Assist di Mario Monti alla Meloni in Europa dopo la vittoria di Trump

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Pur preoccupato pure lui per la difficoltà di “governare il caos trumpiano”, come ha scritto oggi Il Foglio in un titolo che comunque egli non aveva ancora potuto leggere, il senatore a vita, ex presidente del Consiglio e due volte commissario europeo Mario Monti non si è stracciato abiti o strappato capelli in una intervista che ha voluto lasciarsi fare dal Corriere della Sera dopo le elezioni americane. Piuttosto, è sembrato condividere la speranza degli ottimisti di sapere e volere trarre il bene anche da un male. O semplicemente da un pericolo che si avverte in una certa situazione o in un certo evento.

Dal Corriere della Sera

         Piuttosto che strapparsi vestiti e capelli, ripeto, come penso che abbia evitato di fare anche il suo amico Mario Draghi, pure lui ex presidente del Consiglio, incontrando la segretaria del Pd Elly Schlein  dopo la vittoria di Trump; piuttosto che strapparsi vesti e capelli, dicevo, Monti ha scommesso sulla capacità di un’Europa “forte” di confrontarsi con Trump. E, scommessa nella scommessa, ha puntato soprattutto su due donne europee: la tedesca Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e la premier italiana Giorgia Meloni. Che non deve quindi avere procurato a Monti quella specie di orticaria forse avvertita da altri vedendola nella solita cordialità a Budapest col presidente Viktor Orban per il primo vertice europeo dopo la vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca.

Monti al Corriere

         “Von der Leyen -ha detto Monti-appartiene alla più solida famiglia politica dell’Unione Europea, il partito popolare, e inizia il suo secondo mandato con un nuovo presidente del Consiglio europeo cooperativo e, credo, rispettoso dei ruoli come (il portoghese) Antonio Costa Quella che potrebbe essere una debolezza- le difficoltà di Francia e Germania- può diventare la forza di Ursula von der Leyen. Si apre un’ampia finestra in cui lei e Costa saranno determinanti”.

Monti al Corriere

         “Giorgia Meloni -ha detto Monti in un altro passaggio dell’intervista- ha capito l’Europa e i suoi problemi. E’ il leader che può spiegare meglio questa realtà  a patrioti, sovranisti e riluttanti vari. I quali possono essere molto legati al diritto nazionale di veto, soprattutto in politica estera. Ma allora è come se firmassero una dichiarazione che dice: Sì, io sono un cavallo di Troja. La presidente del Consiglio può complementare von der Leyen e deideologizzare gli argomenti di un’Europa forte”.

Monti al Corriere

         Ancora sulla premier italiana, ma entrando sottilmente in una dialettica fra la competizione e il disturbo esistente nella maggioranza di centrodestra, Monti ha detto che la “operazione” di rafforzamento dell’Europa per confrontarsi meglio con Trump e collaborare “non la può fare Matteo Salvini, la può fare Antonio Tajani ma quella meglio posizionata è Meloni”. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Trump vissuto, dopo la Meloni, come un fantasma dalla sinistra italiana

Da Libero

La sinistra italiana post-comunista scioccata di fronte alla vittoria elettorale che riporterà Donald Trump alla Casa Bianca a gennaio mi ricorda un po’ la sinistra ancora dichiaratamente comunista scioccata 44 anni fa dalla vittoria di Ronald Reagan. Che, per quanto fosse già stato il governatore della California dal 1967 al 1975, era rimasto nell’immaginario delle allora Botteghe Oscure l’attore improvvisatosi politico e destinato solo a procurare guai alla democrazia tout court, e non solo quella americana.

         Fu un annuncio di morte “alquanto esagerato”, come nel 1897 il famoso, leggendario scrittore americano Mark Twain, mancato nel 1910, aveva definito quello che lo aveva riguardato personalmente con troppo anticipo.

         E’ impressionante come una certa sinistra, anche se non solo italiana, sia ciclicamente incapace di capire la società e la politica degli Stati Uniti, anche dopo averne scoperto, apprezzato, adottato, secondo i gusti, il modello quando le convenne cercando di riscattarsi dalla sudditanza al comunismo sovietico per aspirare al governo in un Paese come l’Italia, occidentale anche nella classificazione concordata a Yalta fra le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale.

Ronald Reagan

         Reagan non solo rafforzò la democrazia ma sconfisse il comunismo senza sparare un colpo, solo accettandone la sfida sul piano della deterrenza, cioè recuperando lo svantaggio accumulato dalla Nato in Europa quando i sovietici avevano installato nelle basi del Patto di Varsavia i missili SS20. Un’operazione di recupero, e di definitivo sfiancamento dell’Urss, che quel politico improvvisato come era stato considerato Reagan seppe realizzare col consenso dei socialdemocratici tedeschi e dei socialisti italiani, mettendo peraltro al nudo la doppiezza berlingueriana dell’ombrello della Nato utile a proteggere anche il Pci, o il cosiddetto eurocomunismo, purchè rimanesse bucato.

Elly Schlein

         La segretaria del Pd Elly Schlein, 39 anni compiuti nello scorso mese di maggio, a quei tempi non era ancora nata. E chissà se ha mai avuto e avrà la voglia di studiarli, presa com’è dalla rappresentazione contemporanea e diabolica di Trump e dalle imitazioni italiane, come mi sembra che gli sia apparso in questi giorni persino il suo compagno di partito Vincenzo De Luca, Enzo per gli amici. Che si è messo in testa di disattendere il no del Nazareno al terzo mandato di governatore della Campania: disposto a riproporsi anche contro il Pd, ora che egli ha fatto approvare una legge regionale che gli consente di farlo, sia pure con la furbizia del vincolo differito, diciamo così, dei due mandati.

         Già catalogato dalla Schlein fra i “cacicchi” di cui liberarsi, e liberare il suo partito anche per renderlo più gradito, o meno sgradito, a quel rottamatore che è diventato Giuseppe Conte in concorrenza col pur odiato, anzi odiatissimo Matteo Renzi, il governatore della Campania deve essere diventato insopportabilmente trumpiano agli occhi e alle orecchie della segretaria del Pd per il suo stile, il suo linguaggio, la sua ostinazione.

Vincenzo De Luca

         A Giuseppe Conte, in verità, il nome e l’immagine di Trump non dovrebbe dispiacere dopo quel “Giuseppi” da lui rimediato come incoraggiamento mentre cercava in Italia, peraltro riuscendovi, di restare a Palazzo Chigi cambiando in corsa le ruote della sua maggioranza. Ma in Campania, dove si voterà fra un anno per il rinnovo dell’amministrazione regionale, l’ex presidente del Consiglio ha una sua partita da giocare, anticipata dai retroscenisti con l’ipotesi di fare accettare dalla Schlein la candidatura del pentastellato ex presidente della Camera Roberto Fico a governatore. E Dio solo sa quanto bisogno avrebbe Conte di rianimare il suo partito, o quel che ne rimarrà alla fine della vicina assemblea costituente e dello scontro con Beppe Grillo, dopo averlo ridotto in Liguria al 4 e rotti per cento.

         Sì, lo so. Col Trump vero, quello americano tutto da assaggiare come si deve fare col budino per provarlo anche nella sua seconda edizione, dopo la prima prodotta dalle elezioni americane del 2016, tutto questo discorso sul Pd e sui rapporti con le 5 Stelle c’entra poco o niente. Ma c’entra col trumpisno e l’antritrumpismo, entrambi farlocchi, dell’immaginario di certa sinistra. Che non riesce a vivere senza fantasmi.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il10 novembre

Landini si arruola nel trumpismo e incita gli italiani alla “rivolta sociale”

Neppure tanto inconsapevolmente ispirato da Donald Trump, avendone attribuito la vittoria nella corsa per il ritorno alla Casa Bianca alle “condizioni di vita delle persone” negli Stati Uniti, il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha incitato gli italiani, in condizioni ancora peggiori degli americani, alla “rivoluzione sociale”. Il cui percorso potrebbe o dovrebbe evidentemente cominciare il 29 novembre con lo sciopero generale proclamato dalla stessa Cgil, insieme con la Uil, contro il governo di Giorgia Meloni. Che nella distorsione dialettica di quello che si sente il vero capo delle altrettanto vere opposizioni apparterrebbe abusivamente, persino guidandolo a livello europeo, al mondo politico dei conservatori rappresentato a livello mondiale dal tycoom spinto di nuovo alla Casa Bianca da una maggioranza superiore a tutte le attese o a tutti i timori.  Secondo le preferenze di chi, rispettivamente, festeggia o s’incupisce per i risultati delle elezioni d’oltre Oceano.

La vignetta del Secolo XIX

         Il trumpismo di Landini riflette come meglio non potrebbe la confusione della politica italiana, colta anch’essa di sorpresa dalle dimensioni della vittoria di Trump, anche nel centrodestra dove maggiormente essa era stata prevista o attesa, come nella Lega di Matteo Salvini e tra i fratelli d’Italia della premier, pur pronta -secondo i soliti retroscenisti con tanto di analisi persino geopolitiche- ad accontentarsi anche di una vittoria, magari ai punti, di Kamala Harris. Che addirittura avrebbe dovuto convenirle di più. Ah, che cosa non si riesce a pensare e, peggio ancora, a scrivere alla vigilia delle elezioni.

La vignetta di ItaliaOggi

         Il capogruppo del partito della Meloni alla Camera Tommaso Foti, sempre dondolante davanti alle telecamere con la mano sinistra infilata nella tasca dei pantaloni,   è quello che paradossalmente ha preso più sul serio il trumpismo di Landini, pur contestando al segretario generale della Cgil l’aumento di stipendio appena strappato al suo sindacato per migliorare, diciamo così, le proprie condizioni di vita minacciate dal governo. In particolare, Foti ha intravisto aspetti penali nella “rivolta sociale”, ripeto, auspicata da Landini. Che probabilmente conta pure lui, come i migranti clandestini che provengono dall’Egitto e dal Bangladesh, sulla protezione della magistratura italiana, o almeno di quella che sta praticando l’”opposizione giudiziaria” -ricordate?- preannunciata un bel po’ di tempo fa dal ministro della Difesa Guido Crosetto, allarmato da segnali che lo riguardavano personalmente. Ah, com’è di casa il paradosso nella politica italiana.

Quella bandiera di troppo degli Stati Uniti in fiamme per paura di Trump

Così, a caldo, mentre ancora arrivano dagli Stati Uniti i dati non definitivi della vittoria di Donald Trump su Kamala Harris nella corsa alla Casa Bianca lasciatemi dire che trovo esagerata quella bandiera americana in fiamme sventolata, non so se più per paura o per rabbia, sulla prima pagina di Domani. Che è il giornale orgogliosamente posseduto dal vedovo di Repubblica Carlo De Benedetti. Che già l’altra volta, alla prima elezione di Trump, appunto, alla presidenza degli Stati Uniti volle farsi sorprendere imprudentemente dalla vittoria pronosticando nel salotto televisivo di Lilli Gruber, otto anni fa, la bocciatura del tycoon, da lui considerato anche troppo pieno di debiti per poter essere davvero eletto. Come in cuor suo nel 1994 aveva considerato Silvio Berlusconi prima che il Cavaliere vincesse in Italia le prime elezioni politiche della seconda Repubblica andando direttamente a Palazzo Chigi.

         Quella bandiera in fiamme durante la notte sullo sfondo di una carta geografica degli Stati Uniti, e forse anche di qualcosa di più, è semplicemente una follia, superiore a tutte le altre che possa avere detto e minacciato, o promesso, Trump nella sua scomposta campagna elettorale.         

         La prima cosa che non si deve perdere davanti ad una notizia o a uno scenario sgradito è la testa.

Ripreso da http://www.startmag.it

La corsa paradossale alle sorprese al di là e al di qua dell’Atlantico

Kamala Harris e Donald Trump

         Diavolo di un guastafeste, ma anche guastaguai, Papa Francesco con la sua visita a casa di Emma Bonino, convalescente da una crisi respiratoria che l’aveva costretta ad un ricovero, ha conteso e persino sorpassato su alcune delle prime pagine i concorrenti alla Casa Bianca. Che si stavano ancora contendendo ieri all’ultimo voto la successione al presidente americano Joe Biden.

Il Papa a Campo dei Fiori

         Con i loro 163 anni e rotti complessivi sulle spalle  i due antagonisti in tante battaglie, l’antiabortista e antidivorzista Bergoglio e l’abortista e divorzista Bonino, hanno offerto un’immagine che da sola riabilita tutte le battaglie che possono svolgersi sul piano della politica e delle idee, senza compromettere persino i rapporti personali. Non siamo mica ai tempi di Giordano Bruno arso vivo nel 1600,  la cui statua domina Campo dei Fiori, a pochi passi dalla casa della Bonino dove il Papa ha voluto andare a trovare la leader del mondo radicale che fu di Marco Pannella: altra persona che riusciva ad avere coi Papi di turno un rapporto di amicizia e persino simpatia, oltre che di rispetto.

La statua di Giordano Bruno

         Le immagini del Papa dalla e con la Bonino, divisasi per 48 dei suoi 76 anni fra Parlamento e governo, di livello nazionale ed europeo, non contrastano felicemente solo con quelle d’oltre Oceano di una lotta all’ultimo voto e all’ultimo insulto, almeno da parte dell’ex presidente americano deciso a rifarsi della sconfitta mai riconosciuta di quattro anni fa. E paradossalmente aiutato anche da un attentatore che a luglio scorso lo insanguinò di quel che bastava per fare gridare a Trump di essere protetto da Dio.  E per farlo avvolgere dai tifosi nella bandiera dell’eroismo e del martirio, pur mancato.

Giorgia Meloni, Sergio Mattarella e Fabio Pinelli

Le immagini provenienti da Campo dei Fiori contrastano, più modestamente ma non meno significativamente, anche con quelle di una lotta politica italiana tanto esasperata, fra maggioranza e opposizioni, e all’interno dell’una e delle altre, che ci si scontra in queste ore anche su un incontro svoltosi a Palazzo Chigi, addirittura con lo “stupore”, a dir poco, non smentito del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Fabio Pinelli. Che pure è stato motivato a Palazzo Chigi, con la condivisione dell’ospite, richiamandosi al senso doveroso della cooperazione fra le istituzioni richiamato più volte, anche di recente, dal Capo dello Stato. E ciò quando già era scoppiato il caso della opposta lettura delle norme in vigore contro l’immigrazione clandestina da parte del governo e di alcuni giudici che reclamano il diritto di disattenderle.

Di questo “sorprendente” incontro, anche nella percezione -ripeto- attribuita senza smentite al Quirinale, ora Meloni è stata chiamata dalle opposizioni a riferire, cioè a rispondere, al Parlamento. E Pinelli, da parte dei suoi critici, al Consiglio Superiore della Magistratura. Una sorpresa tira l’altra.

Aspettando il voto americano, chissà se col naso turato degli italiani di Montanelli….

Donald Trump e Kamala Harris, i contendenti

A leggere e sentire cronache e analisi dagli e sugli Stati Uniti alle urne, nonostante le immagini da festa nei raduni sia di Donald Trump sia della sua antagonista Kamala Harris nella corsa alla Casa Bianca, si potrebbe pensare che gli americani finiscano oggi di andare alle urne col naso turato. Come la buonanima di Indro Montanelli spinse una cinquantina d’anni fa gli italiani al voto soccorrendo la Dc -lui, laico incallito- nel rischio di sorpasso da parte del Pci.

La Dc in questo caso d’oltre Oceano dovrebbe avere il volto dell’Harris, vice presidente uscente, e il Pci il volto di Trump, anche se l’ex presidente statunitense di rosso ha solo le cravatte che predilige e la faccia quando grida e insulta avversari veri o solo immaginari, sembrando per il resto abbastanza nero, inteso naturalmente come uomo di destra, non di colore. Addirittura ammiratore di Hitler e dei suoi generali, come ha raccontato un ex collaboratore o amico.  

Dal manifesto

         Ma davvero l’America è allo stadio emotivo e politico di chi la racconta sui giornali sbandierando titoli da cardiopalma? Dall’”ultimo voto” al “fiato sospeso”, dal “giorno del giudizio” al “Thriller”, dagli “spaccati” agli spacciati sia se Trump dovesse vincere sia se dovesse perdere, visto che non sopporta le sconfitte e si è già mostrato capace di tutto per contestarle.

Dalla Ragione

  Mah.  Come tutti i budini anche quelli di Trump e della sua antagonista vanno mangiati per provarli davvero e giudicarli. E ci sarà tempo per farlo, peraltro in un Paese che per le sue dimensioni, i suoi fusi orari, le sue abitudini ha tempi più lunghi di quelli ai quali siano abituati in Italia, e in Europa.

Dal Messaggero

Anche le notti elettorali negli Stati Uniti sono più lunghe delle nostre. Il mondo sopravviverà anche alle invettive di Trump e alle risate della Harris che l’hanno tanto esposta al sarcasmo di analisti e imitatori.  

Si chiama De Luca ma resta Conte l’incubo vero di Elly Schlein

Dal Dubbio

E’ doppia la partita che la segretaria del Pd Elly Schlein ha deciso di giocare contro un terzo mandato di Vincenzo De Luca al vertice della regione Campania, ribadendo la sua contrarietà nel nuovo salotto televisivo di Fabio Fazio sotto le vecchie insegne della meteorologia politica.

Una partita è interna allo stesso Pd, dopo che De Luca è riuscito a spaccarne il gruppo nel Consiglio regionale. Dove la Schlein ha finito per trovarsi in forte minoranza nel contrastare da Roma una legge regionale che sta per fissare sì a livello regionale il limite dei due mandati, ma facendolo scattare da adesso, per cui il governatore uscente potrebbe riproporsi di nuovo.

La Schlein ha detto no a questa furbizia e reclamato la rinuncia del “ribelle”, concedendogli solo il diritto di contribuire alla scelta del candidato alla sua successione. Ma De Luca ha già respinto questa ipotesi nei mesi scorsi dicendo che si ricandiderà in ogni caso, anche contro il Pd: non so  francamente se più sicuro di vincere lo stesso, creando attorno a sè una specie di terzo polo, o più contento di procurare al Nazareno una sconfitta, potendo a quel punto vincere invece il centrodestra.

L’altra partita è giocata dalla Schlein all’esterno del Pd, ma all’interno dello schieramento alternativo al centrodestra che ancora lei persegue contando sul MoVimento 5 Stelle. Dove la disponibilità a livello regionale a questo punto non è condizionata solo dall’esclusione del partito di Matteo Renzi, com’è appena accaduto in Liguria anche a costo di perdere le elezioni, e portare il movimento sotto il 5 per cento dei voti, a livello cioè di un cespuglio rispetto al Pd salito al 28 per cento. In Campania la disponibilità di Conte, sostanzialmente anticipata qualche giorno fa da Marco Travaglio in un editoriale sul Fatto Quotidiano, dipende dal coraggio che la Schlein avrà sino in fondo di rompere col “cacicco” De Luca. Così come Conte ha voluto o saputo rompere nel suo movimento col fondatore e tuttora garante Beppe Grillo. Che così è stato degradato anche  lui a “cacicco” sotto le sue 5 Stelle, o come diavolo potranno o dovranno chiamarsi dopo l’assemblea costituente dell’ultima settimana di questo mese.

Elly Schlein nel salotto televisivo di Fabio Fazio

Questo paradossale parallelismo fra Beppe Grillo e Vincenzo De Luca, così diversi sotto tanti aspetti ma uguali nella pratica del “vaffanculismo”, chiamiamola così con tutte le scuse dovute ai lettori, è una dannata complicazione per la Schlein al Nazareno. Dove anche critici e avversari di De Luca potrebbero non gradire l’idea che per liberarsene come governatore regionale il Pd debba andare a rimorchio di Conte, pure ora che l’ex premier si è ridotto elettoralmente al lumicino. Ed è anche su questo che forse De Luca conta per resistere alla Schlein del salotto di Fazio, sapendo peraltro che ha più tempo lui a disposizione che la segretaria del suo partito.

Le elezioni regionali in Campania sono programmate in un 2025 tanto avanzato, essendosi le precedenti svoltesi nel mese di settembre del 2020, da potere addirittura slittare ai primi mesi del 2026. E chissà nel frattempo che cosa sarà potuto accadere nel Pd e dintorni, a livello campano e persino nazionale.

Pubblicato sul Dubbio

La corsa americana vista col binocolo della politica italiana

         Siamo tutti naturalmente in attesa di sapere, capire e quant’altro già domani sera chi e come avrà vinto la corsa alla Casa Banca fra la vice presidente uscente Kamala Harris e l’ex presidente Donald Trump. O si sarà più avvicinata ad una vittoria che sarà sicuramente controversa se non risulterà quella di Trump: si vedrà se controversa solo a parole o anche con i fatti, come quando il tycoon la mancò quattro anni fa e incitò i suoi all’assalto al Congresso.

  In pochi hanno resistito anche in Italia alla tentazione di schierarsi, vedendo tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Ne sono risultati divisi al loro interno i due schieramenti opposti del governo e delle opposizioni.

Giorgia Meloni

         Nel centrodestra il tifoso più visibile, e persino orgoglioso di Trump è il vice presidente del Consiglio e leader leghista Matteo Salvini. Il tifoso più visibile della Harris è l’altro vice presidente del Consiglio e leader forzista, nonché ministro degli Esteri Antonio Tajani. Che, se avesse avuto ancora qualche dubbio, ha dovuto farselo passare qualche giorno fa di fronte alla preferenza espressa per l’antagonista di Trump da Marina Berlusconi. Della quale il segretario di Forza Italia ha già raccolto le indicazioni sul terreno dei cosiddetti diritti civili in Italia. Giorgia Meloni si è semplicemente messa alla finestra, o alle finestre di Palazzo Chigi, non dico indifferente ma quasi all’esito della partita americana, sapendo di dovere e potere interloquire con chiunque dovesse arrivare o tornare alla Casa Bianca da presidente dopo i quattro anni di Joe Biden.

         Il centrodestra italiano, per quanto diviso, è insomma impermeabile al voto d’oltre Oceano. Le opposizioni no, non lo sono perché una parte di esse, costituita da Giuseppe Conte e dalla sinistra radicale, intende sfruttare una vittoria di Trump per tradurla nel perseguimento ulteriore di un indebolimento della tradizionale politica atlantica dell’Italia e in un allontanamento dell’Europa dagli Stati Uniti. Il tutto traducibile nell’immediato, salvo clamorose sorprese di Trump, in una chiusura della partita ucraina a favore della Russia di Putin, dopo due anni e mezzo di una guerra congegnata al Cremlino come un’operazione speciale di polizia da concludere in una quindicina di giorni. 

Conte con Trump

         Per Conte poi, scaricato ormai anche da Beppe Grillo e dai due terzi del suo elettorato, una vittoria di Trump si tradurrebbe in un tonico. Sono sin troppo note le ambizioni o illusioni personali dell’ex premier, che si consola e al tempo stesso si carica sfogliando l’album fotografico degli incontri con il già allora presidente americano quando lui era a Palazzo Chigi, passando disinvoltamente da una maggioranza all’atro, plurale come il nome Giuseppi storpiatogli dal capo della Casa Bianca.  “Tu chiamale, se vuoi, emozioni”, cantava Lucio Battisti.

Bettini cala Conte dalla cima su un ramo dell’albero della sinistra

Da Libero

Pur con l’aria di volerlo difendere dalla “lotta furibonda di troppi opinionisti” secondo lui “liberali e democratici” solo tra virgolette, cioè né liberali né democratici, ma forse “miserabbili” con la doppia b del compianto Ugo La Malfa quando parlava di quanti incorrevano nelle sue sfuriate, Goffredo Bettini si è deciso a fare scendere Giuseppe Conte dalla sommità dove lo aveva piazzato nella sua seconda esperienza di presidente del Consiglio, a maggioranza giallorossa e non più gialloverde. In particolare, dal “punto di riferimento più alto dei progressisti” in Italia, come lo definì Bettini nel 2020, purtroppo “indebolito” dai summenzionati opinionisti,  Conte è diventato “uno dei rami fondamentali dell’albero progressista” in una intervista appena concessa dallo stesso Bettini alla Stampa.

Goffredo Bettini alla Stampa

         Esperto più di cinema che altro, o filosofo autodidatta com’è scambiato da molti che ne hanno letto e persino scritto come di un maestro d’idee della sinistra, nelle sue varie edizioni di partito o di coalizione, Bettini ha un po’ esagerato come agronomo parlando di alberi. Un ramo è un ramo. Fondamentale è solo un ossimoro. Esso può seccare senza compromettere il tronco, quale il Pci prima e poi le altre edizioni seguite al crollo del comunismo si sono considerati rispetto alla sinistra.

Giuseppe Conte

         E’ un tronco, quello del Pd, che Elly Schlein pensa forse di avere rafforzato con quel 28 per cento dei voti preso in Liguria, pur perdendo le elezioni regionali per colpa di Conte ma riducendo quest’ultimo, sotto il 5 per cento, alle dimensioni di un cespuglio. Ma se lo pensa davvero, la segretaria del Pd sbaglia secondo l’impietoso Bettini. Che le ha ricordato l’esperienza di Walter Veltroni al Nazareno, dove lo stesso Bettini peraltro lo aiutò come coordinatore, cioè come principale collaboratore.

Goffredo Bettini alla Stampa

         “Veltroni- ha ammonito il suo ex braccio destro parlandone sempre alla Stampa- conquistò il 34% nel 2008 e qualche mese dopo si dovette dimettere, perché non gli diedero il tempo di allargare e rendere vincente la sua proposta politica”. Non gli diedero il tempo o se l’era negato lo stesso Veltroni nelle elezioni di quel 2008, con l’aiuto, i consigli e quant’altro -ripeto- di Bettini, rifiutando l’apparentamento con i radicali di Marco Pannella e concedendolo invece all’Italia dei valori di Antonio Di Pietro? Che ricambiò rifiutando nelle nuove Camere i gruppi unici col Pd concordati prima del voto, mettendosi o tornando quindi in proprio sulle allora solite posizioni giustizialiste destinate, esse sì, a mettere in difficoltà Veltroni. Che aveva condotto la campagna elettorale cercando di ridurre al minimo la conflittualità col centrodestra, sino a parlare di Silvio Berlusconi senza mai nominarlo, dovendo bastare e avanzare definirlo “il principale esponente del campo avverso”. Col quale egli sperava di avviare persino una fase costituente, di riforma costituzionale. Chissà se Bettini se lo ricorda. O se lo ricorda almeno Gianfranco Fini, che nel centrodestra si mise di traverso rivendicando e ottenendo dal Cavaliere la presidenza della Camera, di solito destinata in una fase costituente  all’opposizione. Occasioni mancate, che in politica difficilmente si ripresentano, come nella vita più in generale.

Alessandro Onorato

         Fra le occasioni mancate c’è ora non solo o non tanto il “campo largo” prospettato per primo da Bettini, prima che glielo riducesse Conte con veti e simili, quanto “il tavolo a tre gambe” che lo stesso Bettini ha rivendicato o proposto nell’intervista alla Stampa indicandole nel Pd, nelle 5 Stelle e in un centro tutto da costruire, sulla falsariga della scomparsa Margherita di Francesco Rutelli. Ma la gamba di Conte è stata fratturata, a dir poco, da Grillo. E quella di centro neppure Bettini sa dove applicarla come una protesi: se a Rutelli che non ne vuole sapere, al sindaco di Milano Beppe Sala, che si è offerto, o all’ultima scoperta dello stesso Bettini. Che sembra essere il giovane assessore capitolino Alessandro Onorato, “capo della lista civica- ha detto Bettini come per vantarne il curriculum politico- che ha contribuito alla vittoria di Gualtieri” nelle ultime elezioni comunali a Roma. Con tutto ciò che ne è seguito nella Capitale, forse all’insaputa di Bettini. Che domani, 5 novembre, festeggerà comunque i suoi 72 anni compiuti. Auguri, naturalmente.

Pubblicato su Libero

Dalla Liguria alla Campania, i rapporti ossessivi fra Conte e il Pd

         Dalla Liguria, dove si è votato a fine ottobre, alla Campania, dove si voterà l’anno prossimo, non passando ma saltando le elezioni fra quindici giorni in Emilia-Romagna e in Umbria. Ciò che resta del MoVimento 5 Stelle, meno del 5 per cento in Liguria, riconducibile per intero all’ex presidente del Consiglio, “l’uomo politico -lo ha consolato Marco Travaglio di recente- più sottovalutato nel mondo”, dove la gente perde ancora il suo tempo evidentemente occupandosi o preoccupandosi, secondo i casi, dei concorrenti alla Casa Bianca; ciò che resta, dicevo, del MoVimento 5 Stelle rosica per il Pd di Elly Schlein. Che in Liguria, pur mancando la presidenza della regione, lo ha distanziato di ben 23 punti mostrando impietosamente il carattere velleitario dell’ambizione di Conte a restare sul piedistallo, alzatogli da Goffredo Bettini, del “punto più alto dei progressisti”.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

         “Certo, al momento -ha scritto Travaglio nel suo editoriale, o mattinale, di giornata sul Fatto Quotidiano- la partita dei consensi la stravince il Pd. Ma Grillo non sposta più un voto, mentre in Campania De Luca è il Pd. Se si candida contro il Pd forse non vince ma sicuro lo fa perdere. Che farà Elly?”.

         Domanda per domanda, che c’entra la Liguria con la Campania e con il duello fra la Schlein e il presidente della regione Vincenzo De Luca, rappresentati sul Fatto in un fotomontaggio di copertina con due pistoloni fra le mani, pronti a muoversi per spararsi addosso? C’entrano per la possibilità avvertita, auspicata e quant’altro dall’estimatore di Conte di vedere in Campania la segretaria del Pd umiliata da De Luca più di quanto Grillo in Liguria non abbia fatto con lo stesso Conte. E così finisce nella immaginazione di Travaglio l’incubo di una Schlein leader lei sì della sinistra alternativa al centrodestra.

Dal Fatto Quotidiano

         La Schlein, arrivata al Nazareno promettendo di fare fuori uno alla volta i “cacicchi”, che sinora hanno però tutti resistito a loro modo, ha appena confermato il suo no al terzo mandato di De Luca alla presidenza della Campania. Ma su questo no il Pd si è spaccato nel Consiglio regionale, dove il presidente uscente intende cambiare la legge locale in tempo per ricandidarsi.

Dal Fatto Quotidiano

         A questo punto si ripropone la domanda di Travaglio su cosa farà la Schlein, o Elly, come la chiama con familiarità forse ironica. “Accompagnerà alla porta -ha chiesto l’amico dell’ex presidente del Consiglio- la sua mina vagante come sta facendo Conte con Grillo, o abbozzerà con l’ennesima supercazzola? E’ quando il gioco si fa duro che si distinguono i veri leader dai quaquaraquà”.  Parole che dicono e provano impietosamente a che livello sia scesa la competizione all’interno delle opposizioni, a tutto vantaggio della premier Giorgia Meloni, per quanto costretta a difendere le prerogative del suo governo dalla solita magistratura abituata da una trentina d’anni a scambiare la propria autonomia per sovranità, cioè per prevalenza.

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