Quella volta che Scalfaro chiese aiuto a Ruini per rovesciare Berlusconi

Da Libero

Imperdibile l’intervista nella quale il cardinale Camillo Ruini, 93 anni compiuti a febbraio, ha raccontato al Corriere della Sera passaggi clamorosi della sua lunga esperienza -dal 1991 al 2007- alla presidenza della conferenza episcopale italiana, a cavallo fra la prima e la seconda Repubblica.

         Toccò a lui, per esempio, raccogliere la richiesta del laicissimo presidente del Senato Giovanni Spadolini di dissuadere gli amici democristiani, che nel 1981 lo avevano mandato a Palazzo Chigi, tre anni prima che vi arrivasse Bettino Craxi, dalla decisione di rinunciare al fortunato, secondo lui, nome del loro partito per tornare a quello sturziano, ormai troppo lontano, di Partito Popolare Italiano.

         Il povero Ruini, che era d’accordo con la lettura di uno storico peraltro di grandissima qualità come il suo interlocutore, ci provò ma inutilmente, neppure pronosticando a Mino Martinazzoli, l’ultimo segretario della Dc, non più del 15 per cento dei voti, uno in meno di quello che poi egli, dimettendosi immediatamente, avrebbe preso nelle urne del 1994.  I cui risultati portarono a sorpresa il politico esordiente Silvio Berlusconi direttamente alla guida del governo, sorpassando anche la “gioiosa macchina da guerra” allestita a sinistra da Achille Occhetto.

L’intervista del cardinale Ruini al Corriere della Sera

         Della vittoria di Berlusconi il cardinale Ruini non so se fosse rimasto sorpreso pure lui, come Occhetto e Martinazzoli allora su fronti diversi, non ancora assemblati, ma di certo non allarmato. “Penso che Berlusconi -ha detto l’altissimo prelato a Francesco Verderami- abbia mostrato i suoi pregi e i suoi limiti, come tutti gli altri politici, ma che non abbia avuto in alcun modo fini eversivi. I pericoli per la Repubblica semmai erano altri”. Come lo sono, penso, anche oggi che la sinistra sta ripetendo contro il governo Meloni la campagna condotta a suo tempo contro chi osò batterla all’alba della seconda Repubblica.

         Sorpreso o non sorpreso che fosse stato dalla vittoria del Cavaliere, il cardinale Ruini dovette rimanere esterrefatto nel sentirsi invitato dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a prodigarsi dalla sua importante postazione episcopale a far cadere il primo governo di centrodestra.

         Invitato dall’intervistatore a dire se davvero nell’estate del 1994, come raccontato in un libro edito dallo stesso Corriere della Sera, Scalfaro lo avesse invitato a pranzo con il cardinale Angelo Sodano e monsignor Jean Louis Tauran per chiedere loro di essere “aiutato a far cadere il governo Berlusconi” raccogliendone un “silenzio imbarazzato”, Ruini ha testualmente risposto: “Effettivamente andò così. La nostra decisione di opporci a quella che ci appariva come una manovra -al di là della buona fede di Scalfaro- fu unanime”.  Manovra tentata da Scalfaro anche con Umberto Rossi, come raccontato dallo stesso leader leghista allora ancora alleato di Berlusconi, e riuscita. In effetti Bossi provocò la crisi entro l’anno, protetto dalla garanzia di Scalfaro che non ci sarebbero state elezioni rapidamente anticipate.

         “E pensare -ha raccontato ancora impietosamente Ruini- che Scalfaro era stato per me un grande amico. Rammento quando De Mita nel 1987 gli aveva offerto di diventare presidente del Consiglio, in opposizione a Craxi e con la benevolenza del Pci. Scalfaro allora era venuto da me e mi aveva detto che avrebbe rifiutato. “Fa bene”, avevo risposto. E infatti a Palazzo Chigi sarebbe poi andato Amintore Fanfani” per gestire le elezioni anticipate fortemente volute dall’allora segretario democristiano.

Oscar Luigi Scalfaro

         Fu quel rifiuto che cinque anni dopo procurò a Scalfaro, ancora fresco di elezione a presidente della Camera, l’appoggio fiduciario di Craxi alla sua elezione a capo dello Stato nell’emergenza politica e istituzionale creatasi con l’attentato mafioso di Capaci a Giovanni Falcone. Ma, una volta al Quirinale, oltre a negargli l’incarico di presidente del Consiglio, Scalfaro non rispose alle lettere con le quali Craxi gli segnalava la “severità senza uguali” -per ripetere un’espressione di Giorgio Napolitano dopo molti anni al Quirinale- praticatagli dalla magistratura di “Mani pulite”.

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Giorgia Meloni orgogliosa del “suo” G7, gli avversari per niente

Dal Fatto Quotidiano

         Dichiaratamente orgogliosa della conclusione del “suo” G7 ospitato in Italia, Giorgia Meloni non si è sottratta a quella conferenza stampa che secondo gli avversari lei detesterebbe per temperamento, per indole, per vocazione autoritaria, diciamo così. E ciò anche ora che persino sul solito Fatto Quotidiano hanno smesso nelle vignette di rappresentarla in nero in marcia su Roma, come i fascisti più di cento anni fa, e la propongono “in bragoni rosa”, declassando la marcia in “marcetta”. Che tuttavia avrebbe allungato il percorso per spingersi sino a Bruxelles. Dove la Meloni intende ottenere una maggiore o migliore presenza dell’Italia negli assetti di vertice dell’Unione Europea, ora che il Parlamento continentale è stato rinnovato con una maggiore presenza della destra.

L’editoriale della Stampa

         Uscita indenne anche dalle domande dei giornalisti, la premier si è procurata lo stesso trattamenti abrasivi, a dir poco. Nei quali si è distinta La Stampa, il giornale storicamente, geograficamente, familiarmente più vicino all’editore anche di altri quotidiani nipote del mitico e compianto Gianni Agnelli, Johnn Elkann. Che penso ne sarà rimasto sorpreso, avendo di recente cambiato il direttore di quel giornale sostituendo l’ipercritico Massimo Giannini col meno noto o esposto Andrea Malaguti. Il quale però ha sorpassato il predecessore con un editoriale dal titolo “L’euro-Meloni e l’inutile spettacolo di Borgo Egnazia”. Inutile, ripeto, per quanto vi abbia contribuito, il primo nella storia di questo evento, un Papa.

Dall’editoriale della Stampa

         Alla Meloni, come se ne fosse stata la responsabile, e non la vittima per l’incauto comportamento di parlamentari anche della sua parte politica caduti nelle ordinarie provocazioni parlamentari delle opposizioni, il direttore del giornale torinese ha rimproverato “un Parlamento svuotato delle sue funzioni e trasformato in ring da qualche selvaggio pagato dai contribuenti”. Come lo erano nel 1953 i senatori della sinistra che devastarono i banchi di Palazzo Madama e ferirono il presidente dell’assemblea nell’assalto ad una riforma della legge elettorale con premio di maggioranza liquidata come “truffa”. Che poi la sinistra avrebbe adottato, quando evidentemente le fece comodo.

Sempre dall’editoriale della Stampa

         Il direttore della Stampa ha voluto “rubare” il passaggio di un articolo della sua giornalista Flavia Perina, peraltro già direttrice del Secolo d’Italia, storica testata della destra italiana, per contestare la scelta di “un resort da vacanza” per un vertice internazionale “mentre il pianeta fa i conti con tre conflitti”. “Non dico -aveva scritto la Perina mandando Malaguti in brodo di giuggiole- che i Grandi dovessero andare a Yalta o in un convento. Ma un filo in più di gravitas avrebbe aiutato”.

         Se questo è diventato il livello della polemica, la Meloni può probabilmente continuare a dormire fra i classici due guanciali, tanto è evidente l’animosità preconcetta di chi la contesta. E non ne sopporta quasi fisicamente la presenza.  

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Ma chi si rivede: Mario Draghi, insignito del premio eurospagnolo Carlo V

Draghi col premier spagnolo Sanchez a Madrid

         Escluso dal G7 per mancanza di titoli, diciamo così, non essendo più fra i cosiddetti Grandi della Terra come semplice consulente della presidente uscente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, o dell’intera Commissione, sui temi della competitività comunitaria presente e futura, l’ex premier Mario Draghi si è goduta una giornata di celebrità in terra spagnola. Dove il Re Felipe VI lo ha insignito del prestigioso premio Carlo V istituito nel 1995 a testimonianza dello spirito europeista della Spagna. E il premier Pedro Sanchez lo ha ricevuto nel palazzo della Moncoa, a Madrid, sede del governo.

         In occasione del conferimento di questo premio -andato nelle edizioni precedenti, fra gli altri, a Khol, Gorbaciov e Merkel- l’ex premier italiano ha ribadito la sua convinzione della necessità di un potenziamento del processo d’integrazione europea contro ogni tentazione di protezionismi e atteggiamenti passivi “di fronte -ha detto- a chi minaccia la nostra prosperità”.

Emmanuel Macron

         Le voci, diciamo così, di una partecipazione di Draghi a quella specie di concorso dietro le quinte ad una delle postazioni di vertice dell’Unione dopo le elezioni europee, ormai svoltesi, sembravano indebolite – alla vigilia del G7 in Puglia e in vista del Consiglio Europeo post-elettorale- dalle difficoltà di quello che veniva considerato il suo maggiore sostenitore: il presidente francese Emmanuel Macron, peraltro amico personale. Che dopo la vittoria elettorale della destra francese proprio nelle europee di domenica scorsa non se la passa molto bene né a casa né fuori casa, per quanto cerchi di mostrarsi ancora sicuro di sé e di sorprendere tutti.  Egli ha spiazzato anche il presidente del Consiglio francese -ne esiste ancora uno- convocando elezioni anticipate in questo stesso mese, e aumentando di incognite la vigilia delle decisioni che dovranno essere prese sui nuovi vertici comunitari.

Il Papa e la Meloni al G7

         Guarda caso, proprio in questa vigilia il premio Carlo V ha quasi rimesso in pista, se mai ne fosse davvero uscito, l’ex premier italiano in quella che potremmo chiamare la corsa a Bruxelles. Che formalmente è estranea all’agenda del G7 in Puglia gestita dalla Meloni, avvolta ieri anche nel successo della partecipazione davvero eccezionale del Papa, per la prima volta nella storia di questo tipo di incontri internazionali. Ma figuratevi se fra gli ulivi pugliesi è potuta mancare l’attenzione a ciò che potrebbe accadere a breve al vertice dell’Unione, con la presidente uscente della Commissione, e candidata alla conferma, partecipe dell’evento. Sarà pure stato un argomento “filosofico”, come lo ha definito la premier italiana prima delle elezioni europee parlando proprio del connazionale Draghi, e suo predecessore a Palazzo Chigi, ai soliti giornalisti curiosi, ma -ripeto- difficilmente sarà mancato.

La Schlein spreca un pò la grazia elettorale delle europee

Da Libero

Che peccato, per lei. Mi riferisco a Elly Schlein, la giovane segretaria del Pd uscita personalmente e politicamente meglio dalle elezioni europee dopo Giorgia Meloni, tanto da averne ricevuto per telefono le congratulazioni.  O avergliele fatte, secondo altre versioni. Fa lo stesso. I rapporti fra le due ormai prime donne d’Italia sembravano usciti rafforzati. Una rivincita peraltro di entrambe sui maschietti o maschiacci che, anche all’interno dei loro schieramenti, ne avevano osteggiato sino a riuscirvi il confronto televisivo diretto allestito nella Rai dallo specializzatissimo Bruno Vespa.

         Portato a casa il suo miracoloso, per molti anche al Nazareno, 24 e rotti per cento di voti -per quanto inferiore di un punto alle previsioni formulate dal mio amico, e suo ammiratore, Paolo Mieli- e ridotte con pubblico compiacimento da due a un milione di schede contate nelle urne le distanze fra il suo Pd e il partito della premier, la Schlein poteva godersi finalmente un po’ di riposo e smontare metaforicamente le barriere di protezione che i suoi fans avevano allestito per difenderla da un insuccesso. O comunque da un risultato scarso rispetto alle aspettative o al limite di sicurezza immaginato attorno al 20 per cento, superiore di un punto a quel misero 19 lasciatole in eredità dal predecessore Enrico Letta.

Beppe Grillo a Roma

         Ma soprattutto la Schlein poteva godersi, naturalmente in un educato e anche un po’ opportunistico silenzio, le difficoltà del suo concorrente a sinistra Giuseppe Conte. Che ora, con quel misero 10 per cento neppure tondo cui ha ridotto il MoVimento 5 Stelle, si è autocondannato ad una estate di amare riflessioni. E forse anche di paura di qualche sortita di Beppe Grillo. Del quale si è scritto -senza che l’interessato o altri abbiano ancora smentito- che né l’8 né il 9 giugno si sia scomodato a votare, preferendo la Sardegna alla sezione elettorale ligure assegnatagli dall’anagrafe.

         Poteva, sempre la Schlein, godersi -ripeto- la crisi politicamente identitaria del suo concorrente sulla strada del cosiddetto campo largo, o soltanto giusto, dell’alternativa al centrodestra sognata in tutti i salotti televisivi da quel simpatico battutista Pier Luigi Bersani. E magari lavorare dietro le quinte a favore, come suggeritole in tante interviste da Goffredo Bettini, della nascita di qualcosa di nuovo, e di utile al Pd, in quell’area centrale dissestata da Carlo Calenda e Matteo Renzi, in ordine rigorosamente alfabetico: i due politici che si detestano di più fra di loro. Due che, se fossero omosessuali, potrebbero cinematograficamente allestire una coppia per una guerra competitiva con quella eterosessuale dei Roses che ci godemmo nel 1989, a costo di distrarci dalla caduta del muro di Berlino, annessi e connessi.

Giuseppe Conte

         Poteva tutto questo, ripeto, la segretaria del Pd. Che invece, spiazzando tutti, ha soccorso Conte difendendone il deputato Lorenzo Donno che ha conquistato le prime pagine dei giornali con quella bandiera tricolore nella quale voleva avvolgere per protesta, nell’emiciclo di Montecitorio, il ministro leghista Roberto Calderoli impegnato a spingere verso il traguardo finale il disegno di legge sulle cosiddette autonomie differenziate.

Lorenzo Donno

Ne è derivato tutto il casino -mi scuso per la parolaccia- che sapete e che ha conteso lo spazio mediatico persino al G7 preparato con tanta cura dalla Meloni facendo arrivare in Puglia i Grandi della Terra, con le dovute maiuscole, qualcuna magari immeritata. Un casino -ripeto- derubricato a “disordini” nei verbali parlamentari e    tradottosi in una squadra di undici giocatori sospesi per un certo tempo dal campo, compreso Donno. Che si è beccato quattro giorni di allontanamento dall’aula: in verità, espulso immediatamente dalla seduta movimentata con la sua bandiera ma portato via in carrozzella perché ferito in una rissa a partecipazione multipla, secondo gli accertamenti immediatamente disposti alla Camera dal presidente leghista Lorenzo Fontana. Che è stato implacabile nella severità, sino a comminare il massimo della pena -15 giorni di sospensione- al collega di partito Igor Iezzi.

Giacomo Matteotti

Non voglio mancare, per carità, di rispetto all’onorevole Donno, giunto al suo secondo e ultimo mandato parlamentare secondo le regole grilline, salvo modifiche dopo le riflessioni di Conte sul flop elettorale di domenica scorsa. Nato 38 anni fa a Galatina, in Puglia, e titolare -leggo su Google- di un’impresa specializzata in climatizzazione, riscaldamento ed energie rinnovabili, fedelissimo naturalmente di Conte, mi sembra esageratamente paragonato dalla Schlein, per quanto gli è successo alla Camera, al compianto Giacomo Matteotti nel centenario del suo discorso antifascista, sempre a Montecitorio, e del barbaro assassinio che ne seguì.

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I disordini che non sono mani mancati nel Parlamento italiano

Dal Dubbio

Non voglio togliere o contestare nulla dei 15 giorni di sospensione dall’aula di Montecitorio comminati giustamente al deputato leghista Igor Iezzi per avere sferrato un pugno sulla fronte del collega pentastellato Leonardo Donno e avere tentato -per suo stesso racconto- di colpirlo anche al torace in una poco memorabile seduta della Camera sulle cosiddette autonomie differenziate.

Né voglio aggiungere qualcosa ai tre giorni di prognosi dati dai medici a Donno in ospedale, anche se tre giorni non si negano a nessuno in un pronto soccorso, come una volta si diceva dei sigari e poi, o insieme, di un titolo onorifico.

Voglio solo ricordare ai più giovani, o meno anziani, come preferite, che il Parlamento ha trascorso altri giorni e momenti tumultuosi nei 78 anni della nostra Repubblica, ben prima dell’arrivo di Giorgia Meloni alla guida di un governo, e per giunta -agli occhi, al cuore e alle viscere di certe opposizioni- non di centrodestra ma di destra-centro.

         Per non starvela a raccontare troppo lunga evoco la seduta del Senato del 1953 in cui il presidente dell’assemblea Meuccio Ruini fu colpito alla testa da un banco divelto dal seggio da un senatore contrario alla legge su cui si stava discutendo e votando. Una legge elettorale chiamata “truffa” dalla sinistra perché istituiva un premio di maggioranza. Che, reintrodotto molti anni dopo da un’altra legge, nella ormai cosiddetta seconda Repubblica, avrebbe permesso di conquistare la guida del governo prima a Silvio Berlusconi e poi, sul fronte opposto di sinistra, a Romano Prodi.

De Gasperi e il suo sottosegretario Andreotti

         Ruini, di origini socialiste, che era stato uno dei protagonisti dell’assemblea Costituente, dovette ricorrere all’infermeria del Senato riprendendone subito la guida per onorare l’impegno assunto nel succedere a Giuseppe Paratore, che si era dimesso perché sopraffatto dall’opposizione ostruzionistica e animata alla riforma elettorale voluta da Alcide De Gasperi. L’impegno di Ruini era quello di svolgere il suo ruolo “con la stessa fermezza” -aveva annunciato lui stesso nel discorso di insediamento- con la quale” era andato “con i capelli già grigi sul Carso”, nella prima guerra mondiale.

         In quella stessa seduta al Senato il giovane sottosegretario di De Gasperi destinato dopo molti anni a succedergli, Giulio Andreotti, per proteggersi dalle tavolette e altri oggetti che volavano in aula s’infilò sotto i banchi del governo. E ne uscì -mi raccontò una volta con la sua immancabile ironia- scoprendo accentuata la sua gobba incipiente.

Screensico giornale del Pci esultante nel 1953

         Quella legge elettorale “truffa” -ripeto- per definizione dei suoi oppositori era stata tanto diabolicamente predisposta o voluta da De Gasperi che non scattò per pochi voti. Tanto pochi che il suo ministro dell’Interno Mario Scelba voleva ordinare una verifica dei risultati in un campione di seggi. Ma a fermarlo fu proprio De Gasperi. Altri tempi davvero, altri uomini, altri leader. Lo penso e lo scrivo con una certa mestizia pensando non solo a Iezzi, Donno e agli altri nove deputati -undici in tutto, come una squadra di calcio- protagonisti o attori dei “disordini” appena verbalizzati a Montecitorio, ma anche alla giovane segretaria del Pd Elly Schlein.

Quest’ultima nell’annunciare e motivare una manifestazione di protesta per martedì a Roma, in Piazza Santi Apostoli, ha parossisticamente e praticamente paragonato il deputato pentastellato Donno a Giacomo Matteotti nel centenario del suo ultimo discorso di denuncia delle irregolarità e violenze del fascismo e della condanna a morte con esso procuratasi.

La segretaria del Pd Elly Schlein

         Vi deve pur essere -penso- una misura in tutto. Anche nell’uso della storia e nell’opposizione: ieri, anzi l’altro ieri, contro la legge per niente “truffa”, destinata ad essere replicata dalla stessa sinistra dopo decenni, e oggi contro – per tornare al Senato dove Ruini fu ferito al banco di presidenza- contro la riforma costituzionale che contempla l’elezione diretta del presidente del Consiglio: Tutto ciò in un paese -mi permetto di ricordare pur senza titoli accademici o politici- dove si eleggono da tempo direttamente i sindaci  dei Comuni e i presidenti delle Regioni. E il presidente del Consiglio inteso o auspicato come “sindaco d’Italia” è stato già oggetto di dibattiti politici e mediatici senza lasciare per strada, o su un pavimento parlamentare, feriti e tanto meno morti. Un po’ di misura, ripeto.

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La Meloni al G7, o il G7 della Meloni, fa perdere la testa alle opposizioni

Stemma e motto dell’Ordine della Giarrettiera

         Oltre alla riflessione sul “potere che logora chi non ce l’ha”, la buonanima di Giulio Andreotti ci ha lasciato quella formidabile battuta poco britannica sul “pensare male”, cioè la malizia, che è “un peccato ma ci si indovina”. Poco britannico perché è l’opposto del motto del famosissimo Ordine della Giarrettiera istituito nel 1348 da Edoardo III d’Inghilterra. Che dice: “Honi soit qui mal y pensa”. Cioè vergogna a chi pensa male, per quanto pruriginoso possa essere, solo a vederlo, un indumento intimo femminile come la giarrettiera, appunto.   

Giulio Andreotti

         Ebbene, anche Andreotti oggi, pur avendo vissuto da giovane momenti parlamentari molto agitati, sospetterebbe del marcio oggi sotto la condotta parlamentare delle opposizioni. Che tanto alla Camera quanto al Senato, fra lotte alle autonomie differenziate e al premierato, provocano una maggioranza che purtroppo a Montecitorio ci è cascata con le sue reazioni scomposte. Contribuendo così a guastare sulle prime pagine dei giornali, italiani e stranieri, la festa -diciamo così-  della premier Giorgia Meloni alla presidenza del G7 in Pugli

Dal G7 in Puglia

         Tanto i quindici giorni di  sospensione dall’aula della Camera comminati al deputato leghista Igor Iezzi quanto i quattro al deputato pentastellato Leonardo Donno, per non parlare degli altri nove, a destra e a sinistra, sono stati -per carità- più che meritati dopo i “disordini” verbalizzati da chi ha visto e giudicato le immagini. Disordini più che la sola “’aggressione” a Donno lamentata e denunciata dalle opposizioni. Iezzi, in particolare, se li è meritati quando in un goffo tentativo di difesa ha avuto l’imprudenza, quanto meno, di dire di avere in effetti tentato di sferrare pugni contro il torace di Donno senza riuscirvi, dopo averlo colpito sulla fronte. Gli spetterebbe forse una sanzione anche di partito.

Dal G7 in Puglia

         A un altro leghista, il ministro Roberto Calderoli, comprensibilmente e giustamente interessato come titolare del dicastero degli affari regionali e delle autonomie all’approvazione dell’omonimo disegno di legge, qualcuno dovrebbe spiegare che non avrebbe perso la sua dignità se spiritosamente avesse raccolto la bandiera italiana che Donno aveva cercato di consegnargli per protesta. E che il giorno dopo al Senato in versione ridotta e cartacea le opposizioni hanno riproposto contro l’elezione diretta del presidente del Consiglio.

Dal Tempo

         Non vorrei tuttavia che gli obiettivi successi personali e politici di Giorgia Meloni al vertice mondiale in Puglia, dopo quello raccolto nelle elezioni europee di sabato e domenica scorsi, facessero perdere la testa alle opposizioni sino a una riedizione del ritiro sull’Aventino, come cento anni fa dopo il delitto Matteotti. Che è stato evocato -guarda caso- dalla segretaria del Pd Elly Schlein annunciando e motivando una manifestazione di piazza martedì a Roma contro un presunto squadrismo fisico e legislativo del governo e della sua maggioranza. “Ultimo spettacolo”, hanno titolato al manifesto, “Lotta continua” al Tempo.

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La maggioranza cade alla Camera nella provocazione grillina contro le autonomie

Il deputato Leonardo Donno

Espulso dall’aula di Montecitorio per un’irruzione verso i banchi del governo sventolando la bandiera tricolore contro il ministro Roberto Calderoli, e il suo disegno di legge per l’applicazione delle cosiddette autonomie differenziate introdotte nella Costituzione dalla sinistra nel 2001, il deputato pentastellato Leonardo Donno ne è uscito in carrozzella per una rissa nella quale è rimasto ferito. Il parlamentare sospettato di averlo colpito con un pugno al torace, ma che giura di avere solo tentato di farlo senza riuscirvi, è il leghista Igor Iezzi.

Il deputato Igor Iezzi

Oltre al pugno che gli ha procurato accertamenti in ospedale, il deputato 5 stelle ha rimediato calci e insulti che hanno permesso alla sua parte politica di protestare contro lo squadrismo, naturalmente fascista, del centrodestra. Dove peraltro la compattezza a favore del provvedimento già approvato dal Senato, dove potrebbe tornare se alla Camera fosse modificato, non è tale neppure di facciata.

         Per quanto non nova nella storia del Parlamento, dove si è visto anche di peggio ai tempi, per esempio, dell’adesione alla Nato o della discussione sulla legge elettorale che introdusse negli anni Cinquanta del secolo scorso un premio di maggioranza definito “truffa” dalle opposizioni, la zuffa scoppiata ieri a Montecitorio è stata naturalmente grave. E paradossalmente, per la maggioranza, un soccorso autolesionistico alla parte dell’opposizione appena uscita peggio dalle elezioni europee: quella grillina capeggiata dall’ex premier Giuseppe Conte. Che ora può mescolare le sue annunciate “riflessioni” sulle condizioni in cui ha ridotto il suo partito nelle urne a proteste contro una maggioranza “aggressiva.” O quanto meno sprovveduta nella reazione a gesti o iniziative il cui carattere provocatorio è avvertibile nella espulsione rimediata dal parlamentare pentastellato.

         Se alla Camera il clima è quello che si è  visto sul tema delle autonomie, anche al Senato la tensione resta alta per lo scontro sul cosiddetto premierato proposto dal governo con quella che la premier Giorgia Meloni ha definito “la madre di tutte le riforme” programmate dal suo governo, comprese quelle in materia di giustizia.

Giorgia Meloni

In questi giorni tuttavia  l’attenzione principale della presidente del Consiglio è comprensibilmente riservata ad altro: il “suo” G7 in Puglia, ad alta intensità e partecipazione internazionale, peraltro a ridosso di ciò che attende la Meloni in Europa per la definizione dei nuovi assetti al vertice dell’Unione.

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Silvio Berlusconi ed Enrico Berlinguer tornati da morti ai loro posti

Da Libero

Per uno dei capricci non so se più della cronaca, della politica o della storia si trovano accomunati in questi giorni, da morti, due uomini che in vita non potevano essere stati più diversi come Enrico Berlinguer e Silvio Berlusconi. Che penso non avessero fatto in tempo neppure a conoscersi o solo incontrarsi, per quanto ne sappia da cronista della cosiddetta prima Repubblica. Della cosiddetta seconda, nata peraltro con l’esordio diretto di Berlusconi da candidato praticamente eletto alla guida del governo, ben prima del premierato ora all’esame del Senato, Berlinguer non aveva neppure potuto avvertire il sentore. Ne sarebbe probabilmente morto ancor prima.

         Due uomini -dicevo di Berlinguer e Berlusconi- che più diversi non potevano essere stati per formazione culturale e stile di vita. Non dico di carattere perché lo avevamo avuto entrambi abbastanza tosto, pur nascosto con Berlusconi sotto la corteccia -quasi un ossimoro- di un’allegria permanente, contrapposta ad una mestizia della quale Berlinguer si sentiva ingiustamente vittima nella rappresentazione mediatica. E che solo lo straripante Roberto Benigni vinse sollevando il leader comunista con le braccia e dondolandolo sotto gli occhi prima esterrefatti e poi divertiti di quel misto di vigilante e assistente del segretario del Pci che era Tonino Tatò. Attraverso le cui grinfie nessun giornalista, ma anche uomo politico, non poteva non passare per arrivare a Berlinguer: neppure un inviato storico come Giampaolo Pansa, Giampa per gli amici. Che nel 1976 riuscì a strappare al segretario comunista la clamorosa ammissione di sentirsi protetto sotto l’ombrello della Nato nei rapporti con l’Unione Sovietica.

Una cosa -quella dell’ombrello atlantico aperto su di sé alle Botteghe Oscure da Berlinguer- che mandò su tutte le furie nel Pci Armando Cossutta e dovette sorprendere fuori anche Berlusconi. Che aveva allora solo 40 anni e neppure immaginava per sé un futuro politico, bastandogli e avanzandogli i denari, i successi, la notorietà dell’imprenditore, per quanto passato nel 1948, da ragazzo, attraverso l’esperienza delle affissioni dei manifesti elettorali della Dc di Alcide De Gasperi contro il fronte popolare della sinistra composto dai comunisti di Palmiro Togliatti e dai socialisti di Pietro Nenni.

A quarant’anni dalla sua morte l’eredità politica di Berlinguer è tornata ormai tutta a sinistra, dopo essere passata non più tardi del 2021, solo tre anni fa, anche per le mani di un post-democristiano compiaciuto come Enrico Letta, appena eletto segretario del Pd. E richiamato a Roma da Parigi, dove lo aveva fatto scappare Matteo Renzi detronizzandolo nel 2014 da Palazzo Chigi.

Gli occhi di Berlinguer sono stati fatti stampare sulle tessere del Pd di quest’anno da Elly Schlein, succeduta ad Enrico Letta al Nazareno. E spintasi la settimana scorsa a Padova per concludere la campagna elettorale per le europee esattamente come Berlinguer nel 1984. Ma diversamente da Berlinguer, che spinse il Pci all’unico e breve sorpasso sulla Dc col 33 per cento e più dei voti, la Schlein ha potuto portare il Pd non oltre il 24 per cento, sotto di quasi cinque punti alla destra di Giorgia Meloni.

Mentre l’eredità di Berlinguer è tornata tutta a sinistra, l’eredità di Berlusconi è tornata tutta a destra dopo i parossistici tentativi dell’antifascismo di professione -come l’antimafia denunciata ai suoi tempi da Leonardo Sciascia- di scoprire e proporre un Cavaliere alternativo alla Meloni, o comunque ad essa preferibile.

I fratelli d’Italia della premier hanno appena portato a casa quest’anno un quasi 29 per cento vicino al 30,3 realizzato nel 1994 da Berlusconi nelle europee svoltesi a pochi mesi di distanza dalle politiche, dove il Cavaliere si era fermato, diciamo così, al 20 per cento. E ciò è avvenuto senza danneggiare -altra circostanza sfortunata per le opposizioni, che avevano scommesso sulla disarticolazione del centrodestra- le altre componenti della maggioranza di governo. Né la Lega di Matteo Salvini e tanto meno la Forza Italia post-berlusconiana di Antonio Tajani, salita anzi al secondo posto nella classifica della maggioranza di governo.

Non glien’è andata bene una, insomma, alla sinistra nello scontro furioso, quasi corpo a corpo, che ha cercato e condotto nella campagna elettorale contro una destra dipinta di un nero che più nero non si poteva o doveva immaginare.

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Ripreso da http://www.startmag.it il 16 giugno

Enrico Berlinguer e Silvio Berlusconi insieme a loro insaputa

Dal Dubbio

Curioso destino comune di Enrico Berlinguer e di Silvio Berlusconi, in ordine alfabetico dei loro cognomi, a distanza di 40 e di un anno, rispettivamente, dalla loro morte. Il primo, segretario del maggiore partito di opposizione ai suoi tempi, dopo la pausa della “solidarietà nazionale” con la Dc di Giulio Andreotti, Aldo Moro e Benigno Zaccagnini, anche loro in ordine rigorosamente alfabetico dei cognomi. E il secondo, fondatore non solo e non tanto di Forza Italia quanto, in fondo, della seconda Repubblica per avere allestito tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, all’esordio di una nuova legge elettorale non più proporzionale, una coalizione di centrodestra contrapposta alla “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, a sinistra. Fu l’avvio della stagione cosiddetta bipolare della politica italiana.

         Bipolare, in verità, era stata anche l’Italia del 1948 con lo storico scontro elettorale fra la Dc e i suoi potenziali alleati di centro da una parte e la sinistra dall’altra costituitasi in un dichiarato, orgoglioso “fronte popolare”, che però perse la partita con tutta l’effigie e la barba di Giuseppe Garibaldi  nei volantini. Ma era tutt’altro bipolarismo, ideologico prima ancora che politico.

 Le ideologie nel 1994 erano già finite sotto le macerie del muro di Berlino, nel 1989, anche se Berlusconi chiamava e liquidava come comunisti quelli che si erano affrettati a  cambiare nome al loro partito e deposto il simbolo della falce e martello ai piedi di una tranquilla quercia, conservando tuttavia la stessa classe dirigente. E così esponendosi alla polemica del Cavaliere.  Facendogli anzi il piacere di guidare nelle parole un rinnovato schieramento anticomunista rievocativo di quello degasperiano del già citato 1948.

         A 40 anni dalla sua morte sul campo, colto tragicamente da un ictus nel comizio conclusivo anche allora di una campagna elettorale per l’elezione del Parlamento europeo, Enrico Berlinguer si gode forse dall’aldilà lo spettacolo di una giovane e giocosa -come la macchina da guerra di Occhetto- segretaria del Pd di nome Elly e cognome Schlein. Che è andata a rivendicare l’eredità berlingueriana, dopo averne riprodotto gli occhi sulle tessere di iscrizione al partito per questo 2024, nella piazza di Padova che costò la vita all’allora segretario del Pci.

         Di “Enrico”, chiamato solo col nome, come per la Meloni oggi si fa chiamandola solo Giorgia secondo le sue stesse indicazioni o preferenze, si era d’altronde vantato come erede persino l’ex o post-democristiano Enrico Letta assumendo la guida del Pd  dopo le improvvise e traumatiche dimissioni di Nicola Zingaretti: lo scopritore, con Goffredo Bettini, del Giuseppe Conte “punto più avanzato del progressismo” in Italia.

         A un anno solo, invece, dalla sua morte onorata con i funerali di Stato dovuti ad un ex presidente del Consiglio, e con la partecipazione non solo formale e dovuta del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il compianto Berlusconi si gode dall’aldilà non dico una folla, ma quasi, di eredi. Ne ha un po’ raccolto la consistenza elettorale -col quasi 29 per cento dei voti nelle europee di sabato e domenica scorsa, vicinissimo al 30 di Berlusconi nelle europee del 1994- la leader della destra e prima presidente del Consiglio donna nella storia d’Italia.

         Ma di Berlusconi ha tutti i titoli politici, e anche umani, di considerarsi erede anche Antonio Tajani, scampato al rischio di essere solo il liquidatore del partito di cui il fondatore gli aveva assegnato in vita le funzioni di vice presidente. Ora Tajani si vanta, numeri alla mano, di essere al terzo posto della graduatoria generale dei partiti nazionali, dopo i fratelli d’Italia della Meloni e il Pd della Schlein, avendo scavalcato non solo la Lega di Matteo Salvini ma anche il MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte.

         Per quanto scavalcato, ripeto, e per niente chiuso nella “riflessione” autocritica impostasi da Conte col fiato -temo per lui- di Beppe Grillo sul collo, anche Salvini rivendica in qualche modo l’eredità di Berlusconi. Che non a caso è stato il nome da lui più evocato nella campagna elettorale dopo quello del generale Roberto Vannacci. Tanto evocato, Berlusconi, che il vecchio Umberto Bossi, il fondatore della Lega, ha voluto votarne il partito raggiungendo la sezione elettorale in carrozzella. E soprattutto ha voluto farlo sapere. Anche di questo avrà potuto ridere, soddisfatto, dall’aldilà Berlusconi.

E poi dicono che la politica è di una monotonia terribile, asfissiante, tanto da meritarsi come partito di maggioranza quello delle astensioni.  

Pubblicato sul Dubbio

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Fantasie, speranze, illusioni sul silenzio post-elettorale di Mattarella

         Obbligato dal suo ruolo al silenzio neutrale, e forse qualche volta anche sofferto, prima, durante e dopo le campagne elettorali, Sergio Mattarella non ha avuto giustamente remore a correre ieri allo stadio olimpico di Roma per festeggiare le vittorie italiane nei campionati continentali di atletica.

         Ma fino a quanto può ritenersi sofferto -ripeto- il silenzio del capo dello Stato sui risultati delle elezioni europee, e di quelle amministrative che le hanno accompagnate? A saperlo, pur al netto del compiacimento che si può immaginare per il 24 per cento del Pd cui lui fece in tempo ad aderire prima di salire sul Quirinale nel 2015 succedendo a Giorgio Napolitano.  E venendo riconfermato come lui alla scadenza del primo mandato settennale, ma -diversamente da lui- per un altro mandato pieno, non ridotto da ragioni di politica o di salute, o di entrambe.

         I retroscenisti più maliziosi, e spesso anche i più immaginari, immagineranno Mattarella “freddo”, persino sotto zero, per l’avanzata della destra in Europa, in generale, e per la conferma di quella al governo in Italia. Non a caso anche oggi qualche giornale tiene a ricordare che il disegno di legge di riforma costituzionale della giustizia -con la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e i due conseguenti Consigli Superiori della Magistratura, dove le toghe resteranno in maggioranza ma sorteggiate- non ha ancora ottenuto la firma di autorizzazione del capo dello Stato per l’approdo in Parlamento. Ma arriverà, si mettano pure in pace critici ed avversari, se non è già arrivata mentre scrivo.

Mattarella e Crosetto

         Una testimonianza di un atteggiamento del Quirinale verso il governo in carica per niente prevenuto è appena arrivata, in una intervista di ieri a Repubblica, dal ministro della Difesa e collega di partito della premier Guido Crosetto. Che per le sue funzioni in questa congiuntura internazionale alquanto difficile -con guerre in corso ai confini dell’Europa, se non dentro, essendo l’Ucraina, per esempio, socia aspirante dell’Unione proprio dopo l’aggressione della Russia di Putin- è forse l’interlocutore più frequente del presidente della Repubblica, nonché capo delle Forze Armate e presidente del Consiglio Supremo di Difesa,

Crosetto ieri a Repubblica

         “Non mi pare -ha detto Crosetto rispondendo ad una domanda proprio sui rapporti fra governo e Quirinale dopo attacchi rivolti a Mattarella dal senatore leghista Claudio Borghi- che il centrodestra o il governo abbiano alcun problema con il Colle. Io ho un rapporto non solo politico, ma personale con il Presidente. Straordinario, voglio dirlo. In lui ho sempre trovato un consiglio o un aiuto verso il sottoscritto o Meloni”.

Dalla Notizia contiana

         Sarà così -presumo- anche nella preparazione confermata dallo stesso Crosetto del nuovo decreto di nuove forniture militari all’Ucraina. Contro il quale è già insorto il giornale dichiaratamente pentastellato La Notizia con questo titolo molto contiano: “Nuovo pacchetto armi all’Ucraina. A urne chiuse il governo Meloni si rimette l’elmetto”.

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