Poteva bastare il viatico delle Camere a Giorgia Meloni per la sua grintosa missione a Bruxelles, in un Consiglio Europeo praticamente contestato dalla premier italiana, nelle consuete comunicazioni parlamentari della vigilia, per “le logiche da caminetto”. Che hanno indotto popolari, socialisti e liberali ad accordarsi prima, e da soli, sui vertici apicali dell’Unione. Dove i partiti della maggioranza uscente hanno prenotato la conferma della tedesca Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione, la presidenza del Consiglio Europeo per il portoghese Antonio Costa e la postazione del commissario delegato agli affari esteri e alla sicurezza per l’estone Kaja Kallas.
Dal Riformista
Ma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto aggiungere anche il suo viatico, nell’incontro conviviale con i maggiori esponenti del governo che precede sempre i vertici europei a Bruxelles, ammonendo pure lui che “non si può prescindere dall’Italia” nella governance dell’Unione per il suo ruolo di paese fondatore e le sue dimensioni. Un paese peraltro politicamente il più stabile in Europa dopo elezioni continentali che hanno compromesso in modo particolare i governi della Francia e della Germania. In Francia addirittura è scattato il meccanismo delle elezioni anticipate per decisione del presidente della Repubblica, che non ha voluto attenderne i risultati per tessere a suo modo la tela dei nuovi assetti al vertice dell’Unione.
L’assist del capo dello Stato alla Meloni è stato politicamente rafforzato con l’annuncio della firma apposta alla legge sulle cosiddette autonomie differenziate, molto contestata in Parlamento e nelle piazze dalle opposizioni anche con l’appello a Mattarella ad avvalersi del diritto di rinviare il provvedimento con “messaggio motivato” per “una nuova deliberazione”, come dice l’articolo 74 della Costituzione. Deliberazione nuova e ultima, perché dopo la firma del capo dello Stato diventa semplicemente obbligatoria.
ScreCorriere della Sera
Mattarella avrebbe potuto trattenere la legge per un mese. Che, secondo indiscrezioni di stampa non smentite, il Presidente avrebbe avuto intenzione di prendersi per intero. Invece sono bastati pochi giorni. E la firma, ripeto, è arrivata proprio alla vigilia di un passaggio politico molto importante per il governo come il Consiglio europeo di oggi e domani. Su cui i giornali hanno titolato ricorrendo a immagini belliche o da ring.
Dalla Gazzetta del Mezzogiorno
Le opposizioni hanno cercato naturalmente di enfatizzare lo sgarbo, quanto meno, riservato al governo dai suoi interlocutori nell’Unione, ma esse hanno dovuto dividersi in ben sei documenti per votare al termine della discussione parlamentare: non proprio il massimo per aspiranti ad un’alternativa. Su un tema peraltro così importante come i rapporti con l’Unione Europea, o il modo di parteciparvi. Saranno lunghi, anzi lunghissimi, come ha ammesso Pier Luigi Bersani nel salotto televisivo della Gruber, i tre anni di mandato elettorale che il governo Meloni ha ancora davanti a sé.
Giorgia Meloni ha giocato di contropiede alla Camera -per stare nel clima dei campionati europei di calcio in corso- replicando agli interventi nella discussione sulle sue comunicazioni di rito alla vigilia del Consiglio Europeo. Che si aprirà domani ed è stato proceduto da un accordo annunciato fra popolari, socialisti e liberali per confermare la tedesca Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione di Bruxelles, far salire il portoghese Antonio Costa alla presidenza del Consiglio e destinare l’estone Kaja Kallas al posto di commissaria per gli affari esteri e la sicurezza.
Marianna Madia a Montecitorio
A difendere e motivare questa intesa era intervenuta nell’aula di Montecitorio l’ex ministra del Pd Marianna Madia richiamandosi alla forza e alla logica dei numeri derivati, secondo lei, dai risultati delle elezioni europee dell’8 e 9 giugno. Nelle quali hanno riportato più voti, nell’ordine, il Partito Popolare cui appartiene la presidente uscente e rientrante della Commissione, il Partito Socialista cui appartiene l’ex premier del Portogallo Costa e i liberali generalmente riferiti al presidente francese Emmanuel Macron, e rappresentati dalla premier estone Kallas nell’organigramma predisposto negli incontri e contatti informali dei giorni scorsi.
La premier Meloni ha paradossalmente ringraziato l’oratrice del Pd, esprimendole anche “simpatia personale”, per avere evocato “i numeri”. Che però sono già cambiati dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, avendo il gruppo del partito conservatore da lei guidato, pur fuori dall’assemblea di Strasburgo, sorpassato i liberali con adesioni sopraggiunte alla proclamazione dei risultati. E da terzo partito quello della Meloni rivendica i relativi diritti e ruolo.
In più, avendo la Madia augurato al governo italiano di ottenere nella nuova Commissione di Bruxelles una presenza autorevole ed efficace come quella del commissario uscente Paolo Gentiloni, del Pd, la premier ha risposto proponendosi per l’Italia di ottenere e soprattutto “fare meglio”.
Il ministro Raffaele Fitto a Montecitorio
Per il nuovo commissario italiano si parla da giorni dell’attuale ministro per gli affari europei Raffaele Fitto, amico e collega di partito della Meloni, di provenienza democristiana e poi forzista. Che oggi in aula ha espresso il parere del governo sulle sette risoluzioni conclusive del dibattito, riconoscendosi per intero solo su quella firmata dai capigruppo della maggioranza. Ma a questo punto nulla potrebbe essere forse considerato scontato, visto il ruolo per niente passivo e rassegnato assegnatosi dalla presidente del Consiglio. Contro la quale il discorso più abrasivo in sede di dichiarazione di voto, ancor più della segretaria del Pd Elly Schlein, è stato pronunciato da Giuseppe Conte.
Salvo colpi di scena, peraltro improbabili, derivanti da errori di calcolo di chi a livello europeo, di tipo partitico e istituzionale, sta cercando di forzare le tappe di una trattativa tutta dietro le quinte, precedendo l’insediamento del Parlamento di Strasburgo appena rinnovato, la candidatura dell’ex premier italiano Enrico Letta alla presidenza del Consiglio dell’Unione ha ballato meno ancora della “sola estate” del famoso film svedese romantico e drammatico del 1951. Ha ballato solo qualche giorno, sufficiente comunque a strappare all’interessato la rinuncia quasi o di fatto propedeutica ad un’altra candidatura che forse aveva maggiori probabilità di riuscita: il vertice della prestigiosa scuola internazionale Science Po, a Parigi. Dove Letta jr dieci anni fa andò a insegnare, dimettendosi da deputato, dopo essere stato sgambettato e sostituito a Palazzo Chigi dal collega di partito Matteo Renzi. Che pure si era appena insediato alla segreteria del Pd esortandolo a stare “sereno” alla guida del governo: aggettivo -quel “sereno”, ripeto-che da allora nessun politico può più usare senza imbarazzo, a dir poco.
Matteo Renzi
Questa volta però, per consolazione di Enrico Letta, peraltro dichiaratamente ma forse anche scaramanticamente dubbioso di potercela fare sino all’altro ieri. Renzi non c’entra per niente. C’entra solo il Partito Socialista Europeo, del quale Renzi non fa più parte dopo avere lasciato il Pd, che gli ha preferito l’ex premier portoghese Antonio Costa.
L’ultimo libro di Enrico Letta
Chissà, anche da questa esperienza Enrico Letta trarrà lo spunto per un nuovo libro, dopo i tanti già scritti, l’ultimo dei quali -titolato “Molto più di un mercato” a proposito dell’Unione Europea e ancora fresco di stampa per le edizioni del Mulino- poteva o doveva essere funzionale alla sua corsa Bruxelles. Dove d’altronde un mezzo lavoro l’ex premier ce l’ha già come uno dei consulenti, col connazionale Mario Draghi, della Commissione uscente presieduta dalla rientrante Ursula von der Leyen.
Dal Secolo XIX
I giornali, e i partiti o schieramenti che li seguono o li ispirano, a seconda dei casi, si sono divisi fra nemici di Giorgia Meloni e del suo governo, che sarebbero rimasti fuori dalla partita- isolati, nell’angolo e simili- e sostenitori o semplicemente più corretti nell’informazione. Che danno invece la Meloni in partita per un in incarico di peso, e doppio, nella Commissione: vice presidente e titolare di competenze importanti.
Dal Riformista
“Ursula e Giorgia. Il dialogo è Fitto”, ha titolato il Riformista riferendosi alla presidente uscente e rientrante della Commissione, alla premier italiana e al ministro suo collega anche di partito Raffaele Fitto, ormai già di casa a Bruxelles per seguirvi i passaggi del piano di ripresa e resilienza italiano finanziato anche a fondo perduto, oltre che con prestiti, dall’Unione. “Giorgia la spunta”, ha titolato ancora più ottimisticamente Libero.
Peccato che il cardinale Camillo Ruini, superata a febbraio scorso la vetta venerabile dei 93 anni, abbia perduto un po’ della sua autonomia fisica, come ci ha raccontato qualche giorno fa sul Corriere della Sera il buon Antonio Polito. Che è andato a trovarlo e a raccoglierne ricordi, considerazioni e quant’altro. Dopo quelli, peraltro, già ricevuti dal suo collega di testata Francesco Verderami con la conferma, particolareggiata, del no opposto nel l’estate del 1994 dal cardinale, allora presidente della Conferenza Episcopale Italiana, alla sconcertante richiesta del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro alla Chiesa di aiutarlo a far cadere il governo di Silvio Berlusconi in carica da poco più di due mesi.
Giovanni Paolo II e il cardinale Sodano
La Chiesa?, voi forse vi chiederete fermandovi alle sole, pur ragguardevoli competenze episcopali italiane del cardinale Ruini, E sì, la Chiesa, cari miei, perché con Ruini la buonanima di Scalfaro -pace all’anima sua- aveva invitato al Quirinale per quell’incredibile iniziativa contro il governo anche il cardinale segretario di Stato del Vaticano Angelo Sodano e il francese Jean Louis Touran, addetto ai rapporti della Santa Sede con gli Stati.
Jean Louis Tauran
Mancava a quell’incontro conviviale solo il Papa per un atto estremo di discrezione, diciamo così: il polacco Giovanni Paolo II. Che penso poi informato della vicenda dalle eminenze reduci dal Quirinale, immagino con quale e quanto stupore, per quanto Karol Wojtyla ne avesse viste e sentite già di tutti i colori nel suo paese, salendo anche per questo poi al vertice della Chiesa e dandosi da fare per chiudere la partita col comunismo.
E’ curioso, a dir poco, l’ assordante silenzio della sinistra seguito all’ultimo velo impietosamente tolto da Ruini a quella torrida estate del 1994: torrida un po’ come quella di 30 anni prima. Quando con un altro presidente della Repubblica democristiano al Quirinale, Antonio Segni, con o senza la sua consapevolezza -o “buona fede”, direbbe Ruini, come ha detto di Scalfaro- la politica visse una stagione agitata. Aldo Moro, che si era dimesso da presidente del Consiglio per formare un nuovo governo di centrosinistra dopo un infortunio parlamentare occorso al primo, ritenne opportuno per qualche notte dormire fuori casa. E con lui altri del suo stesso e di altri partiti.
I recenti disordini alla Camera
E’ maledettamente estate anche adesso, nell’anno del Signore 2024. E il governo di Giorgia Meloni, a sentire quelli che gli si oppongono anche nelle piazze, non bastando loro le aule del Parlamento neppure tanto quiete, con tutto quello sventolio di bandiere, annessi e connessi, che accompagnano ogni legge che passa senza il loro consenso, insidierebbe la democrazia. Un governo che, sempre a sentire lor signori, scimmiotterebbe il fascismo di più di 100 anni fa, se non quello proprio di 100 anni fa, quando gli sgherri di Benito Mussolini uccisero Giacomo Matteotti. Al quale la segretaria del Pd Elly Schlein ha paragonato senza arrossire di imbarazzo il deputato pentastellato Leonardo Donna. Che si è avventurato con una bandiera nell’aula di Montecitorio contro il ministro Roberto Calderoli finendo atterrato fra spintoni, calci e pugni mentre veniva espulso dall’aula. Dalla quale poi avrebbe rimediato cinque giorni di sospensione: un terzo di quelli comminati al leghista Igor Iezzi, colpevole confesso di un pugno quasi centrato sulla fronte e di altri solo tentati contro il torace del grillino.
Tanto è bastato, ripeto, per riesumare Matteotti e il fascismo squadristico sulla cui strada si sarebbe messo il governo Meloni inutilmente orgoglioso del G7 in Puglia: un vertice internazionale, con la partecipazione straordinaria di Papa Francesco, sopravvissuto mediaticamente e politicamente alle cronache da Montecitorio, ma anche dal Senato rumoreggiante contro il primo passaggio del premierato. Rumoreggiante, comunque, non tanto da spingere le opposizioni, come nel 1953 ai tempi della cosiddetta legge elettorale truffa voluta da Alcide De Gasperi, da divellere banchi e quant’altro e lanciarne pezzi anche contro il presidente dell’assemblea Meuccio Ruini, portato in infermeria senza pantaloni. Sotto i banchi del governo fu costretto invece a rifugiarsi il giovane sottosegretario del presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, uscendone ingobbito, come avrebbe poi scherzato dopo molti anni con gli amici, quando la gobba era diventata più evidente.
A dispetto della rappresentazione che se ne sta facendo o tentando, più che un governo prevaricatore e squadristico la politica con la “dialettica amico-nemico” lamentata proprio dal cardinale Ruini è alle prese con un’opposizione -parliamone pure al singolare, come vorrebbero i coltivatori del cosiddetto campo largo- alla quale lo stesso cardinale, parlandone con Polito, ha ricordato metaforicamente il quinto dei dieci comandamenti: non uccidere.
Benemerito cardinale Ruini. Che nei lunghi 17 anni della presidenza della Conferenza Episcopale, a cavallo fra la prima e la seconda Repubblica, fra il 1991 e il 2008, seppe tenere a bada anche quelli che da “cattolici adulti”, come Romano Prodi a Palazzo Chigi e dintorni, anticipavano i diritti civili in una versione a dir poco lontana dai principi già allora “irrinunciabili” difesi dalla Chiesa.
Una Comunione di Ruini a Romano Prodi
Fra Prodi e Ruini si consumò una clamorosa rottura anche pubblica. Eppure i due sono nati a distanza di 8 anni e di soli 11 chilometri e mezzo fra di loro: a Scandiano l’uno e a Sassuolo l’altro, nelle province rispettivamente di Reggio Emilia e di Modena. Erano stati amici anche di famiglia, ma con una devozione, da parte di Prodi, rivelatasi meno salda di quanto l’alto prelato si aspettasse pur nella consuetudine dei loro rapporti.
Papa Francesco e Giorgia Meloni al G7
Con la sua memoria, e una fermezza invariata nei 30 anni trascorsi dal 1994, il cardinale Ruini cerca di difendere anche la Meloni, come Berlusconi ai suoi tempi, dalla demonizzazione che ne tentano gli avversari. Possiamo parlare di un “decalogo Ruini”.
La cronaca, senza scomodare la storia invocata e festeggiata dalla segretaria del Nazareno Elly Schlein, credo che possa bastare ed anche avanzare per valutare i cento e poco più ballottaggi locali con i quali si è appena chiuso questo giugno elettorale del 2024, cominciato con le europee dappertutto e col primo turno delle amministrative in più di tremila Comuni. Una cronaca sicuramente consolante per il Pd e, più in generale, per il centrosinistra operante a livello amministrativo, essendone le componenti ancora lontane da un’intesa o combinazione nazionale che possa proporsi come alternativa al governo e alla maggioranza capeggiati da Giorgia Meloni.
Non andrei oltre, francamente, il misurato, ragionevole titolo di copertina del manifesto che, sovrapposto a una foto d’archivio e di piazza con Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni insieme, indica “qualcosa in Comune”. La cui maiuscola sottolinea onestamente il carattere locale, cioè limitato, della convergenza.
I ballottaggi vinti con “qualcosa in comune”, stavolta al minuscolo, in tutti e cinque i capoluoghi di regione dove si è votato fra domenica e lunedì -Firenze, Perugia, Campobasso, Bari e Potenza, dal Nord al Sud- sono di una evidenza che la destra fa male a negare. Cinque capoluoghi di regione, peraltro, che si aggiungono a Cagliari, acquisita dal centrosinistra nominalistico al primo turno amministrativo.
Antonio Decaro
Certo, grava su questo risultato l’ulteriore calo dell’affluenza alle urne, precipitato in quindici giorni al 47,7 dal 62 e più per cento delle amministrative, che aveva contenuto la riduzione della partecipazione alle elezioni europee funzionando da traino. La maglia nera dell’assenteismo, come lo chiamiamo abitualmente, se l’è aggiudicata Bari col 37,5 per cento soltanto dell’affluenza, rispetto al quale il 70 per cento e più col quale è stato eletto il capo di Gabinetto del l’ex sindaco Antonio Decaro, assurto all’Europarlamento, sembra più un petardo che una bomba. Ha potuto festeggiare di più a destra, nella stessa regione, Adriana Poli Bortone la sua elezione a sindaco di Lecce col 50 per cento dei voti del 60 per cento dei concittadini andati alle urne.
Va anche detto tuttavia che a questa ormai cronica, diffusa disaffezione elettorale dobbiamo ormai abituarci. Ne sono colpiti un po’ tutti i partiti, per cui nessuno può onestamente usare l’argomento contro gli avversari. Sarebbe forse il caso di studiare qualche incentivo che non sia naturalmente il cosiddetto voto di scambio.
Il problema purtroppo è quello della qualità della politica e dei suoi attori, protagonisti o comparse che siano, peraltro in un sistema mediatico anch’esso degradato, dove sempre meno si riesce a distinguere il vero dal falso, il percepito dal reale.
Il meglio nemico del bene è un vecchio proverbio adattabile anche alla pretesa -non saprei ormai come definirla diversamente- della maggior parte delle opposizioni, tanto da rasentare il singolare, di trasferire nelle piazze, col richiamo ai “corpi” gridato spesso dalla segretaria del Pd Elly Schlein, il contrasto alle riforme per l’inagibilità parlamentare che deriverebbe dai numeri, dai toni, persino dallo “spirito” del governo. Che col fatto stesso, per esempio, di proporre direttamente una riforma costituzionale della portata del premierato, con l’elezione diretta del presidente del Consiglio, avrebbe compromesso un reale, pieno, libero confronto. Una convinzione, questa, che ha portato in passato a tentare interventi sulla Costituzione col percorso delle commissioni bicamerali.
Dal Corriere della Sera del 23 giugno
A chi è ancora persuaso di questo percorso preferibile ad ogni altro suggerisco la lettura dell’intervista appena rilasciata al Corriere della Sera da Gianni Cuperlo per raccontare il fallimento -ahimè- dell’ultima commissione bicamerale. Che fu presieduta nel 1997 dall’amico personale e di partito dello stesso Cuperlo di nome Massimo e cognome D’Alema: mica un esponente minore della sinistra, peraltro preferito ad altri in quel ruolo dal leader allora dell’opposizione di centrodestra Silvio Berlusconi. A Palazzo Chigi sedeva, per la sua prima esperienza in quel posto, Romano Prodi. Cui poi lo stesso D’Alema sarebbe succeduto, pur reduce -o proprio perché reduce, come fosse preferirebbe dire chi conosce bene il temperamento dell’interessato- dall’epilogo negativo di quella commissione.
Anche Cuperlo, in verità, attribuisce la formale responsabilità di quella conclusione infausta a Berlusconi. Che, diversamente dall’ancora alleato Gianfranco Fini, preferì evitare, ciò impedire il passaggio dalla commissione all’aula di Montecitorio per portare avanti il progetto che era andato delineandosi. Ma neppure Prodi francamente mi sembrava entusiasta della crescita del ruolo e delle prospettive di D’Alema presidente della commissione bicamerale e potenziale padre di una riforma che avrebbe potuto rendere effettiva, e non solo nominalistica, la cosiddetta seconda Repubblica. Che era stata avvertita, vista, indicata nel passaggio dal vecchio sistema elettorale proporzionale ad uno misto di maggioritario prevalente sul proporzionale.
Arnaldo Forlani
Come era già accaduto alla precedente commissione bicamerale presieduta da Ciriaco De Mita, e poi da Nilde Iotti, colpita dagli anatemi minacciosi dei magistrati ordinari che avevano rovesciato gli equilibri nei rapporti con la politica durante la stagione delle “mani pulite”, quella di D’Alema aveva dovuto subire le minacce dei magistrati amministrativi. Cuperlo ha raccontato di una lettera anonima ricevuta dal presidente della Commissione su carta e busta intestata della Corte dei Conti. Che può far male anche più di un tribunale penale e civile alle tasche personali di chi governa contestandone le scelte. Per essere stato presidente del Consiglio, ad esempio, Arnaldo Forlani negli anni Ottanta rischiò di rimetterci la casa con la decisione della pubblicazione delle liste della loggia massonica segreta P2, dove c’era anche il suo capo di Gabinetto, dopo che i magistrati inquirenti avevano cominciato a lasciarle diffondere a rate dai giornali intossicando le cronache politiche. Quanti si ritennero danneggiati ingiustamente reclamarono danni per centinaia di milioni di lire.
Cuperlo al Corriere della Sera
Per tornare ai tempi di D’Alema alla Bicamerale del 1997, non era aria di riforme davvero condivise, come le definiscono e auspicano in tanti. Non è aria neppure oggi. E non lo sarà forse mai, essendo francamente, onestamente irripetibili le circostanze eccezionali nelle quali i costituenti avevano potuto, oltre che voluto lavorare fra il 1946 e il 1947, dopo una guerra che era finita per essere anche civile. E non credo che potrebbero ricreare miracolosamente quel clima le piazze contrapposte in questi giorni al governo Meloni, al Parlamento e alle leggi che esso produce con una maggioranza di centrodestra. Leggi delle quali peraltro si continua a ignorare, o sottovalutare, il fatto che fra i vari passaggi da superare contengano quello iniziale -di autorizzazione- e quello finale- di firma per la promulgazione- del presidente della Repubblica. Che peraltro non mi sembra proprio sospettabile di scarsa o mancata vigilanza. Sergio Mattarella ha appena fatto sapere che vuole prendersi tutto il tempo consentitogli dalla Costituzione -un mese- per valutare la legge sulle autonomie approvata in via definitiva dalla Camera nella scorsa settimana.
Domani sarà martedì come lo era il 25 giugno 1974, quando esordì Il Giornale fondato da Indro Montanelli dopo avere lasciato il Corriere della Sera e avere accettato una breve ospitalità alla Stampa.
Che fatica e che caldo in quei giorni nella soffitta di Piazza di Pietra, dove Gianni Granzotto aveva trovato e affittato la sede della redazione romana, scelta per la vicinanza non so se più alla Camera, al Senato e a Palazzo Chigi o all’abitazione capitolina di Indro Montanelli. Che era in Piazza Navona.
A piedi veniva, dall’albergo di Piazza Montecitorio dove alloggiava quando era a Roma, anche Giovanni Spadolini: più frequentemente e lestamente dello stesso Montanelli, al quale peraltro doveva in tutti i sensi l’elezione al Senato nel 1972. Era stato Montanelli a perorarne la candidatura all’amico Ugo La Malfa nelle liste del Partito Repubblicano, dopo il licenziamento da direttore del Corriere per essere sostituito da Piero Ottone. Che poi si sarebbe lasciato portar via -per sua stessa ammissione- “l’argenteria” di via Solferino, a Milano, da Montanelli e da Enzo Bettiza.
Giovanni Spadolini
Spadolini, che qualche mese dopo sarebbe arrivato al governo, nel bicolore Moro-La Malfa, per capeggiare il Ministero dei Beni Culturali allestitogli con un decreto legge, aveva praticamente trasformato quella nostra soffitta in un supplemento del proprio ufficio. Veniva in ogni ora della giornata, si accomodava alla prima postazione libera che trovava, purchè provvista di telefono, tirava fuori la rubrica e chiamava un’infinità di persone. A volte arrivava Montanelli e lui neppure si alzava a salutarlo, tanto era preso dalle ricognizioni telefoniche. E Montanelli ci guardava come per scusarsi al suo posto e chiederci comprensione.
Cesare Zappulli e Indro Montanelli
A parte il caldo malamente fronteggiato da un condizionatore più volte guasto che funzionante, l’aria che doveva respirarsi in quella soffitta, come nella più ampia sede milanese, avrebbe dovuto essere rigorosamente laica. Oltre allo Spadolini occupante della redazione romana, era stato fino ad allora dichiaratamente, orgogliosamente elettore repubblicano Montanelli. Liberale di cultura già quando era stato selezionato e assunto da giovane come funzionario del Pci da Giancarlo Pajetta, il mio amico Bettiza era tornato ad esserlo a tutti gli effetti guadagnandosi politicamente a Milano una corte a dir poco spietata di Giovanni Malagodi. Liberale, destinato a diventare pure lui senatore, come Bettiza, era anche Cesare Zappulli, pur esponendo nella sua stanza, a Roma, l’immagine inseparabile di San Gennaro. Davanti alla quale egli si faceva il segno della croce prima di sedersi o di scrivere il suo articolo di giornata. Di cui Montanelli si doleva quasi sistematicamente perché finiva per essere, di contenuto e di lunghezza, diverso da quello su cui si erano accordati a voce.
Enrico Berlinguer
L’aria, dicevo, doveva essere rigorosamente e compiutamente laica col permesso di San Gennaro. Ma con l’avventura del Giornale quel diavolaccio di Montanelli aveva deciso di aiutare più la Dc che i partiti laici per proteggerla insieme dai tentacoli del “compromesso storico”, allungati dal segretario del Pci Enrico Berlinguer, e dal rischio di un sorpasso comunista generale. Che minacciava lo scudo crociato dopo la sconfitta referendaria sul divorzio proprio di quel 1974, cui sarebbe seguito il sorpasso nelle elezioni regionali del 1975. Pancia a terra, naso turato e tutti a votare -era praticamente la linea di Montanelli- per la Democrazia Cristiana. Che non poteva recuperare voti o guadagnarne di nuovi se non a scapito dei vecchi e minori alleati laici.
Gianfranco Piazzesi
A Gianfranco Piazzesi, proveniente pure lui dal Corriere, chiamato in redazione “il chiorba” come Montanelli “il cilindro”,arrivò subito al naso odore di un qualche accordo con i comunisti, considerandolo “ineluttabile” quasi quanto Ugo La Malfa vice di Moro a Palazzo Chigi dal novembre 1974. E provò a convincere Montanelli che non sarebbe poi stata la fine del mondo. Ma si procurò una ramanzina, tutta aspirata toscanamente, dalla quale -presente allo scontro- capii che le loro strade erano destinate a separarsi. Come poi del resto, ai tempi successivi di Bettino Craxi, erano destinate anche le nostre.
Giulio Andreotti
Ma non solo a Piazzesi nella soffitta romana di Piazza San Pietro ma anche all’amico La Malfa in persona e in pubblico Montanelli riservò un trattamento abrasivo per contestarne la rassegnazione, e qualcosa forse di più, ad un passaggio che sarebbe stato poi definito di “solidarietà nazionale”. Scrisse di lui come di un “irriconoscibile”, che aveva “perduto la testa”. Poi naturalmente si riconciliarono, come con Giulio Andreotti. Che una volta, ricevendolo nel suo studio dove lo avevo accompagnato, anche quello a pochi passi dalla redazione romana del Giornale, disse ironicamente a Montanelli di togliersi pure la molletta dal naso per parlargli. Un po’ come di recente il saluto della Meloni al presidente della regione campana che le aveva dato della “stronza”.
Fra la speranza, coltivata per esempio da Repubblica nel titolo di apertura, che al Quirinale prevalgano “i dubbi” e le opposizioni ottengano un clamoroso rinvio alle Camere della contestata legge sulle cosiddette autonomie differenziate, e la preoccupazione per la fuga dalle urne nel centinaio di ballottaggi comunali con cui si sta concludendo questo giugno elettorale in Italia, mi pare che prevalga la seconda nei giornali.
Dal Corriere della Sera
Non a caso il Corriere della Sera, da tempo in testa nella graduatoria commerciale delle testate, diversamente da Repubblica, ripeto, ha preferito aprire con “l’affluenza in calo” ai seggi, risultata alle ore 19 di ieri sera ferma al 28 per cento. Quattro ore dopo, alla interruzione notturna delle votazioni, è risultata al 37 per cento: troppo poco per sperare che fra la riapertura delle sezioni questa mattina e la chiusura pomeridiana e definitiva delle urne si possa raggiungere il miracoloso 62 per cento e oltre di votanti registrato al primo turno, quindici giorni fa, negli oltre 100 Comuni interessati ai ballottaggi: una percentuale che, avendo funzionato da traino, aveva contenuto l’8 e 9 giugno scorso la caduta dell’affluenza alle urne nelle elezioni europee sotto il 50 per cento: esattamente 49,69.
Dalla Gazzetta del Mezzogiorno
A Bari, dove pure l’amministrazione comunale uscente si è divisa fra cronache politiche e giudiziarie, i dati dell’affluenza si sono rivelati i più bassi d’Italia, sotto il 20 per cento alle ore 19 di ieri: il 18,53 su cui ha titolato sconsolatamente la locale ma storica Gazzetta del Mezzogiorno.
Dall’Ansa
I ballottaggi che hanno fatto la fortuna di alcuni sistemi elettorali, per esempio quello francese, che fior di costituzionalisti in Italia indicano come esempio non sembrano dunque funzionare da noi neppure a livello amministrativo. E da parecchio, tanto che i leghisti ne sostengono l’abolizione ma non sono riusciti a convincere la maggioranza di cui fanno parte, risparmiandole un altro fronte di guerra, per quanto di carta e di parole, con le opposizioni dopo le già ricordate autonomie in attesa di giudizio al Quirinale, il premierato appena passato in prima lettura dal Senato alla Camera, la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e altro ancora.
La bandiera della Svizzera
E’ difficile dire di chi sia, o di chi più di altri, la responsabilità di questa disaffezione elettorale, ormai a tutti i livelli. E’ francamente difficile dire anche se questo fenomeno debba ancora ritenersi davvero patologico, tanto da considerare in crisi la democrazia e quasi moribonda la rappresentatività degli organismi elettivi, o non debba invece ritenersi ordinario, ed eccezionali invece i dati ai quali eravamo abituati in passato. Certo è che nella confinante Svizzera, senza che nessuno si strappi le vesti nella stessa Confederazione e altrove, si legifera ormai a suon di referendum cui partecipa di solito il 40 per cento degli elettori.
Per quanto liquidata ieri come una “provocazione” su Libero dal direttore ed ex capo ufficio stampa di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, Mario Sechi, e ancora oggi come uno “schiaffo contro gli italiani” dal Secolo d’Italia, la storica testata della destra capeggiata dalla premier, va consolidandosi l’ipotesi di un approdo di Enrico Letta alla presidenza del nuovo Consiglio europeo su designazione dei socialisti. Fra i quali si è indebolita per ragioni prevalentemente interne alla sua parte politica, pur dietro altre versioni, la candidatura del portoghese Antonio Costa.
Erico Letta, pisano d’anagrafe ma di famiglia originaria d’Abruzzo, come lo zio Gianni già braccio destro e sinistro di Silvio Berlusconi, si è ritirato proprio in questi giorni da un’altra corsa alla quale sembrava interessato: il vertice della prestigiosa scuola parigina di politica dove si rifugìò come insegnante dopo la rottura consumatasi in Italia con Matteo Renzi. Che si era appena insediato al vertice del Pd e già lo aveva liquidato a Palazzo Chigi dopo averlo esortato a “stare sereno”. Una cosa che è ormai entrata nella letteratura della politica dell’inganno e simili.
Dal Corriere della Sera
La serenità adesso, ammesso che non l’abbia già ritrovata prima da segretario del Pd e poi da consulente -come il connazionale e ed ex premier pure lui Mario Draghi- della Commissione uscente dell’Unione, potrebbe consolidarsi a Bruxelles. Giocano a suo favore le voci -per ora- raccolte anche sul Corriere della Sera da Marco Galluzzo, di un sostanziale lasciapassare di Giorgia Meloni. Che considera la partita tutta interna ai socialisti e per niente in conflitto con gli obiettivi che si è proposta di raggiungere nella composizione della nuova Commissione. Dove conta di assicurare all’Italia la presenza e il ruolo che le spettano per tradizioni, competenze e solidità del governo in carica, ben superiore a quella di altri nel vecchio continente dopo i risultati delle elezioni dell’8 e 9 giugno.
Ai tempi del Covid
C’è anche una storia di rapporti personali fra la Meloni ed Enrico Letta, prima e dopo le mascherine imposte dal Covid, riconosciutisi entrambi con buon umore nella coppia televisiva “Sandra e Raimondo”, ad accreditare le voci -ripeto- di una predisposizione favorevole della premier italiana all’approdo del suo predecessore a Bruxelles.
Da Libero di oggi
A voler pensare male convinti andreottianamente che si pecchi ma s’indovini, pare che in 24 ore sia cambiata l’aria anche nel già citato Libero diretto dall’ex portavoce della Meloni. Oggi il giornale di Mario Sechi non si indigna ma scherza. E titola: “In corsa per la guida del Consiglio Ue- L’eterno ritorno di Enrico Letta: il grande sconfitto di successo”.
“Noblesse oblige”, direbbero i francesi. Che potrebbero ricordarselo ancora meglio, e per loro stessi, dopo le elezioni anticipate alle quali il presidente Emmanuel Macron ha fatto ricorso per contenere i danni della sconfitta subita personalmente e politicamente nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.
Walter Veltroni, che ne fu l’ultimo direttore davvero politico fra il 1992 e il 1996, quando la storica testata fondata da Antonio Gramsci nel 1924 era l’organo ufficiale del Pci e poi Pds, è stato strapazzato venerdì come editorialista del Corriere della Sera dall’Unità riportata in vita l’anno scorso dall’editore napoletano Alfredo Romeo affidandone la direzione a Piero Sansonetti. Che, avendo già lavorato all’Unità anche di Veltroni, sta trascorrendo una specie di felice seconda giovinezza giornalistica e politica.
Dall’Unità del 21 giugno
Il mio amico Piero, in verità, non si è esposto in prima persona contro il suo ex direttore, ma lo ha lasciato trattare abrasivamente dal filosofo Michele Prospero. Che gli ha rimproverato -come da titolo- di essersi unito alle “danze” del quotidiano milanese di via Solferino a favore della Giorgia Meloni esibitasi al G7 in Puglia fra i Grandi della terra, comprensivi questa volta di Papa Francesco: il primo Pontefice nella storia di questo summit internazionale, promosso o degradato, come preferite, dal vecchio Rino Formica a loro “cappellano”.
Testo di Michele Prospero
“Con l’occhio penetrante del cineasta, che coglie il senso intimo delle cose inquadrando un semplice particolare e il dettaglio più casuale di un volto è in grado di attribuire dei significati che sfuggono allo sguardo dei profani, Walter Veltroni è rimasto impressionato dalla Giorgia di Puglia”, ha aperto Prospero il suo processo scherzando quindi anche sulla indubbia competenza cinematografica, forse ancor prima che giornalistica, del quasi settantenne Veltroni. Restituito alle passioni adolescenziali e familiari da una politica molto generosa con lui, ma non abbastanza da tenerselo avvinghiato per tutta la vita.
Testo di Michele Prospero
Oltre che attraverso Veltroni e Paolo Mieli, chissà perché non anche il direttore in persona di via Solferino, Luciano Fontana, già capo-redattore-se non ricordo male- di Veltroni all’Unità dei primi anni Novanta, Prospero ha scoperto, indicato, lamentato, denunciato “l’amore di via Solferino per la signora di Colle Oppio”, scambiata per “il cigno per l’Europa del futuro” da Antonio Polito. La signora -ripeto- del Colle Oppio, dove -o nei cui dintorni- giovanissimi fratelli d’Italia, pur non menzionati da Prospero ma ripresi da una telecamera furtiva, inneggerebbero al fascismo nell’indulgente silenzio, o distrazione, della capa del loro partito, oltre che del governo. E Veltroni un po’, secondo il non detto o il non scritto del filosofo dell’Unità di Sansonetti, dovrebbe sentirsi imbarazzato ballando con o per “la Giorgia- ripeto- di Puglia”.
Alle urne oggi in più di cento Comuni
Per fortuna della politica i tempi sono cambiati e l’Unità può essere uscita venerdì scorso senza disorientare, a dir poco, gli elettori di sinistra degli odierni ballottaggi in un centinaio di Comuni italiani, di cui 14 abbastanza grandi. Nei quali al primo turno, quindici giorni fa, andarono a votare in un notevole, direi eccezionale 62,62 per cento di affluenza.