I consigli alla segretaria del Pd non richiesti, e comunque alquanto generici

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         A tre giorni dalle elezioni americane, in cui probabilmente l’aiuto più consistente ricevuto da Kama Harris è stato l’invito dell’attrice Julia Roberts alle donne a tradire nelle urne i mariti tifosi di Donald Trump, nella Repubblica italiana di carta prevale l’incubo delle elezioni regionali del 17 novembre in Emilia-Romagna e in Umbria, dopo la sconfitta della sinistra in Liguria.

Massimo Giannini su Repubblica

         Che “i patrioti al comando” del centrodestra “possano tenersi” anche l’Umbria “è possibile”, ha riconosciuto su Repubblica, appunto, Massimo Giannini, “ma se dovessero espugnare anche la roccaforte del socialismo municipale di Togliatti, sarebbe la fine della Storia”, con la maiuscola. Il rischio evidentemente c’è, nonostante l’ottimismo verbale del “campo largo” dell’alternativa risparmiato da Giuseppe Conte, che non vi ha espulso i renziani, come in Liguria affondando la candidatura di Andrea Orlando alla presidenza della regione sottratta dai magistrati    a Giovanni Toti, tenendolo agli arresti, per quanto domiciliari, fino alle dimissioni propedeutiche alle elezioni anticipate.

Da Repubblica

         In attesa, oltre che delle elezioni regionali del 17 novembre, anche del cambio meno imminente di editore a Repubblica, messa in vendita nel mercato editoriale e finanziario da John Elkann, non so se più stanco o infastidito dalla linea di irriducibile opposizione del giornale fondato da Eugenio Scalfari, un prudente Giannini si è proposto, o riproposto, come consigliere della segretaria del Pd Elly Schlein con un editoriale dal titolo: “Cosa manca alla sinistra per costruire l’alternativa”.

         Già, cosa manca dopo che il Pd ha salvato la pelle, diciamo così, nelle elezioni liguri attestandosi al primo posto col 28,5 per cento dei voti, sia pure grazie ad un’affluenza alle urne scesa al 46 per cento? La diagnosi di Giannini è stata alquanto generica, come la terapia, pur dal sapore critico verso la segretaria del Pd trattata con molto riguardo, e persino simpatia, nelle feste annuali “delle idee” di Repubblica.

Massimo Giannini su Repubblica

“Di fronte all’entropia del fu Campo Largo -ha scritto Giannini- la strategia del “troncare, sopire” non basta più. Dalla politica delle alleanze non si scappa. E con gli alleati, nell’area sempre più scompaginata delle opposizioni, è ora di esercitare una leadership rispettosa ma molto più vigorosa”. Ma “più vigorosa” in che senso? In che direzione? A destra per evitare che il centro vi scivoli sempre di più, come sostengono i riformisti del Pd battuti al congresso dalla Schlein nelle primarie aperte ai non iscritti, rovesciando le preferenze di questi ultimi per Stefano Bonaccini? O a sinistra, inseguendo Conte e il segretario generale della Cgil Maurizio Landini? Belle domande. Le risposte Giannini se l’è tenute tutte per sè, nascoste in qualche cartella del suo computer.

La crisi dei partiti in Italia -un po’ di tutti, a dire la verità- deriva anche da quella dei loro consiglieri.

Mattarella sulla “graticola” di Travaglio per l’assist al governo e il Cavalierato a Marina Berlusconi

Dal Foglio

         In ritardo insolito, ma lieve, rispetto all’abituale immediatezza dello sdegno per notizie vissute quanto meno come scomode, se non tragiche, Marco Travaglio ha reagito a suo modo sul Fatto Quotidiano di oggi all’assist ottenuto dalla premier Giorgia Meloni con la rivendicazione, da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dei miglioramenti della situazione economica. E con le pubbliche doglianze per le agenzie internazionali di rating pur autorevoli che ignorano, sottovalutano o persino negano la realtà italiana: doglianze precedute peraltro  dalla pubblica protesta, sempre di Mattarella, contro la deriva razzista della polizia del nostro Paese denunciata da un organismo del Consiglio d’Europa.  Che ormai vive solo della confusione che se ne fa con l’Unione Europea. “Il Colle si muove per alzare il rating”, ha titolato in rosso Il Foglio riferendo del “filo patriottico che lega Mattarella, Meloni e Panetta nel pressing sul giudizio di Moody’s”. E registrando “fra Mattarella e Meloni un rapporto assai più disteso di quello che non possa apparire”.       

Dal Fatto Quotidiano

         Marco Travaglio ha cercato di fare pagare caro a Mattarella, che già di suo non gli è mai stato molto simpatico, l’assist all’odiato governo in carica. E gli ha riservato il solito, sarcastico trattamento sul versante delle onorificenze che passano per il Quirinale, contestandogli in particolare quella di Cavaliere del Lavoro appena consegnata di persona a Marina Berlusconi. Che nella storia vista e raccontata da Travaglio starebbe al padre Silvio come Edda a Mussolini. “Marina, in arte Edda”, si è autotilolato l’editoriale il direttore del giornale, credo, orgogliosamente più fazioso d’Italia, non volendolo con ciò offendere ma semplicemente rilevare la sua partigianeria.

         Ecco l’incipit, dopo il titolo,  dell’editoriale di Travaglio:  “E’ con il cuore ricolmo di orgoglio patriottico che apprendiamo dai Cinegiornali Luce quanto segue: Sua Eccellenza Sergio Mattarella ha conferito il Cavalierato del Lavoro a Marina Berlusconi, figlia di cotanto pregiudicato, pluri-prescritto, frodatore fiscale, corruttore di giudici e finanziatore della mafia che uccise Piersanti Mattarella (fratello di Sua Eccellenza”.

Mattarella l’anno scorso ai funerali di Silvio Berlusconi

         Caspita, questa di avere potuto  commissionare, o quasi, magari inconsapevolmente, l’omicidio di Piersanti Mattarella nel 1980, prima ancora delle stragi mafiose del 1992 e 93 propedeutiche -secondo ex magistrati portati in Parlamento da Giuseppe Conte, “l’uomo politico più sottovalutato nel mondo”, ha scritto ieri lo stesso Travaglio occupandosi di altro- non l’avevo ancora sentita. E se l’era dimenticato il medesimo Travaglio nel racconto pur critico della partecipazione di “Sua Eccellenza” il Presidente della Repubblica in carica, l’anno scorso, ai funerali di Stato spettanti e assegnati all’ex presidente del Consiglio.

Giuseppe Conte in versione Ovidio nei rapporti con Elly Schlein

Dal Dubbio

Neppure Publio Ovidio Nasone, il semplicemente e miticamente Ovidio, se potesse tornare fra noi dopo più di duemila anni dalla morte potrebbe forse comprendere e consolare Giuseppe Conte nei “tormenti” giustamente attribuitigli dal nostro Paolo Delgadoscrivendo sul Dubbio dei suoi rapporti tutti politici, per carità, con la segretaria del Pd Elly Schlein, prima ancora ma ancora di più dopo la debacle del MoVimento 5 Stelle nelle elezioni in Liguria.  Che sono costate la sconfitta ad Andrea Orlando nella corsa alla presidenza della regione, pur col vento soffiatogli nelle vele dalla magistratura arrestando per corruzione l’ex governatore Giovanni Toti e liberandolo solo dopo le dimissioni e il conseguente voto anticipato, che ha invece confermato il centrodestra affidatosi nel frattempo alla guida del sindaco di Genova Marco Bucci. Ma ancor più della sconfitta di Orlando, in negativo per la sinistra e la sua ambizione all’alternativa al governo di Giorgia Meloni a livello nazionale, vale -ripeto- la debacle del movimento pentastellato. Che si è materializzato nella evaporazione, estinzione, compostazione annunciate dallo stesso fondatore e tuttora garante Beppe Grillo, per usare le sue stesse parole.  Peraltro propedeutiche al suo rifiuto di andare alle urne, come già nelle elezioni europee di giugno.

         Se tuttavia in teoria, nella logica delle speranze o degli auspici espressi anche dal nostro direttore Davide Varì, il Pd della Schlein può continuare ad ambire all’alternativa senza Conte, il partito di quest’ultimo, comunque si chiamerà dopo il processo rifondativo in corso fra gli anatemi di Grillo, non ha realistiche possibilità di sopravvivenza senza un collegamento col pur odiato Nazareno. “Ego nec sine te nec tecum vivere possum”, scriveva Ovidio.  

         Per un istante, al massimo per qualche ora persino chi pensa di conoscere meglio, come Marco Travaglio, il mondo politico riconducibile in Italia a Conte, ritenuto l’ex presidente del Consiglio migliore dopo Cavour, ha pensato alle 5 Stelle rigenerabili   in tre anni, o quanti ne mancano alle prossime elezioni politiche, di costante, irriducibile, persino solitaria opposizione: in sciopero generale ben oltre quello annunciato dalla Cgil e dalla Uil per il 29 novembre.

         Ma un editoriale in questo senso, o così avvertito da molti degli stessi lettori che debbono avergli scritto mostrando qualche dissenso o preoccupazione, come si è capito dall’incipit dell’editoriale successivo, è svanito in un solo giorno di edicola.  Esso è stato corretto col riconoscimento che col Pd a Conte, “l’uomo politico – ha scritto il direttore del Fatto Quotidiano- più sottovalutato del secolo”, non convenga rompere del tutto. Siamo insomma al “nec sine te” di Ovidio. Il problema si ridurrebbe solo ad una più oculata scelta delle cose, ma soprattutto delle persone su cui accordarsi col partito della Schlein in sede locale, ogni volta che si va a votare per rinnovare qualche amministrazione, o in sede nazionale quando verrà il momento.

Andrea Orlando

         In Liguria, secondo Travaglio, l’errore di Conte non è stato quello di reclamare e ottenere l’esclusione dell’odiato Matteo Renzi, e dei suoi uomini e donne, dal “campo” dell’alternativa al centrodestra, ma di avere accettato come candidato alla presidenza della regione un esponente troppo d’apparato del Pd come il più volte ex ministro Andrea Orlando: ex, peraltro, anche del primo e unico governo di Renzi, al vertice addirittura del dicastero della Giustizia.

La vignetta del Corriere della Sera di oggi

         Alle condizioni poste, consigliate e quant’altro da Travaglio è difficile tuttavia, diciamo pure impossibile, pensare che il Pd possa reggere, neppure se dovesse assumerne la guida – per una rinuncia o un rovesciamento improvviso della Schlein- il comprensivo, pazientissimo, disponibilissimo Goffredo Bettini. Che a suo tempo non sottovalutò ma sopravvalutò Conte promuovendolo al “punto più alto di riferimento dei progressisti” in Italia, peraltro non necessariamente di sinistra all’anagrafe politica di Travaglio.

Aldo Moro ed Enrico Berlinguer

         Nemmeno il Pci di Enrico Berlinguer, coi voti e col prestigio che aveva, riuscì negli anni della cosiddetta “solidarietà nazionale” a imporre alla Dc di Aldo Moro la selezione della classe dirigente scudocrociata, reclamando per esempio le teste dei ministri Antonio Bisaglia e di Carlo Donat-Cattin senza ottenerle.

Pubblicato sul Dubbio

La Valencia di Giuseppe Conte dopo la disfatta delle 5 Stelle in Liguria

Giuseppe Conte

         Se non ce ne fosse una drammaticamente vera, con un centinaio di morti nell’uragano abbattutosi sulla lontana Valencia e dintorni, si potrebbe applicare la metafora dell’Apocalisse a quanto sta accadendo in via Campo Marzio, a Roma, a pochi passi da Montecitorio, nella sede del MoVimento 5 Stelle. Che Giuseppe Conte raggiunge di solito a piedi, a passo di carica, petto in fuori, con l’aria di sfidare tutto e tutti dall’alto della statua di carta erettagli a suo tempo sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio scrivendone come del migliore presidente del Consiglio, anzi ex, dopo la buonanima di Camillo Benso conte, al minuscolo, di Cavour.

         Precipitato in quattro mesi in Liguria dal 10 e più per cento dei voti a meno del 5, ma sceso più lentamente da oltre il 20 per cento di altre precedenti elezioni, il partito -o quasi- di Conte che Beppe Grillo non va più neppure a votare, tanto lo disconosce, sembra un pò una delle macchine spagnole accatastate per l’uragano. Accatastata per essere magari smontata e poi rimontata nella sede di via Campo Marzio come in un museo.

Landini e Conte in piazza

         Dopo un editoriale, ieri, nel quale sembrava avere consigliato a Conte la rinuncia ad ogni progetto di alleanza con quel mostro menagramo che sarebbe sempre stato  il Pd,  ma peggiorato col voto in Liguria, Travaglio sul Fatto ha cercato oggi di correggere il tiro. Continuando sì a consigliargli una tendenza generale all’opposizione, per cercare di  ricaricare le batterie nelle piazze insieme col segretario generale della Cgil Maurizio Landini e compagni, ma suggerendogli anche accordi locali attorno a programmi e candidati davvero innovativi, non come quel triste uomo d’apparato del Pd-ex Pci Andrea Orlando scelto in terra ligure.  Dal quale gli elettori pentastellati sono fuggiti disertando le urne. O votandogli contro quei pochi che non sono rimasti a casa.

Dal Fatto Quotidiano

         Nell’aggiornamento dei consigli, o istruzioni o direttive, secondo i gusti, Conte è stato promosso o degradato da Travaglio, anche qui secondo i gusti, dal migliore presidente del Consiglio, anzi ex, dopo Cavour al “politico più sottovalutato del secolo”. Ma ancor più che sottovalutato, direi frainteso perché Travaglio, sempre lui, forse da psicanalista più che da cronista, a dispetto della guerra scoppiata fra di loro sui giornali, considera Conte “il politico più grillino di tutti”, cioè l’uomo che ha saputo meglio raccogliere e portare avanti le cause di Grillo. E avrebbe perciò meritato di succedergli nella gestione del movimento “carsico” delle 5 Stelle, o “compostibile”, come lo ha definito il fondatore pur buttandolo fra le immondizie.

  La morte annunciata della forza politica prodotta dai “vaffanculo” di Grillo del 2007 nelle piazze italiane sarebbe “fortemente esagerata” – ha scritto sempre Travaglio- come quella, a suo tempo, derisa in un auto-necrologio da Mark Twain. Funerali e tumulazione del movimento apriscatole del Parlamento e altro s’intendono quindi rinviati.  

Ripreso da http://www.startmag.it

I dubbi della “cavia”, come si sente Andrea Orlando dopo la sconfitta

Emilio Giannelli sul Corriere della Sera

    Ma la “cavia” che Andrea Orlando ha dichiarato di sentirsi dopo la sconfitta nella corsa alla presidenza della Liguria con chi se la può o deve prendersela di più?  Bella domanda. Neppure lui ha saputo o voluto rispondere. Con Giuseppe Conte, che gli ha ristretto il “campo” dell’alternativa al centrodestra estromettendo i renziani? Con Elly Schlein, la segretaria del suo partito, il Pd, che ha accettato quella estromissione, cioè quel veto, mirando più a fare guadagnare voti al Nazareno, riuscendovi col 28,5 per cento che lo ha portato in testa alla classifica generale, senza curarsi del resto? Con Carlo Calenda, che sotto sotto ha spalleggiato Conte contro i renziani minacciando di sfilarsi dal “campo” piuttosto che ritrovarsi con loro? Con Beppe Grillo che, pur disertando personalmente le urne sentendosi tradito “dalle pecore”, è stato intravisto dietro la candidatura di disturbo di Nicola Morra? Che col suo pur misero 0,9 per cento ha sottratto al Movimento 5 Stelle quei pochi voti che gli sarebbero bastati per contribuire non alla sconfitta ma alla vittoria dell’ex ministro piddino?

Marco Bucci

         Dentro ciascuna di queste domande c’è drammaticamente, come in un romanzo giallo, la chiave per accedere alla causa principale della sconfitta della sinistra e della conseguente vittoria del centrodestra guidato dal sindaco di Genova Marco Bucci. Che era oggettivamente partito penalizzato dalla vicenda giudiziaria dell’ex governatore Giovanni Toti, specie dopo che quest’ultimo a sorpresa aveva preferito il patteggiamento al processo per corruzione.

          In verità, c’è anche chi pensa che la chiave per accedere alla causa della sconfitta della sinistra si trovi nell’affluenza alle urne, scesa ancora di più rispetto a quella già sotto il 50 per cento delle elezioni regionali di giugno. L’astensionismo tuttavia è una bestia nera ma ambivalente della democrazia, sempre più difficile, proprio per la sua crescente e trasversale consistenza, da classificare politicamente, a destra piuttosto che a sinistra, o viceversa.

Giuseppe Conte

          A individuare la ragione prevalente della sconfitta della sinistra in Liguria potrebbe contribuire il dibattito all’interno della stessa sinistra e dei partiti che la compongono. Ma anche questo è al momento bloccato, o quasi, dal perdurante clima elettorale che lo altera, dovendosi votare il 17 novembre in Emilia-Romagna e in Umbria. Sotto le 5 Stelle invece esso è sin troppo acceso per risultare, fra il parricidio attribuito a Conte e l’infanticidio attribuito o persino rivendicato da Grillo col “diritto all’estinzione” del movimento da lui fondato ma ormai sfuggitogli di mano e di testa. Si vedrà a fine novembre se e cosa rimarrà davvero delle 5 Stelle con l’assemblea costituente voluta dal suo presidente contro le diffide del fondatore e tuttora garante a termini di statuto, “bravissimo -ha scritto sul Fatto Quotidiano il suo disincantato ammiratore Andrea Scanzi- ad avere torto anche quando ha ragione”.

Dalla Cosa di Occhetto alla Cosa di Conte, dal Pci alle 5 Stelle

Da Libero

Come dalla casa si passò alla Cosa di Achille Occhetto dopo il crollo del muro di Berlino si è passati ora dalla casa alla Cosa di Giuseppe Conte dopo il crollo del muro di Beppe Grillo. Il paragone ha del paradossale, lo so, ma fino ad un certo punto.  E’ la storia della sinistra che quando finisce nelle mani sbagliate è compensata nel governo dalla destra: nel 1994 con Silvio Berlusconi, oggi con Giorgia Meloni.

Achille Occhetto aveva come casa addirittura il Pci che era già stato di Palmiro Togliatti e di Enrico Berlinguer. E passò alla Cosa in attesa di trovare con i suoi compagni il nuovo nome da dare ad un partito finito sotto le macerie di un muro il cui crollo fu propedeutico a quello dell’Unione Sovietica e, più in generale, del comunismo.

Achille Occhetto ai tempi della “Cosa”

La Cosa di Occhetto sfociò nel 1991 nel Pds e nella Quercia, acronimo e simbolo -rispettivamente- del Partito Democratico della Sinistra. Seguirono sette anni dopo i Democratici di sinistra senza più il partito, passato generalmente di moda con l’irruzione di Berlusconi nella politica. E infine, dopo altri nove anni, tornò il Partito, con la maiuscola, seguito dal semplice aggettivo “democratico”, di cultura o ambizione americana, nelle corde del suo primo segretario Walter Veltroni. La rinuncia pur nominalistica alla sinistra, rimasta solo nei titoli del radicalismo verde e socialista, segnò un’altra rottura con la tradizione e la cultura dei comunisti, che avevano immaginato alla loro sinistra, appunto, solo i pidocchi nella criniera di memoria togliattiana.

         Pensate un po’ in quale pur paradossale e incidentale intreccio politico, culturale, ideologico è finito il povero Conte alla presidenza di una formazione che già ha perso da tempo la caratteristica dichiaratamente movimentistica, appunto, a vantaggio della formula partitica. Ma ha perso ormai anche la discendenza da Grillo. Che lo ha disconosciuto come figlio, disertando anche le urne, per come lo avrebbe ridotto Conte: a immondizia, sia pure “compostibile”. Dalla quale chissà cosa -la Cosa, appunto, con la maiuscola – potrà derivare dopo il passaggio per l’assemblea costituente programmata dall’ex presidente del Consiglio con procedure contestate da un garante presosi evidentemente troppo sul serio. E in fondo caduto nella trappola, diciamo la verità, di un contratto di consulenza che, visto a posteriori, con tutta l’arbitrarietà di un’analisi di questo tipo, forse non parve vero a Conte di accordargli.

Beppe Grillo

Quel contratto è bastato e avanzato per tirare giù il fondatore e sovrano del MoVimento 5 Stelle dal suo trono, trascinandolo via via in quel ruolo o in quel problema che lo stesso Conte ha definito “marginale” disinibendo Grillo nella reazione. Ed essendo a sua volta restituito all’immagine del “Mago di Oz” che Grillo gli aveva affibbiato già una volta, rinunciandovi poi con quel benedetto, o maledetto, contratto di consulenza da 300 mila euro l’anno.

         Probabilmente Grillo esagera a scaricare su Conte tutte la responsabilità della crisi pentastellata.  E a ignorare, esorcizzare, ridurre le sue, di responsabilità. A livello almeno di comunicazione, che è poi la remunerata competenza dallo stesso Grillo rivendicata.

A Conte, d’altronde, è capitato anche a me, e di recente, di attribuire qualche errore in più di quelli commessi, come la perfezione -dovuta invece a Mario Draghi, suo successore a Palazzo Chigi- della pratica di promozione di Dario Franceschini da ministro prudentemente dei Beni culturali a ministro, più aulico ma meno prudente, della Cultura. Ma Conte, benedett’uomo, deve pur riconoscere di avere anche lui delle responsabilità nella gestione di quella che è diventata una Cosa. Egli deve pur convenire che non solo come presidente del Consiglio, cambiando maggioranza da un giorno all’altro, ma anche come presidente del movimento si è assunto troppe parti politiche in commedia, come si dice in gergo popolare.

Pure a sinistra, dove ha voluto collocarsi fra i dubbi, le resistenze e ora pure i dileggi di Grillo, sino ad essere promosso al “punto di riferimento più alto dei progressisti” dal generoso Goffredo Bettini, l’ex presidente del Consiglio ha finito più per creare problemi che per offrire soluzioni. Prima, per esempio, rompendo col Pd di Enrico Letta per accelerare la fine del governo Draghi e l’arrivo della Meloni a Palazzo Chigi. E poi ingaggiando col Pd di Elly Schlein una partita più di concorrenza che di alleanza, più di impuntature che altro.  Ne è appena derivata la clamorosa sconfitta del campo ristretto da Conte in Liguria, a vantaggio di un centrodestra cui l’elettorato ha confermato, anche senza l’autorizzazione della solita magistratura, l’onere di governare.

Pubblicato su Libero

La rivoluzione esaurita e quella fallita sotto le cinque stelle

Dal Dubbio

La rivoluzione, a suo modo, del Beppe Grillo “vaffanculista” -scusate la parolaccia da lui sdoganata sulle piazze nel 2007- mi sembra finita senza aspettare i 70 anni e più accumulati dalla rivoluzione più seria e drammatica di Lenin. Ma la rivoluzione in qualche modo propostasi anche da Giuseppe Conte, strappando progressivamente e infine rompendo con Grillo, furioso più ancora dell’Orlando appena battuto nelle elezioni regionali in Liguria, è già fallita nella stessa Liguria. Dove non solo l’ex ministro piddino Andrea Orlando ha perduto, con l’onore tuttavia di un testa a testa fino all’ultima scheda, per il restringimento del campo della sinistra voluto appunto da Conte escludendovi Matteo Renzi, ma l’ex premier pentastellato ha più che dimezzato i voti del suo movimento in soli quattro mesi, quanti ne sono trascorsi dalle elezioni europee di giugno.

         Il Pd di Elly Schlein può almeno vantarsi, come Andrea Orlando del testa a testa, di essere salito al 28 per cento dei voti doppiando il partito della premier Giorgia Meloni, ma il movimento di Giuseppe Conte può solo registrare un arretramento che ne certifica e aggrava la crisi.

Stefano Rolli sul Secolo XIX

I giornali hanno attribuito a Conte la convinzione, espressa a caldo mentre da Genova gli arrivavano le notizie della sconfitta, secondo cui le cose sarebbero andate ancora peggio per le cinque stelle se lui non avesse puntato i piedi contro Renzi con un veto imposto alla Schlein. Ma è appunto una sua convinzione, conforme all’ostinazione che Conte ha dimosrato nella sua esperienza politica di sei anni, cominciata -credo, sfortunatamente per lui- dal gradino più alto della carriera: quello di Palazzo Chigi. Chi troppo rapidamente sale, cade sovente precipitevolissimevolmente, dice un vecchio proverbio scioglilingua.

         In Liguria tuttavia è spiaggiata anche la magistratura dopo avere ghigliottinato la precedente amministrazione regionale di centrodestra, passata soltanto dal timone di Giovanni Toti a quello di Marco Bucci.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 1° novembre

Che botto in Liguria per la sinistra ristretta di Conte e per le toghe…

         Che botta per la sinistra in Liguria, sconfitta nonostante l’arresto, poi le dimissioni e infine il patteggiamento dell’ex governatore di centrodestra Giovanni Toti. Al quale gli elettori, pur con una minore affluenza alle urne, o proprio per questo, non imputabile di certo al solo maltempo, hanno fatto succedere un altro esponente del centrodestra: il sindaco uscente, anzi uscito, di Genova Marco Bucci. Ma che botta soprattutto per Giuseppe Conte, che ha condannato la sinistra riducendone il cosiddetto campo per espellere Matteo Renzi. E in più ha ridotto di oltre la metà, sotto il 5 per cento,  il suo movimento in soli quattro mesi, dopo le elezioni europee di giugno, con l’aiuto -sorpresa nella sorpresa- del fondatore, garante, elevato, consulente a contratto e quant’altro Beppe Grillo, quasi accontentato dagli elettori nel diritto rivendicato all’”estinzione” della sua creatura. Neppure lui, Grillo, è tornato a votare, dopo avere già disertato le urne un’altra volta.

Bucci e Orlando in campagna elettorale

         Se non fosse vero, con tanto di proiezioni e poi di risultati, dichiarazioni, foto, annessi e connessi, e i titoloni oggi sulle prime pagine di tutti i giornali, anche dei più delusi o contrariati, consolatisi solo per il testa a testa dei conteggi, ci sarebbe da credere a uno scherzo. Ad un sogno di Bucci e a un incubo del concorrente Andrea Orlando, originariamente riottoso ad un’impresa alla quale invece via via si era talmente immedesimato da crederci davvero, anche mentre Conte gli tagliava l’erba sotto i piedi. E lui continuava a scambiarlo per un alleato prezioso, finendo tra i “pestati” del bel titolo dell’insospettabile manifesto.

Dal manifesto

         Ma non sarebbe giusto, di fronte ai risultati delle elezioni anticipate in Liguria, che hanno finto per sorpassare quelle già in programma in Emilia-Romagna e in Umbria, limitarsi a pensare, a parlare e a scrivere, magari scherzandoci pure sopra, dei politici sconfitti nella regione che pensavano di strappare agli avversari.  Qualche riflessione a dir poco critica la merita anche la magistratura che di suo, per non volerla sospettare di avere da fatto da sponda ad un gioco politico, ha provocato queste elezioni liguri, ripiegando anch’essa su un patteggiamento, come l’ex governatore Toti, pur di non rischiare un processo così fortemente perseguito in anni di indagini e intercettazioni. La sconfitta uscita dalle urne vale anche per la magistratura, sicura dietro lo schermo della indipendenza, autonomia, inamovibilità e tutto il resto.  Pestate pure le toghe, per tornare al manifesto.

Ripreso da http://www.startmag.it        

La Liguria nella morsa del maltempo e dell’astensionismo elettorale

Collegati o no che siano, nella Liguria alle urne sino alle ore 15 di oggi per l’elezione del governatore e il rinnovo del Consiglio regionale dissoltosi nella vicenda giudiziaria dell’ex presidente Giovanni Toti i partiti non sanno se temere di più il maltempo o l’astensionismo. I partiti e naturalmente i due principali concorrenti alla presidenza: il sindaco di Genova Marco Bucci per il centrodestra e l’ex ministro Andrea Orlando per il cosiddetto campo largo dell’alternativa di sinistra, ristrettosi dopo il veto posto da Giuseppe Conte, e subìto dal Pd di Elly Schlein, alla partecipazione di Matteo Renzi.

Da Repubblica

         Rispetto alle precedenti elezioni regionali del 2020 l’affluenza alle urne alla fine della prima giornata di votazioni è risultata inferiore di cinque punti: dal 39 al 34 per cento. La punta massima del calo, di circa il 10 per cento, si è raggiunta a Savona e Imperia, quella minima del 2,7 per cento  a Genova.

Marco Bucci al voto

         “Elezioni all’ultimo respiro”, si è scritto sulla prima pagina del giornale storico della Liguria Il Secolo XIX. Tanto Bucci quanto Orlando sono stati tra i primi a votare, entrambi più o memo sorridenti e fiduciosi per dovere d’ufficio, o di competizione. Ma il secondo aveva forse più motivi di preoccupazione dell’altro perché, già ridotto dalla cacciata dei renziani, il suo potenziale campo elettorale è stato politicamente danneggiato dall’aggravamento della crisi del MoVimento 5 Stelle. Che ha voluto e ottenuto lo scalpo di Renzi – i cui elettori, pochissimi o pochi che possano essere considerati, potranno risultare decisivi nel risultato atteso a questo punto a sinistra col fiato sospeso- ma  è finito anch’esso al pronto soccorso politico.

Andrea Orlando al voto

         Beppe Grillo, peraltro genovese d’anagrafe e di tutto il resto, da comico ha assunto le sembianze tragiche dell’infanticida, avendo rivendicato “il diritto all’estinzione” della sua creatura politica, viste le condizioni alle quali l’avrebbe ridotta Conte. Che, dal canto suo, è apparso ai più fedeli di Grillo un parricida, avendo pubblicamente definito “marginale” la posizione del fondatore e tuttora garante del movimento, nonché consulente a contratto quasi scaduto.

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         La crisi, a questo punto anche esistenziale, del movimento pentastellato  è arrivata al termine di una decadenza progressiva, non solo elettorale. Non a caso, forse, nell’ultimo e più grande scandalo di spionaggio e ditorni esploso a Milano non si trovano nomi di grillini, o contiani, fra quelli presi di mira da quanti al telefono, finiti però intercettati pure loro, si erano proposti di “screditare tutta Italia”.

Beppe Grillo e Giuseppe Conte

I pentastellati, che dello sputtanamento generale   avevano fatto la loro ragione di vita politica coi “vaffanculo” gridati da Grillo nelle piazze e nei teatri contro tutti, di ogni colore, poi assunti come alleati nella loro stagione di governo, dalla Lega al Pd; i pentastellati, dicevo, alla fine a screditarsi ci hanno pensato, e hanno provveduto, da soli nella percezione generale.  

Grillo furioso butta le cinque stelle di Conte nella monnezza

Dal blog personale del comico genovese

Beppe Grillo, con “un buco nello stomaco” annunciato da casa sua, non ha retto alla liquidazione fatta da Giuseppe Conte dei rapporti con lui come una questione “marginale”, comprensiva del sostanziale licenziamento da consulente a 300 mila euro annui. E in un video diffuso dal blog personale lo ha accusato di avere fatto ormai “evaporare” il MoVimento 5 Stelle, Che “non c’è più”. Sopravvive solo nel nome dei gruppi parlamentari composti da deputati e da senatori formalmente eletti, in realtà scelti da Conte senza coinvolgere davvero gli iscritti, dei quali sarebbe stata compiuta in agosto anche una sostanziale epurazione verificandone arbitrariamente l’operatività per comporre in un certo modo l’assemblea costituente di novembre, caricata anche del compito di ridurre o persino eliminare il ruolo di garante del fondatore.

         Dalla “democrazia dal basso” che Grillo ritiene di avere introdotto e garantito, appunto, si è arrivati secondo lui ad una “bassa democrazia”, a misura e al servizio personale dell’ex presidente del Consiglio. Al quale il comico genovese, deridendone peraltro la collocazione tra i progressisti, cioè a sinistra,  è tornato a dare del “mago di Oz”, come in una precedente rottura ricomposta all’ultimo momento. Questa volta il rapporto si è rotto definitivamente, si vedrà se ricorrendo anche a qualche vertenza giudiziaria, pur se Grillo ha detto, mostrandosi rassegnato, che non intende “fare casini”, forse dissuaso, secondo indiscrezioni di stampa non smentite, da una lunga consulenza legale tanto sgradita da non essere stata retribuita.

         Sotto le 5 Stelle è accaduto e accade ormai di tutto: anche che il fondatore e ancora garante per statuto rivendichi “il diritto all’estinzione” di un movimento “compostabile” come certa monnezza.  E pensare che per una decina d’anni, da quando sfiorò nelle elezioni politiche del 2013 la vittoria, conseguita in quelle del 2018 sino a rivendicare e ottenere Palazzo Chigi, quello che ci eravamo abituati a chiamare “il movimento grillino” ha condizionato la politica, più di quanto forse non fosse riuscito a fare dopo il 1994 Silvio Berlusconi: “lo psiconano” secondo la definizione dello stesso Grillo. Eppure, anche se anche adesso cerca di attribuirne la responsabilità tutta a Conte, il comico prestatosi alla politica ha contribuito quanto meno al passaggio da un centrodestra a trazione berlusconiana, appunto, ad un centrodestra a trazione meloniana, cioè ad una coalizione di destra-centro della quale si fatica, a dir poco, a costruire un’alternativa.

Dal Corriere della Sera di ieri

         Lo stesso Conte -in un’intervista pubblicata eri dal Corriere della Sera, la medesima alla quale Grillo ha reagito sul suo blog- invitato a dire se il campo di questa alternativa debba definirsi “largo” o “giusto”, ha risposto. “Asteniamoci dal chiamarlo”. Testuale. Neppure di campo sembra quindi possibile parlare.

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