Un altro Ruini imperdibile, contro “la dialettica amico-nemico” in politica

         Un altro Ruini imperdibile -il vecchio cardinale Camillo, presidente della Conferenza Episcopale Italiana dal 1991 al 2007- dopo quello dell’intervista a Francesco Verderami, del Coriere della Sera, sul no opposto nel 1994 a Oscar Luigi Scalfaro che agiva contro Silvio Berlusconi.  Questa volta, e di nuovo al Corriere della Sera, ma parlando con Antonio Polito per il supplemento Sette, ha condannato la politica odierna non dissimile da quella di 30 anni fa. Allora centrata contro Berlusconi, ora contro Giorgia Meloni.

         Limitato nei movimenti a più di 93 anni di età ma lucidissimo nella memoria e nei ragionamenti -culturali, teologici e antropologici- sino al ripristino dell’Inferno quasi soppresso di recente da Papa Francesco, il cardinale Ruini ha praticamente ammonito che non la passerà liscia nell’aldilà chi si comporta male nell’aldiquà, per quanto misericordioso possa e potrà ancora essere il Padreterno.

Testuale

         Che giudizio dà della politica di oggi? ha chiesto Polito a Ruini. “Non si può vivere -ha risposto il cardinale- solo della dialettica amico-nemico. Ci sono principi non negoziabili come l’amore del prossimo, la famiglia, la vita….C’è un comandamento chiaro che dice “non ammazzare”. Una parte della politica li difende ancora, ma la pressione culturale è enorme”.

Giorgia Meloni ed Elly Schlein

         Il “non ammazzare” reclamato da Ruini non va inteso solo in senso fisico, ma anche metaforico. E’ quello che aleggia nelle piazze dove le opposizioni stanno trasferendo l’opposizione al governo non riuscendo a prevalere nelle aule parlamentari. E lo rappresentano come il “nemico” del popolo, specie quello meridionale, della democrazia, della Costituzione, della bandiera e di tutto ciò che gli avversari della Meloni impugnano contro di lei e la sua maggioranza. Che mancherebbe persino di legittimità, se si rapporta la percentuale dei suoi voti nelle urne non ai votanti, come da legge, ma agli aventi diritti al voto, cioè al lordo degli assenti, astenuti e simili, che nelle recenti elezioni europee sono stati più numerosi dei partecipanti. Si sovvertono così anche i principi costituzionali pur di cercare di demonizzare un governo non condiviso.

         Nella Costituzione la partecipazione della “maggioranza degli aventi diritto al voto” è richiesta dall’articolo 75 della Costituzione solo per sancire la validità del risultato di un referendum abrogativo “di una legge o di un atto avente valore di legge”, non per eleggere il Parlamento cui il popolo delega, senza il cosiddetto quorum, “la sovranità” conferitogli dal primo articolo della stessa Costituzione. Qui cominciano ad essere troppi gli asini che volano. E ci sommergono di bombe di carta.

Tutte le autoreti di Giorgia Meloni sognate dalle opposizioni

Dai campionati europei di calcio

         In quanti a sinistra, al centro e persino a destra, hanno sognato già ieri sera, sognano oggi e continueranno a sognare chissà per quanto tempo ancora di vedere Giorgia Meloni a terra come il capitano e portiere degli azzurri Gianluigi Donnarumma ai campionati europei di calcio, battuto con un’autorete dal compagno di squadra Riccardo Calafiori nella partita con la Spagna? Il Calafiori della Meloni sarebbe naturalmente Matteo Salvini, il vice presidente leghista del Consiglio che avrebbe imposto alla premier, in cambio del premierato ancora in corpo d’opera parlamentare, la legge appena approvata in via definitiva sulle cosiddette autonomie differenziate. E destinata, secondo le opposizioni esterne e ora persino interne alla maggioranza, a sfasciare l’Italia.

Dal Fatto Quotidiano

         Saremmo condannati, in particolare, secondo le previsioni o gli auspici del Fatto Quotidiano, dove si consolano così della fine forse ancora più vicina e probabile dei grillini capeggiati da Giuseppe Conte, ad una “guerra di secessione” di sudisti affamati “contro nordisti” ingordi, malati incurabili per mancanza di fondi contro pazienti immuni per le terapie che le loro regioni  settentrionali possono garantire.

Giovanni Guzzetta

         Il povero professore Giovanni Guzzetta, che ieri su Libero ha cercato di spiegare che le cose non stanno né andranno così, dovrà travestirsi per non essere riconosciuto per strada da qualche malintenzionato oppositore e malmenato.

Dal Riformista

         Dovrà fare altrettanto l’ex parlamentare di sinistra e noto economista Nicola Rossi che ancora oggi, in piena bufera politica e mediatica, ha indicato sul Riformista nella legge sulle autonomie differenziate “l’ora del Sud”. “La fine -ha detto- delle scuse per il Mezzogiorno”, dove non ci sarà “nessun colpo di grazia”, ma “vedremo chi sarà capace”. Questo Rossi, poi, si è permesso di nascere più di 70 anni fa persino al Sud, in particolare ad Andria, in Puglia.

Mariastella Gelmini

         Dovrà forse travestirsi, per non essere riconosciuta per strada da qualche energumeno, anche l’ex ministra della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini. Che, trasmigrata da Forza Italia, quando ancora viveva Silvio Berlusconi, alla terzopolista Azione, ha contestato l’opposizione del suo nuovo leader, Carlo Calenda, alla legge pretesa dai leghisti.

La copertina dell’Espresso

         Ammesso poi che queste benedette o maledette autonomie, comunque messe nella Costituzione dalla sinistra nel 2001, regnando a Palazzo Chigi un Giuliano Amato già affrancato dai suoi trascorsi craxiani per grazia ricevuta da Massimo D’Alema, falliscano nella funzione distruttrice, gli oppositori menagrami potranno continuare a scommettere sulle capacità malefiche del premierato proposto dal governo e appena promosso a fantasma menagramo dall’Espresso.

         Se si si continua di questo passo che cosa rimarrà di chi sarà tentato di grattarsi per scaramanzia?  

Ripreso da http://www.startmag.it

Quella nostalgia della Dc che si avverte più a destra che a sinistra

Dal Dubbio

Fa parte dell’evoluzione della destra meloniana alla guida del governo dall’autunno di due anni fa – o dell’involuzione, direbbero altri- il rimpianto che si avverte in questi giorni della Democrazia Cristiana a 82 anni dalla sua fondazione, in clandestinità, e a 30 dalla morte. O dal suo “scioglimento per telegramma”, come disse a suo tempo con derisione Umberto Bossi, che aveva già cominciato a raccoglierne consistenti pezzi elettorali nel Nord con la sua Lega rampante. I cui militanti si ritrovavano sui prati di Pontida con la stessa voglia dissacrante e scurrile che molti anni dopo avrebbe stimolato nelle piazze italiane un comico di professione, Beppe Grillo, prestatosi alla politica.

Dalla Verità del 19 giugno

         Della Dc anticipando un convegno celebrativo promosso dall’ex ministro Ortensio Zecchino e moderato da Paolo Mieli – e da chi sennò? verrebbe da chiedersi per lo storico forse più a mezzadria col giornalismo dopo il compianto Giovanni Spadolini- l’intellettuale di destra Marcello Veneziani ha scritto sulla Verità come delle sette meraviglie dei suoi tempi giovanili. Eppure Veneziani nella sua orgogliosa militanza missina, quando aveva ancora i calzoni corti, non era stato abituato a pensare così della Dc, peraltro in una terra- la Puglia- dove lo scudo crociato aveva prodotto uno dei suoi leader più prestigiosi, martire della democrazia come divenne Aldo Moro assassinato nel 1978 dalle brigate rosse.

Marcello Veneziani

Alla Dc d’altronde i missini non rinunciarono a dare una mano nei casi di bisogno: per esempio, nel 1953 contribuendo all’elezione di Giovanni Gronchi al Quirinale, nel 1957 appoggiando il governo di Adone Zoli con un voto pur “non richiesto e non gradito” e quello di Fernando Tambroni nel 1960, concorrendo nel 1963 all’elezione di Antonio Segni e, forse in modo determinante, nel 1971 di Giovanni Leone alla Presidenza della Repubblica. Essi avrebbero forse concorso su richiesta dell’allora presidente socialista del Consiglio Bettino Craxi, nel 1985, all’elezione di Arnaldo Forlani, sempre al Quirinale, se questi non avesse rinunciato a correre per dare la precedenza al collega di partito Francesco Cossiga. Ci avrebbe invece provato inutilmente nel 1992 ma in due sole votazioni, e nel clima ormai tossico e ghigliottinaro di Tangentopoli, quando i magistrati di Milano demolivano ogni giorno, e ogni notte, pezzi della cosiddetta prima Repubblica.

Testo di Veneziani

         La Dc -ha scritto Veneziani- “aderiva così profondamente alle fibre del nostro Paese da essere considerata un elemento naturale della nostra vita pubblica e privata. Avevamo per così dire somatizzato la Dc o la Dc somatizzato l’Italia, pur senza alcuna enfasi di italianità e di identità nazionale”. E ancora: “Apparve quasi l’autobiografia degli italiani, come si disse pure del fascismo”, che era stato una “versione paterna” dello Stato come poi la Dc “la versione materna”.

Testo di Veneziani

         Alla Dc di Alcide De Gasperi e dei suoi successori Veneziani ha inoltre riconosciuto il merito di essere stata “il più grande ammortizzatore di conflitti e guerre civili, di tensioni sociali, di passioni ideali”, considerando che “venivamo da un’Italia divisa in due e la Dc fu la tregua sine die, il disarmo e l’oblio dell’Italia venuta dal passato, dal Risorgimento, dalle guerre, dal fascismo e dall’antifascismo”. Essa “riportò l’Italia dalla storia a casa, anzi non pensò all’Italia ma si prese cura degli italiani e li riportò in famiglia, alla vita di ogni giorno”.

Schlein il 18 giugno in Piazza Santi Apostoli a Roma

         Della Dc non riescono a pensare e a scrivere così neppure quelli che provenendone sono nel Pd. E vi sono rimasti, diversamente da altri, anche dopo l’arrivo di Elly Schlein al suo vertice, seguendola martedì scorso nella piazza romana dei Santi Apostoli, e degli oppositori urlanti: qualcuno, come Graziano Delrio, per affacciarvisi soltanto e qualche altro, come Dario Franceschini, per godersi sino in fondo lo spettacolo di protesta contro il governo e le sue riforme.

         E’ stato complesso il mondo democristiano anche nella sua dissoluzione, lasciando tracce o semi un po’ dappertutto, come d’altronde è accaduto anche ai liberali: un altro filone dell’Italia solo nominalmente esaurito.  E, in un lib-lab filosofico e politico, pure ai socialisti riformisti liquidati come traditori dai comunisti.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 23 giugno

Grillo e Conte, o viceversa, fra le polveri delle loro stelle cadenti

         Sotto le cinque stelle un po’ cadenti dopo la scoppola rimediata da Giuseppe Conte nelle elezioni europee del 9 giugno, scendendo a livello nazionale sotto il dieci per cento, accade metaforicamente quello che i pessimisti o gli ottimisti -secondo i gusti- attendono da tempo che succeda fra i magistrati dopo una trentina d’anni di crescita esponenziale del loro ruolo: che si arrestino fra di loro.

Dal blog di Beppe Grillo

         Per carità, Beppe Grillo non ha ammanettato Conte, anche se forse lo avrebbe fatto volentieri se ne avesse avuto la possibilità. Ha fatto di peggio nella logica della sua professione di comico: ha ripreso a dileggiarlo nei suoi spettacoli teatrali come un avversario qualsiasi. E, in una intervista dichiaratamente a se stesso, ha trasferito il dileggio sul suo blog, al cui mantenimeno Conte come presidente del MoVimento 5 Stelle concorre pagando Grillo come consulente della comunicazione, pur non a tempo pieno. Già, perché  il comico è anche statutariamente il garante, l’elevato, l’elevatissimo, l’”essenziale” -ha appena aggiunto- del partito chiamato in altro modo.

Conte e Schlein in Piazza Santi Apostoli, a Roma

         In una situazione del genere, a dir poco paradossale, l’ex premier e non so se ancora aspirante a tornare a Palazzo Chigi come “il punto più alto di riferimento dei progressisti”, secondo la generosa qualifica attribuitagli a suo tempo al Nazareno in un eccesso di masochismo, ha la disinvoltura di partecipare a manifestazioni di piazza contro il precario livello cui starebbe riducendo la democrazia il governo di Giorgia Meloni.  Cioè contro le picconate ch’esso starebbe dando alla Costituzione e ad altro ancora con le riforme tutte anticipate nel programma elettorale che ha portato la leader della destra italiana a Palazzo Chigi, ancora su nomina del presidente della Repubblica, in attesa dell’elezione diretta e del conseguente premierato.

Luigi Pirandello

         Ci vorrebbe un redivivo Luigi Pirandello, purtroppo morto nel lontano 1936, per raccontare la storia di un movimento così poco cosmico approdato in Parlamento nel 2013 e non ancora uscitone, o almeno non uscitone del tutto. Ma in mancanza di Pirandello potrebbe provvedervi, accontentandoci, lo stesso Grillo. Anzi, ha cominciato a farlo. Buon proseguimento. E divertimento, che fa pure rima.

Ripreso da http://www.startmag.it

La guerra della politica al dizionario della lingua italiana

Da Libero

Fa in fondo parte della quasi terza guerra mondiale a pillole, come dice il Papa, anche quella che la politica italiana sta conducendo contro il dizionario in una catena di ossimori.

         Abbiamo una destra dichiaratamente conservatrice, anche nelle parti moderate e non “estreme” immaginate a Berlino dal caudicante cancelliere Sholz, che felicemente innova.

Giorgia Meloni

         Al Senato si è appena consumato il primo dei quattro passaggi parlamentari della riforma della Costituzione che introduce l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Come si eleggono da anni i sindaci dei Comuni e i presidenti delle Regioni senza che né gli uni né le altre siano uscite dalla democrazia.

         Alla Camera è stata approvata definitivamente con legge ordinaria l’attuazione delle cosiddette autonomie differenziate regionali introdotte nel 2001 nella Costituzione dalla sinistra, che corteggiava la Lega di Umberto Bossi sul terreno del federalismo per cercare di impedirne il ritorno all’alleanza con Silvio Berlusconi. Dalla quale era riuscito a sfilarla alla fine del 1994 l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, per niente rassegnato alla calma dopo avere cercato inutilmente di trascinare nella lotta all’allora presidente del Consiglio il quasi vertice della Chiesa. Ne ha appena dato conferma, nel silenzio assordante e imbarazzante, oltre che imbarazzato, di ciò che ancora rimane -cioè parecchio- della sinistra di allora ammantatasi all’alba della seconda Repubblica nei panni dichiaratamente progressisti.

         I progressisti, appunto, ai quali fu iscritto d’ufficio nel 2020 il grillino Giuseppe Conte diventandone addirittura il “punto più avanzato” per dichiarazioni e interviste intrecciatedel segretario del Pd Nicola Zingaretti e del suo “filosofo” di riferimento Goffredo Bettini; i progressisti, dicevo, vogliono adesso andare non avanti ma indietro rispetto alla riforma costituzionale del 2001. E, rovesciandosi addosso secchiate di liquame politico, dipingono la Repubblica delle regioni da loro stessi disegnata 23 anni fa come destinata alla disgregazione, affondata nel disordine e via infernando. Da Inferno, per quanto Papa Francesco ottimisticamente lo immagini da qualche tempo sgomberato.

Enrico Berlinguer

         Non è la prima volta, a dire la verità, che i progressisti italiani hanno il passo del gambero Già nella prima, ormai lontana prima Repubblica ghigliottinata dalla magistratura ribaltando i rapporti con la politica fissati dai costituenti, i progressisti alla Berlinguer, tanto celebrato in questi giorni, scambiarono la Costituzione per un fortino assediato da Bettino Craxi con i suoi progetti di riforma istituzionale. E pure Craxi entrò nel girone dei reazionari, come prima di lui un vecchio campione dell’antifascismo e dell’antifranchismo quale il repubblicano Randolfo Pacciardi.  Che aveva osato raccogliere e rilanciare quelle tracce di presidenzialismo già affiorate nelle discussioni all’Assemblea Costituente. Il povero Pacciardi ne morì quasi di crepacuore, contestato per primo dal leader della sua parte o area politica Ugo La Malfa.

         Neppure la Malfa -pace all’anima sua- scherzava nella guerra al dizionario. Anzi, al buon senso.  Ricordo lo sgomento che mi procurò personalmente nel 1973, rimediando un mezzo insulto quando osai contestaglierlo in un corridoio della Camera.

         Erano i mesi e i giorni in cui il governo della “centralità” Andreotti-Malagodi, come lo chiamava l’allora segretario della Dc Arnaldo Forlani avendolo fatto realizzare dopo l’uscita dei socialisti dal centrosinistra a causa dell’elezione di Giovanni Leone al Quirinale, veniva spinto verso la crisi da Amintore Fanfani nella Dc e da La Malfa, appunto, fuori dalla Dc.

Ugo La Malfa

         Proprio La Malfa, precedendo formalmente Fanfani che stava scaricando il suo ex delfino Forlani dietro le quinte, notificò lo sfratto ad Andreotti rompendo la maggioranza sulla vertenza del cosiddetto codice postale. Che non era quello da voi giovani forse immaginato pensando ai numeri che precedono le città nella corrispondenza, ma quello allora in discussione anche per  introdurre la televisione a colori. Alla quale La Malfa, sostenuto dal Pci, era contrario per ragioni di austerità, temendo gli sperperi che gli italiani avrebbero fatto cambiando i televisori. Sullo sfondo c’erano formalmente i contrasti sul sistema francese -Secam- o tedesco – Pal- da adottare sul piano tecnico. Diavolo di un progressista, La Malfa, col suo preferito bianco e nero neppure iuventino. La Malfa e i comunisti che gli andavano dietro pur di ottenere una crisi di governo.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 23 giugno

Una rimozione sorprendente

         Ma che succede a facebook? Un mio articolo sulla cena recente dei vertici europei a Bruxelles in apertura della partita per i nuovi assetti dell’Unione è stato rimosso ripetutamente, ogni volta che ho cercato di condividerlo. Non andava bene il titolo ispirato al famoso dramma di Sem Benelli e al film omonimo della cena delle beffe? Incredibile.

Fra il primo sì del Senato al premierato e l’ultimo della Camera alle autonomie differenziate

Titolo di Avvenire

         C’è chi si rassegna su posizioni critiche o preoccupate, espresse di recente dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana Matteo Zuppi, e titola realisticamente su Avvenire “Riforme al dunque” di fronte al primo sì del Senato al cosiddetto premierato e all’ultimo sì, definitivo, della Camera alle cosiddette autonomie differenziate delle regioni arrivato al termine di una seduta fiume imposta dall’ostruzionismo delle opposizioni.

Titolo di Repubblica

         C’è invece chi non si rassegna e sale metaforicamente in montagna titolando, come la Repubblica di carta, sul “Fronte dell’Opposizione”, al maiuscolo e al singolare, radunato dalla segretaria del Pd Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratojanni, Angelo Bonelli ed altri volenterosi nella piazza romana di ripiego nella protesta – intitolata ai Santi Apostoli- rispetto a quelle maggiori del Popolo e di San Giovanni.

In Piazza Santi Apostoli a Roma

         Questo spettacolo delle Camere che legiferano su proposta del governo e della maggioranza usciti dalle urne del 2022, e confermati da quelle del 9 giugno scorso per le europee, e delle piazze più o meno larghe o lunghe come il campo dell’aspirante alternativa, che si avvolgono nelle bandiere del no e della paura, sembra ormai destinato ad accompagnare la legislatura sino al suo compimento ordinario, nel 2027.

Il voto della Camera sulle autonomie

I primi 109 si del Senato all’elezione diretta del presidente del Consiglio, ferma restando quella parlamentare del presidente della Repubblica, e i 172 della Camera alle autonomie differenziate delle regioni, messe in Costituzione -non dimentichiamolo- dalla sinistra nel 2001 per travestirsi da federalista agli occhi di una Lega che stava tornando all’alleanza con Berlusconi, sono numeri reali. Quelli vantati dalle opposizioni in piazza, o pensando ai referendum da promuovere contro il governo, sono immaginari, ipotetici e quant’altro.

Mattarella ieri in Moldavia

         Il Paese nel frattempo dovrà fare i conti, senza contare -scusate la ripetizione- sulle opposizioni, neppure su quelle ombratili dei terzopolisti mancati di Carlo Calenda e Matteo Renzi, troppo impegnati a farsi la guerra tra loro, con i problemi che l’assediano. A cominciare dalle guerre ai confini o dentro l’Europa, come quella dell’Ucraina, su cui non passa quasi giorno senza che faccia sentire la sua voce il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che le opposizioni ritengono minacciato dal premierato. Una voce non certo ostile alla maggioranza com’era quella trent’anni fa, proprio di questi tempi, di Oscar Luigi Scalfato che convocava al Quirinale le maggiori autorità della Chiesa non per pregare insieme ma per chiedere ad esse aiuto contro il governo Berlusconi da lui stesso nominato a maggio. Una storia molto poco commendevole che uno dei convocati o invitati -il cardinale Camillo Ruini- ha appena confermato al Corriere della Sera nel silenzio assordante, e ancora più clamoroso, delle opposizioni di allora e di adesso. Che tristezza, per non dire scandalo.

Ripreso da http://www.startmag.it

 

La cena delle beffe a Bruxelles per i nuovi assetti europei

Si è rivelata un po’ la cena delle beffe, parafrasando l’omonimo dramma di Sem Benelli e il film derivatone da Alessandro Blasetti del 1942, quella con la quale si è aperta a Bruxelles la partita sui vertici apicali dell’Unione Europea dopo le elezioni del 9 giugno. E’ successo tutto e niente in un clima di tensioni e manovre, tutti ben sapendo che siamo solo agli inizi.

Dalla Repubblica

         La difficoltà di una diversa, definitiva lettura del confronto conviviale fra i capi di Stato e di governo sta nella valutazione opposta, per esempio, di due giornali italiani che pure fanno parte dello stesso gruppo editoriale di John Elkann. “La ritirata di Meloni”, ha titolato la Repubblica. “La sfida di Meloni”, ha titolato La Stampa.

Dalla Stampa

         La sfida di Meloni è quella ai suoi interlocutori di chiudere un accordo teorizzato, in particolare, dal negoziatore polacco dei popolari per un bis di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione di Bruxelles facendo a meno appunto della Meloni. E affrontando su queste posizioni il voto del Parlamento europeo a luglio. Dove la prima a temere di perdere è proprio la presidente uscente della Commissione, consapevole come uno dei suoi predecessori, l’italiano Romano Prodi, che il voto segreto a Strasburgo, come spesso nel Parlamento italiano, è quello più della vendetta che della disciplina, o della riconoscenza.

         Al passaggio parlamentare di Strasburgo si arriverà peraltro dopo altri vertici europei, ma soprattutto dopo la soluzione del giallo francese, chiamiamolo così, diffuso nelle librerie e nelle piazze dallo stesso presidente Emmanuel Macron. Che, sconfitto nelle europee dalla destra, ha cercato di contenerne gli effetti sciogliendo l’Assemblea Nazionale e rimandando i connazionali alle urne a tamburo battente, anche a costo di dovere poi nominare un presidente del Consiglio di destra e conviverci per il resto del suo mandato.

Elly Schlein al Gay Pride

         Ma c’è un giallo anche a Berlino, dove il cancelliere considera di estrema destra in Europa la Meloni dopo essere stato praticamente battuto dall’estrema destra, davvero, in Germania. La premier italiana invece non ha gialli da sfogliare in casa, disponendo di una maggioranza sicura, per quanto facile a cadere nelle provocazioni d’aula parlamentari delle opposizioni che sventolano contro il governo bandiere tricolori prima di portarle in piazza. Dove oggi, per esempio, la segretaria del Pd Elly Schlein ritorna con Giuseppe Conte e altri amici contro autonomie differenziate e premierato, dopo essere salita festosamente la settimana scorsa sui carri del Gay Pride.

Dal Corriere della Sera

         Il Conte in piazza con la Schlein è lo stesso al quale Beppe Grillo in uno spettacolo non so se alternativo o di contorno ad un suo incontro con lui a Roma, ha rimproverato di avere preso nelle elezioni europee “meno voti di Berlusconi da morto”. E -aggiungo- di essere stato molto più che doppiato dal Pd: 9,9 per cento contro il 24 e oltre.   

Da Scalfaro a Mattarella al Quirinale, da Berlusconi a Meloni a Palazzo Chigi

Dal Dubbio

Certo, dopo la conferma datane in una intervista al Corriere della Sera dal cardinale Camillo Ruini, si può ben dire che Oscar Luigi Scalfaro la fece grossissima invitandolo a pranzo nell’estate del 1994 con l’allora Segretario di Stato del Vaticano Angelo Sodano e con monsignor Jean Luis Turan, Segretario dei rapporti della Chiesa con gli Stati, per chiedere di essere da loro “aiutato -testuale- a far cadere” il governo formato il 10 maggio da Silvio Berlusconi. Un governo nominato dallo stesso Scalfaro, e poi regolarmente fiduciato dalle Camere. Ma nominato tanto malvolentieri che il Capo dello Stato aveva consegnato al presidente del Consiglio una lettera inusuale in cui erano praticamente indicate le linee politiche generali alle quali avrebbe dovuto attenersi.

         Chiunque altro forse avrebbe rifiutato un’investitura del genere ma Berlusconi, pur avendo vinto le elezioni politiche proponendosi agli elettori proprio come capo del governo, aveva accettato, su suggerimento del suo braccio destro, e sinistro, Gianni Letta, consigliatogli d’altronde dallo stesso Scalfaro come principale, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nella consapevolezza o persino stordimento di una così eccezionale esperienza istituzionale come la sua: un esordiente politico, nel senso letterale della parola, per quanto già imprenditore di grande successo, arrivato direttamente al vertice del governo.

         Il cardinale Ruini, oggi novantatreenne, era allora -già dal 1991- presidente della conferenza episcopale italiana. E tale sarebbe rimasto sino al 2007. La richiesta di Scalfaro superava per novità, clamore e quant’altro la sorpresa da lui riservata all’esordio da presidente della Repubblica, nel 1992, estendendo le consultazioni per la formazione del governo -il primo della legislatura nata dalle elezioni del 5 e 6 aprile- al capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli. Al quale egli aveva chiesto se nelle indagini in corso sul finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica risultasse già coinvolto anche il leader socialista Bettino Craxi, che democristiani e alleati della maggioranza avevano deciso di proporgli come presidente del Consiglio.

Non si è mai conosciuta bene la risposta di Borrelli, ma si ricorda bene la decisione dell’allora capo dello Stato di negare a Craxi il ritorno a Palazzo Chigi, dove già era stato fra il 1983 e il 1987, quando lo stesso Scalfaro gli era stato fedele ministro dell’Interno. Tanto fedele, come ha ricordato lo stesso cardinale Ruini nell’intervista al Corriere della Sera, da avere rifiutato l’offerta dell’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita, nel 1987, di sostituirlo al vertice del governo. Il che lo avrebbe poi aiutato ad arrivare al Quirinale nel 1992 con l’appoggio in qualche modo riconoscente del leader socialista.

Il cardinale Ruini con Berlusconi

Per tornare alla clamorosa richiesta del 1994 di un aiuto della Chiesa a far cadere il governo Berlusconi da poco formato, Ruini ha raccontato: “La nostra decisione di opporci a quella che ci appariva come una manovra -al di là della indubbia buona fede di Scalfaro- fu unanime”.  E fu preceduta, ha raccontato ancora Ruini, da “un silenzio imbarazzato”.  Berlusconi per le eminenze invitate al Quirinale poteva anche essere un peccatore, come tanti altri fedeli bisognosi della confessione e dell’assoluzione, ma non era entrato in politica e conquistato il governo avendo “fini eversivi”, come ha spiegato Ruini al Corriere aggiungendo: “I problemi della Repubblica semmai erano altri”.

A questo punto si può forse dire che anche oggi i problemi della Repubblica sono altri rispetto a quelli evocati dalle opposizioni più accanite, che vedono la Costituzione minacciata dalle riforme proposte dal governo di Giorgia Meloni. E ogni tanto mostrano, a dir poco, di aspettarsi da Sergio Mattarella al Quirinale un’azione di contenimento, se non di contrasto anche clamoroso, non ravvisabile solo dietro qualche iniziativa, parola o silenzio. Ma Mattarella non è Scalfaro, per fortuna della Meloni. E la Chiesa è è cambiata meno di quanto si creda.

Papa Francesco e Giorgia Meloni al G7

Anche se al vertice della Cei c’è il cardinale Matteo Zuppi, apparso recentemente preoccupato per l’elezione diretta del presidente del Consiglio proposta dal governo, e per le autonomie differenziate in arrivo a livello regionale, l’argentino Papa Francesco, come il papa polacco Giovanni Paolo II con Berlusconi, ha un rapporto per niente cattivo con la Meloni. Alla quale ha appena accordato  il momento forse più alto e significativo del “suo” G7, in Puglia. Cui è stato il primo Pontefice invitato e accorso nella storia di questo tipo di summit internazionale.

Pubblicato sul Dubbio

L’appetito tutto politico della Meloni al vertice conviviale di Bruxelles

La guerra in Ucraina

Al vertice conviviale europeo di stasera a Bruxelles sarà tutto politico l’appetito di Giorgia Meloni, reduce dalla vittoria elettorale del 9 giugno, mancata invece agli altri maggiori governi continentali. E poi dalla presidenza di un G7 particolarissimo anche per la prima partecipazione di un Papa e dalla conferenza svizzera di pace, augurabile, dopo più di due anni di guerra. in Ucraina. Dove Putin pensava di liquidare in quindici giorni l’odiato Zelensky e si è invece infilato in un’avventura dalla quale neppure lui sa come uscire, al netto della sua spavalderia, delle sue minacce anche nucleari e dei diversivi che alimenta in altre parti del mondo: da Gaza all’Africa e ai Caraibi, dove i sommergibili russi sono tornati come ai tempi di Kruscev e di John Kennedy.

         L’appetito politico della Meloni non è tanto di posti quanto di ruoli nei nuovi assetti dell’Unione Europea dopo il rinnovo del Parlamento di Strasburgo e il monito da lei già rivolto ai suoi interlocutori dalla conferenza stampa conclusiva del G7, in Puglia, a tenere conto delle “competenze” italiane e delle novità emerse dal voto del 9 giugno. Da cui è uscito alquanto compromesso il tradizionale e privilegiato asse franco-tedesco nella conduzione dell’Unione. La Francia è rimasta senza governo col ricorso di Macron alle elezioni anticipate dopo la sconfitta procuratagli dalla destra di Marine Le Pen. La Germania ha un cancelliere in difficoltà solo apparentemente minori del presidente francese.

Dal Foglio

         Nella “pazzia europea”, come l’ha chiamata Il Foglio, la “sorpresa” è “la normalità della muova Italia” governata appunto dalla Meloni. Che, per quanto ancora relegata all’”estrema destra” dal cancelliere tedesco, rimediando da Antonio Tajani la collocazione ritorsiva  all’”estrema sinistra”, sa di poter giocare una buona partita a Bruxelles. Forse anche oltre l’obbiettivo, il traguardo e quant’altro di “un commissario forte e la vice presidenza” della Commissione indicato proprio oggi in una intervista al Corriere della Sera da Antonio Tajani. Che conosce bene Bruxelles per essere stato commissario, vice presidente dell’esecutivo e presidente del Parlamento europeo. E ha ereditato da Silvio Berlusconi anche la partecipazione della sua Forza Italia al maggioritario Partito Popolare Europeo. Non a caso nelle scorse settimane, quando la conferma della presidente uscente della Commissione, la tedesca Ursula von der Leyen, proposta dal Ppe, sembrava a rischio, anche Tajani è entrato nella partita. Almeno mediaticamente, pur cercando di tenersene fuori con le parole.  

Dal Fatto Quotidiano

         Il protagonismo acquisito dalla Meloni a livello internazionale accentua in Italia le difficoltà degli avversari, spingendoli a provocazioni parlamentari, come quella dei grillini riuscita con disordini alla Camera, e alla piazza. Dove la segretaria del Pd si muove ora con più disinvoltura del suo concorrente a sinistra Giuseppe Conte, costretto ad ammettere sul Fatto Quotidiano la propria “sconfitta” nelle urne.

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