Eccezionale testimonianza d’accusa al falso mito di “Mani pulite”

Dal Corriere della Sera di ieri

Finalmente. A 32 anni di distanza dalle falsamente mitiche “mani pulite”, destinate a travolgere la cosiddetta prima Repubblica, l’onestissimo post-comunista Giovanni Pellegrino -che all’epoca era presidente della giunta delle immunità del Senato, dove approdavano le richieste della magistratura contro i politici indagati per corruzione, concussione eccetera eccetera- ha raccontato in una intervista al Corriere della Sera la verità, tutta la verità nei dettagli politici più clamorosi. Sbagliando però il finale ottimisticamente dicendo che il piano teso a imporre “il primato del potere giudiziario”, come lui lo ha chiamato, non si è realizzato per merito, iniziativa e quant’altro della stessa magistratura. Che avrebbe saputo trovare al suo interno la forza di resistere alle spinte estremistiche.

Il racconto dell’ex senatore Giovanni Pellegrino

         “La magistratura -ha detto, in particolare, Pellegrino- è un potere diffuso. Ognuno fa come gli pare. Infatti la Procura di Brescia colpì Di Pietro, che aveva ambizioni politiche”, solo in parte realizzate diventando “ministro di Prodi e poi leader di partito”, come lo ha interrotto l’intervistatore Francesco Verderami. “Ma la sua ambizione -lo ha interrotto a sua volta Pellegrino- era diventare presidente del Consiglio”.

         “Se penso a quegli anni -ha continuato e insistito Pellegrino- mi viene da piangere. Mani pulite non realizzò il suo disegno ma distrusse il sistema dei partiti. Avevo stima dei magistrati di Milano. Borrelli lo guidava benissimo. Ma il loro principio, che si basava sul primato del potere giudiziario, era in contrasto con il disegno costituzionale”.

Massimo D’Alema

         Le prime preoccupazioni contro quel “principio” sovversivo avvertito dalla sua postazione parlamentare Pellegrino le espose ad un Massimo D’Alema che conosceva già bene e dal quale forse si aspettava comprensione. Ma D’Alema lo deluse parlandogli di una “rivoluzione” ormai avviata, per la quale si potevano pagare anche i prezzi degli eccessi: dalle manette ai processi surreali. E allo scambio per corruzione di qualsiasi finanziamento illegale o irregolare: un fenomeno praticato da tutti -ma proprio tutti- i partiti in campo, compreso quello di Pellegrino e D’Alema, ha spiegato e raccontato lo stesso Pellegrino.  

Magistrati di “Mani pulite” in galleria a Milano

         Poi, quando in un momento stagionale di riposo o distrazione una magistrata a Milano -la famosa Tiziana Parenti, destinata anch’essa ad un’esperienza politica, ma sul versante opposto a quello di D Pietro- prese di mira il segretario amministrativo del Pds-ex Pci, D’Alema si svegliò da quella specie di sonno in cui, secondo Pellegrino, lo aveva messo “Luciano”, cioè Violante, dicendogli che il già partito comunista sarebbe stato praticamente risparmiato dalla rivoluzione giudiziaria. Egli spronò quindi Pellegrino a parlare e a muoversi contando su di lui, che non poteva esporsi più di tanto in prima persona avendo sulle spalle il fiato giustizialista dell’allora segretario del partito, Achille Occhetto.

Da Libero

         Ho avuto l’occasione di conoscere Pellegrino quando gli toccò di presiedere la commissione parlamentare di indagine sulle stragi impunite. E ci trovammo d’accordo nella valutazione di alcuni misteri -rimasti ancora tali- della tragedia di Aldo Moro, che fu possibile anche per la capacità avuta dal terrorismo di infilarsi nelle maglie dello Stato. Intuisco pertanto quanto possa essere costato umanamente, oltre che politicamente, all’ex parlamentare della sinistra parlare finalmente di “mani pulite” come ha fatto col Corriere. Cioè lamentando e sotto certi aspetti denunciando limiti e colpe della sua parte politica in quella che io considero -diversamente da lui- la resa finale della politica ad una magistratura avida di potere. Una magistratura che -credo, non a caso- attraverso i suoi organismi sindacali sostenuti dal solito e solido schieramento mediatico sta respingendo come una “vendetta” e un attacco alla Costituzione la riforma della giustizia appena proposta dal governo.

Essa osa -pensate un po’- tentare davvero, questa volta che ci sono i numeri parlamentari per farlo, di separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. E applicare il principio del “processo giusto” introdotto nella Costituzione nel 1999: un processo “nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità davanti a giudice terzo e imparziale”. Ciò che manca, direi, alla sconfitta vera del progetto di “mani pulite” di imposizione del potere giudiziario su ogni altro, a cominciare dalla politica per finire con l’informazione. Sì, anche l’informazione, che ora scimmiotta la resistenza di certa magistratura alla prospettiva di rientrare nei ranghi immaginati dai padri costituenti.

Il tempo probabilmente non è trascorso invano.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it

La festa della Repubblica guastata dall’ormai solita Lega di Salvini

Mattarella ai prefetti

La festa della Repubblica è stata rovinata dalla Lega, esasperata in una rivendicazione di sovranismo nazionale a pochi giorni dalle elezioni -sabato e domenica prossimi- per il rinnovo del Parlamento europeo. Un Parlamento nel quale il Capo dello Stato Sergio Mattarella, parlando ai prefetti, aveva visto e indicato “la sovranità” -testuale- della “più ampia comunità dell’Unione Europea cui abbiamo deciso di dar vita con gli altri paesi liberi del continente”. Un’estensione interpretativa -ha cercato di spiegare il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- dell’articolo 11 della Costituzione, che prevede “limiti alla sovranità” quando si aderisce a organizzazioni internazionali finalizzate alla pace.

Salvini e Borghi d’archivio

         Il senatore leghista Claudio Borghi, non nuovo a sortite sovranistiche e sofferente -diciamo così- sin dalla creazione dell’euro, ha diffuso un tweet contro Mattarella prospettandone le dimissioni “se pensa davvero -ha scritto- che la sovranità sia dell’Unione Europea e non dell’Italia”.

Da Repubblica

         Intervistato da Monica Maggioni, della Rai, il leader leghista Matteo Salvini non si è lasciato trattenere dalla doppia carica di governo che ricopre come vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture. Pur con l’aria di non avere letto il tweet dell’amico e collega di partito, ed evitando di parlare pure lui di dimissioni di Mattarella, ha sostanzialmente ripetuto concetti e proteste di Borghi sull’eccesso, diciamo così, di sovranità europea in cui sarebbe incorso il presidente della Repubblica. “Rincara la dose”, ha titolato Repubblica.

I vertici dello Stato alla parata del 2 giugno

         Alle opposizioni, ma anche a componenti della maggioranza di governo come la Forza Italia del vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, non è parso vero di potere spargere benzina sul fuoco, o immergere il cucchiaio nella brodaglia. E di contribuire così anche loro a guastare la festa della Repubblica appena conclusasi con la parata militare ai Fori Imperiali e le frecce tricolori svettanti nel cielo di Roma pur disturbato dalle nuvole. Che sono state niente rispetto a quelle politiche addensatesi sulla parte finale di questa lunghissima campagna elettorale cominciata ben prima del suo inizio formale.

Dal Corriere della Sera

         La premier Giorgia Meloni, alla quale il Corriere della Sera ha attribuito una “richiesta di marcia indietro” a Salvini, avrebbe fatto volentieri a meno di questa “bufera”, come ha titolato lo stesso Corriere. Ma le è toccata anche questa ciliegina tossica sulla torta del voto del’8 e 9 giugno. Si vedrà se e con quali effetti sull’affluenza alle urne e sul risultato di ciascun partito, di maggioranza e di opposizione, in una competizione a sistema completamente proporzionale.

Amintore Fanfani

         Ai suoi tempi Amintore Fanfani invitava perentoriamente e toscanamente i suoi amici di partito a coprirla quando la facevano grossa. Chissà se la Meloni lo sa  ed è in grado, o le viene voglia, di imitarlo in romanesco. 

La Meloni non si diverte ma neppure si annoia a Palazzo Chigi e dintorni

Da Repubblica

         Neppure la festa della Repubblica ha attenuato l’ossessione di un certo antifascismo nei riguardi di Giorgia Meloni ospite di Sergio Mattarella al Quirinale, fra saloni e giardini. Stefano Cappellini, che evidentemente contende sulle pagine di Repubblica, quella di carta, a Massimo Giannini il primato dell’avversione alla premier, ne ha raccontato e commentato così la presenza, partecipazione e quant’altro alla festa sul Colle: “In fondo, una Repubblica l’aveva creata già Lui, Repubblica sociale italiana, Rsi, e bastò cambiare una lettera per avere il partito madre, o padre, di Fdi”, cioè dei fratelli d’Italia.

Meloni al comizio in Piazza del Popolo

         “Lui” naturalmente è Benito Mussolini. La “lettera” cambiata è la M -sempre come Mussolini- che avrebbe consentito il passaggio dalla Rsi alla sigla del Movimento Sociale: Msi. Tutto torna nella immaginazione e quant’altro di Cappellini. Che non si è lasciato distrarre neppure dall’abito appena indossato dalla Meloni, correndo  alla festa al Quirinale, per dimenticare la tenuta di combattimento, diciamo così, lasciata in Piazza del Popolo, sempre a Rona. Dove la premier aveva  arringando la folla degli elettori del voto europeo di sabato e domenica prossimi. Un comizio nel quale Cappellini è riuscito a intravvedere “il manganello, solo dialettico, per carità”. Il manganello evidentemente avvertito, sempre metaforicamente, nell’urlo levatosi sotto il Pincio dalla Meloni verso la lontanissima segretaria del Pd Elly Schlein per farla dissociare almeno dal candidato della sinistra alla presidenza della nuova commissione europea che aveva appena negato alla premier italiana il diritto di sentirsi democratica.

Elly Schlein

Niente. Elly non solo non l’ha difesa- come non difese la Meloni dalla “stronza”, “stracciarola” eccetera affibbiate a suo tempo alla premier dal governatore piddino della Calabria Vincenzo De Luca- ma ha aggiunto di suo l’accusa alla rivale politica  di “togliere la libertà” agli italiani, tra premierato, separazione delle carriere giudiziarie e altro. E’ l’antifascismo, bellezza.

Dal Corriere della Sera

         Appartiene un po’ a questo filone ossessivo anche l’ironica domanda rivolta alla Meloni, proprio nei giardini del Quirinale, da un apparentemente spiritoso Francesco Rutelli: “Ti diverti?”, evidentemente a Palazzo Chigi e dintorni. E lei: “Non mi annoio, ma tra un non mi annoio e un mi diverto ne passa”.

Francesco Rutelli

Non si annoiava neppure Rutelli quando era sindaco di Roma e poi vice presidente del Consiglio e ministro di Romano Prodi e infine cofondatore del Pd. Dal quale i post-comunisti lo fecero scappare, senza più farlo tornare indietro, quando decisero di fare di quel partito solo o soprattutto la prosecuzione del Pci. Fu troppo anche per Rutelli, di provenienza o formazione radical-pannelliana.

Ripreso da http://www.startmag.it

Il curioso antifascismo di chi rimpiange il codice Rocco fascistissimo

Da Libero

Fra i morti evocati nelle polemiche sulla riforma costituzionale della giustizia appena varata dal governo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, e di Carlo Nordio in via Arenula, ce n’è uno è sfuggito ai titoli dei giornali.  Che sono stati tutti concentrati -nel bene e nel male- su Silvio Berlusconi, Bettino Craxi, Giovanni Falcone e Licio Gelli, in ordine semplicemente alfabetico, senza voler fare torto a nessuno di loro, e tanto meno metterli davvero insieme.

Pier CamilloDavigo

         Pier Camillo Davigo -sì, proprio lui, il “dottor Sottile” del pool milanese mani pulite del 1992, come lo definivano i colleghi ammirati della sua preparazione, poi spinto da circostanze più o meno diaboliche dall’altra parte del bancone della giustizia come imputato- sta tentando inutilmente di trascinare nel processo alla riforma anche il compianto Giuliano Vassalli. Vi ha tentato -se non mi sono sfuggiti altri interventi- prima sul Fatto Quotidiano e poi sul Corriere della Sera con un’intervista in cui si è, fra l’altro, contrapposto al collega di un tempo Antonio Di Pietro. Al quale tuttavia, pur dissentendo dalla valutazione favorevole alla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, egli ha riconosciuto la “ragione” quando contesta i richiami a Berlusconi e Craxi per liquidare una riforma che sarebbe “sbagliata di suo”.

Davigo e D Pietro d’archivio

Già in questo però Davigo si contraddice perché agli altri morti lui, nel tentativo di demolizione del progetto governativo, ha sostanzialmente aggiunto o persino sovrapposto Vassalli, appunto Dalla cui riforma del processo penale, entrata in vigore nel 1989, quando Vassalli era ministro della Giustizia, prima che passasse alla Corte Costituzionale, sarebbe nato un lungo elenco di inconvenienti. Chiuso per ora dalla prospettata separazione delle carriere dei magistrati del giudizio e dell’accusa. Chissà cos’altro dovremmo ancora aspettarci.

         Fra gli inconvenienti della riforma della buonanima di Giuliano Vassalli ci sarebbe da mettere, sempre secondo Davigo, la correlata modifica dell’articolo 111 della Costituzione. Che dal 1999 parla di “giusto processo regolato dalla legge”, da svolgersi “nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”, e di “ragionevole durata”.

Carlo Nordio

         Il processo precedente a questo articolo della Costituzione e alla riforma Vassalli del 1989, come ricorda spesso Carlo Nordio aggiungendo anche la memoria della medaglia della Resistenza a Vassalli, era quello disciplinato sotto il fascismo nel 1930 dal giurista Alfredo Rocco.

Alfredo Rocco

          Da tutto ciò si deve dedurre, se la logica ha ancora un senso, un valore, chiamatelo come volete, che l’antifascismo militante, secondo il quale la Meloni ci starebbe riportando al fascismo anche con la separazione delle carriere giudiziarie, oltre che col premierato e tutto il resto, è semplicemente impazzito. Esso dimentica che l’indipendenza, l’autonomia e quant’altro della magistratura minacciate ora dalla Meloni e dalle sue squadracce in nuce, tra Parlamento e piazze, tra sberleffi e comizi, costituiscono un’eredità lasciata alla Democrazia e alla Repubblica, con le dovute maiuscole, dal fascistissimo codice Rocco.

         Avrei ancora altro da scrivere, ma non riesco ad andare oltre, scusandomi col direttore e col pubblico di questa brevità d’intervento, perché in preda ad una incontenibile voglia mista di riso e di sdegno, naturalmente antifascista. Mi chiedo se sia troppo provocatorio un invito alla riflessione all’agguerritissima associazione nazionale -e combattentistica, direbbe Sabino Cassese- dei magistrati.

Pubblicato su Libero

Cronache un pò surreali al di là e al di qua dell’Oceano Atlantico

Joe Biden

         Oddìo, che succede? Il fascismo così a stento trattenuto in Italia dagli avversari del governo Meloni, che ne vedono l’ombra e sentono la puzza di giorno e di notte, qualsiasi cosa dica la premier, anche quando riconosce nel centenario dell’ultimo discorso di Giacomo Matteotti il suo assassinio per mano fascista, è improvvisamente sbarcato negli Stati Uniti fra le proteste di Donald Trump. Che ne ha visto il segno e sentito la puzza, pure lui, nella condanna appena subita per i suoi pasticci fra sesso e politica che rischiano -ahimè- di azzopparlo nella corsa per il ritorno alla Casa Bianca al posto di quello “stupido” che ora vi lavora: Joe Biden.

Fabio Panetta

         Il fascismo, questa volta rientrando in Italia, si è fatto avvertire nel palazzo della Banca d’Italia. Dove il governatore Fabio Panetta nella sua prima relazione annuale ha regalato all’uditorio “Considerazioni Finali”, al maiuscolo della tradizione, “e pre elettorali”, al minuscolo: parola di Massimo Giannini, naturalmente su Repubblica.

Da Repubblica

         La colpa di Panetta sarebbe a monte, diciamo così. La sua scommessa sul destino per niente declinante dell’Italia, che è nella “crescita” vantata da Libero diretto dall’ex portavoce di Palazzo Chigi Mario Sechi, come ricordano o gli rinfacciano spesso nel salotto televisivo di Lilli Gruber che lo invita spesso per le sue edizioni di tutti contro uno; la colpa di Panetta, dicevo, è di essere arrivato al vertice della Banca d’Italia dopo essere stato corteggiato dalla Meloni come ministro dell’Economia.

Marina Berlusconi

         A poche centinaia di metri di distanza dalla Banca d’Italia, in salita, c’è il Quirinale. Dove l’imprevedibile Sergio Mattarella, distraendosi o sciogliendosi dal “gelo” attribuitogli nell’approccio alle riforme costituzionali o soltanto ordinarie del governo Meloni, ha nominato fra i nuovi Cavalieri del Lavoro addirittura Marina Berlusconi. Sì, proprio lei, la figlia di Silvio, ai cui funerali di Stato l’anno scorso Mattarella partecipò con la solita compostezza. Un Berlusconi, pure lui a suo tempo Cavaliere del Lavoro, cui neppure da morto l’antifascismo militante ha perdonato di avere sdoganato fra il 1993 e il 1994 l’ancòra Movimento Sociale di un Gianfranco Fini cresciuto alla scuola di Giorgio Almirante. Del quale si potevano accettare di nascosto i voti in Parlamento, durante la cosiddetta prima Repubblica, solo quando servivano ad eleggere un capo dello Stato sgradito alla sinistra. E quando li si erano accettati anche per l’appoggio al governo di Fernando Tambroni, peraltro concepito al Quirinale per preparare addirittura il centrosinistra, tutto era finito nel sangue sulle piazze.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

         Tacitaniamente, dallo storico, oratore e senatore romano Tullio Cornelio Tacito, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio ha commentato il Cavalierato “ereditario” della figlia di Berlusconi scrivendo che ormai “bisognerà anche ricalibrare l’allarme sul premierato”, perché “qui siano in pieno feudalesimo”. Mattarella insomma si è giocato il terzo mandato. 

La breccia a sorpresa di Jens Stoltenberg nella Nato e dintorni

Dal Corriere della Sera

         Per quanto affetto dalla “demenza” diagnosticatagli a distanza da Putin con la vecchia competenza del Cremlino nei rapporti con i dissidenti, ma un po’ condivisa in Italia anche da Matteo Salvini, che ne ha chiesto le dimissioni, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg non demorde. Anzi, sta facendo breccia nell’alleanza atlantica – tra americani, canadesi, francesi, inglesi, tedeschi, polacchi, baltici-   ma anche fuori: per esempio, nell’Unione Europea, a sentire il commissario agli esteri e alla sicurezza, lo spagnolo Josep Borrell. E’ la breccia di un uso più efficace delle armi occidentali fornite agli ucraini per difendersi dai russi, in modo da colpire anche le basi da cui partono da più di due anni i missili della morte. Altrimenti quella degli ucraini continuerebbe ad essere una difesa quanto meno dimezzata, e quella dei russi un’aggressione decuplicata.

Fotomontaggio del Fatto

         Ma sarebbe la terza guerra mondiale, temono e protestano in tanti in Occidente. Lo dicevano nel 1939 anche quelli disposti a sopportare le angherie territoriali di Hitler finendo per incoraggiarlo, volenti o nolenti, sulla strada della seconda guerra mondiale e di tutto quello ch’essa comportò. Ma Putin non è Hitler, si obietta ancora, come se stessimo ad “Affari tuoi”, il gioco televisivo dei pacchi, dove si scopre solo alla fine che cosa c’è in quello del concorrente

Dal Foglio del 29 maggio

       Le guerre purtroppo accecano, anche nelle versioni “in pillole”. Che strada facendo diventano macigni. A Gaza, per esempio, gli israeliani colpiti in ottobre dal pogrom dei terroristi di Hamas sono scambiati per autori di genocidio nel tentativo di difendersi e neutralizzare un nemico dichiaratamente irriducibile, che si fa scudo della popolazione civile.  E di fronte al conflitto in Ucraina l’ex presidente del Consiglio e ministro norvegese Jens Stoltenberg, un laburista liquidato sprezzantemente come pacifista quando venne nominato segretario generale della Nato, nel 2014, con Obama alla Casa Bianca, si è sentito dare del demente, ripeto. O del bombarolo.  O dell’”uomo di paglia” degli americani, difeso sul Foglio qualche giorno fa da Adriano Sofri con la solita pignoleria di date, fatti e dichiarazioni. Chapeau.    

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

         Chissà se anche a Stoltenberg toccherà la fortuna -spero indolore per una sopraggiunta risoluzione pacifica del conflitto in Ucraina imposta a Putin dalla consapevolezza di poterci rimettere l’osso del collo- di una Caivano. Dove Giorgia Meloni, pur incorrendo nella solita indignazione di chi l’avverte come “ducia” o “ducetta”, ha steso il governatore della Campania Vincenzo De Luca. Che le aveva dato della “stronza” e “stracciarola” non in una imitazione di Maurizio Crozza ma in una prestazione vera, fra la buvette e i divani di Montecitorio.

Ripreso da http://www.startmag.it il 1° giugno

I magistrati arroccati nel fortino della loro impopolarità

Da Libero

Temo, per loro, che sia non debole ma debolissima la memoria dei magistrati e dei loro sindacalistiche stanno pensando allo sciopero contro la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. Che è contemplata, con altro ancora, nella riforma costituzionale della giustizia appena varata dal governo all’unanimità, a dispetto dei retroscena che attribuivano divisioni e resistenze persino alla presidente del Consiglio. La quale se ne è invece assunta la titolarità strappandola ai morti evocati con i nomi di Silvio Berlusconi, Bettino Craxi e Licio Gelli, in ordine rigorosamente alfabetico.   

La vignetta di ItaliaOggi

E’ una memoria debolissima per i più anziani o meno giovani. E ignoranza, nel senso di non conoscenza, e mancato studio, per i più giovani. Che non erano neppure nati nell’autunno del 1987, quando l’8 e il 9 novembre gli italiani parteciparono con un’affluenza di ben il 65,11 per cento al referendum contro le norme che ancora più di adesso proteggevano i magistrati, sino ad esentarli, dalla cosiddetta responsabilità civile. Cioè dall’inconveniente, chiamiamolo così. di rispondere dei danni procurati dai loro errori, come capita ai medici, agli infermieri, agli ingegneri, ai geometri, a noi giornalisti e via via salendo o scendendo, come preferite. Un referendum tanto temuto da “lor signori” in toga, e dai partiti o correnti che o li amavano o li temevano sino a lasciarsene intimidire, che per evitarlo -insieme ad altri di uno stesso turno- nella primavera di quell’anno si era preferito impedirli con le elezioni anticipate. Ma la ciambella non riuscì col buco perché il rinvio del referendum, per sopraggiunte complicazioni politiche, si ridusse a qualche mese, e non all’anno e forse ancora più su cui avevano contato i più contrari.

Enzo Tortora

Ebbene, da quella prova referendaria che misurava nei fatti la popolarità dei magistrati dopo lo scempio del caso di Enzo Tortora, destinato a morire dopo sei mesi, il sì all’abrogazione delle norme di totale protezione dei magistrati -e quindi il no alla prosecuzione del loro scudo totale- fu pari all’80,21 per cento dei voti. Da allora, a parte l’impennata di Tangentopoli, fra il 1992 e il 1993, quando le folle in maglietta chiedevano ai magistrati di farle “sognare” con le retate dei politici e affini indagati per corruzione, e qualche volta anche suicidi per disperazione scambiata per vergogna dagli inquirenti più feroci, l’indice di gradimento della magistratura è andato sempre più calando.

Antonio Di Pietro

Non credo che quest’indice sia destinato a risalire con lo sciopero in cantiere contro la separazione delle carriere indicata dall’associazione nazionale dei magistrati come una sciagura. E condivisa invece -pensate un po’, vendetta della storia o della cronaca, come preferite- dal più famoso  dei pubblici ministeri che una trentina d’anni fa faceva sognare le piazze giacobine d’Italia: Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici. Che la pensa, sulle carriere giudiziarie, come la pensava già allora Giovanni Falcone, anche se di recente Armando Spataro ha voluto darne un’altra lettura diretta o deduttiva che ha però l’insuperabile inconveniente di non poter essere confermata dall’interessato, ucciso con la moglie e quasi tutta la scorta nella strage mafiosa a Capaci il 23 maggio 1992.

Giorgio Napolitano

Al calo di gradimento della magistratura non ha contribuito soltanto il mito ormai cessato o smentito dell’ondata giustizialista di trent’anni fa, che indusse persino l’ancor vivo Francesco Saverio Borrelli, il superiore di Di Pietro, a chiedersi se fosse valsa la pena fare tutto ciò che aveva voluto, vista la perdurante o addirittura cresciuta corruzione. Vi ha contribuito la stessa magistratura con un’amministrazione della giustizia, e di se stessa, che è sotto gli occhi di tutti. Una magistratura che non vuole sentirsi definire “casta” ma è oggettivamente arroccata come in un fortino in quello che non io -povero, vecchio tapino o topaccio del giornalismo- ma un capo dello Stato e presidente del Consiglio Superiore come Giorgio Napolitano definì un “forte squilibrio” nei rapporti fra giustizia e politica intervenuto fra il 1992 e il 1993.

Napolitano scrisse così in una lettera per niente privata, diffusa pubblicamente, alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte del marito in terra tunisina, colpito da una “durezza senza uguali” nella pratica generalizzata del finanziamento illegale dei partiti e dintorni.

Oscar Luigi Scalfaro

Quella lettera, per la sua spietata analisi, non è stata perdonata dal giacobinismo italiano a Napolitano neppure da morto. Ma essa segnò al Quirinale la fine, o quanto meno l’interruzione, si vedrà, di una stagione infausta avviata da Oscar Luigi Scalfaro anche con quella presenza ad un congresso di magistrati dove promise che mai -dico mai- avrebbe firmato una legge sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. Se ne parlava già allora.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it

Le Meloni s’intesta orgogliosamente la riforma della giustizia

Dal Tempo

         Reduce da Caivano, dove non si sa se abbia più rinfacciato o ricambiato l’insulto di “stronza” rifilatole da un Vincenzo De Luca peraltro recidivo, avendolo ripetuto dopo il primo, immediato stordimento, Giorgia Meloni si è intestata la riforma costituzionale della giustizia appena varata all’unanimità dal Consiglio dei Ministri. “Epocale”, l’ha definita per la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, la separazione in due anche del Consiglio Superiore della Magistratura -dove le toghe continueranno ad essere in maggioranza ma estratte a sorte, e quindi sottratte al gioco delle loro correnti-  e il passaggio delle sanzioni disciplinari ad una “corte alta” e diversa. Il sindacato delle toghe ha già innescato la marcia di uno sciopero di protesta da proclamare durante il percorso parlamentare della riforma, diviso in quattro tappe. Ma non sarà certamente questo a bloccare la Meloni con i guantoni attribuitigli con eccesso di zelo combattente dal Tempo.  

Dal manifesto

Nell’intestarsi la riforma, nonostante  i soliti retroscenisti le avessero attribuito ripetutamente il proposito di ritardarla, la premier ha voluto anche interrompere il macabro gioco degli avversari di intestarla a qualche defunto. “A babbo morto”, ha titolato il manifesto, per esempio, alludendo a Silvio Berlusconi con quella foto di Antonio Tajani, il suo successore in Forza Italia, che quasi ringrazia il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ma a Berlusconi Il Fatto Quotidiano ha aggiunto Licio Gelli e Bettino Craxi, dimenticando Giovanni Falcone, convinto pure lui della separazione delle carriere. E fingendo di ignorare il sì appena giunto, in una intervista al Tg1, dall’ancora vivo Antonio Di Pietro, con tutto il suo passato di pubblico ministero adorato da manettari in corteo per le strade di Milano fra le  retate di Tangentopoli.

Da Repubblica

         Più che a babbo morto, ripeto col manifesto, si dovrebbe scrivere “a mamma viva” dopo il merito della riforma che la Meloni ha voluto attribuirsi, anche a costo di ridurre l’esposizione del suo notissimo guardasigilli, già da lei candidato al Quirinale quando era all’opposizione. A mamma viva e decisa a non lasciarsi intimidire né -ripeto- dallo sciopero prevedibile dei magistrati né da quel “gelo” attribuito, a torto o a ragione, da Repubblica al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che pure autorizzerà la presentazione al Parlamento della riforma anticipata al Quirinale da Nordio in persona e dal sottosegretario di Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, magistrato in aspettativa.

Dal Messaggero

Non so con quale termometro sia stato misurato il gelo del Colle, contraddetto peraltro dal Messaggero con l’annuncio di una “mediazione”, per quanto prevedibilmente sgradita da lor signori, scriverebbe il compianto Fortebraccio sull’Unità di una volta. Certo è che al Quirinale non c’è da parecchio Oscar Luigi Scalfaro, che andò ad un congresso di magistrati per promettere che mai avrebbe firmato una legge sulla separazione delle carriere.

Ripreso da http://www.startmag.it

La Meloni sorpassa Crozza e stende Vincenzo De Luca a Caivano

Titolo di Avvenire

         Altro che “l’isola dei famosi” dove Michele Santoro nel salotto televisivo di Giovanni Floris, a la 7, l’ha collocata per avere annichilito il governatore della Campania Vincenzo De Luca, che le aveva dato della “stronza” e “stracciarola”. Giorgia Meloni era a Caivano, una località degradata della Campania restituita alla legalità, dove “si riparte”, ha titolato non Il Secolo d’Italia ma Avvenire, il giornale dei vescovi.

Antonio Padellaro

         D’altronde, sulla stessa rete televisiva, nella trasmissione precedente a quella di Floris, un giornalista come Antonio Padellaro, ex direttore dell’Unità e tra i fondatori del Fatto Quotidiano, aveva riconosciuto alla premier italiana di averlo divertito per avere saputo mettere al suo posto quel villanzone del governatore campano.  Molto meglio, credo, del comico Maurizio Crozza che imita Vincenzo De Luca da anni.

La premier a Caivano

         Quella “stronza della Meloni”, come si è autopresentata la premier a De Luca chiedendogli “come sta?”, si è confermata una politica capace come pochi altri di mettersi in sintonia con la gente comune. Persino con gli avversari: almeno quelli provvisti ancora di una capacità di ridere, e non solo di indignarsi a prescindere, per partito preso, vedendo nella Meloni “la ducia” o la “ducetta”.  O solo una “post-missina”, ha detto qualche giorno fa Pier Luigi Bersani. Che può ben essere chiamato e considerato “post-comunista”, abituato a considerare “una ditta” il Pci e tutti i partiti succedutigli dopo il crollo del comunismo. Di uno dei quali -il Pd oggi guidato da Elly Schlein- egli è stato anche segretario, propostosi nel 2013 -anche a costo di farsi togliere l’incarico di presidente del Consiglio da Giorgio Napolitano, pure lui post-comunista- di fare un governo “di minoranza e di combattimento” dipendente dall’orgoglioso e urlante vaffanculista -scusate la parolaccia- Beppe Grillo, uscito dalle urne come sostanziale vincitore delle elezioni politiche, ma non abbastanza per rivendicare Palazzo Chigi. Come gli riuscì cinque anni dopo mandandovi Giuseppe Conte e diventandone alla fine consulente a contratto per la comunicazione.

Vignetta del Secolo XIX

         Qui di grandi comunicatori ne vedo personalmente solo o soprattutto due: la Meloni sul piano nazionale e Papa Francesco sul piano universale, appena tradito dai suoi vescovi italiani dopo un incontro con loro a porte chiuse per quella protesta scappatagli contro la “troppa frociaggine” nei seminari. Cosa della quale egli si è pubblicamente scusato senza tuttavia smentirla.

Mike Bongiorno

         Se la campagna elettorale ha potuto o saputo fare emergere un po’ di franchezza, non c’è da rammaricarsi, ma da compiacersi, qualunque risulterà il risultato del conteggio dei voti ai vari livelli nei quali essi saranno espressi, fra europee e amministrative. Buon proseguimento. O allegria, come esortava Mike Bongiorno, di cui abbiamo appena celebrato il centenario della nascita che lui non ha potuto godersi essendo morto una quindicina d’anni fa. 

Ripreso da http://www.startmag.it

La franchezza di Papa Francesco tradita dai vescovi italiani

Da Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         Scherzi da preti, anzi da vescovi tutti italiani -si potrebbe dire- al Papa argentino sbottato in una protesta contro la “troppa frociaggine” permessa nei seminari. Sui quali evidentemente la vigilanza dei porporati di casa nostra è minore di quella riservata alla politica, visto che l’ultima, recente  assemblea dei vescovi  è arrivata sulle prime pagine dei giornali o per “l’altolà” attribuito al presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Matteo Zuppi, al progetto governativo del premierato o per le critiche, rivelate dallo stesso Zuppi, di “qualche” prelato, soprattutto del Sud, all’attuazione delle autonomie differenziate introdotte nella Costituzione nel 2001 da una sinistra che nel frattempo si è pentita. E cerca di rimediarvi con l’aiuto appunto di “qualche vescovo” diventato sui giornali la maggioranza e forse anche più della Conferenza episcopale.

Dal Corriere della Sera

         Giunti, dopo tanta passione politica, al cospetto del Santo Padre il 20 maggio scorso in un incontro a porte chiuse, gli episcopi debbono essere rimasti male nel non vedere accolte, sviluppate, condivise le loro preoccupazioni, o i loro umori politici, e di essere invece chiamati ad altri doveri e vigilanze con parole “senza filtro”, come le ha definite, sorpreso pure lui, Massimo Gramellini sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Da Libero

Le parole di Francesco possono essere state diffuse solo da chi le ha ascoltate, si deve presumere, dovendosi escludere tanta disinibizione del Papa da averle lasciate scorrere fuori lui stesso, giusto per compiacersi del carattere “rivoluzionario” attribuito, per esempio, oggi dal direttore di Libero, Mario Sechi, al pontificato bergogliano.

Dal Foglio

         “Sotto i ponti della Chiesa di Francesco”, per stare al titolo del Foglio, è così passato in pochi giorni, anzi in poche ore, anche il “campo largo” offertogli sia pure per scherzo da Roberto Benigni in Piazza San Pietro. Un campo ristrettosi improvvisamente più di quello inseguito dalla segretaria del Pd Elly Schlein puntando ad un’alleanza, prima o poi nazionale e non solo locale o sporadica, con Giuseppe Conte. Una Schlein che da omosessuale orgogliosamente dichiarata e praticante deve essere rimasta malissimo davanti al linguaggio così poco corretto politicamente, diciamo così, di un Papa popolare come ha saputo diventare Francesco. Una specie -deve avere pensato la Schlein- di generale Vannacci invecchiato e in bianco.

Dalla Stampa

         Opposta, credo, deve essere stata la reazione della Meloni, Giorgia per amici ed elettori. Che può essersi rifatta di tutto quello che hanno scritto e scrivono ancora di lei per quella “va o la scappa” o “chi se ne importa”, o “chissenefrega” romanesco, opposto -senza filtro pure lei- ai pronostici degli avversari sulla strada dell’elezione diretta del presidente del Consiglio. E ora anche della riforma della giustizia con la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministri, in via di uscita dal Consiglio dei Ministri e di arrivo al Parlamento con l’autorizzazione del Quirinale.

Ripreso da http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑