Tutte le prime volte di Giorgia Meloni in meno di 20 mesi di governo

Da Libero

Diavola di una donna, la prima alla guida di un governo in Italia, e per la prima volta di destra nei 78 anni della Repubblica, Giorgia Meloni riuscirà a sfatare -un’altra prima volta nella sua esperienza politica- il mito un po’ sinistro della sfortuna riservata ai vincitori delle elezioni europee. Che nel 1994, per esempio, agli albori della cosiddetta seconda Repubblica, costarono a Silvio Berlusconi la rottura con lo spaventatissimo alleato Umberto Bossi, lasciatosi convincere da Oscar Luigi Scafaro al Quirinale a disarcionare il Cavaliere da Palazzo Chigi, con la garanzia che non avrebbe pagato pegno in un ricorso anticipato alle urne.

         Nel 2014 toccò a Matteo Renzi, ancora fresco di Palazzo Chigi e della segreteria del Pd, al Nazareno, di perdere praticamente la testa per la vittoria alle elezioni europee con più del 40 per cento dei voti. E infilarsi in un’avventura politica e umana che lo portò nel giro di tre anni a perdere la guida prima del governo, con la bocciatura referendaria della sua riforma costituzionale, e poi del partito.

Meloni ai 5 minuti di Vespa

         Nel 2019 toccò a Matteo Salvini prima di vincere le elezioni europee, col 34 per cento dei voti, e poi di perdere la partita ingaggiata contro l’allora alleato leghista Giuseppe Conte. La rottura fu clamorosa anche sul piano scenico: nell’aula del Senato, con l’avvocato presidente del Consiglio nei doppi panni di pubblico ministero e giudice, che lo mandò all’opposizione alleandosi a sorpresa con un Pd -capriola nella capriola- a rimorchio dell’ex segretario Renzi. Che lo convinse a cambiare schieramento senza il passaggio elettorale cui si era impegnato il segretario di turno, Nicola Zingaretti.

Meloni prima del voto

         Ora è toccato vincere le elezioni europee a Giorgia Meloni, appunto. Ma in dimensioni e in circostanze tali, nel contesto di un terremoto politico a livello continentale, e alla vigilia di un G7 a guida italiana, che la mettono in quella che possiamo chiamare la classica botte di ferro.

         L’unica incognita che mi sembra sia davanti alla premier riguarda solo la modalità e la consistenza della sua scontata partecipazione alla definizione dei nuovi equilibri al vertice dell’Unione Europea, e ai relativi passaggi parlamentari di Strasburgo.

Meloni al voto

         Sul piano interno, quello della nostra politica domestica, come la chiamano gli americani, non c’è partita per gli avversari e i concorrenti, reali o potenziali che siano, effettivi o immaginari, della premier appena gratificata peraltro di circa due milioni e mezzo di preferenze.  Che non le servivano e non le servono per andare a Strasburgo, in un gioco fatto peraltro a carte scoperte, e quindi senza l’”inganno” denunciato con particolare furore da Giuseppe Conte prima di entrare mestamente in una riflessione a dir poco critica, ma bastano e avanzano per consolidare al suo posto in Italia la o il presidente del Consiglio. Come l’interessata preferisce essere chiamata in un maschile neutro che personalmente non mi piace, a prescindere dall’opinione, verdetto e quant’altro persino dell’Accademia della Crusca.

         Anche per ragioni direi anagrafiche, senza continuare a perdere il nostro tempo appresso alle vecchie categorie della destra e della sinistra, cui penso che rinuncerebbe anche il mitico Norberto Bobbio se fosse vivo, la Meloni è in linea di continuità con le tradizioni repubblicane. I 45 anni da lei portati all’arrivo alla guida del governo non sono poi molto distanti dai 46 anni di Amintore Fanfani nel 1954, dei 47 di Aldo Moro nel 1963, dei 49 di Bettino Craxi nel 1983, dei 51 anni di Francesco Cossiga nel 1979, dei 49 di Massimo D’Alema nel 1998: il primo post-comunista arrivato al vertice del governo con la spinta di Cossiga, prim’ancora che il post-comunista Giorgio Napolitano arrivasse al vertice dello Stato nel 2006, confermato nel 2013 per la prima volta nella storia del Quirinale repubblicano.

Uno sconsolato Giuseppe Conte

         Che cosa voglio dire con questa rassegna di date e dati ? Semplicemente che avversari, concorrenti e quant’altro di Gorgia Meloni, dentro ma anche fuori d’Italia, dovranno mettersi il cuore o l’anima in pace e rassegnarsi al suo turno di leadership guadagnatosi sul campo, da non predestinata come lei stessa si vantò di sentirsi al suo esordio alla testa del governo.  Per i rosiconi c’è spazio, in fondo a destra o a sinistra, come preferiscono.

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Meloni e Schlein, antagoniste ma forse convergenti sulla conferma di von der Lejen

Dal manifesto

         Per trovare davvero insieme Giorgia Meloni ed Elly Schlein, in ordine alfabetico ed elettorale dopo il voto per il rinnovo del Parlamento europeo, bisogna ricorrere o a qualche fotomontaggio o a qualche foto d’archivio, ritratta per incontri casuali o di circostanza. I loro avversari, nascosti neppure tanto all’interno anche dei rispettivi schieramenti, sono riusciti nelle scorse settimane a scongiurare quel confronto o duello diretto in televisione al quale le due prime donne d’Italia erano disponibili con la conduzione di Bruno Vespa alla Rai. Ora quegli avversari, ripeto, se le trovano prepotentemente imposte come protagoniste dalla realtà certificata con risultati elettorali dei quali ancora qualcuno dubita, tanto dev’esserne stato sorpreso. “Dov’è la vittoria?”, si sono chiesti, per esempio, al manifesto, dove pure c’è una certa tradizione di acutezza, e di spirito.

Umberto Bossi alle urne

         La vittoria, ripeto, è nei numeri elettorali della premier e leader della destra italiana e della segretaria del Pd. La sconfitta, per rimanere in Italia, è nel risultato da ortaggio o frutta al supermercato di Giuseppe Conte, con quel 9,99 per cento, per non dire 10, toccato dai grillini come loro minimo storico. E in quel terzo posto cui è scesa nel centrodestra la Lega di Matteo Salvini, “tradito” nelle urne -hanno detto gli amici- anche dal fondatore del partito Umberto Bossi, andato a votare in carrozzella.

La vignetta di ItaliaOggi

         C’è una vignetta di ItaliaOggi che immagina bene un brindisi fra la Meloni e la Schlein che stringono in pugno non bicchieri ma le teste, rispettivamente, di Salvini e di Conte. Il quale si è immerso in una dichiarata e scomoda, per quanto meno, riflessione per come ha ridotto il MoVimento 5 Stelle con la sua ambizione ad imporsi ai “progressisti”, come li chiama, quale ricandidato a Palazzo Chigi. Da dove probabilmente egli si ritiene ancora estromesso ingiustamente nel 2021 a vantaggio di un Mario Draghi che aveva considerato troppo stanco delle fatiche a Francoforte, come presidente della Banca Centrale Europea, per volergli succedere.

Conte sul Fatto

         Persino al Fatto Quotidiano, dove è stato definito in passato il migliore dei presidenti del Consiglio dopo Camillo Benso di Cavour, lo ritraggono o propongono in posa dimessa. Lo stesso direttore Marco Travaglio, al solito ospite del salotto televisivo di Lilli Gruber, ne ha dovuto parlare come del grande sconfitto delle elezioni europee.

Dalla Notizia

         Le due donne vincitrici, e insieme antagoniste, separate ora da un modesto 5 per cento dei voti dei rispettivi partiti, si apprestano a convergere in Europa, salvo complicazioni, per confermare la tedesca e popolarista Ursula von ver Leyen alla presidenza della Commissione di Bruxelles. E la contiana Notizia, giornale orgogliosamente pentastellato, titola e commenta in tono drammatico: “Cresce il voto pacifista ma se Ursula ottiene il bis a comandare resta il partito della guerra”. Alla Russia di Putin, che forse si aspettava ben altro dalle urne europee.

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Macron e Sholz perdono le elezioni europee. In Italia vincono la Meloni e la Schlein

La coppia perdente nel fotomontaggio del Fatto Quotidiano

         A scrutini non ancora completati, mentre scrivo, ma abbastanza avanti per consentire una visione realistica dei risultati, si può dire che le elezioni europee di questo 2024 hanno segnato a livello continentale la sconfitta del cancelliere tedesco Scholz, e della sinistra da lui rappresentata, e del presidente francese Emmanuel Macron, travolto in Francia dalla destra di Marine Le Pen.

         A livello italiano- purtroppo con un’affluenza alle urne scesa al 49,67 per cento dal 54,5 dell’analogo turno elettorale precedente, del 2019- le vincitrici sono due. A destra è naturalmente Giorgia Meloni, salita dal 6,5 delle europee precedenti e dal 26 delle elezioni politiche del 2022 a circa il 29, se non oltre. Distanziati  di una ventina di punti  gli alleati leghisti, peraltro sorpassati sia pure di poco dai forzisti grazie anche al voto emblematico, a dir poco, di Umberto Bossi per un suo fedelissimo passato al partito che fu di Silvio Berlusconi, e oggi guidato ormai saldamente da Antonio Tajani.

Elly Schlein

         A sinistra la vincitrice in Italia è la segretaria del Pd Elly Schlein, che ha portato il Nazareno -nonostante un salto dei rossoverdi di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli a ben oltre la soglia di sbarramento del 4-  a più del 24 per cento dei voti superando, oltre al modesto 19 per cento delle politiche di due anni fa, anche il 22,7 delle europee precedenti. Ma soprattutto relegando il Movimento 5 Stelle sotto il 10 per cento -9,9- dal 17,1 delle precedenti europee e dal 15,4 delle politiche del 2022.

Giuseppe Conte

         Giuseppe Conte, l’ex premier e ora presidente del partito che fu di Beppe Grillo, si è imposta -bontà sua- una “riflessione” di fronte alla “valutazione insindacabile” ha detto- e negativa  degli elettori, ai quali egli si era proposto, pur tra precisazioni e battute riduttrici, come federatore, leader e simili di un eventuale cartello alternativo al centrodestra condotto, ora più di prima, da Giorgia Meloni.

Emilio Giannelli sul Corriere della Sera

         La presidente del Consiglio, o solo Giorgia come preferisce farsi chiamare, ha naturalmente tenuto a vantarsi del successo, ancora più gratificante per lei di fronte alle difficoltà procurategli nel finale della campagna elettorale dai suoi alleati in concorrenza fra di loro e persino dagli stessi fratelli di partito, chiamiamoli così. E conta di presiedere fra qualche giorno in Puglia il G7 come la pavonessa, con tanto di ruota  dispiegata e proposta da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, pur chiamandola nel titolo Le Pen, vincitrice in Francia -ripeto- su un Macron costretto peraltro a ricorrere alle elezioni anticipate interne per tentare una pur improbabile rivincita o un contenimento dei danni.

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La sveglia di Biden e Macron all’Europa minacciata dalla Russia di Putin

Il voto di Giorgia Meloni alle europee

         La minaccia per l’Europa costituita dalla Russia di Putin, dopo più di due anni di guerra all’Ucraina, è stata riproposta insieme dai presidenti americano e francese, Joe Biden ed Emmanuel Macron, a seggi elettorali ancora aperti nel vecchio continente. Ma, ancor più, alla vigilia di un G7 in Italia organizzato dalla premier Giorgia Meloni, che vi sta arrivando in condizioni difficili, a dir poco, e a prescindere dai risultati elettorali, per i tentativi di parti consistenti della maggioranza e dello stesso governo di non ammettere, o addirittura di negare che l’Europa sia in guerra contro la Russia. Sì, in guerra fornendo aiuti militari e assistenza ad una Ucraina che è, fra l’altro, aspirante socia dell’Unione.

Noa Argamani, liberata dagli israeliani a Gaza

         Se ai confini centrali e settentrionali dell’Europa la minaccia russa è costituita dall’aggressione all’Ucraina, ai confini meridionali, nel sempre martoriato Medio Oriente, la minaccia russa è costituita dall’appoggio, con l’Iran e derivati, al terrorismo palestinese. Al quale Israele, costruito dai sopravvissuti al genocidio programmato da Hitler ma incorsa ora nell’accusa di genocidio per la sua difesa da chi ne contesta il diritto all’esistenza, ha appena liberato l’ostaggio forse più suggestivo sequestrato dai terroristi di Hamas nel pogrom del 7 ottobre.

Umberto Bossi

         In questa morsa di date, fatti e circostanze, e sull’onda delle celebrazioni degli 80 anni dallo sbarco in Normandia e degli ancor più degli sbarchi in Sicilia e ad Anzio per la liberazione dell’Europa dal nazifascismo, si perdono un po’ come antistorici o marziani certi particolari che hanno contrassegnato buona parte della campagna elettorale finalmente conclusa. Dove le visioni generali si sono perdute inseguendo obiettivi di corto, ani cortissimo respiro. Con la Meloni interessata a misurare la sua forza nella stessa maggioranza, la Lega di Salvini a toglierle voti a destra e insieme a difendersi dal rischio di essere sorpassata dai forzisti di Antonio Tajani, perdendo intanto per strada il suo fondatore Umberto Bossi, E con le opposizioni dove la partita che si sta giocando è praticamente solo quella della segretaria del Pd Elly Schlein per distanziare il Movimento 5 Stelle di tanto quanto potrebbe bastare a contrastare l’ambizione neppure tanto negata da Giuseppe Conte di guidare al momento opportuno, se mai dovesse arrivare, un cartello di quella che Pier Luigi Bersani nei salotti televisivi chiama “alternativa” al centrodestra. O, più direttamente e sbrigativamente, alla destra.

La vignetta della Stampa

         Non ci resta, a questo punto, che attendere i risultati di questa -francamente e a dir poco- confusa campagna elettorale.  Che ha sovrastato anche il rinnovo per niente secondario di oltre tremila amministrazioni comunali e di un Consiglio regionale come quello del Piemonte. La prima speranza è di non dovere registrare una fuga dalle urne, anziché una corsa. Come teme non il solo Stefano Rolli nella vignetta sulla prima pagina della Stampa.

Salvini scippa alla Meloni la chiusura infuocata della campagna elettorale

Dal Corriere della Sera

         Altro che “scintille prima delle urne”, come le ha chiamate il Corriere della Sera nel titolo sulla conclusione della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. Ma anche di un consiglio regionale, quello del Piemonte, e di oltre tremila amministrazioni locali delle quali, in verità, si sono accorti in pochi. Eppure esse costituiscono un bel test per valutare -senza l’astrattezza del sistema proporzionale europeo, che non esiste più a livello nazionale- condizioni e prospettive dei patiti e  schieramenti politici italiani.

Matteo Salvini

         Sulla conclusione della campagna elettorale, con Giorgia Meloni un po’ distratta, diciamo così, dalla festa dell’opera lirica italiana a Verona col presidente della Repubblica Sergio Mattarella e le altre maggiori autorità dello Stato, è caduta come lava incandescente la bomba di Matteo Salvini contro quel “criminale” che sarebbe diventato, secondo lui, il presidente della Repubblica di Francia, Emmanuel Macron, nella difesa armata dell’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin.

Dalla Verità

  “Il galletto”, ha definito Macron forse ancora più spregiativamente, nella sua ironia, un giornale – La Verità- particolarmente simpatizzante del vice presidente del Consiglio italiano e leader della Lega. Che si è proposto -fra i vari cantieri allestiti da ministro delle Infrastrutture- di sfuggire al sorpasso tentato dal partito forzista di Antonio Tajani all’interno del centrodestra.

Gorgia Meloni e Riccardo Muti a Verona

         Non so se proprio a Verona lo storico direttore d’orchestra Riccardo Muti avesse pensato anche a questo scippo del finale di campagna elettorale, appena compiuto da Salvini ai danni della Meloni, quando si è accomiatato dal pubblico raccomandando a tutti di sentirsi come in un’orchestra, dove la regola dev’essere quella dell’armonia. Altrimenti non è un’orchestra ma semplicemente e rovinosamente un casino, pur elegantemente risparmiato da Muti  alle orecchie del pubblico dell’Arena veronese che lo ha acclamato.

Macron da Putin nel 2022

         Un’altra cosa non so. Se e quanto tempo ci vorrà perché si depositino sul terreno -ma, più in particolare, sul tavolo delle trattative e del confronto fra i vari governi europei- le polveri dei comizi e si trovi un accordo sui nuovi assetti dell’Unione Europea.  Dove né il presidente della Commissione di Bruxelles né quello del Consiglio ma neppure i commissari, vengono eletti direttamente, ma sono politicamente negoziati. E la Meloni dovrà trattare per l’Italia anche con quel “criminale” di Macron. Che si è convinto, dopo più di due anni di guerra in Ucraina, che Putin non meritava le sue iniziali aperture, quando sostenne che non fosse il caso di “umiliare” il pur invasore del paese limitrofo.

Macron e Zelensky

L’Ucraina nel frattempo è diventata socia aspirante dell’Unione Europea, con tanto di procedura formalmente avviata. Putin invece è anche per Macron, e non solo per il presidente americano scusatosi con Zelensky dei ritardi nelle forniture degli aiuti, l’erede di Hitler a 80 anni dallo storico sbarco degli alleati occidentali in Normandia.

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Il ricordo della Normandia e l’incubo dell’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin

         La storia si prende sempre le sue rivincite sulla cronaca. E le ruba la scena, affollata di persone e di fatti della cosiddetta attualità.

Ieri in Normandia

  Alla immediata vigilia delle elezioni europee alla fine giocate col fiato sospeso su ciò che potrà poi accadere modestamente a Bruxelles per la successione alla presidenza della Commissione e dintorni, le celebrazioni degli 80 anni dallo sbarco in Normandia, preceduto da quelli dell’anno prima in Sicilia e di pochi mesi prima ad Anzio, hanno riproposto la dura, spietata realtà di un’Europa ora minacciata dalla Russia di Putin in guerra con l’Ucraina. Una Russia emula, insieme, dell’Unione Sovietica di Stalin e della Germania di Hitler, disgraziatamente unite nel 1939 nei preparativi  della  seconda guerra mondiale.

Da Repubblica

         “Kiev, la nostra Normandia”, ha dovuto titolare realisticamente su tutta la prima pagina pure un giornale come La Repubblica, una specie di corazzata della flotta di carta schierata contro il governo di Giorgia Meloni. Che, per quanto piegatosi anch’esso ai condizionamenti elettorali con quel sostanziale rifiuto di  un uso più libero ed efficace degli armamenti forniti all’Ucraina per difendersi dall’aggressione russa, sino a guadagnarsi un quasi elogio e ringraziamento di Putin, fa parte dello schieramento occidentale favorevole a Kiev.

         La foto più significativa delle celebrazioni in Normandia è quella del presidente americano Joe Biden che saluta paternamente il presidente ucraino Zelensky riconoscente e fiducioso, e del presidente francese Macron che contemporaneamente ne saluta la moglie.

Sergio Mattarella in Normandia

         Defilato, rispetto a questa e ad altre immagini delle celebrazioni in Normandia, potrebbe sembrare il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella. Ma è solo un’illusione ottica, perché sul piano politico Mattarella è stato ed è in Europa fra i sostenitori più tempestivi e convinti dell’Ucraina. Ancora nelle celebrazioni fresche di stampa dei 78 anni della Repubblica il presidente ha omesso di invitare al Quirinale la rappresentanza diplomatica della Russia. Della quale il presidente italiano non si lascia scappare un’occasione, dico una, per ricordare e denunciare pubblicamente la responsabilità dell’aggressione ad una Ucraina tanto nazificata, secondo le convinzioni e le accuse del Cremlino, da essersi incamminata sulla strada dell’adesione all’Unione Europea. Che evidentemente negli incubi di casa al Cremlino dev’essere “denazificata” anch’essa.

Da Riformista

Non parliamo poi della Nato, dove il povero Silvio Berlusconi ancora presidente del Consiglio pensò 22 anni fa di portare anche Putin. O di farne quanto meno un interlocutore costruttivo nella difesa delle democrazie minacciate da dittatori e terroristi. Era ogni tanto, la buonanima del Cavaliere, non il furbissimo e spregiudicato avventuriero immaginato, temuto, contrastato dagli avversari, e trattato nei tribunali -ancora oggi, peraltro, da morto- come un delinquente seriale, ma un uomo troppo ottimista. Un ingenuo, diciamo così.  

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I ringraziamenti e le promesse di Putin all’Italia poco belligerante in Ucraina

         Escluso dalle celebrazioni dello sbarco degli alleati in Normandia di 80 anni fa, Putin si è consolato giustamente, dal suo punto di vista, con le divisioni che è riuscito a creare in Occidente, e più in particolare in Europa sulla guerra in Ucraina. Che doveva concludersi in una quindicina di giorni, nei piani della cosiddetta “operazione speciale” annunciata a Mosca, ma che sta durando da più di due anni grazie agli aiuti occidentali, appunto, arrivati al paese aggredito.  

La guerra in Ucraina

         Nelle divisioni che il prolungamento della guerra ha creato l’Italia si è guadagnata l’attenzione compiaciuta di Putin. E non a torto, debbo riconoscere, essendosi il governo schierato come l’opposizione di sinistra contro la possibilità, ventilata dal segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg, e via via diffusasi fra le cancellerie occidentali, di autorizzare gli ucraini a usare le armi ad essi fornite per colpire anche il territorio russo da cui partono i missili contro obiettivi civili e non solo militari del paese aggredito.

Matteo Salvini

         Non più tardi di ieri sera, ospite del salotto televisivo di Lilli Gruber, su la 7, nell’ennesima riedizione di un programma che potrebbe anche essere chiamato tutti contro uno quando l’ospite è un esponente del governo; non più tardi di ieri sera,  dicevo, il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini ha annunciato che il suo partito smetterà di  votare per altre forniture militari all’Ucraina se non otterrà l’assicurazione ancora più esplicita di quella già avuta che nessun missile, nessun “proiettile” italiano sarà destinato contro il territorio della Russia. Con la quale l’altro vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, il forzista Antonio Tajani, va ripetendo da sempre che l’Italia “non è in guerra”, pur non avendo condiviso l’attacco all’Ucraina, almeno per come è andato sviluppandosi dai piani originari. Che erano stati prospettati da Putin all’allora vivo Silvio Berlusconi come una mezza scampagnata a Kiev per rimuovere il presidente Zelensky e sostituirlo con un altro “signore perbene” disposto a sottomettersi al Cremlino.

“In Italia-si è accorto Putin in una intervista all’Ansa– non monta una russofobia da cavernicoli e lo teniamo in conto. Speriamo che alla fine andremo d’accordo con l’Italia. Sarà possibile ripristinare le relazioni, forse anche più velocemente che con qualsiasi altro paese europeo”. Magari, gli verrà presto la voglia di restituire alla famiglia Merloni, da non confondere con Meloni, la fabbrica e tutto il resto dell’Ariston da poco requisita di fatto in Russia.

Antonio Tajani

  In fondo -perché non dimenticarlo? – gli italiani riuscirono a guadagnarsi in Russia la definizione di “brava gente” anche dopo avere partecipato all’invasione nazista. E nonostante Palmiro Togliatti ancora a Mosca, respingendo le sollecitazioni umanitarie che gli venivano dai compagni, scriveva che i prigionieri italiani in Russia meritavano il duro trattamento che ricevevano, morendo di stenti.

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Il governo reclamato dalle opposizioni come preposto a meno ancora degli affari correnti

Da Libero

Fra le curiosità, le stranezze, le sorprese, diciamo pure le scemenze di questa campagna elettorale finalmente agli sgoccioli, tossici come tutti i passaggi precedenti, c’è anche la pretesa di fior di costituzionalisti, e non solo degli oppositori non titolati, di aspettarsi praticamente dal governo in carica la rinuncia ai suoi diritti e doveri. Come se fosse meno ancora di un governo dimissionario autorizzato solo ai cosiddetti affari correnti.

Anche le riunioni del Consiglio dei Ministri, i disegni di legge o decreti legge che ne sono derivati, o soltanto gli argomenti discussi sono stati contestati come prepotente, abusiva partecipazione alla campagna elettorale, o promozione dei suoi aspetti o momenti peggiori. E più suscettibili di incidere sulle scelte degli elettori distorcendone la vista e gli umori.

Mattarella e Meloni al Quirinale

         Eppure disegni di legge e decreti legge non possono cadere sul selciato anche di una campagna elettorale a capriccio, solo per decisioni e scelte del presidente del Consiglio, volendone parlare al maschile come preferisce la pur prima donna arrivata alla guida di un governo in Italia. Gli uni e gli altri passano per il vaglio del presidente della Repubblica: gli uni per l’autorizzazione alla presentazione alle Camere, richiesta dal quarto comma -scusate l’orrenda tecnicalità giuridica- dell’articolo 87 della Costituzione, e gli altri per “l’emanazione”, cioè la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e l’effettiva, immediata entrata in vigore, di cui -scusate quest’altra orrenda tecnicalità- al comma immediatamente successivo dello stesso articolo.

Nordio e Mantovano alla Camera

         Per quanto l’interessato possa sentirsi “dovuto” a entrambi i passaggi, il Capo dello Stato conserva le sue capacità di discernimento, di obbiezione e persino di rifiuto. Gli si mancherebbe di rispetto se lo si negasse. Anche la tanto contestata riforma costituzionale della giustizia, comprensiva della separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, scambiata per “vendetta” dai magistrati in agitazione, è approdata in Consiglio dei Ministri dopo un’informazione del guardasigilli Carlo Nordio e del sottosegretario di Palazzo Chigi Alfredo Mantovano al Quirinale: entrambi peraltro con la toga nel cuore, che non si smette mai di indossare nell’intimo, come diceva ai suoi tempi, prima di salire al Quirinale come inquilino, il già magistrato -pure lui- Oscar Luigi Scalfaro.

         Trovo alquanto schizofrenica un’opposizione, volendone parlare generosamente al singolare, che da una parte si arrocca nella difesa delle prerogative e della stessa figura del capo dello Stato che sarebbero minacciate da un’altra riforma costituzionale, quella del cosiddetto premierato, e dall’altra ne disconosce e contesta gli atti concreti. O accusa di fatto il presidente della Repubblica di avere assecondato il governo nelle sue iniziative, anche le più  discutibili.  O lo immagina o la rappresenta come avvolto in un involucro di ghiaccio.

 “Gelo al Quirinale”, si è letto sulla Repubblica di carta a proposito dell’accoglienza riservata dal presidente della Repubblica vera alla riforma della giustizia. Ma chi e con quale termometro misura la temperatura di quel grandissimo congelatore che sarebbe diventato il Quirinale per conservare al meglio il capo dello Stato e restituirlo scongelato e vivo agli italiani se e dopo che le opposizioni, questa volta debitamente al plurale, avranno visto realizzato il sogno di una rovinosa e irreversibile caduta del governo Meloni? A saperlo.

Rido alla sola idea di vedere il segretario generale del Quirinale, Ugo Zampetti, che ho conosciuto quand’era funzionario e infine segretario generale della Camera dei Deputati, col termometro in mano a misurare il suo stesso congelamento.

Le opposizioni in camicia al Senato

         Con le opposizioni, tornando a parlarne al plurale, ridotte a togliersi la giacca per protesta nell’aula del Senato contro il premierato avviato verso il primo dei quattro voti parlamentari necessari per l’approvazione finale e l’eventuale passaggio referendario; opposizioni forse pronte a togliersi anche i pantaloni al passaggio o all’occasione successiva, credo si sia raggiunto qualche giorno fa il colmo del ridicolo. Così come credo che si sia raggiunto il colmo o l’apice di certa amministrazione della giustizia con la retata di arresti, domiciliari e non, avvisi di garanzia e interrogatori in Liguria sotto campagna elettorale, decapitandone la regione. E definendo, da parte dei soliti sostenitori del primato della giustizia sulla politica, una “sfida” alla magistratura, anzi alla legge, la sfiducia al presidente detenuto domiciliare Giovanni Toti negata dalla maggioranza del Consiglio regionale. Il ponte di Toti, diversamente da quello di Riccardo Morandi nel 2018, è rimasto in piedi.

Pubblicato su Libero

Che brutta aria che tira in questo finale di campagna elettorale

La vignetta del Foglio

         Con l’aria che tira – non quella dell’omonima trasmissione televisiva che ha già accumulato più di 2100 puntate, ma quella della politica alle prese sempre con qualche campagna elettorale- manca solo che Giorgia Meloni venga sospettata di averci messo maleficamente del suo nell’infortunio occorso al serbo Novak Djokovic per fare salire “sul tetto del mondo” del tennis Jannik Sinner, di nome tedesco ma di nazionalità fortunatamente italiana. E mettere anche questo evento del parigino Roland Garros, a pochi giorni dal voto di sabato e domenica prossima per il Parlamento europeo, e per un lungo elenco di amministrazioni locali, in una specie di patrimonio del governo di centrodestra, o di destra-centro.

         Vicino, quanto meno, al paradosso del  nuovo numero uno del tennis sbandierabile come un trofeo dalla Meloni, già espostasi di recente in altre occasioni sportive mescolandole alla sua campagna elettorale, si è già spinto quel diavolo di Makkox con una vignetta sul Foglio in cui la premier esulta per il successo di Sinner e del tennis italiano arrivato “dopo solo 18 mesi di governo”.

Giovanni Spadolini nel 1982

D’altronde, anche la buonanima di Giovanni Spadolini, all’epoca della cosiddetta prima Repubblica, da presidente del Consiglio si avvolse non solo metaforicamente, fra Palazzo Chigi e Montecitorio, nella bandiera nazionale onorata dai mondiali di calcio vinti a Madrid dalla squadra d’Italia battendo nella partita finale la Germania ancora dell’Ovest. Era esattamente l’estate del 1982. La Dc, che proprio a Spadolini aveva ceduto la guida del governo, s’impensierì a tal punto da farlo cadere l’anno dopo anticipando le elezioni. Ma spianando autolesionisticamente la strada a Bettino Craxi, che arrivò a Palazzo Chigi nel 1983 per restarvi sino al 1987: quattro lunghissimi anni vissuti come una specie di inferno dall’allora segretario dello scudo crociato Ciriaco De Mita.

         Per mettere la politica, oltre che i suoi leader di turno, al riparo dalla possibilità, tentazione e altro ancora di strumentalizzazione di eventi esterni, chiamiamoli cosi, bisognerebbe proibirli o ordinarne la censura. Così come, a tutela delle opposizioni o minoranze di turno, bisognerebbe vietare sedute del Consiglio dei Ministri e adozione di provvedimenti urgenti o solo ordinari in pendenza di una campagna elettorale riguardante tutto o parti consistenti del territorio nazionale.

Da Repubblica

E’ appena scattata la campagna -stavolta delle opposizioni- contro il “il bluff del governo”, denunciato in particolare dal quotidiano La Repubblica a proposito degli interventi appena disposti a Palazzo Chigi  per cercare di ridurre, quanto meno, le liste d’attesa negli ospedali.

Anche la magistratura dovrebbe darsi una regolata nelle campagne elettorali. Ma questo non si può dirlo e tanto meno chiederlo senza essere accusati di volerne compromettere l’indipendenza e l’autonomia. E calpestare naturalmente  l’obbligatorietà costituzionale dell’azione penale. 

Quel “rispetto” restituito da Salvini, bontà sua, a Mattarella

Dalla Stampa

         Il “rispetto”, bontà sua, annunciato in retromarcia da Matteo Salvini per il presidente della Repubblica, dopo che il collega di partito e di Parlamento Claudio Borghi ne aveva ventilato le dimissioni per troppo europeismo, non può avere chiuso davvero un incidente che ha messo in imbarazzo la premier e il governo. Dove peraltro il capo della Lega è uno dei due vice presidenti del Consiglio e titolare del Ministero -quello della Infrastrutture- col portafoglio maggiore.

Screenshot

         Il “sovranismo europeo” contestato in un tweet dal senatore Borghi a Sergio Mattarella, e rifiutato anche da Salvini in una intervista televisiva non smentita né smentibile dopo essere stata trasmessa dalla Rai, resta lì a pesare come un macigno sulla immagine di una maggioranza e di un governo che sembravano affrancati dal sospetto di un’adesione opportunistica, per niente convinta, al processo d’integrazione nell’Unione, di cui stiamo per rinnovare il Parlamento. Una Unione che aveva saputo e voluto ritrovare nella difesa dalla pandemia del Covid quello spirito solidaristico smarrito, per esempio, con la crisi del debito pubblico greco. E con la stretta della politica di austerità imposta anche all’Italia.

         Non si può dimenticare la caduta dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi, uscito praticamente dalle urne del 2008 e sostituito nell’autunno del 2011 da quello di Mario Monti, avvolto in panni più tecnici che politici. Cui lo stesso Berlusconi all’inizio si piegò, condividendo anche il laticlavio conferito al suo successore, salvo un successivo e clamoroso ripensamento, condito di sospetti e poi accuse addirittura di golpismo consumato a livello europeo contro di lui.

Draghi e Meloni d’archivio

         Col tiro incrociato fra un Borghi esplicito sino alla maleducazione istituzionale e un Salvini recuperato all’ultimo momento almeno al “rispetto”, ripeto, per il presidente della Repubblica al suo secondo mandato, il rapporto italiano col processo d’integrazione europeo è tornato indietro rispetto ai tempi di Mario Draghi a Palazzo Chigi. E alla cordiale staffetta fra lui e Giorgia Meloni nell’ottobre del 2024.

La vignetta del Corriere della Sera

         C’è solo da sperare che la situazione migliori dopo il voto di sabato e domenica prossimi, una volta usciti dall’animosità, anzi tossicità della campagna elettorale, che ha diviso gli schieramenti fra di loro e al loro interno, multipolari o bipolari che siano o diventino. La ricomposizione del quadro, diciamo così, per ora è solo nella fantasia ironica e acrobatica di Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera.

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