Il decreto legge sui paesi sicuri per il rimpatrio dei migranti clandestini è fatto

         Pur nella loro parzialità intesa come partigianeria, titoli e foto dei giornali, grandi o piccoli che siano, aiutano oggi a capire che cosa sia accaduto ieri a Palazzo Chigi e dintorni, a qualche ora dal secondo compleanno del governo in carica.  

Giorgia Meloni sul Fatto Quotidiano

         Una Giorgia Meloni particolarmente ingrugnita sulla copertina del Fatto Quotidiano col decreto legge in cui ha voluto elencare 19 Stati da considerare sicuri abbastanza per potere cercare di rimandarvi i migranti che li hanno lasciati per venire in Italia da clandestini, avrebbe “mandato a quel paese” i magistrati, secondo il manifesto ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista. 

Dal Riformista

O almeno i magistrati che si considerano “controparte del governo”, come ha titolato il Riformista riferendosi a quelli che, tra decisione adottata e consensi ricevuti nei loro ambienti e dintorni, avevano appena disconosciuto un decreto interministeriale in cui venivano considerati sicuri l’Egitto e il Bangladesh, da dove provenivano i 12 migranti fatti sbarcare dall’Italia in centri appositamente allestiti in Albania per il primo disbrigo delle loro pratiche, in vista anche di un loro rimpatrio obbligato.

Da Repubblica

Col decreto legge appena varato, pur “dimezzato” secondo La Stampa per “i paletti”, secondo Repubblica, imposti dal presidente della Repubblica, i magistrati dissenzienti per loro convinzioni personali, o per l’interpretazione di sentenze di livello europeo, potranno al massimo ricorrere alla Corte Costituzionale.

La sede della Corte Costituzionale

Quest’ultima, nota anche come Consulta per la sede ereditata da una omonima formazione  d’età monarchica, è incaricata dall’articolo 104 della Costituzione repubblicana di giudicare “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni; sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni; sulle accuse promosse contro il presidente della Repubblica, a norma della Costituzione”.

Dal Fatto Quotidiano

A dispetto di queste competenze così rigorosamente elencate nella Costituzione, ricorrere alla Corte in caso di contrasto fra il contenuto di una legge e la opinione o la lettura che ne fa un magistrato significa per Il Fatto Quotidiano “buttare la palla alla Consulta”. Cioè perdere tempo.

Sempre dal Fatto Quotidiano

Ma ciò che ancora di più inquieta Il Fatto Quotidiano, e l’area politica che maggiormente vi si riconosce, quella dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, è l’apertura fatta in una intervista dal presidente del Senato Ignazio La Russa, notoriamente seconda carica dello Stato, all’ipotesi di una riforma del titolo quarto della Costituzione, riguardante la magistratura. E ciò per meglio definire i parametri delle competenze delle toghe e dei rapporti con gli altri poteri dello Stato. Dietro l’angolo di La Russa un editoriale  del Fatto Quotidiano titolato “Diritto melonico” ha immaginato e proposto questo “articolo 10: Viva Silvio, viva la gnocca”. Ridete pure, se volete.

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Le toghe spiazzate da un altolà di Mattarella che investe anche loro

Dal Fatto Quotidiano di ieri

Il Mattarella evocato ieri dal Fatto Quotidiano come un fantasma incombente sul governo, in procinto di intervenire con un decreto legge per rendere più chiara e vincolante la propria competenza nella individuazione dei paesi sicuri verso cui potere disporre il rimpatrio dei migranti clandestini,  si è materializzato. Ma non nel senso, nella direzione unilaterale a favore dei magistrati che rivendicano la loro competenza in materia interpretando norme e sentenze di livello anche europeo.

Dalla Repubblica di oggi

         Se vogliamo considerare “altolà, come ha fatto Repubblica, quello appena  lanciato dal presidente della Repubblica, ospite del festival delle regioni e delle province a Bari, esso è stato rivolto a entrambe le parti entrate in conflitto: al governo ma anche alla magistratura, partecipi entrambi di istituzioni tenute a collaborare, non a scontrarsi. Tenute a non limitarsi “a visioni di parte”, come ha detto Mattarella, scommettendo su norme, procedure e quant’altro di controversa interpretazione. E perfettibili, aggiungo a proposito dell’intervento legislativo che sta per arrivare dal Consiglio dei Ministri usando le procedure d’urgenza previste dalla Costituzione, per renderle più chiare.  

“In altre parole” ieri sera sulla 7

         Che la magistratura non possa considerarsi estranea al monito del Capo dello Stato lo ha detto, o ammesso, l’insospettabile presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky parlando a distanza dal suo studio privato a Massimo Gramellini e a Corrado Augias seduti nello studio televisivo della trasmissione “in altre parole” de la 7. Che, sia pure tra sorrisi e ringraziamenti convenevoli, debbono essere rimasti alquanto delusi, aspettandosi una lettura di Zagrebelsky delle parole, appunto, di Mattarella solo in chiave polemica, e di avvertimento, per il governo. E per la premier Meloni, in particolare, che aveva appena polemicamente diffuso peraltro attacchi politici rivoltele per chat da un magistrato chiaramente di parte.

Dal discorso del Presidente della Repubblica a Bari

         Forse, anzi di certo, la posizione della Meloni, decisa a difendere le prerogative del governo e, più in generale, della politica che legifera in Parlamento, non è aiutata dai toni comizial del vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, che liquida per esempio come “porci e cani” i migranti clandestini soccorsi in mare o comunque approdati sulle coste italiane, e ora sottoponibili in appositi centri allestiti in Albania alle procedure preliminari per la definizione delle loro pratiche. Ma che la premier abbia posto un serio problema sul tavolo istituzionale non c’è dubbio. Ed è un problema che investe, in via più immediata per le sue competenze in ordine all’emanazione di un provvedimento d’urgenza come un decreto legge, anche il capo dello Stato espostosi col suo intervento a Bari. Non so francamente se proponendosi anche come mediatore, e non solo come risolutore.   

Il paradosso dell’allarme per l’immigrazione clandestina alimentato dai magistrati

Da Libero

Involontariamente -almeno così spero- il direttore della Stampa Andrea Malaguti ha liquidato come “una fesseria” quella che gli italiani avrebbero commesso facendo salire il problema della immigrazione clandestina dal ventesimo posto, in cui era sceso nei mesi scorsi, al quinto delle priorità avvertite in un sondaggio effettuato a caldo da Alessandra Ghisleri. A caldo, dopo la decisione della giudice Sara Albano, del tribunale di Roma, di liberare -mandandoli in Italia- i dodici migranti clandestini, provenienti dall’Egitto e dal Bangladesh e trasportati in Albania per il primo disbrigo delle loro pratiche.

Lo sbarco dei migranti in Albania vanificato dall’intervento giudiziario

         Da quella decisione, peraltro prevista per le posizioni attribuite in materia alla stessa giudice prima di occuparsene con un decreto giudiziario, sono nate polemiche furiose e uno scontro diretto fra il governo e i magistrati. Ai quali è destinato un decreto legge imminente che dovrebbe impedire loro la discrezionalità che si è presa la giudice Albano, e che rivendica l’associazione dei magistrati, di considerare sicuri o non scuri, difformemente anche dalla classificazione contenuta in un decreto interministeriale, i paesi dai quali provengono i clandestini e dove costoro potrebbero essere rimpatriati o no.

Dall’editoriale della Stampa di ieri

         “Una fesseria”, ripeto, viene definita o avvertita dal direttore della Stampa la priorità avvertita dai sondaggiati. Come una fesseria è considerata evidentemente anche la preferenza data due anni fa, proprio di questi tempi, dagli elettori conferendo la maggioranza dei seggi nel Parlamento rinnovato in anticipo al centrodestra. Che aveva messo fra le priorità appunto del suo programma il contrasto all’immigrazione illegale, agendo poi in modo da far credere all’elettorato in via di superamento le preoccupazioni.  Tanto da fare scendere la questione al ventesimo posto, appunto, delle priorità avvertite nei penultimi sondaggi.

Il direttore della Stampa Andrea Malaguti

         Quello che il direttore della Stampa mostra di non avere capito -o se lo ha capito, ha cercato di nasconderlo insultando di fatto, ripeto, i sondaggiati- è che ad allarmare nuovamente gli italiani è stata la decisione della giudice Albano, prima ancora della protesta del governo. Che può quindi ben sentirsi incoraggiato ora a reagire alla decisione giudiziaria rivendicando le sue prerogative nei modi consentiti dalla legge e dalla democazia.

La sondaggista Alessandra Ghisleri

         I magistrati, certo, non si sentono vincolati a conoscere e a soddisfare le urgenze avvertite dall’opinione pubblica, chiusi come sono nelle loro torri d’avorio dei tribunali, tagliando, cucendo e interpretando pezzi di norme e di sentenze di livello europeo. Ma un governo a queste urgenze deve sentirsi vincolato. Ed è qui tutto il senso dello scontro che si è riaperto, ammesso che si fosse mai chiuso, fra politica e giustizia. O fra governo e toghe. Che la Costituzione per fortuna esonera, ripeto, dal compito di governare, lasciato alla competenza, cioè al dovere, oltre che al diritto, di chi vi viene designato in libere elezioni in un altrettanto libero Paese.  Un Paese libero e sicuro, anche nella discrezionalità di giudizio rivendicata dai magistrati. 

La premier Giorgia Meloni

In Italia, si sa, la voglia di votare diminuisce continuamente.  E cresce invece la tentazione di disertare le urne. Dalle quali i cittadini vengono allontanati anche per l’impressione che essi avvertono che a governare siano destinati non i politici preposti elettoralmente ma altri. Che vengono generalmente chiamati “poteri forti”, fra i quali ci sono, volenti o nolenti, consapevoli o no, i magistrati e quanti li sostengono a prescindere, o quasi, da postazioni mediatiche e persino istituzionali. Che scambiano il carattere “autonomo e indipendente” dell’ordine giudiziario “da ogni altro potere”, come dice l’articolo 104 della Costituzione per una sovranità nella sovranità dello Stato: E inorridiscono a sentire la presidente del Consiglio appellarsi praticamente anche ai magistrati non per sostenere -come si è detto e scritto disinvoltamente- il programma del suo governo, ma per servire “la Nazione”, come lei preferisce definire quello che per altri è e deve rimanere solo un paese sfortunato.

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I rinforzi suicidi alla magistratura nello scontro col governo sui migranti

La vignetta di Repubblica

         Dalla decisione “pregiudiziale” della premier Giorgia Meloni alla decisione “abnorme” del ministro della Giustizia, ed ex magistrato Carlo Nordio, convinto che la giudice del tribunale di Roma Silvia Albano abbia “esondato” sgomberando di fatto i centri italiani realizzati in Albania. Cioè disponendo la partenza dei dodici migranti clandestini rimasti, dei sedici trasportati, per il primo disbrigo delle loro pratiche. Migranti clandestini che Ellekappa su Repubblica ha immaginato sostituiti dai magistrati invisi al governo e speduti per punizione sull’altra costa dell’Adriatico. Una vignetta si sa equivale ad un editoriale, più efficace e diretto.

Achille Occhetto ieri sera alla 7

         Se Ellekappa, pseudonimo di Laura Pellegrini, ha immaginato il governo deciso a tirare tanto dritto da mandare -ripeto- in Albania i magistrati, mancando i migranti liberati dalla giudice di Roma, il vecchio Achille Occhetto è corso in televisione da Massimo Gramellini, sulla 7, per fremere d’indignazione contro l’assalto che il governo starebbe facendo alla Costituzione, alla libertà, alla Repubblica. Altro che la vecchia e fallita “gioiosa macchina da guerra” allestita dall’allora segretario del Pds-ex Pci nel 1994 contro Silvio Berlusconi, arrivato lo stesso a Palazzo Chigi. E tornatovi poi due volte. A Occhetto mancava ieri sera, nel salotto televisivo di Granellini, solo un fucile a tracolla per salire poi in montagna, pur ai suoi 88 anni compiuti. E, debbo dire,  ben portati se consideriamo gli insuccessi inanellati nella sua carriera politica, tanto da essere rimosso a suo tempo dalla guida del partito da Massimo D’Alema.

Massimo Gramellini

         Soddisfatto, compiaciuto e quant’altro della spinta combattiva del suo ospite, Gramellini è poi rimasto senza parole, sgomento, quando due giornalisti arrivati in trasmissione -Alessandra Sardone e Beppe Severgnini- si sono permessi di rilevare il rischio che corrono le opposizioni di fare autorete con i loro rinforzi ai magistrati, lasciando tutto intero al centrodestra, senza più concorrenza tra i fratelli d’Italia della Meloni e i leghisti di Matteo Salvini, la linea del contenimento della immigrazione clandestina. La Meloni guadagnerà altri voti da questa faccenda, ha avvertito in particolare Severgnini, con l’esperienza che gli ha imbiancato tutti i capelli. E pensare che proprio ieri sul Fatto Quotidiano il mio amico Giovanni Valentini si chiedeva, incredulo, come e perché i sondaggi continuassero a premiare la Meloni nonostante i risultati per lui deludenti, a dir poco, del suo governo in ormai due anni di vita.

Dal Fatto Quotidiano

         Ma più ancora della incredulità di Valentini colpiva ieri sul Fatto un Marco Travaglio sempre più disinibito. Che ha reagito alle critiche del ministro della Giustizia alla giudice di Roma tornando a dargli del “Mezzolitro Nordio”, cioè dell’ubriaco. Lui pensa, Travaglio, di essere spiritoso. Non si rende conto di contribuire come pochi al fenomeno spiegato da Severgnini a Valentini. I cui cognomi fanno anche rima.

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La solita opposizione giudiziaria al solito governo non di sinistra

Da Libero

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano con le sue antenne di magistrato di lungo corso, di politico di opposizione e di governo, ora ben addentro anche ai servizi segreti già sfiorati quando fu sottosegretario al Ministero dell’Interno in due governi di  Silvio Berlusconi, non è stato certamente colto di sorpresa dal decreto giudiziario col quale la giudice Silvia Albano ha svuotato i centri appena appena aperti in Albania e disposto il trasferimento in Italia dei dodici ospiti rimastivi per poco, dei sedici complessivamente sbarcati. E di conseguenza, per quanto irritata, furente e com’altro l’hanno definita i giornali, neppure la premier Giorgia Meloni è caduta dalle nuvole fra il Libano e la Giordania dove è stata raggiunta dalla notizia di quello che La Stampa ha definito “naufragio Albania”.

Alfredo Mantovano

         Già una settimana fa, il 12 ottobre, quando ancora le strutture italiane in Albania erano un cantiere, sia pure arrivato alle rifiniture, Mantovano diceva al Foglio, a proposito della “impressione” ricavata alle prese con una “magistratura ideologizzata” in rotta di collisione col governo: “Non è tanto un’impressione, è una constatazione. Quando, per esempio, nella disciplina dei migranti un giudice dice e scrive nei provvedimenti che deve essere il giudice l’arbitro della decisione dei paesi cosiddetti sicuri, cioè dei paesi verso i quali può avvenire il rimpatrio dei migranti pervenuti illegalmente, mi pare che sia un’entrata a piedi uniti in un’area che non è la propria, perché la determinazione dei paesi sicuri viene fuori da un procedimento abbastanza complesso che spetta al governo. E’ un esempio fra i tanti. Ce ne potrebbero essere altri”.

Vignetta del Secolo XIX

         E’ esattamente ciò che è avvenuto col decreto giudiziario della giudice di Roma che temo finirà per essere chiamata ironicamente ma non troppo quella dell’incredulo, sprezzante “sicuro d’Egitto”, avendo trovato quel paese non abbastanza sicuro, appunto, per potervi rimandare gli egiziani, fra quei dodici, finiti in Albania per il disbrigo delle loro pratiche di migranti clandestini.

         Chissà se il nuovo, l’ennesimo conflitto esploso fra la giustizia e la politica -entrambe, per cortesia, con la minuscola, come poi vi spiegherò- servirà a dipanare una matassa aggrovigliatasi una trentina d’anni fa, quando la prima prevalse bruscamente sulla seconda nell’onda di “Mani pulite”. E delle piazze che applaudivano la ghigliottina allestita per decapitare la cosiddetta prima Repubblica.

Vignetta di ItaliaOggi

         Francamente ne dubito, anche se il Consiglio dei Ministri già annunciato dalla premier provvederà a rendere più stringente la competenza del governo nella individuazione dei paesi sicuri per il rimpatrio. E ad aprire le porte dei ricorsi contro le decisioni giudiziarie, come ha spiegato Mario Sechi l’altra sera a Otto e mezzo di Lilli Gruber, anche alla Corte Costituzionale per conflitto di competenza, e non solo ai gradi superiori della giurisdizione ordinaria.

         Ne dubito perché temo che la politica, ridotta al minuscolo cui ho accennato prima in un inciso,  non sarà mai unita nella difesa delle sue prerogative, cioè del ruolo primario assegnatole da costituenti di pur opposta opinione, ideologia e altro ancora come Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti,  e via scendendo di statura.

Gianfranco Fini

         La magistratura debordante, invasiva, “ideologizzata” per ripetere l’aggettivo usato dal Foglio intervistando Alfredo Mantovano, continuerà chissà per quanto tempo ancora a trovare nell’opposizione di turno una sponda quando entra in collisione col governo. La giudice di Roma che ha appena liberato i dodici migranti finiti nella struttura italiana in Albania è già stata issata metaforicamente sull’altare dalle opposizioni al governo Meloni. Negli anni di Berlusconi a Palazzo Chigi ci fu addirittura una parte della sua maggioranza, quella facente capo all’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, che praticamente fece da scudo ai magistrati mobilitati contro il presidente del Consiglio.

         Per la lunga pratica esondativa che le è stata permessa, scomodando spesso a torto la Costituzione, e con i presidenti della Repubblica abitualmente corsi ai congressi dell’associazione delle toghe, che è semplicemente un sindacato, non un’istituzione, una certa magistratura autoesoneratasi dall’obbligo della imparzialità o neutralità politica è diventata praticamente la protagonista della scena giudiziaria.

         Forse più che sulla forza di una Politica finalmente con la maiuscola, capace all’unisono, fra maggioranza e opposizione, di riprendersi quel che le spetta -e, ripeto. le fu conferito dai costituenti- bisogna scommettere sul cambio generazionale della magistratura. Scommettere cioè sulle giovani leve indisponibili a riconoscersi nel sistema emerso, per esempio, dalla vicenda Palamara e a perpetuarlo, magari in altro modo, meno sfacciato, ma sempre distruttivo di uno Stato davvero di diritto.

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Irritati ma non sorpresi a Palazzo Chigi per la giudice pro-migranti

La giudice Silvia Albano, del tribunale di Roma

A Palazzo Chigi se l’aspettavano. La decisione presa dalla giudice Silvia Albano, del tribunale di Roma, di trasferire in Italia i primi dodici migranti sbarcati in Albania per le operazioni preliminari alla definizione delle loro pratiche  è esattamente quella che una settimana fa il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, intervistato dal Foglio, aveva praticamente messo nel conto protestando contro la pretesa dei magistrati -peraltro suoi colleghi- di giudicare loro i paesi sicuri di provenienza o di rimpatrio dei migranti clandestini. Che il governo ritiene invece essere di sua esclusiva competenza per un decreto interministeriale adottato a suo tempo.

         L’Egitto e il Bangladesh da cui provengono i dodici migranti trasportati nei centri allestiti dall’Italia in Albania  non sono stati considerati sicuri, o del tutto sicuri, dalla giudice Albano. Che ha perciò disposto il trasferimento  dei dodici  in Italia non potendo essere respinti. E avendo diritto, proprio per la mancanza di sicurezza nei loro paesi, alla protezione internazionale negata invece dalle autorità amministrative italiane.

Da Repubblica

         La premier Meloni, raggiunta dalla notizia fra il Libano e la Giordania, in una missione peraltro servita anche a supplire alla sgradevole esclusione da un vertice a quattro fra americani, francesi, tedeschi e inglesi sulla guerra in Ucraina, oltre a protestare contro la “decisione pregiudiziale” della giudice di Roma ha annunciato per lunedì una riunione del Consiglio dei Ministri. Dove intende rendere più stringente la competenza del governo nella valutazione della sicurezza dei paesi di provenienza dei migranti. Più stringente, in particolare, con una legge d’urgenza che, sostituendo il decreto interministeriale in vigore, renderebbe possibile ricorrere anche alla Corte Costituzionale, oltre che ai gradi superiori della magistratura ordinaria, giù prenotati dal ministro dell’Interno, contro le decisioni giudiziarie di prima istanza.

         Al di là di questi aspetti giuridici della questione, si è aperto l’ennesimo scontro fra politica e magistratura. Anzi, fra governo e magistratura, potendo quest’ultima contare sistematicamente in questi casi sull’aiuto delle opposizioni di turno, accomunate dall’abitudine di usare la stampella giudiziaria nelle loro azioni politiche di contrasto. Lo dimostra il processo in corso a Palermo per il ritardato sbarco di 147 migranti nel 2019 disposto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Matteo Salvini a Palermo per il processo Open arms

A questo processo, dove sono stati chiesti dall’accusa sei anni di carcere per l’imputato, si è arrivati per l’autorizzazione concessa a suo tempo dal Senato col voto determinante dei grillini di sapore ritorsivo, dopo la crisi del primo governo di Giuseppe Conte. Che fu provocata nell’estate di quel 2019 da un Salvini eccitato, diciamo così, dal successo appena conseguito nelle elezioni europee. Che avevano portato d’un colpo la Lega dal 17 per cento delle elezioni politiche dell’anno precedente al 34.

L’antirenzismo dopo l’antiberlusconismo, l’anticraxismo, l’antileghismo

Dal Dubbio

Morto e cremato da più di un anno Silvio Berlusconi, lo “psiconano” dileggiato sulle piazze da Beppe Grillo prima che ne scoprisse i voti che continuava a prendere da defunto e li rinfacciasse al non più garantito Giuseppe Conte, il mondo pentastellato ha adottato come suo irriducibile nemico Matteo Renzi. Come una trentina d’anni il mondo comunista – post-comunista, considerando i cambi di nome e di simboli del Pci dopo il crollo del muro di Berlino e di ciò che esso aveva rappresentato- rivolse tutto il suo astio contro Bettino Craxi e, più in generale, i socialisti. Che potevano al massimo bussare uno alla volta alle porte della sinistra, ed assurgere anche a qualche carica istituzionale o di governo -dalla presidenza del Consiglio alla presidenza della Corte Costituzionale, entrambe assegnate a Giuliano Amato, per esempio- ma mai pensare di ricostituire davvero il loro partito e rimetterlo nel mercato elettorale. “Bisogna che non ritrovino il gusto di raccogliere voti”, venne una volta attribuito, non so francamente se a torto o a ragione, a Massimo D’Alema prima che Renzi si proponesse di rottamarlo.

Dal Fatto Quotidiano di ieri

         Mi ha colpito quel richiamo liberatorio  ieri sulla prima pagina del Fatto Quotidiano di un articolo che riferiva all’interno la esclusione, mancanza e quant’altro del simbolo del partito di Renzi nelle elezioni regionali del mese prossimo in Umbria ed Emilia Romagna. Neppure in Liguria, dove si voterà fra una quindicina di giorni, sono state notoriamente accettate tracce renziane, si vedrà con quali effetti sui risultati della corsa dell’ex ministro del Pd Andrea Orlando alla presidenza della regione dopo la caduta per via giudiziaria di Giovanni Toti. Che si è rassegnato al patteggiamento per corruzione impropria allo scopo di sottrarsi al processo per corruzione non impropria allestitogli col rito accelerato dopo indagini durate quattro anni e condotte con i sistemi più invasivi: dal trojan intercettativo alla carcerazione preventiva.

Goffredo Bettini con Elly Schlein e Andrea Orlando

         Renzi è naturalmente, e comprensibilmente, il primo ad augurarsi che la corsa di Orlando in Liguria vada a sbattere contro i voti, pochi o molti che potranno essere, degli elettori della sua Italia Viva rimasti senza candidati perché discriminati da Conte in persona con il consenso dello stesso Orlando e, soprattutto, della segretaria del Pd Elly Schlein.  Alla quale Goffredo Bettini, sempre attivo dietro e davanti alle quinte del Nazareno, ha appena consigliato pubblicamente comprensione nei riguardi delle esigenze tattiche e strategiche del presidente delle 5 Stelle, assecondandolo quindi nelle azioni di contrasto a Renzi e non scambiando quest’ultimo per la personalità più rappresentativa dell’area moderata o centrista dello schieramento alternativo all’attuale governo.

Francesco Rutelli e Goffredo Bettini

         Piuttosto che a Renzi, e a Carlo Calenda, anche lui forse troppo polemico con Conte, bisognerebbe continuare o tornare a scommettere e a premere, secondo Bettini, su Francesco Rutelli per costruire la gamba di centro di un tavolo antimeloniano. E smetterla, sempre secondo Bettini, di sognare un distacco di Forza Italia dal centrodestra.

         L’antimelonismo, l’antirenzismo,  l’antiforzismo, naturalmente l’antisalvinismo e, più in generale, l’antileghismo, a dispetto dei tempi in cui un ancora influente Massimo D’Alema vedeva nella Lega di Umberto Bossi “una costola  della sinistra” caduta per errore nel campo di Silvio Berlusconi nel 1994. E tornatavi dopo una rottura durata cinque anni, nonostante nel frattempo lo stesso D’Alema e il suo successore a Palazzo Chigi, Giuliano Amato, avessero regalato al Carroccio, con la riforma del titolo quinto della Costituzione, l’ampliamento delle competenze regionali. Da cui è derivata la legge sulle autonomie differenziate impugnata dalle opposizioni col referendum e con alcuni ricorsi regionali alla Corte Costituzionale. Anti, anti, dicevo. Tutto contro, in un corpo a corpo infinito in cui Conte pensa di avere forse anche il fisico, oltre che le carte migliori per essere la punta più avanzata. O, come disse il già ricordato Bettini nel 2020, “il punto più alto di riferimento dei progressisti in Italia”.

La tomba di Bettino Craxi ad Hammamet

Di solito tuttavia il corpo a corpo in politica finisce male anche quando sembra riuscito bene per chi lo aveva voluto. Come accadde nel secolo scorso con l’anticraxismo finito nella vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, il più vistoso amico del leader socialista nel frattempo ritiratosi ad Hammamet per morirvi da esule, o da latitante per i suoi nemici.

Pubblicato sul Dubbio

I conti di Conte che non tornano negli attacchi alla manovra finanziaria

Dal blog personale di Beppe Grillo

         Giuseppe Conte, “con tutte le umoralità del caso” rimproverategli anche da un critico indulgente come Piero Ignazi su Domani, fa concorrenza alla segretaria del Pd Elly Schlein sul doppio fronte della politica estera e della politica economica. E’ in gioco la leadership dell’alternativa pur di là da venire, in un campo delle dimensioni variabili, secondo gli umori appunto di Conte. Che le lascia aumentare o le riduce guardando anche alla crisi dei suoi rapporti con Beppe Grillo all’interno del MoVimento 5 Stelle, a rischio di un’altra scissione. “#Riprendiamoci le nostre battaglie”, gli grida oggi l’ancora garante e consulente a contratto del movimento dal suo blog personale.

Dalla Stampa

         Stimolato anche da questa pressione, Conte ha indicato nella manovra appena varata dal governo “un imbroglio”. Ma a smentirlo c’è un economista indipendente che lo stesso Conte ha ben conosciuto e apprezzato avendolo avuto nel suo primo governo, di colore gialloverde, come ministro    dell’Economia e delle Finanze, come si diceva allora: il professore Giovani Tria.  Che aiutò l’esordiente e imprevisto presidente del Consiglio nel più difficile e stretto passaggio dei rapporti con l’Unione Europea giocando sui decimali di un 2,4 per cento di sforamento di un parametro diventato alla fine 2,04.

Dal Foglio d ieri

         Con la competenza che non ha perduto con la fine della sua esperienza ministeriale, sostituito nel secondo governo Conte con l’attuale sindaco piddino di Roma Roberto Gualtieri, il professore Tria ha assicurato in una intervista al Foglio che “anche questa legge di bilancio ci dice che Giorgetti sta gestendo bene i conti pubblici”. Si tratta non di un omonimo ma dello stesso uomo conosciuto e frequentato dall’allora ministro Tria come sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel primo governo di Conte.

Conte, Tria e Giorgetti una volta insieme, e felici

Una foto galeotta rimasta impietosamente negli archivi internettiani  sorprese insieme i tre uomini compiaciuti e felici ai banchi del governo nell’aula del Senato. Da allora sono passati sei anni: non so se troppi o troppo pochi.  Ma chissà quanti anni dovranno ancora trascorrerne perché Conte si rassegni finalmente allo sfratto del 2021 da Palazzo Chigi. E rinunci all’ambizione, da cui si schermisce inutilmente davanti ai microfoni, di tornarvi con qualche “accrocco”, come Davide Giacalone sulla Ragione ha definito con ironia dichiaratamente benevola la manovra finanziaria protetta dal provvidenziale “vincolo esterno” e vissuta invece da Conte come una tragedia, oltre che come un imbroglio. Una tragedia quasi pari a quelle delle guerre che assediano l’Italia e in qualche modo la coinvolgono:  in Ucraina sostenendola dall’aggressione della Russia, in Medio Oriente presidiando purtroppo inutilmente con altri paesi sotto le insegne dell’Onu  zone sui confini tra Libano e Israele da dove le milizie terroristiche di Hezbollah devastano territori ebraici e i  loro abitanti.

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Enrico Berlinguer e la sua questione morale visti da lontano

Da Libero

Pur in debito professionale con Enrico Berlinguer per quello storico ”esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre”, cioè del comunismo, strappatogli in una tribuna politica televisiva di fronte al  regime militare autoimpostosi dalla Polonia alla fine del 1981 per  evitare una occupazione sovietica, non mi piacciono né mi convincono le ricorrenti santificazioni del leader comunista. Neppure quella riproposta più ancora che dal film su di lui appena presentato al festival romano del cinema, da certi commenti che gli sono stati dedicati. Come quello che intesta a Berlinguer la palestra della buona politica chiusa o tradita dopo la sua morte.

Enrico Berlinguer in braccio a Roberto Benigni

         Con tutto il rispetto dovutogli, per carità, e anche con la simpatia che ancora mi procura, ogni volta che la ritrovo nelle ricerche di lavoro, quella foto che lo riprese sulle braccia di un giovane Roberto Benigni, imitato molti anni dopo da un ben più possente Guido Crosetto        con un’ancora più gracile Giorgia Meloni, continuo ad attribuire alla buonanima di Berlinguer, consapevole o inconsapevole che fosse stato, il ritorno in qualche modo del qualunquismo negli anni Ottanta, dopo la lontana  fine di quello di Guglielmo Giannini.

L’ultimo comizio di Enrico Berlinguer

La famosa “questione morale” nella quale fu incartata la celebre intervista di Berlinguer a Eugenio Scalfari, il 28 luglio 1981, a me sembra ancora oggi, o ancor più oggi, dopo tutto quello che è accaduto, la premessa o l’apertura di una stagione moralistica. Che si è tradotta nella delegittimazione della politica, nella sua rappresentazione, quando praticata da avversari, come di un’attività ai confini della malavita, e persino oltre. Come si gridava nelle piazze fra il 1992 e il 1993 inneggiando alle manette che scattavano ai polsi dei politici della cosiddetta Tangentopoli, molti dei quali poi assolti o neppure processati.  Berlinguer non c’era più, ma era cresciuto quello che egli aveva seminato nell’immaginario collettivo rivendicando orgogliosamente la “diversità” del suo partito rispetto a tutti gli altri. A cominciare dalla Dc, con la quale egli si era pure accordato fra il 1976 e le prime settimane del 1979 per la parentesi della “solidarietà nazionale” gestita da due governi monocolori di Giulio Andreotti.

Giorgio Napolitano

         Delle conseguenze di quella diversità, immediate sul piano delle alleanze e in prospettiva sul piano della cultura e della lotta politica, si resero conto subito anche dirigenti del partito di Berlinguer come Giorgio Napolitano. Da cronista parlamentare del Giornale di Indro Montanelli raccoglievo sfoghi riservati di deputati e senatori del Pci contro l’aureola nella quale si era avvolto il loro segretario isolandosi. La sua morte -e che morte, sul campo praticamente di un comizio nella campagna elettorale del 1984 per il rinnovo del Parlamento europeo- ridusse tutti nel Pci al silenzio. E al pianto.

         La diversità del suo partito dagli altri fu vantata, sventolata come una bandiera, da Berlinguer mettendo la pietra tombale sull’esperienza già ricordata della solidarietà nazionale, come per spiegarne e motivarne la fine. Che era stata d’altronde da lui stesso interrotta nel 1979, ma non per questioni morali, bensì un po’ per i voti costati al suo partito l’appoggio esterno ai governi monocolori democristiani, un po’ per la morte -e che morte, pure quella- del principale tessitore dei rapporti col Pci da parte della Dc, cioè Aldo Moro, e un po’, o forse soprattutto, dalla indisponibilità comunista ad accettare il riarmo missilistico della Nato imposto dal vantaggio acquisito dal blocco sovietico puntando gli SS 20 contro le capitali dell’Europa occidentale.

         Eppure era stato proprio Berlinguer, in una celebre intervista a Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera, ripresa solo parzialmente dall’Unità, a parlare della Nato come di un ombrello sotto il quale i comunisti italiani avrebbero dovuto o potuto sentirsi protetti, dato il rapporto subordinato con i partiti comunisti “fratelli” che si concepiva e praticava a Mosca.

         Quando si trattò, con una convergenza soprattutto fra tedeschi e americani, di riparare quell’ombrello compromesso dal vantaggio del blocco dell’Europa dell’est, Berlinguer si tirò indietro. E il Pci alimentò le piazze mobilitate all’insegna del solito pacifismo a senso unico.

         Ricordare queste cose può risultare comprensibilmente scomodo, e persino ingiusto, per i cultori del mito berlingueriano, con o senza la tessera d’iscrizione al Pd su cui quest’anno sono riprodotti proprio gli occhi del leader comunista, ma credo sia doveroso per una cronaca o storia onesta.

Pubblicato su Libero

Un pò di esplorazione nella “palestra” del compianto Enrico Berlinguer

Già promosso a santino da Elly Schlein stampandone gli occhi sulla tessera di iscrizione del 2024 al Pd, Enrico Berlinguer è stato promosso a santo della sinistra, anzi della politica.

Da Repubblica

         “Enrico Berlinguer che fa ginnastica. Così inizia Berlinguer, la grande ambizione, il film di Andrea Segre che ha aperto ieri la Festa del Cinema di Roma. E’ quasi una promessa allo spettatore: entra in questa storia e farai due ore di palestra politica con il miglior personal trainer e alla fine l’emozione sarà pari al guadagno intellettuale. Il grande merito di questo film sul leader più amato dal popolo è la ricostruzione di come si fa la politica”, ha scritto Stefano Cappellini su Repubblica devotamente, a dir poco.

Dall’Unità

         Neppure l’Unità, nella versione riportata in edicola da Piero Sansonetti, è stata così generosa nel ricordo del leader comunista con quel titolo in rosso che propone “Il Noi di Berlinguer contro l’Io di oggi”. Un singolare egocentrico che accomuna sinistra, destra e soprattutto il centro, affossato dagli scontri furiosi fra gli uomini che due anni fa lo avevano proposto agli elettori come terzo polo: Carlo Calenda e Matteo Renzi.

L’attore Elio Germano nei panni di Enrico Berlinguer

         Dei morti, per carità, si deve avere sempre rispetto. Ma se ne può anche avere un ricordo diverso da quello solo enfatico di una cronaca propagandistica. La palestra -per restare all’immagine di Cappellini- che io ricordo di Enrico Berlinguer comprende di certo i tempi dei sacrifici impopolari che egli seppe accettare e difendere in condizioni difficilissime per il Paese, a costo di subire i fischi degli scioperanti sotto le finestre di casa raccolti da Giorgio Forattini in una vignetta celebre, forse più ancora di quella su Fanfani che salta come il tappo da una  bottiglia di champagne dopo la sconfitta referendaria sul divorzio. Ma in quella palestra c’è anche l’involuzione, secondo me, degli ultimi tre anni di vita del segretario più storico del Pci dopo Palmiro Togliatti.

Enrico Berlinguer ed Aldo Moro ai tempi della “solidarietà nazionale”

         C’è quella intervista ad Eugenio Scalfari del 28 luglio 1981 rilasciata da un Berlinguer deciso a chiudere a doppia mandata la politica di cosiddetta solidarietà nazionale con la Dc, da lui stessa interrotta due anni prima pur di non sostenere il riarmo missilistico della Nato.  Sotto il cui ombrello egli aveva pur detto di sentirsi “più sicuro”. Quel riarmo, imposto dai missili che da est erano stati puntati contro le capitali dell’Europa occidentale, fece poi cadere il comunismo sotto il muro di Berlino senza sparare un colpo.

  Berlinguer coprì quel ritiro dalla solidarietà nazionale scoprendo, fra lo stupore di dirigenti comunisti come Giorgio Napolitano, una incompatibilità quasi genetica del Pci con gli altri partiti. La questione da lui sollevata fu definita “morale”. E segnò, a mio avviso, l’inizio della campagna di delegittimazione moralistica degli avversari e, più in generale, della politica. Una campagna proseguita anche dopo la scomparsa di Berlinguer e mai cessata, pur essendo morti i vecchi partiti ed essendone nati di nuovi.

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