Da Brenno a Macron, da “Guai ai vinti” a “Guai ai vincitori”

Da Libero

Nel lontano, anti lontanissimo 390 avanti Cristo un tale Brenno passò inconsapevolmente alla storia grazie a Tito Livio, che ne raccontò il grido “Guai ai vinti”.  Col quale il condottiero gallo capo dei Senoni, progenitori dei marchigiani, accompagnò il lancio della sua spada sulla bilancia che pesava l’oro nella Roma da lui saccheggiata. 

         In questo 2024 dopo Cristo, secondo anno scarso angosciosamente vissuto sotto il governo di Giorgia Meloni dagli avversari di varie sfumature cromatiche, dal rosso al grigio, un gallo ancora più a nord delle Marche – Emmanuel Macron, o Micron, come ha scherzato il direttore di Libero Mario Sechi- ha gridato o vorrebbe gridare “Guai ai vincitori”. Ai quali il presidente della Repubblica di Francia ha cercato di sbarrare la strada con le elezioni anticipate dopo una prima scoppola presa da destra nelle europee dell’8 e 9 giugno.

Emmanuel Macron

         Va detto tuttavia che non si riesce più a capire bene chi sia più Brenno al rovescio fra Macron e certi suoi tifosi al di là e al di qua delle Alpi, visto che il presidente francese, per quanto lo riguarda personalmente nell’esercizio delle sue funzioni, è disposto, pronto, costretto in fondo senza disperazione a “coabitare” -si dice così nel gergo politico francese- con una destra alla guida del governo. Cui Marine Le Pen, riservandosi di ritentare personalmente la scalata all’Eliseo, ha candidato il giovane oriundo italiano e algerino Jordan Barbella.  Con un certo successo, direi, nel primo turno elettorale di domenica scorsa.

Claudio Cerasa sul Foglio di ieri

         Fra i macroniani in qualche modo più intransigenti, allarmati e quant’altro al di qua delle Alpi per quanto potrà accadere in Francia e, più in generale in Europa, dopo il secondo e conclusivo turno elettorale di domenica prossima ha voluto distinguersi sul Foglio fondato da Giuliano Ferrara, cui ho avuto il piacere e l’onore di collaborare in anni ormai lontani, il direttore Claudio Cerasa. Che ha messo la sua ciliegina sotto questa conclusione di un lungo a articolato ragionamento: “Giorgia Meloni con superficialità ieri ha detto che tra la sinistra e la destra lei preferisce sempre la destra, anche estrema, non capendo però che in Francia non c’è in ballo una sfida tra poli ma c’è una scelta più complessa: credere oppure no che rimettere in discussione le coordinate essenziali di una democrazia liberale possa essere un’opzione per un grande paese europeo, proprio come sogna da anni Vladimir Putin. Il punto è tutto qui: accettare o combattere?”.

Marine Le Pen e Giorgia Meloni

         La premier italiana, capa della destra nazionale e dei conservatori europei, farebbe quindi il gioco di Putin, pur essendo tenacemente impegnata, in continuità col predecessore Mario Draghi a Palazzo Chigi, a contrastare la guerra della Russia all’Ucraina in corso da più di due anni. Farebbe il gioco del Cremlino perché non si strappa capelli, vestiti e quant’altro per l’avanzata elettorale della destra francese. Ma se ne compiace, sia pure non allo stesso livello del suo vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini. Ed esorta a “non demonizzare” chi è di destra, o semplicemente -perché accade anche questo- chi non è di sinistra o non vota in quella direzione. Una demonizzazione che ritengo personalmente stia facendo votare a destra per tigna, come si dice a Roma, un certo, crescente numero di elettori.

Jean-Luc Melenchon

         Per arrivare anche lui alla drammatizzazione di uno scenario elettorale e politico spostato a destra il buon Cerasa ha voluto per una volta dissentire anche da un “formidabile” editorialista americano solitamente da lui condiviso: Gideon Rachman. Che ha appena esortato i lettori del Financial Times a “non perdere la calma” per quanto è accaduto, sta accadendo e potrà ancora accadere elettoralmente sulle due rive dell’Atlantico perché la democrazia è più forte dei “populisti” che la insidiano. E che si trovano -non dimentichiamo neppure questo- anche a sinistra, non solo a destra, per fermarsi ad esempio in Francia a Jean-Luc Melenchon, senza spingersi in Italia a quel Giuseppe Conte promosso dal Pd di Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini quattro anni fa al “punto di riferimento più alto dei progressisti”. Che se ne sono fidati a tal punto da avere ridotto i grillini ad una sola cifra elettorale.

Pubblicato su Libero

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Gli effetti politici del forte vento elettorale di Francia in Italia

Da Repubblica

         Dalla Giorgia Meloni “imbarazzata”, secondo la Repubblica di ieri, per il risultato buono ma non ottimo della destra in Francia, dove una sinistra desistente avrebbe ancora qualche possibilità di rimonta, si è passati ad una premier italiana imprudentemente espostasi anche secondo Il Foglio, spesso ammiccante nei suoi riguardi, a favore non dico dei fratelli ma dei cugini d‘oltr’Alpe.

Dal Foglio

         In un titolo diretto e discorsivo Claudio Cerasa, direttore del giornale fondato da Giuliano Ferrara, ha scritto: “Dare carezze al lepenismo, cara Meloni, non significa “combattere la sinistra”, ma significa coccolare gli utili idioti dei regimi illiberali”. Nessuna indulgenza più per il candidato, quindi, della destra francese alla guida del governo, e coabitazione con Macron, che non più tardi di ieri lo stesso Foglio aveva gratificato di un titolo quasi cinematografico come “Il diavolo veste Bardella”, il giovane lepenista aspirante appunto  a Palazzo Matignon.

Dal Secolo XIX

         Anche la Torre Eiffel, il punto di riferimento storico della Francia dal 1889, più ancora della Bastiglia di cento anni prima, risente degli effetti dell’avanzata elettorale della destra in Francia. Nella vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX il monumento ha già assunto l’aspetto di un Fascio, al maiuscolo mussoliniano importato in Francia dal maresciallo Petain col suo governo di Vichy, collaborazionista dei nazisti, dal 1940 al  1944.

Dal manifesto

         A questo tragico ricordo si è associato il manifesto col suo urticante titolo di copertina in cui Macron diventa il rovescio di Giulio Cesare: Veni, vidi, Vichy. Un Macron evidentemente fallito nel tentativo di contenere l’avanzata della destra con le elezioni anticipate e il secondo turno di desistenza repubblicana della sinistra per permettergli di resistere.

Ursula von der Leyen

         Per tornare all’Italia e alla Meloni incorsa -ripeto- anche nei richiami di un Foglio generalmente ammirato della sua politica estera filoatlantica e antirussa per la guerra in Ucraina, ma anche incline a comprendere la durezza della reazione israeliana alla ferocia del terrorismo palestinese;  per tornare, dicevo, all’Italia e alla Meloni “carezzevole” verso Marine Le Pen, abbracciata invece col  solito entusiasmo dal vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, si coltiva a sinistra la speranza che possa complicarsi la partita di Roma a Bruxelles. Dove invece la Meloni è convinta che proprio l’avanzata elettorale della destra in Francia abbia talmente indebolito a livello continentale l’alleanza fra popolari -intesi come partito- socialisti e liberali da non permettere l’emarginazione o sottovalutazione del governo italiano e delle sue richieste per la composizione della nuova Commissione europea. Ma persino per gli assetti di vertice dell’Unione, dovendo ancora passare la conferma di Ursula von ver Leyen alla presidenza della stessa Commissione per le forche caudine della votazione a scrutinio segreto nell’Europarlamento.  

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I misteriosi algoritmi della censura applicata sui canali social

Dal Dubbio

So bene che premono cose e problemi maggiori.     Ci sono, per esempio, gli elettori americani, alle prese con Biden e Trump, messi peggio di quelli europei traditi, secondo la premier italiana Giorgia Meloni, dal “top job” dell’Unione concordato “al caminetto”, sempre secondo la Meloni, fra popolari -intesi come partito- e socialisti del vecchio continente, ma anche liberali. C’è il presidente francese Macron nel labirinto attribuitogli dalla Stampa per cercare di “arginare”, come lui stesso ha detto dopo il primo turno delle elezioni anticipate, l’avanzata della destra. C’è il cancelliere tedesco Sholz che è stato superato dall’estrema destra del suo paese ma si consola dando dell’estremista, sempre di destra, alla premier italiana. C’è il ritorno dell’antisemitismo anche in Italia denunciato drammaticamente dalla senatrice a vita Liliana Segre scampata all’Olocausto. C’è l’Italexit dai campionati europei di calcio da cui è nato un processo mediatico all’allenatore della squadra in cui vedremo se qualcuno vorrà o riuscirà a coinvolgere il governo, secondo le peggiori tradizioni della polemica politica.

         Eppure, a dispetto di tutte queste priorità, mi permetto di segnalare e lamentare la scoperta che sto facendo come blogger -si dice così di chi scrive e comunica anche per internet- della censura elettronica, chiamiamola così. Nel giro di una settimana mi sono visto “rimosso” da Facebook, una delle piattaforme più diffuse del web, per avere sfidato, pur senza saperlo o volerlo, gli algoritmi segretissimi della sua sorveglianza su ciò che è lecito, opportuno e quant’altro diffondere.

         Le prime due volte mi è capitato per avere paragonato -la prima anche nel titolo di un mio articolo e la seconda solo nel testo- alla “cena delle beffe” di Sem Benelli quella svoltasi a Bruxelles sotto le insegne del Consiglio Europeo dopo le elezioni dell’8 e 9 giugno e replicata a breve.

         La terza volta mi è capitato per avere scritto delle già ricordate condizioni peggiori in cui rischiano di trovarsi gli elettori americani, rispetto a quelli europei, alle prese con due candidati alla Casa Bianca, l’uscente Biden e il rivale Trump, riusciti a competere anche nel loro primo duello televisivo al minimo livello, avvertito  da un po’ tutti i giornali al di là e al di qua dell’Oceano Atlantico. Che per fortuna sono diffusi a dispetto di Facebook. Dove spero di non avere sfidato o violato qualche misterioso -ripeto- algoritmo anche per avere citato l’auspicio di Giuliano Ferrara sul Foglio che Biden si faccia da parte per far correre per la Casa Bianca la pur dichiaratamente renitente Michelle Obama, che vi è già stata per otto anni come moglie del predecessore di Trump. Un’opinione, quella di Ferrara, che forse ho avuto la dabbenaggine di avere sotto sotto condiviso per non averla criticata o, peggio, derisa. O la dabbenaggine, ancora più grave, inquietante, pericolosa, scandalosa e quant’altro di avere paragonato in qualche modo l’ipotesi di una donna alla Casa Bianca di Washington all’esodio di un’altra donna nel più modesto e assai lontano Palazzo Chigi, a Roma.

         In occasione delle tre rimozioni ho provveduto a riempire i moduli generosamente offertimi dalla piattaforma -si dice così- per giustificarmi o protestare e chiedere un riesame della pratica. Si è tutto disperso, senza risposta, nell’etere.

         Ah, le vie della censura elettronica sono davvero infinite. Altro che quelle sperimentate prima di internet dai più anziani o meno giovani di noi. Ma, ripeto questa volta nel latino originario: maiora premunt.

Pubblicato sul Dubbio

La settimana di passione -fuori stagione- di Macron, ma non solo lui…

Dopo essere stato superato – nel primo e molto partecipato turno delle elezioni anticipate da lui stesso disposte- di 22 punti dalla destra di Marine Le Pen, salita al 33,5 per cento dei voti, e di 17 punti dalla sinistra dichiaratamente “indomita” di Jean-Luc Melenchon, il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron vive la sua settimana di passione, abbastanza fuori stagione. Che fa pure rima.

Dal Foglio

Domenica prossima egli saprà se perderà anche il secondo turno. O si salverà con la sua inedita alleanza con la sinistra nata da una emergenziale desistenza nei ballottaggi. O solo riuscirà ad “arginare”, come lui stesso in fondo ammette di sperare, l’avanzata      della destra indicata in Italia dal Foglio come “il diavolo che veste Bardella”: il giovane di origini italiane e algerine che Marine Le Pen ha candidato a presidente del Consiglio in una coabitazione obbligata con Macron per niente rassegnato all’idea di abbandonare in anticipo l’Eliseo.

Da Libero

         In competizione con la fantasia cinematografica del Foglio, che ha riesumato il celebre film del 2006 sul “diavolo che veste Prada”, Mario Sechi su Libero ha titolato su Micron, versione più sintetica del “Macron piccolo piccolo” del Fatto Quotidiano. Al quale il presidente francese sta antipatico, diciamo così, come al direttore del secondo giornale, per diffusione, della famiglia Angelucci.

Dal Tempo

         A quest’ultima appartiene anche Il Tempo diretto dall’ex parlamentare di sinistra Tommaso Cerno, che ha promosso napoleonicamente in rosso – NapoLe Pen- la vera capa della destra francese, succeduta con la forza al padre ancora più a destra. E solo perché siamo di lunedì, quando escono meno giornali del solito, non ho altre fantasie o trovate di carta da segnalare.

Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera

         A vivere più intensamente la settimana di passione di Macron in Francia, proiettandola in qualche modo anche altrove, al di là e al di qua dell’Atlantico, negli Stati Uniti a rischio di un ritorno di Trump alla Casa Bianca o nell’Italia governata da quasi due anni da Giorgia Meloni, è il Corriere della Sera con un editoriale di Aldo Cazzulo, probabilmente destinato prima o poi a diventarne direttore. “Ieri la destra francese -egli ha scritto- è passata dagli eredi di De Gaulle a quelli di Vicy e dell’Algeria francese, di una Francia provinciale e rancorosa che si pensava sconfitta dalla storia”. La quale “dirà -ha continuato Cazzullo- se Macron è stato l’uomo che ha ritardato questa metamorfosi inquietante, o colui che ha consegnato la Francia alla nuova destra”.

Anche la storia, e non solo la cronaca, vive dunque in questo luglio 2024 appena cominciato la settimana di passione del presidente francese.

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La Meloni risparmiata -sinora- nel processo a Spalletti per l’Italexit del calcio

Liliana Segre

         Non tutto allora è perduto -o non lo è ancora- nel clima politico italiano, diventato così torrido fra aule parlamentari, sezioni di partito addirittura giovanili, piazze e dintorni- da aver fatto appena temere alla senatrice a vita Liliana Segre di poter essere cacciata, anzi deportata da ebrea a più di novant’anni, dopo esserlo stato a tredici scampando miracolosamente all’olocaus

Vignetta dalla Stampa

         Non tutto è perduto se nel “processo a Spalletti” annunciato su qualche giornale per l’Italexit vignettistico della Stampa, dopo l’uscita della squadra nazionale dai campionati europei di calcio, battuta 2 a 0 dalla Svizzera, non è stata ancora coinvolta – come si dice nelle cronache giudiziarie- la premier Giorgia Meloni. Che resta solo indagata, imputata e quant’altro per avere “isolato” l’Italia ai vertici dell’Unione Europea, non essendosi adeguata al tris indicato, proposto, deciso soprattutto dal presidente francese Emmanuel Macron e dal cancelliere tedesco Olaf Sholz. Che hanno destinato la tedesca e popolare -intesa come partito- Ursula von der Leyen alla conferma alla presidenza della Commissione, il socialista portoghese Antonio Costa alla presidenza del Consiglio e l’estone lberale Kaja Kallas all’Alto Commissariato per la politica estera e la sicurezza. Anche se la politica estera comunitaria è solo un’ambizione, non certamente una realtà, ciascun paese dell’Unione tenendosi stretta la propria.  

Dal Fatto Quotidiano

         La Meloni insomma, grazie alla sorprendente generosità delle opposizioni, anche di quelle estreme, e altrettanto  sorprendente compattezza della maggioranza, senza distinzioni verbali e mimiche fra il vice presidente forzista del Consiglio e il vice presidente leghista, può sentirsi non responsabile pure lei degli “azzurri di vergogna” alla berlina in fondo alla prima pagina del solito Fatto Quotidiano.

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         L’Eurostrazio, come lo hanno definito all’unisono Il Giorno, il Resto del Carlino e La Nazione del gruppo editoriale Monti Riffeser, è circoscritto al pallone, anche grazie al fatto che l’Italia continua ad eccellere -come orgogliosamente rivendicato su Libero dal direttore Mario Sechi- in altri settori o specialità sportive, medagliate d’oro, d’argento e d’altri preziosi metalli o simili. Al Quirinale continueranno a poter essere accolti e festeggiati altri campioni, in attesa che tornino anche quelli del calcio.

Dalla Verità

         Ma ora la Meloni, per cortesia, non si monti la testa e non si abbandoni a chissà quali iniziative e dichiarazioni. L’ha fatta franca mediaticamente solo sino ad ora. Non è detto che la follia non torni alla sua ordinarietà politica e lei non finisca coinvolta, sia pure in ritardo, nel già citato processo a Luciano Spalletti. E non si ritrovi in condizioni peggiori di quelle previste già per stasera in Francia per il presidente della Repubblica ricorso alle elezioni anticipate, come un qualsiasi giocatore d’azzardo, dopo la sconfitta nelle europee dell’8 e 9 giugno.  

Le censure, o ossessioni, di Facebook per i mei graffi politici…..

Temo che per Facebook i mei post di www.graffidamato.com siano diventati un’ossessione. Ne sono stati rimossi due nei giorni scorsi perché  avevano richiamato la cena delle beffe di Sem Benelli per gli incontri conviviali dei vertici europei, a Bruxelles, dopo le elezioni dell’8 e 9 giugno per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Beffe, perché avvertite dalla premier italiana Giorgia Meloni come poco riguardose per gli elettori e/o i risultati penalizzanti per almeno alcuni leader o governi che ritengono di potere continuare a concordare fra di loro gli assetti dell’Unione Europea

Oggi, 29 giugno, la rimozione è toccata ad un articolo nel quale le difficoltà degli elettori americani, dopo il duello televisivo fra Joe Biden e Donald Trump, sono ritenute forse anche  maggiori, o peggiori, di quelle degli elettori europei. E si riporta la previsione o l’auspicio di Giuliano Ferrara sul Foglio che una donna -Michelle Obama, moglie dell’ex presidente- sostituisca Biden e permetta ai democratici di vincere. Un pò come una donna in Italia -ho pensato e scritto- ha fatto sul versante del centrodestra rendendolo vittorioso. 

Sono io, pur nella mia modestia, o l’ombra della Meloni a infastidire Facebook? A saperlo. 

Se gli elettori americani sono messi persino peggio di quelli europei

Dal Fatto Quotidiano, ma anche dalla Verità

Senza bisogno di maramaldeggiare dando al presidente degli Stati Uniti del Rimbambiden, come hanno fatto da sinistra e da destra in Italia Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano e Maurizio Belpietro sulla Verità, in una convergenza per niente nuova, bisogna convenire che gli elettori americani non se la passano bene.

Forse essi stanno peggio anche degli europei che hanno appena votato per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo e debbono assistere impotenti al tentativo degli sconfitti eccellenti -Emmanuel Macron a Parigi e Olaf Sholz a Berlino- di fargliela pagare cara facendo finta di niente. Cioè continuando nei riti e nella logica che Gorgia Meloni, uscita meglio di tutti dalle urne, ha definito “del caminetto”, come nella cosiddetta prima Repubblica. Quando ancora la premier attuale non era ancora nata ma si scriveva e si diceva così  delle riunioni che i capi delle correnti democristiane tenevano alla Camilluccia per segnare la fine di un governo o di un segretario e la nascita di un altro. Ma anche cose minori, almeno nell’apparenza.  

Donald Trump

         Non so se oltre Atlantico, dopo il duello televisivo fra il presidente uscente e il suo rivale,  gli elettori debbano temere di più le dita che Joe Biden si passa sugli occhi quando cerca parole o idee o il ciuffo che il Donald Trump porta sulla fronte come una specie di bandiera. O di segnale a qualche altro assalto al Campidoglio americano se il risultato di un’elezione non gli piacesse, o non dovesse essere funzionale alle sue mai modeste ambizioni.

Dal Tempo

         Scommetto comunque, nonostante gli “Usa & getta” del titolo del Tempo di Tommaso Cerno, che negli Stati Uniti riusciranno a cavarsela da soli, diversamente da noi europei che in altre occasioni abbiamo avuto bisogno di loro per uscire dai guai nei quali ci eravamo ficcati in due sanguinosissime guerre mondiali. E magari questo avverrà oltre Atlantico nelle elezioni di novembre -senza far perdere in Italia la testa alla Meloni, che ha problemi pure lei, nonostante la vittoria dell’8 e 9 giugno-  ricorrendo pure da quelle parti ad una donna. Che Giuliano Ferrara sul Foglio ha previsto, immaginato, auspicato in Michelle Obama, la moglie dell’ex presidente degli Stati Uniti, come candidata dei democratici recuperata all’ultimo momento, se mai Biden dovesse rinunciare o costretto al ritiro. E che invece Cerno, sempre sul Tempo, ha previsto, immaginato, auspicato pure lui in Hillary Clinton, anche lei moglie di un ex presidente degli Stati Uniti ma già battuta da Trump nel 2016, pur avendo i democratici raccolto nelle urne il 48,2 per cento dei voti contro il 46,1 dei repubblicani. Sono gli scherzi della democrazia presidenziale americana cui gli Stati Uniti sono finora riusciti a sopravvivere, ringraziando la statua della Libertà eretta a loro protezione e insieme accoglienza.

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Dallo strappo al budino della Meloni nella partita europea di Bruxelles

Dal Dubbio

E’ bella la sensazione, per quanto illusoria, di ringiovanire con la cronaca, specialmente quella politica, che è alquanto accidentata. Lo “strappo”, per esempio, evocato nel suo titolo di apertura della Stampa riferendo del Consiglio Europeo -a proposito dell’astensione di Giorgia Meloni sulla designazione della pur ormai amica tedesca Ursula von der Leyen per la conferma a presidente della Commissione e del no opposto al socialista portoghese Antonio Costa come presidente del Consiglio e alla liberale estone Kaja Kallas ad alto commissario per la politica estera e la sicurezza dell’Unione- mi ha portato indietro di una cinquant’anni.

Dalla Stampa di ieri

Allora si scriveva e si parlava degli strappi, al plurale, di Enrico Berlinguer non da Bruxelles ma da Mosca, non dall’Unione europea che doveva ancora arrivare, ma dall’Unione Sovietica e dal partito comunista che l’aveva praticamente fondata e la governava. E che erano stati per lungo tempo -l’una e l’altro- i riferimenti obbligati del partito comunista pur italiano.

         Berlinguer cominciò con la indivisibilità del concetto e del principio della libertà. Che fece mormorare i sovietici ai quali parlava ed esultare a Roma il non certamente comunista Ugo La Malfa, tanto da fargli ritenere praticabile, anzi “ineluttabile”, fra le proteste e gli insulti del suo amico Indro Montanelli, un’intesa fra la Dc e il Pci per fronteggiare le emergenze economiche e di ordine pubblico che attanagliavano il Paese.

Enrico Berlinguer

         Il segretario del Pci, che aveva già posto il problema di un “compromesso storico” con i democristiani dopo il tragico epilogo dell’esperienza cilena di un governo delle sole sinistre, continuò dicendo a Giampaolo Pansa -in una intervista al Corriere della Sera- di sentirsi protetto pure lui dall’alleanza atlantica. Salvo poi, in verità, contestare anche nelle piazze il piano di riarmo missilistico della Nato predisposto e attuato per recuperare lo svantaggio derivato dalla installazione degli SS 20 puntati conto le capitali dell’Europa occidentale dall’alleanza dei paesi comunisti dell’Est.

         Infine Berlinguer annunciò in una tribuna elettorale televisiva la “fine della fase propulsiva della rivoluzione d’ottobre” comunista commentando in televisione la situazione della Polonia. Dove per dissuadere i sovietici dall’occuparla un generale assunse la guida di un governo a garanzia della fedeltà a Mosca.

Amintore Fanfani

         Certo, gli strappi dell’allora segretario del Pci, espostosi tanto nel dissenso da Mosca da procurarsi un attentato in Bulgaria salvandosene miracolosamente, sono ben diversi da quello appena attribuito alla Meloni da Bruxelles nel Consiglio europeo. Che vi è andata -non dimentichiamolo- dopo un dibattito parlamentare in Italia conclusosi con un voto di maggioranza, sia alla Camera sia al Senato, e un incontro col presidente della Repubblica preoccupato pure lui -a dir poco- della possibilità che i nuovi assetti europei fossero decisi prescindendo dall’Italia. Ma il termine “strappo” per indicare, sia nel bene sia nel male, reale o presunto che sia, una svolta ha una sua suggestione. Potrebbe essere inclusa fra le “parole magiche” della politica, per usare un’espressione dell’allora presidente del Senato Amintore Fanfani. Che peraltro non ne era tanto convinto o soddisfatto perché indirizzate, quelle parole tipo “confronto”, a sostenere la “irreversibilità” del centrosinistra che, secondo lui, condannava quella formula a non dipendere più dalla supremazia della Dc nei rapporti con i socialisti. Eppure nel 1973 sarebbe toccato proprio a lui, a costo di sostituirsi alla segreteria del partito al suo ormai ex delfino Arnaldo Forlani ripristinare l’alleanza col Psi interrottasi l’anno prima per l’elezione di Giovanni Leone al Quirinale.

Giorgia Meloni a Bruxelles

         Lo strappo -ripeto- della Meloni da Bruxelles preoccupa oggi la sinistra, o gran parte di essa, per una temuta prevalenza della leader della destra italiana sul suo suolo di presidente del Consiglio: una prevalenza avvertita anche nella titolazione da un giornale come il Riformista. Ma la premier ha solo avviato, non concluso una partita, che è quella della formazione della nuova commissione e del posto che riuscirà a farvi assumere dall’Italia, intesa sia come governo sia come “Nazione”, per usare un’espressione cara alla Meloni e spesso dileggiata da certe opposizioni. Bisognerà quindi vedere come si concluderà questa partita. Il budino notoriamente, e giustamente, si prova mangiandolo.

Pubblicato sul Dubbio

Le allergie di Facebook alla innocente cena delle beffe di Sem Benelli

Facebook è curiosamente allergico ad ogni richiamo – che sia nel titolo di un post o solo nel testo- alla “cena delle beffe”.  Che pure è soltanto il titolo di un famoso, innocuo dramma di Sem Benelli, ispiratore dell’omonimo film del 1942 di Alessandro Blasetti.  Che incorse nella censura, non distratta neppure dalla guerra, per un seno nudo dell’attrice Clara Calamai.  

         Ho scritto di “cena delle beffe” , pure nel titolo, a proposito del primo vertice conviviale europeo dopo le elezioni dell’8 e 9 giugno, ne rho riscritto solo nel testo, per prudenza,  dopo il secondo incontro, osservando che dalle beffe si è passati ai paradossi, e sono incorso ugualmente nella…punizione, nonostante il precedente reclamo inoltrato secondo le richieste procedure elettroniche.

         Un social network che adotta questi criteri di giudizio, selezione e quant’altro del materiale informativo che vuole passare per i suoi canali si fa male, anzi malissimo da solo. E fa involontaria concorrenza alle pratiche censorie della stampa nei regimi dittatoriali quando ancora non c’erano internet, annessi e connessi. E’ possibile che nessuno dei responsabili se ne accorga, o se ne renda conto? Misteri della presunta modernità.

Le…mille letture del Consiglio Europeo sui vertici dell’Unione

Da Repubblica

Dalla cena delle beffe, come apparve quella del precedente vertice europeo dopo le elezioni dell’8 e 9 giugno, in cui già francesi e tedeschi, o popolari e socialisti per calarsi nei partiti, fecero spallucce ai risultati, si è passati col secondo incontro conviviale alla cena dei paradossi. Dove giornali e forze o aree politiche di riferimento, diciamo così, hanno fornito rappresentazioni opposte dell’astensione di Giorgia Meloni sulla designazione della tedesca e popolare -intesa come appartenenza all’omonimo partito- Ursula von der Leyen a presidente confermata della Commissione europea. E del no invece alla designazione del socialista Antonio Costa alla presidenza del Consiglio e della liberale estone Kaja Kallas ad alto commissario per la politica estera: almeno quella nominalistica, non essendovene di fatto una ma ancora quante sono quelle degli Stati dell’Unione.

Dal Riformista

         C’è chi ha visto, lamentato, denunciato, secondo i casi, nella linea della Meloni una spinta all’isolamento o una incapacità, se non rifiuto, di scegliere -come ha titolato il Riformista o scritto su Repubblica Andrea Bonannifra il ruolo di “statista” in quanto presidente del Consiglio “o leader di partito”. Che peraltro in Italia ha un po’ di problemi, diciamo così, con i giovani ripresi, sia pure furtivamente, a inneggiare al fascismo e nazismo procurandosi augurabilmente espulsioni, e non solo dimettendosi come alcuni hanno cominciato ragionevolmente a fare.

Dal Fatto Quotidiano

         Ma sullo stesso versante critico verso la linea della Meloni c’è chi -per esempio, il Fatto Quotidiano del direttore Marco Travaglio e del lettore molto apprezzato Giuseppe Conte- ha liquidato come “finta guerra”, quella della premier italiana, che “si distingue ma non rompe”. E in effetti essa risulta a tutti in trattative, neppure tutte dietro le quinte, a cominciare con la presidente uscente e designata, per la composizione della Commissione, in tempo per guadagnarsi l’appoggio dei deputati conservatori, e meloniani, nel passaggio parlamentare a scrutinio segreto e rischioso sulla sua conferma, verso metà luglio.  

Dal Foglio

         C’è anche chi si è spinto oltre nella lettura, nelle previsioni e negli auspici: dall’Europa che “adesso parla in italiano”, secondo L’Identità, alla “lunga vita” augurata dal Foglio “alla maggioranza anti Putin” destinata formarsi nel nuovo Parlamento europeo attorno a Ursula von der Leyen. O “Ursulina”, come l’ha definita con ironia e simpatia Tommaso Cerno sul Tempo che dirige.

Dal Tempo

         Ce n’è insomma per tutti i gusti politici e personali. Basta aspettare con pazienza, per quanto accaldati dall’estate e distratti dai campionati europei di calcio, gli sviluppi delle trattative per la composizione della commissione in cui la Meloni è già impegnata, sostenuta e incoraggiata peraltro dal premier polacco Tusk, dello stesso partito di “Ursulina”, che ha avvertito: “Non c’è Europa senza Italia”.

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