forze rappresentate in Parlamento, è stato ed è niente, o quasi, di fronte a ciò che ha saputo provocare e produrre Zelensky non solo nel suo Paese, ma anche o forse ancor più nel mondo.

Putin

            Per raggiungere un simile risultato, facendo saltare i nervi persino ad uno come Putin, che sembrava la quintessenza del ghiaccio, refrattario ad ogni emozione, l’attore comico ucraino non ha dovuto nascondersi dietro nessuna cortina fumogena. Non ha dovuto inventarsi garante di niente e di nessuno. Non ha dovuto cercare controfigure o simili, a meno che non si voglia sostenere che ne abbia trovata una persino in Biden. Non ha dovuto corteggiare, scaricare e ricaricare nessun avvocato e nessun conte, con la maiuscola o la minuscola del caso. Ha fatto tutto e direttamente da solo, smascherando un bel pò di gente, scoperchiando un bel pò di sepolcri imbiancati, gridando in faccia al Consiglio di Sicurezza dell’Onu quello che è, o che è diventato specie dopo il superamento degli equilibri e delle spartizioni politiche concordate a Yalta dopo quella carneficina che era stata la seconda guerra mondiale, non essendo stata evidentemente sufficiente la prima. 

            Ciò che è diventato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite  e tutto intero l’Onu è semplicemente un monumento alle buone intenzioni, o -peggio- all’ipocrisia, in cui uno Stato come la Russia e pochi altri possono bloccare qualsiasi intervento provocato dalle più sconsiderate iniziative loro o dei loro amici. 

            Anche Zelensky, come l’improvvisatore Grillo, ha compiuto i suoi errori, a cominciare da quello di avere irrealisticamente puntato, nelle condizioni geopolitiche in cui si trova il suo Paese, all’adesione alla Nato, fornendo pretesti a Putin, ma non vi ha insistito più di tanto. E si è tolto dall’angolo rapidamente ficcandovi il nemico con la disponibilità gridata a trattare su una neutralità garantita. 

Ciò che resta della comicità di Grillo sul suo blog personale

            A questo nemico, in maniche di camicia come un Alessandro Di Battista qualunque, Conte di fatto offre, volente o nolente, sponde protette, sempre volente o nolente, da Grillo. Che ha impiegato due settimane per rimuovere dal suo blog personale una vignetta sfottente contro i sostenitori dell’Ucraina e sostituirla con un’altra non meno sfottente, e più triviale, contro chi, puntando all’autonomia energetica dalla Russia, accumula gas scoreggiando sotto le coperte di casa. Comicità di bassa lega, direi, anche a proposito della posizione dell’altra Lega, quella di Matteo Salvini, sui problemi aperti dalla guerra di Putin.

Pubblicato sul Dubbio

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