Quel sassolino di Matteo Renzi nella scarpa che si chiama Giuseppe Conte

         Cinquant’anni da compiere a gennaio, pur essendoseli già tutti assegnati nella millesima lettera elettronica agli amici -enews- spedita ieri nel 24.mo anniversario della prima, Matteo Renzi ama togliersi i sassolini dalla scarpa, anzi dalle scarpe senza mai riuscire a svuotarle del tutto. Se  ne trova sempre di nuove, o di vecchie rigenerate, nella sua frenetica e sempre sorprendente azione politica. Cosa che produce nemici come un albero di ciliegie, anche fuori stagione.

         Nella millesima lettera il sassolino più grosso e recente che si è tolto è quello di Giuseppe Conte. Che anche a costo di fare perdere il mese scorso alla sinistra, registrandone il campo, le elezioni regionali in Liguria, impose alla remissiva segretaria del Pd l’espulsione dei renziani dalle liste di sostegno al candidato Andrea Orlando al governatorato. Eppure gli amici di Renzi si erano infilati nella coalizione di cosiddetto centrosinistra senza insegne, quasi alla chetichella.

         Visto anche il risultato della Liguria, e i tempi quasi scaduti per aprire contenziosi dello stesso tipo, Conte non ha potuto ripetere l’operazione discriminatoria in Emilia-Romagna e in Umbria. Dove non dico grazie a Renzi, ma grazie anche a lui, pur nella quasi autosufficienza del Pd nella regione più rossa d’Italia, il cartello di sinistra ha vinto. E nella vittoria emiliano-romagnola se vi è stato un partito marginale questo è stato il MoVimento 5 Stelle, letteralmente precipitato al 3,6 per cento dei voti dal 7,2 delle elezioni europee di giugno, dal 9,9 delle elezioni politiche del 2022 e dal 4,7 delle precedenti regionali, nel 2020.

Dalla enews di Matteo Renzi

         Ad aggravare la figuraccia politica, ma un po’ anche personale di Conte, sempre in Emilia Romagna, è stato il sorpasso compiuto sul suo partito proprio da Renzi, che se n’è vantato beffardamente nella millesima lettera agli amici. “Ma comi fa -ha chiesto Renzi- a metterci veti chi in Emilia-Romagna prende meno voti do noi?”. “Se pensate -ha infierito l’ex premier- che mi stia riferendo al Movimento Cinque Stelle, beh, pensate bene”. E a seguire il solito ammonimento da quando, passando una palla alla Schlein in una partita “del cuore” all’Aquila, Renzi rivolge “agli amici del centrosinistra: senza un centro forte, riformista, serio non si vince. Lo dice la matematica, lo dice la politica e dopo la Liguria/Umbria lo dice anche il karma”.

         In Emilia-Romagna, per una beffa riservata dal destino “cinico e baro” di memoria saragattiana, il miserrimo 3.6 per cento di Conte è stato superato dal pur misero 3,7 della lista “Civici con de Pascale” assegnatasi da Renzi. Al quale tuttavia, da uno dei tantissimi destinatari della sua lettera mi sono permesso di chiedere se non gli convenga essere la sinistra vera di un centrodestra, piuttosto che la destra di una sedicente sinistra mista di caviale, come non vuole sentirsi dire la Schlein dalla Meloni, e di giustizialismo. Non attendo naturalmente risposta.

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Cosa si aspetta adesso la premier dalla Schlein rinfrancata dalle urne

Dal Dubbio

Non credo che sia stata soltanto la cortesia, per quanto apprezzabile naturalmente anche o soprattutto in politica in una stagione come questa, contrassegnata da tante polemiche troppo spesso sopra le righe, a spingere la premier Giorgia Meloni dal lontano Brasile a trovare il tempo e la voglia di fare arrivare i suoi complimenti ai vincitori pur avversari delle elezioni regionali svoltesi in Emilia-Romagna e inUmbria. In Emilia-Romagna scontatamente, in Umbria meno, anzi a sorpresa, almeno per chi aveva pensato che la governatrice leghista uscente Donatella Tesei potesse farcela con l’aiuto dell’”alternativa popolare” dell’imprevedibile sindaco di Terni Stefano Bandecchi.

Dal Foglio di ieri

         La “doppietta del centrosinistra” annunciata dal Messaggero, la “rivincita” della Schlein preferita della Stampa, i “due bei colpetti al campo Trump” indicati dal Foglio e altro ancora non sono necessariamente riconducibili solo ad una sconfitta, che pure c’è stata, del centrodestra.  Peraltro diluita in un calo notevole dell’affluenza alle urne – dai 20 ai 12 punti fra Emilia-Romagna e Umbria considerando le analoghe e precedenti elezioni- che riduce di per sé dimensioni e significato della vittoria del campo stavolta davvero largo.

Giuseppe Conte

         In quest’ultimo la parte del leone l’ha fatta il Pd. E quella della preda, col dimezzamento dei voti, o quasi, rispetto a quelli non lontani dello scorso mese di giugno per il rinnovo dell’Europarlamento, l’ha fatta il MoVimento 5 Stelle dell’alleato-concorrente Giuseppe Conte. La cui volatizzazione si deve, più ancora dell’azione della pur soddisfattissima Eddy Schlein, alla crisi interna latente da tempo ma letteralmente esplosa con la rivolta del garante a vita, fondatore, elevato, consulente a contratto e altro ancora Beppe Grillo. Che è ormai in fase eccitante di connessione -sul suo stesso blog, in fotomontaggio- con Elon Musk, l’amico, consigliere, finanziatore e quasi ministro dell’ex presidente americano Donald Trump cui mancano meno di due mesi al ritorno per altri quattro anni, gli ultimi, alla Casa Bianca. Dove l’uscente Joe Biden lo ha fatto riaffacciare con una certa cordialità dopo la vittoria elettorale, archiviando davvero una campagna mai condotta con tanta virulenza da entrambe le parti in competizione.

Elly Schlein in festa a Bologna

         Ora dall’alto del quasi autosufficiente 42,9 per cento dei voti conquistato in Emilia-Romagna e del 30,2 in Umbria contro, rispettivamente, il 3,6 e il 4,7 del movimento ancora nominalmente pentastellato l’armocromatica Elly Schlein potrà sempre più difficilmente spiegare ai critici che ha al Nazareno il suo radicalismo oppositorio, motivato sino all’altro ieri con la necessità di difendersi dalla concorrenza di un pericoloso Conte incautamente promosso non da lei ma dai suoi predecessori al “punto più alto di riferimento dei progressisti in Italia”. Così, in particolare, lo avevano definito proprio al Nazareno e dintorni l’allora segretario del Pd Nicola Zingaretti e il consigliere Goffredo Bettini.

         Nei rapporti di forza ormai consolidati con i risultati dell’Emilia-Romagna e dell’Umbria, dopo quelli analoghi in Liguria il mese scorso, Giorgia Meloni può bene aspettarsi e reclamare dal Pd della Schlein un rapporto oppositorio sì, ma più costruttivo, più responsabile. Ed è forse proprio questo, più ancora della cortesia personale verso i nuovi governatori regionali, che ha spinto la Meloni a formulare, ripeto, auguri e quant’altro dal lontano Brasile, dove si trovava l’altro ieri ancora in missione per il G20 climatico.

Raffaele Fitto

         Già tallonata in Italia dal presidente della Repubblica in persona, Sergio Mattarella, ricevendo al Quirinale per solidarietà e incoraggiamento il ministro uscente Raffaele Fitto in attesa di insediamento come esponente e vice presidente della nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen, si vedrà a breve se e come la segretaria del Pd vorrà e saprà muoversi contro quella parte della sua “delegazione” a Strasburgo tentata dal no. Ma è solo la prima, più immediata prova che attende la segretaria piddina all’appuntamento con la responsabilità cui non può sottrarsi un’opposizione davvero democratica, e non sfasciatutto. Un altro terreno è quello della “rivolta sociale” che continua a propugnare il promotore principale dello sciopero generale del 29 novembre Maurizio Landini, al vertice della Cgil guidata a suo tempo, e di dimensioni ben più grandi, da Luciano Lama, per non andare ancora più indietro negli anni.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 23 novembre

Successo di sinistra in Emilia-Romagna e Umbria macchiato dall’astensionismo

Dal Messaggero

         Per la segretaria del Pd Elly Schlein è obiettivamente qualcosa di più del “festino di consolazione” riconosciutole da Libero   la vittoria del cosiddetto centrosinistra in entrambe le regioni di quest’ultimo turno elettorale del 2024. Scontata in Emilia-Romagna meno in Umbria, “la doppietta del centrosinistra” scolpita dal Messaggero giova alla Schlein sia per le dimensioni cui è arrivato il Pd -in Emilia-Romagna al 42 per cento- sia per quelle cui è ridotto all’interno del campo stavolta largo davvero il concorrente MoVimento 5 Stelle del presidente Giuseppe Conte. Esso è poco più di un cespuglio col 3,5 per cento  in Emilia-Romagna e il 4,2 in Umbria, sotto il 4,7 già frustrante della Liguria il mese scorso.

Giuseppe Conte nella vignetta di ItaliaOggi

         Ora l’ex presidente del Consiglio dovrà peraltro faticare ancora più di quanto non avesse messo nel conto della partita interna in corso nel suo movimento per far passare, nella sua immaginaria rifondazione, l’idea contestata da Grillo di un’alleanza quasi organica, sistemica col tanto più forte partito della Schlein in nome di una comune appartenenza al campo dei progressisti. Dove Conte si era collocato prendendosi sul serio nella veste del “punto di riferimento più alto” confezionatagli, quando era ancora presidente del Consiglio, dal segretario pro-tempore del Pd Nicola Zingaretti e dall’ancora più generoso consigliere Goffredo Bettini. Che vorrebbe consigliare pure alla Schlein comprensione e riguardo per l’ex premier ma in condizioni obiettivamente più deboli considerando la caduta elettorale ormai libera delle cinque stelle, e il loro dissesto interno.

Il nuovo governatore dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale

         C’è tuttavia qualcosa che ha guastato la festa della Schlein per i guadagni elettorali del suo partito e per la riconquista dell’Umbria dopo la fase del centrodestra. Ed è qualcosa di rilevante, riguardando l’affluenza alle urne impietosamente sottolineata da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera. in Emilia-Romagna rispetto alle analoghe elezioni precedenti essa è calata di quasi 20 punti, più dei 16 e rotti che hanno distanziato il vincitore della corsa alla presidenza, il sindaco di Ravenna Michele De Pascale, dalla sfidante del centrodestra Elena Ugolini. In Umbria l’affluenza è calata di 12 punti, meno che in Emilia-Romagna di certo ma di pur 9 punti e rotti rispetto ai 5 di distanza fra: la vincente Stefania Proietti, sindaco di Assisi, e la governatrice leghista uscente Donatella Tesei. Ciò obiettivamente riduce la portata di entrambe le vittorie. In qualche modo le dimezza nelle “urne mezze vuote” sottolineate pure dal Fatto Quotidiano nel tentativo però di giustificare i crolli pentastellari.   

La nuova governatrice dell’Umbria Stefania Proietti

E pensare che poco più di due anni fa la sinistra cercò di ridimensionare la vittoria del centrodestra nelle elezioni politiche generali per una riduzione dell’affluenza alle urne di nove punti: dal quasi 73 per cento del 2018 al pur sempre notevole 63,9 del 2022. Altro che il 52 per cento dell’Umbria e il 46 dell’Emilia-Romagna di ieri.    

Ripreso da http://www.startmag.it

Con quanta poca voglia alle urne in Emilia-Romagna e in Umbria

Dal Quotidiano Nazionale

Pur con le riserve imposte dalla seconda, mezza giornata di voto che non c’era stata nelle analoghe, precedenti elezioni, non sembra incoraggiante il calo d’affluenza alle urne registratosi al termine della prima giornata in Emilia-Romagna e in Umbria per l’elezione dei rispettivi presidenti e Consigli regionali. Persino più nella rossa e sicura Emilia-Romagna, fra le preoccupazioni confessate da Romano Prodi, che in Umbria, la più incerta nelle previsioni dei risultati per le distanze minime registrate nei sondaggi fra il cosiddetto centro sinistra a ranghi completi, comprensivo dei renziani, e il meno cosiddetto centrodestra sostanzialmente allargatosi all’”alternativa popolare” del sindaco di Terni Stefano Bandecchi.

Dal Corriere della Sera

         Non si è insomma avuta la sensazione di una corsa alle urne con entusiasmo un po’ per la tendenza in generale, ormai, alla diserzione e un po’ per l’eccesso forse di politicizzazione delle campagne elettorali, nelle quali si sono infilati temi ben poco locali come le tensioni nelle piazze d’Italia tipo anni Settanta o addirittura i contraccolpi nazionali ed europei delle elezioni americane appena vinte da Donald Trump supportato da Elon Musk. Come volete che abbiano potuto influire queste cose sugli umori, per esempio, degli elettori umbri ai quali sono state propinate in qualche comizio per demonizzare l’appartenenza della governatrice leghista  uscente Donatella Tesei alla destra?  

Credo che abbiano influito poco sugli umori dei votanti umbri anche la volontà perseguita, in particolare, dalla sinistra di strappare loro qualche contributo al desiderio di una rivincita completa, non limitata alla sola e scontata Emilia-Romagna, dopo la cocente sconfitta, sia pure di misura, o proprio perché di misura, subita il mese scorso nelle elezioni regionali in Liguria. Dove pure i sostenitori della candidatura dell’ex ministro Andrea Orlando avevano avuto inizialmente la spinta della magistratura con l’arresto del governatore uscente di centrodestra Giovanni Toti,  e poi anche  con la decisione a sorpresa dello stesso Toti di preferire un patteggiamento ad un processo per corruzione che lui si era dichiarato pronto ad affrontare, petto in fuori e braccia gonfie dei muscoli, con la sicurezza di uscirne assolto. Sia pure nei soliti, lunghissimi tempi dei tribunali italiani, compresi quelli genovesi.

Dal blog di Beppe Grillo

Fra tutti i partiti in lizza, comunque, quello messo peggio è il MoVimento 5 Stelle per la sua confusione interna, a dir poco, oltre che per le sue note difficoltà nei cosiddetti “territori”. Beppe Grillo ha persino scavalcato in un imbarazzante trumpismo Giuseppe Conte – Giuseppi, secondo il presidente di ritorno alla Casa Bianca- proponendosi sul proprio blog in connessione col trumpissimo Elon Musk.  Muskiano e  contrario ad un rapporto “organico” col Pd, l’ancora (per poco) garante a vita dei pentastellati.

Dal Tevere all’Atlantico, quando le rive si avvicinano o si allontanano

Da Libero

In una decina di giorni, fra la vittoria alla grande di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane, la sorpresa del suo amico, consigliere, finanziatore e quasi ministro Elon Musk per la partecipazione dei giudici in Italia alla gestione dell’immigrazione clandestina e la reazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la distanza fra le due coste dell’Atlantico sembra aumentata. Con tutto quello che emotivamente, ancor più che politicamente, è derivato nei partiti e sui giornali.

Il libro di Giovanni Spadolini del 1970

         Eppure Giovanni Spadolini da storico prestato allora solo al giornalismo, e non ancora alla politica, nel 1958 cominciò a prendere le misure del nostro, più modesto Tevere per sostenere che più ne aumentavano le acque nel tratto romano più ne guadagnavano i rapporti fra l’Italia e il Vaticano, lo Stato e la Chiesa.  “Il Tevere più largo- Da Porta Pia ad oggi” fu il titolo di un suo “tascabile”stampato nel 1970 da Longanesi & C. e venduto a 350 lire, neppure 20 centesimi del nostro euro.

         Quando divenne ministro della Difesa, nel 1983 col governo di Bettino Craxi, il primo guidato da un socialista nella storia d’Italia, Spadolini  invertendo i criteri della laicità si mise a lavorare col suo solito impegno per ridurre metaforicamente al minimo le distanze fra le coste americane ed europee dell’Atlantico E allorchè le vide o avvertì aumentate nella famosa notte di Sigonella del 1985, quando Craxi impedì ai marines americani nella base siciliana della Nato di catturare e portare negli Stati Uniti gli autori del dirottamento della nave italiana Achille Lauro nel Mediterraneo, giudicati e condannati poi in Italia, appunto, Spadolini si dimise per solidarietà col presidente Ronald Reagan. Al quale personalmente Craxi aveva comunicato il suo rifiuto di rinunciare alla sovranità italiana con parole che però vennero tradotte male da Michael Ledeen in veste di interprete. Per cui alla Casa Bianca rimasero di stucco nell’apprendere del fallimento dell’operazione dei marines. Peggio ancora di quanto non fosse rimasto Spadolini.

Bettino Craxi e Giovanni Spadolini

         Poi Craxi e Reagan, o viceversa, si chiarirono e ripresero ancora meglio di prima i loro rapporti scambiandosi lettere e incontrandosi alla Casa Bianca. Spadolini, dal canto suo, aveva già ritirato le dimissioni e soffocato nella culla, diciamo così, una crisi di governo sulla quale gli avversari di Craxi avevano brindato con troppa fretta. Le distanze fra le due coste dell’Atlantico tornarono a ridursi. E, grazie al riarmo missilistico della Nato completato in Italia con Craxi a Palazzo Chigi, Reagan e l’intero Occidente sfiancarono l’Unione Sovietica senza sparare un colpo, facendo abbattere il muro di Berlino dai dimostranti in festa il 9 novembre 1989.

         Ricordo tutto questo anche per motivare il mio scetticismo per le vesti che si stanno strappando addosso in tanti, anche in Italia, di fronte a quanto è accaduto dopo la vittoria elettorale di Trump e la sconfitta di Kamala Harris. Che ha fatto perdere rispetto a quattro anni prima ben dieci milioni di voti al suo partito, diventato come la sinistra in Italia il riferimento più delle elite che del popolo, più dei centri a traffico limitato che delle periferie.

         Ma, per quanto allargato, con un paradosso nel paradosso, l’Atlantico alla nostra sedicente sinistra sembra anche fare paura più di prima, facendole sentire minacciata la sovranità italiana. O ciò che rimane al governo, e allo stesso Quirinale in fin dei conti, dopo quella che si è presa la magistratura interpretando a suo modo norme costituzionali e ordinarie italiane e ora anche sentenze e direttive europee.

         Per fortuna in Italia vige ancora l’articolo 78 della Costituzione, che affida alle Camere la “deliberazione” dello stato di guerra e il “conferimento al governo dei poteri necessari”. Sennò lor signori progressisti ci avrebbero già portati alla guerra contro gli Stati Uniti, come Benito Mussolini -sì, proprio lui- il 13 dicembre 1941 accodandosi ad Hitler.

Stefania Craxi

         Forse sbaglio violando addirittura la segretezza della corrispondenza privata, ma voglio riferirvi un messaggino ricevuto dalla mia amica Stefania Craxi. Alla quale per errore, in coda ad uno scambio di saluti e valutazioni del suo bellissimo libro appena scritto sul padre a quasi 25 anni dalla morte, avevo mandato la proposta di questo articolo destinata al direttore di Libero Mario Sechi.  “Francamente -mi ha scritto la presidente della Commissione Esteri e Difesa del Senato riferendosi alla sortita di Musk- tali ingerenze non si possono sentire…Ma vedere le vedove di Kamala non ha prezzo….”. Grandissima Stefania, con tutto quello che i giudici in Italia riuscirono a fare contro il padre.

Pubblicato su Libero

Quell’Umbria verde e…infedele che angoscia la sinistra nelle urne

Dal manifesto

Delle due regioni alle urne oggi e domani in quest’ultimo appuntamento elettorale dell’anno, dopo la conferma a sorpresa del centrodestra in Liguria nonostante la decapitazione giudiziaria dell’ex governatore Giovanni Toti, l’Emilia-Romagna sembra destinata a rimanere saldamente nelle mani della sinistra in un campo che Giuseppe Conte ha consentito largo, esteso sino all’odiato Matteo Renzi. L’Umbria invece è in bilico, “corre sul filo”, secondo il titolo di oggi sul manifesto.  Ma un filo che tende più a destra, come cinque anni fa con la vittoria della leghista Donatella Tesei, che a sinistra, per quanto la sfidante sindaca di Assisi Stefania Proietti sia riuscita a fare breccia tra i frati francescani mettendo in imbarazzo le gerarchie religiose della regione.

Il sindaco di Terni Stefano Bandecchi

         Più dei frati “rossi”, come li chiamerebbe forse Matteo Salvini risparmiando loro le “zecche” di uguale colore lamentate nei centri sociali, giocheranno probabilmente, ma contro la Proietti, i voti che riuscirà a procurare alla governatrice uscente l’”irregolare”, diciamo così, sindaco di Terni Stefano Bandecchi.  Ed è proprio a Terni, guarda caso, che la sindaca del Pd Elly Schlein e il presidente di quel che rimane del MoVimento 5 Stelle, sceso già nelle precedenti elezioni regionali al 7,4 per cento dei voti, hanno voluto persino baciarsi due volte per strada, davanti all’ospedale, per dare l’impressione di una coalizione di sinistra compatta e fiduciosa. Ma sono stati due baci scambiati così in fretta che nessuno ha fatto in tempo a fotografarli. O ne ha risparmiato le immagini.

La foto di Terni

         E’ rimasta nei cosiddetti social solo la foto di gruppo della sindaca di Assisi con la Schlein, Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Che rischia però di portare male alla candidata come cinque anni fa al candidato della sinistra la foto di Nicola Zingaretti, ancora segretario del Pd, con gli alleati, compreso un Conte incoronato anche da Goffredo Bettini re dei progressisti italiani. O, più precisamente e repubblicanamente, il loro “punto di riferimento più alto”.

Dal Fatto Quotidiano

         Resta naturalmente da vedere quanti davvero dei 701 mila e rotti elettori dell’Umbria andranno davvero a votare, resistendo alla tentazione di un’astensione di protesta quanto meno contro tutti i tentativi, compiuti da entrambi gli schieramenti, di centrodestra e di centrosinistra, per quanto siano ben nove formalmente i candidati alla presidenza della regione,  di scaricare nelle urne locali temi come la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, gli attacchi del suo amico, consigliere e finanziatore Elon Musk ai giudici italiani che partecipano alla gestione dell’immigrazione clandestina, la reazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarell, i diffusi disordini di piazza da anni Settanta ed altro ancora. Compreso “il voto di scambio” attribuito dal solito Fatto Quotidiano ai troppi ministri accorsi in Umbria a sostenere la governatrice uscente.

Dietro, sotto e sopra la confessione di Mattarella sulle leggi non condivise

Dal Messaggero

Come diceva e avrebbe probabilmente ripetuto oggi la buonanima di Giulio Andreotti, a inserire la legge di applicazione delle autonomie differenziate delle regioni fra quelle che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha raccontato di avere dovuto promulgare senza condividerle, si fa peccato ma si indovina.

Mattarella al convegno dei giovani editori

         La confessione del Capo dello Stato davanti agli studenti dell’”Osservatorio permanente giovani-editori” si presta al sospetto “peccato” perché arrivata all’indomani della decisione presa dalla Corte Costituzionale, dirimpettaia del Quirinale, di bocciare e quindi eliminare proprio dalla legge sulle autonomie regionali sette passaggi ritenuti incompatibili con la Costituzione, appunto.

Dalla Stampa

         La legge nel suo complesso è sopravvissuta all’esame dei giudici costituzionali, per cui il ministro competente, il leghista Roberto Calderoli, e il suo partito si sono dichiarati soddisfatti lo stesso. Anzi, hanno cantato vittoria quanto le opposizioni, in un gioco di specchi politici ed elettorali, visto che domani e dopodomani si voterà in Emilia-Romagna e in Umbria, che Mattia Feltri ha definito “volantinaggio” sulla Stampa. Ma essa è sopravvissuta, francamente, alquanto malmessa, inapplicabile in sette punti sin quando il Parlamento, esplicitamente invitato dalla Corte Costituzionale a intervenire, non provvederà a modificarli, riempiendo i vuoti creatisi con la bocciatura parziale dei giudici.

         Se e quando il Parlamento, sia pure con un solo passaggio fra Camera e Senato trattandosi di una legge ordinaria, interverrà è’ francamente difficile prevedere sia per gli impegni di bilancio e altro che già lo occupano sia per la calma con la quale d’abitudine il Parlamento stesso risponde agli inviti della Corte, o non risponde per niente. Come sta avvenendo in tema di fine vita.

Dal manifesto

         Di certo, nonostante la decisione con la quale il ministro Calderoli ha annunciato che il governo “andrà avanti” sulla sua strada nel trattare con le regioni passaggi di competenze, o “funzioni”, come preferisce chiamarle la Corte Costituzionale, la situazione che si è creata col pronunciamento dei giudici della Consulta è a dir poco problematica. E non aiuta di certo, nel dibattito e nell’immaginario politico, diciamo così, il sospetto di una opinione contraria anche del presidente della Repubblica sulla legge, anche nella parte sopravvissuta, ripeto, alle forbici dei supremi giudici di garanzia. Che, al limite, potrebbero essersi sentiti persino scavalcati e censurati, per il loro limitato intervento, da quella che alcuni giornali e costituzionalisti più o meno improvvisati hanno definito “la lezione” di Mattarella, promosso a “leone” nella foresta dal manifesto.

Ripreso da http://www.startmag.it 

A proposito dei centri sociali e delle loro “zecche rosse” lamentate da Salvini….

Dal Corriere della Sera di ieri

Ho qualcosa da raccontarvi anche di personale, ma non troppo, sul più famoso, credo, dei centri sociali italiani. Che è chiamato Leoncavallo dal nome della strada di Milano dove esso acquistò fama occupando abusivamente un’area privata. Un centro appena tornato sulle prime pagine dei giornali un po’ per Matteo Salvini, che lo frequentò o sostenne nella prima gioventù e adesso invece chiede che i centri sociali vengano chiusi perché hanno prodotto troppe “zecche rosse”. Come quelle che a Bologna e altrove hanno assaltato le forze dell’ordine. E un po’ per la condanna subita dal Ministero dell’Interno a risarcire di tre milioni e rotti di euro la proprietà dell’area occupata abusivamente da quel centro sociale a Milano negli ultimi dieci anni, e non sgomberata temendo disordini.

         Arrivato alla direzione del Giorno  nella primavera del 1989, quindi non dieci anni fa, scoprii l’esistenza del Centro sociale Leoncavallo leggendo le lettere di protesta che arrivavano quotidianamente da abitanti di quella strada perché disturbati  anche di notte dalla musica assordante  e da altre abitudini moleste degli occupanti abusivi di ciò che rimaneva di qualcosa di mezzo fra un capannone e un edificio.

         Ne parlai subito col capocronista, che mi consigliò di lasciar perdere per i rischi che avrei potuto correre. E che infatti, occupandomene in un po’ di articoli, provai poi con telefonate minatorie a casa. A seguito delle quali la magistratura negò le intercettazioni chieste dalla polizia, che nel frattempo mi aveva assegnato una scorta. “Il garofano verrà reciso”, annunciavano i malintenzionati a mia moglie disapprovando anche le mie simpatie personali e politiche per Bettino Craxi, che del garofano aveva fatto il simbolo del Psi.

Paolo Pillitteri con la moglie Rosilde Craxi nel 1989

         Oltre che di Craxi, ero amico del cognato e sindaco di Milano Paolo Pillitteri, al quale chiesi perché mai nella “Milano da bere” propiziata giustamente dai socialisti dopo gli spaventosi anni di piombo del terrorismo si permettesse un’isola per niente da bere in una strada pur intitolata al celebre compositore italiano -Ruggero Leoncavallo- dei “Pagliacci”, e non solo di Manon Lescaut, della Bohème, di Zazà e altro. Pillitteri dopo qualche mese tentò soprattutto con i vigili urbani -a Ferragosto, puntando sulla sorpresa- lo sgombero. Al quale gli occupanti opposero una resistenza durissima, che sorprese e impensierì non so se più il Questore o il Prefetto. I quali poi, ciascuno nelle proprie competenze, permisero che l’occupazione praticamente proseguisse. Anzi, si trasferisse da via Leoncavallo altrove, prima in via Salomone e poi in via Watteau, in una soluzione di continuità fra la prima e le successive Repubbliche.

         Almeno per gli ultimi dieci anni vedo che il Ministero dell’Interno, a causa delle complicate vicende giudiziarie che hanno contrassegnato questa storia, è stato condannato a risarcire i danni alla proprietà. Quelli alla collettività altrettanto incolpevole sono andati in cavalleria.

Ripreso da http://www.startmag.it il 17 novembre

I sette vizi capitali dell’autonomia differenziata soppressi dalla Corte Costituzionale

Dal Fatto Quotidiano

Una Corte Costituzionale in versione o edizione biblica ha dunque individuato ed eliminato dalla legge sulle autonomie differenziate delle regioni -previste dalla Costituzione con una modifica voluta dalla sinistra poi pentita- sette vizi o peccati capitali. Che non sono così semplici da spiegare come l’ira, l’avarizia, l’invidia, la superbia, la gola, l’accidia e la lussuria, ma sono pur sempre sette. E, messi a nudo dai giudici della Consulta nel loro travestimento da norme, hanno inferto alla legge che porta ormai il nome del ministro leghista del settore, Roberto Calderoli, un “colpo”, come ha titolato il Corriere della Sera. O l’hanno ridotta a uno “zombie”, come ha commentato sul Fatto Quotidiano il costituzionalista Michele Ainis convincendo i titolisti di quel giornale  a buttare “l’autonomia nell’indifferenziata”, cioè nella monnezza, come si dice a Roma.

Sempre dal Fatto Quotidiano

         Per quanto zombie, monnezza e simile, la legge Calderoli tuttavia  nel suo complesso è sopravvissuta alla ghigliottina dei giudici costituzionali. A completare l’opera di demolizione, e abrogazione totale negata dalla Corte dirimpettaia al Quirinale, potrebbero provvedere i cittadini col giocattolo del referendum predisposto dalle opposizioni  e per niente compromesso, secondo Ainis, dalle forbici della Consulta. Ma su questa storia del giocattolo referendario col quale umiliare, quanto meno, il governo Meloni al quale gli avversari non riescono ad allestire un’alternativa per vie politiche le opinioni divergono alquanto.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno e Domani

         “Referendum a rischio”, hanno titolato su suggerimento di qualche altro costituzionalista la pur periferica Gazzetta del Mezzogiorno e Domani. “Addio referendum”, ha gridato La Verità di Maurizio Belpietro consultando evidentemente qualche altro giurista o, comunque, esperto della materia. A decidere alla fine sarà proprio la Corte Costituzionale, che ha l’ultima parola sull’ammissibilità di quello che ho chiamato “il giocattolo” allestito dalle opposizioni in un campo, una volta tanto, largo davvero, esteso da Giuseppe Conte a Matteo Renzi e comprensivo naturalmente del Pd di Elly Schlein, senza che nessuno cerchi di sgambettare o estromettere un altro. A meno che la Corte non trovi il modo, la fantasia e quant’altro, non mamcatale in altre occasioni, di lasciare le cose in sospeso, aspettando che il Parlamento, cui ha girato la palla, provveda a riempire i vuoti della legge uscita dall’esame della stessa Corte. E la renda commestibile o per uno o più referendum. E’ il solito cane -senza volere offendere istituzioni e persone che le incarnano- che si mangia la coda. Diciamocelo almeno da soli, come ha in qualche modo garantito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad Elon Musk se dagli Stati Uniti l’amico, consigliere e quasi ministro di Trump dovesse allungare la vista, liberandola del suo cappellino, anche su quest’altra vicenda italiana. E creare un nuovo putiferio includendo pure la Corte nell’”autarchia” dei giudici non eletti dal popolo.

Ripreso da http://www.startmag.it 

Il cappellino di Musk sui rapporti fra gli Usa di Trump e l’Italia

Dal Dubbio

Dubito -e come non potrei in un giornale che si chiama Il Dubbio?- che il richiamo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la successiva telefonata della premier Giorgia Meloni al tycoon amico abbiano davvero chiuso il caso aperto da Elon Musk negli Stati Uniti criticando l’”autarchia” dei giudici italiani. Che con le loro decisioni proteggono i migranti clandestini a rischio di rimpatrio in paesi dalla controversa sicurezza, diciamo così. Controversa, perché la classificazione datane prima in atti amministrativi e poi in una norma di legge viene contestata da magistrati che la ritengono in contrasto con sentenze e disposizioni europee, per non parlare della nostra stessa Costituzione.

Giorgia Meloni ed Elon Musk

         Lungi dalle scuse che pure qualcuno gli ha attribuito riferendone la telefonata con la premier italiana, Musk si è limitato a condividere il “rispetto” della Meloni per il Capo dello Stato, ha rivendicato il diritto di avere ed esprimere le proprie opinioni e, nell’auspicare un incontro con Mattarella, si è evidentemente riservato di ribadirgli quello che pensa di quanto accade in Italia nei rapporti fra governo e magistratura. A proposito dei quali si può certamente dire, come ha sostenuto o ammonito Mattarella, che sappiamo cavarcela da soli, ma anche temere che creino problemi di natura internazionale quando è in gioco un fenomeno come la immigrazione clandestina. Che travalica ormai, per le sue dimensioni e i suoi riflessi, i confini nazionali.

Dal Fatto Quotidiano

         Alexander Stille in una intervista al Fatto Quotidiano ha esortato dagli ormai suoi Stati Uniti a non sopravvalutare, o addirittura “prendere suo serio”,  il pur ricchissimo amico, consulente, finanziatore di Donald Trump, che ha appena vinto la corsa alla Bianca. Dove tornerà il 20 gennaio ma vi si è appena affacciato su invito del presidente uscente Joe Biden ponendo davvero fine alla campagna elettorale         e avviando con bonomia, almeno apparente, la fase di transizione che negli Stati Uniti dura una sessantina di giorni. Durante i quali il presidente uscente continua a comandare e quello entrante prenota, anticipa e quant’altro il suo lavoro.

         Ebbene, come lo stesso Mattarella ha tenuto a precisare nel suo intervento come per rafforzarne la portata, Musk non è più soltanto un amico, sostenitore, finanziatore, ripeto, di Trump ma anche un uomo destinato a fare parte della nuova amministrazione americana. Dovrà occuparsi, pur tra i “mugugni” dell’entourage dello stesso Trump riferiti da Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, della lotta agli sprechi nel governo degli Stati Uniti, ma non credo che egli sia andato troppo lontano dalle opinioni e dagli umori del presidente di prossimo insediamento o ritorno alla Casa Bianca parlando come ha parlato dell’Italia e dei suoi giudici. E ciò significa che c’è un problema, per quanta sordina si possa e si voglia applicargli sul piano politico e diplomatico.

         Ci sono stati altri passaggi e momenti nella storia dei rapporti fra gli Stati Uniti d’America e l’Italia dopo la fine dell’insensata guerra dichiarata da Mussolini, in cui sono stati vissuti e gestiti problemi di una certa difficoltà non sempre attenuati abbastanza dalla diplomazia. Ricordo quelli, per esempio, sorti e a volte persino esplosi, perdurando ancora la cosiddetta guerra fredda, quando in Italia si sperimentò, praticò, sviluppò un rapporto non dico di alleanza ma di “solidarietà nazionale”, come venne ufficialmente definito, fra i tradizionali partiti di governo e l’altrettanto tradizionale partito di opposizione che era il Partito Comunista, con tutti i suoi rapporti con l’Unione Sovietica. Che procedevano fra “strappi” sapientemente gestiti dal segretario Enrico Berlinguer, sopravvissuto persino ad un attentato in Bulgaria, ma comunque procedevano. E finirono per prevalere nel 1979, quando il Pci si tirò fuori dalla maggioranza di governo per contestare il riarmo missilistico della Nato resosi necessario per il vantaggio militare acquisito dal blocco orientale dell’allora Patto di Varsavia con l’installazione degli SS 20 puntati contro le capitali dell’Europa occidentale.

Donald Trump ed Elon Musk

         Certamente le cose sono cambiate. Le analogie sono relative. Ma la politica resta la politica. E ci sono problemi che possono ripresentarsi in altro modo, fra i quali forse anche quello di un Paese dove si erigono muri lungo i confini per proteggersi dall’immigrazione clandestina e si fatica, quanto meno, a capire che in Italia il governo non può muoversi, né assumere impegni, su certi terreni dovendosi in qualche modo guardare anche dai giudici che la pensano diversamente interpretando altrettanto diversamente leggi e quant’altro.

Pubblicato sul Dubbio

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