La corrida…elettronica di Beppe Grillo e Giuseppe Conte fra le polveri delle loro stelle

Spettacolo in diretta elettronica da Beppe Grillo e da Giuseppe Conte, in ordine di anzianità visto che quello politico è ormai saltato, alla vigilia delle votazioni digitali d’appello imposte dal primo al secondo nel MoVimento 5 Stelle sul suo sostanziale destino.

         Conte ha dato appuntamento televisivo ai suoi per questa sera su RaiUno alle 23,35, ospite di @frangiorgino a #XXISecolo, si vedrà se più per difendersi o per attaccare.

         Grillo, riproponendosi in una vecchia foto col compianto cofondatore del movimento pentastellato Gianroberto Casaleggio, ha invece convocato gli spettatori  per domattina alle ore 11,03 sul suo blog personale per “un delicato messaggio da annunciare”. Nulla di più e nulla di meno. Cripticamente, come d’altronde si è sempre detto e scritto dei messaggi grillini. O grilleschi.

         La suspence è massima, la serietà forse minima, per quanto lo scontro sia fra due pesi massimi, rispettivamente, della comicità teatrale e della imprevedibilità politica. Che Goffredo Bettini ha generosamente scambiato di recente per coriaceità, intesa come appartenenza ormai coriacea, appunto, di Conte al campo dei progressisti. Che lo stesso Bettini considera naturalmente, organicamente a sinistra ma Conte ritiene invece “indipendenti”. Intesi come battitori liberi in qualsiasi schieramento dovessero o volessero trovarsi. Una libertà di movimento dalla quale ha appena cercato di dissentire pubblicamente la pur paziente, coriacea pure lei, segretaria del Pd Elly Schlein. Che ha avvertito forse il rischio di finire nei guai al Nazareno e dintorni a furia di inseguire l’ex presidente del Consiglio.  

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La Schlein fra le carezze e gli avvertimenti di Bonaccini nel Pd

Giorgia Meloni

         Le “schermaglie” nel centrodestra “diviso ma coeso”, come dice la premier Giorgia Meloni cercando di limitare i danni della concorrenza che si fanno nella coalizione i due vice presidenti del Consiglio e i rispettivi partiti, hanno distolto o ridotto l’attenzione da ciò che forse di ancora più significativo e importante sta maturando criticamente a sinistra. Più in particolare, nel Pd di Elly Schlein pur rafforzatosi nell’ultimo turno elettorale di questo calante 2024 anche dove ha perduto, in Liguria, e non solo dove ha vinto, in Emilia-Romagna e in Umbria.

Beppe Grillo e Giuseppe Conte

 Nella pur perduta, anzi riperduta Liguria, il Pd si è avvicinato al 30 per cento dei voti quasi doppiando il partito della premier e spingendo sotto il 5 per cento il movimento delle 5 Stelle, che neppure il genovese Beppe Grillo ha voluto andare a votare, come già si era risparmiato di fare nelle elezioni europee di giugno.

Pur avvolta nei numeri della Liguria e più ancora in quelli, ripeto, dell’Emilia-Romagna e dell’Umbria, peraltro tornata a sinistra dopo la parentesi leghista dell’ex governatrice Donatella Tesei, la Schlein deve guardarsi al Nazareno da una insoddisfazione crescente, trattenuta nei mesi scorsi solo dal clima elettorale di fine anno.

Avrebbe dovuto svolgersi già nello scorso mese di ottobre, rinviata appunto per le circostanze elettorali, la riunione di corrente, di area, di anima -chiamatela come volete- del presidente e mancato segretario del Pd Stefano Bonaccini appena conclusasi con due avvertimenti, a dir poco, dello stesso Bonaccini alla Schelin, al netto della cordialità dei loro incontri pubblici.

Il primo avvertimento è stato quello di prepararsi sin d’ora alle primarie per le candidature alle elezioni in liste bloccate, senza preferenze. Esse non potranno essere stese dalla segretaria e dal suo cerchio più o meno magico.

Bonaccini al convegno della sua area

Il secondo avvertimento è contenuto in queste testuali parole di Bonaccini: “Lo schema del volta per volta del cosiddetto campo largo non basta più. Serve una nuova alleanza di centrosinistra. Non lasceremo più a nessuno il diritto di porre veti e ricatti”, come quelli di Giuseppe Conte ai renziani costati la sconfitta in Liguria.

Maurizio Landini

Ma, oltre che dai “veti e ricatti” di Conte e di quel che rimarrà del suo movimento dopo il secondo tempo della partita simil-congressuale contro Grillo, salvo i tempi supplementari, il “campo largo” evocato da Bonaccini per indicare l’alternativa al centrodestra va forse difeso anche dalle incursioni, prenotazioni e quant’altro del “rivoltoso” Maurizio Landini, impegnato nella terapia degli scioperi dichiaratamente, orgogliosamente “politici”.  Di una politica “seria” -sempre parola di Landini- mica quella armocromatica della Schlein e delle otto tonalità di rosso della sinistra, quante ne ha contate scrupolosamente una recente pubblicazione della Fondazione Feltrinelli recensita su Repubblica da Francesco Bei.  

Le piazze piene e le urne vuote anche della politica praticata dal sindacato

Pietro Nenni nel lontano 1948, affranto dalla sconfitta elettorale del fronte popolare di socialisti e comunisti, contrappose le piazze piene e le urne vuote.

Maurizio Landini a Bologna

  Piazze piene, a prescindere dalla reale astensione nei posti di lavoro, dalle scuole alle fabbriche, come anche quelle di cui si sono vantati Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri, i capi rispettivamente della Cgil e della Uil, nella giornata dello sciopero generale contro il governo svoltosi l’altro ieri, 29 novembre.

Urne vuote, con ormai più della metà delle schede in meno rispetto a quelle che dovrebbero contenere per numero di aventi diritto al voto, come accade sempre più frequentemente o abitualmente nelle elezioni di qualsiasi tipo o livello.  

Pierpaolo Bombardieri a Napoli

Ma né Landini né Bombardieri -quest’ultimo poi anche col cognome ingombrante che porta- avranno l’inconveniente di Nenni di riconoscere la loro sconfitta per il semplice fatto che alle elezioni loro personalmente e i sindacati che hanno alle spalle non partecipano. E se solo le influenzano, riescono forse a farlo contribuendo all’astensionismo, perché in Italia ormai è facile più scioperare che votare.

Matteo Salvini

Nelle poco più di tre settimane che ci separano da Natale i sindacati sono riusciti a programmare scioperi per o in quindici giorni. E come ministro dei Trasporti il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini riuscirà probabilmente a farsi fotografare di nuovo mentre dispone e firma precettazioni per cercare di proteggere il pubblico incolpevole che dovrà subire gli effetti delle agitazioni. Il che gli procurerà naturalmente altri attacchi dei sindacalisti ma insieme anche altri consensi della gente comune, recuperandone magari un bel po’ rispetto a quelli che perde beccandosi del “paraculetto” da qualche alleato disinibito di governo per il suo modo di parteciparvi.

Il “disinibito” tuttavia spetta anche a Landini per avere voluto vantarsi, nel suo comizio a Bologna, di fare “politica” con i suoi scioperi, come lo accusano critici ed avversari. Ma -ha aggiunto- politica “seria”, per “rovesciare l’Italia come un guanto”, mica quella dei politici non sindacalisti, eletti per governare o fare l’opposizione combattendosi fra di loro ma ritrovandosi insieme a fare cose non serie.

Sergio Cofferati

E poi i politici di opposizione, fingendo di non capire il carattere sommario del giudizio di Landini, si affrettano a inseguirne il consenso infilandosi in qualche corteo, come hanno fatto a Roma la segretaria del Pd Elly Schlein e, distanziato di qualche passo, Massimo D’Alema. Che pure da presidente del Consiglio, l’unico post-comunista riuscito ad arrivare a Palazzo Chigi, sia pure per restarvi poco, finì per scontrarsi anche lui col segretario generale di turno della Cgil, Sergio Cofferati. “Il signor Cofferati”, diceva D’Alema del compagno di partito che non gli faceva sconti. Né ne ottenne quando si mise pure lui nella politica poco o per niente seria denunciata da Landini.

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Si sprecano i vaffa…sotto le cinque stelle di Beppe Grillo e Marco Travaglio

Dal Fatto Quotidiano

         Poche righe -ci provo davanti ai due fotomontati insieme dal Tempo– per segnalarvi il “vaffanculo!”, compreso l’esclamativo, di Marco Travaglio a Beppe Grillo nell’editoriale di commiato, diciamo così, pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano in vista delle votazioni digitali che si ripeteranno sotto le 5 Stelle dal 5 all’8 dicembre. Votazioni chieste, anzi imposte dallo stesso Grillo per sotterrare le altre che lo hanno appena detronizzato, in un boato di plauso, da garante del movimento da lui fondato. E precipitato con Giuseppe Conte dal 30 per cento del 2018 al 9,9 di giugno scorso, ridottosi al 3,6 in Emilia Romagna assai di recente.

Parole e …musica di Marco Travaglio

         Ma sotterrarle come? Con una votazione di risultato opposto, rovesciato, a favore di Grillo e contro Conte? No. Solo puntando alla mancanza del cosiddetto quorum di partecipazione alle urne: lo stesso che il medesimo Grillo definiva a suo tempo “un furto di democrazia per fottere il cittadino”.

         Ce n’è abbastanza, in effetti, per capire il “vaffanculo” di Travaglio a Grillo, e anche per non sentire il “vaffanculo” di ritorno, cioè di Grillo a Travaglio. E’ musica di casa.

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Lo sciopero generale tradottosi in un altro affare per la Meloni

Dal manifesto

Una domanda semplice semplice a Maurizio Landini, Pierpaolo Bombardieri e, più in generale, ai promotori e sostenitori dello sciopero generale di ieri. O del “ritorno della piazza”, come ha titolato Il Secolo XIX. Che cosa rimarrà di più nel cosiddetto immaginario collettivo, magari di quelli che vanno ancora a votare resistendo alla tentazione astensionistica, se non la vogliamo chiamare diserzione elettorale? I disordini e le fiamme di Torino, comprese o a partire da quelle in cui sono state avvolte le foto della premier Giorgia Meloni e dei suoi ministri, o le solite bandiere rosse al vento di quella che il manifesto ancora orgogliosamente e dichiaratamente comunista ha definito “la rivolta buona”? E che il segretario generale della Cgil ha riproposto promettendo di “rovesciare l’Italia come un guanto”, variante del “calzino” evocato dai magistrati di Milano più di 30 anni fa nell’assalto alla politica, secondo loro, ridotta ad un’associazione a delinquere, ma in una piccola parte risparmiata alle manette e allo sputtanamento di quei tempi.

Dal Secolo XIX

         Temo, ahimè per loro, cioè per i promotori, sostenitori, partecipi e quant’altri dello sciopero generale che rimarranno impresse nella memoria degli ancora elettori più le fiamme e i disordini di Torino che il resto. Sarà per la Meloni un altro affare. E non solo di consolazione per i problemi che le procurano i suoi due vice presidenti del Consiglio e, più in generale, gli alleati di governo bisticciando come in un cortile.  O giocando a fare i “paraculetti”, come si è lasciato scappare un attore pur di seconda fila dello spettacolo di questi ultimi giorni.

         Si chiede alla destra, dal suo stesso interno di recente, di rinunciare alla fiamma ereditata da Almirante e Michelini, se non direttamente da Mussolini, e la si avvolge in altro fuoco che, ad occhio e croce, potrebbe portarle, ripeto, ancora più giovamento.

Dal Corriere della Sera

         Tutto sommato, sotto sotto, se n’è roso conto anche l’unico ex presidente del Consiglio del cosiddetto centrosinistra della seconda Repubblica riuscito a vincere qualche elezione, tra le foglie dell’Ulivo e le 300 pagine del programma        dell’Unione, Romano Prodi. Che in una intervista al Corriere della Sera ha ricordato al Pd della “sua” Elly Schlein, emersa politicamente nel 2013 per difenderlo nella mancata elezione al Quirinale, ai suoi presunti o potenziali alleati più o meno “indipendenti”, per ripetere l’aggettivo che indossa come un abito l’ex o post-grillino Giuseppe Conte, che “non basta criticare il governo” per sopravvivere all’opposizione. Sulla strada della tanto agognata alternativa occorrono anche “proposte”, ma vere, non gli slogan che la Schlein dispensa fra piazze e convegni, interviste e discorsi.    

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Le opposizioni provino con le loro divisioni ad allestire un governo ombra

Da Libero

All’opposizione, anzi alle opposizioni essendovene più d’una in Italia, va sicuramente riconosciuto il diritto di contrastare il governo e la sua maggioranza, coglierli in fallo, denunciarne errori e incidenti, sollecitarne persino la crisi, peraltro in un Paese come l’Italia. Dove, diversamente dalla Germania, si può cercare di promuovere la sfiducia    in Parlamento senza l’obbligo di indicare una nuova maggioranza, solo affidandosi poi alle virtù maieutiche del volenteroso capo di Stato di turno quando non è convinto di dovere ricorrere allo scioglimento anticipato delle Camere. Cioè al loro funerale.

Giorgia Meloni

         Ma c’è una misura, un limite a tutto. Anche allo spariglio nel gioco dello scopone applicato alla politica. Per quanto -ripeto- non obbligata, o non ancora pur dopo tante modifiche apportate alle Costituzione da quando è nata, a proporsi davvero in alternativa al governo rovesciandolo con uno schieramento in grado davvero di sostituirlo, l’opposizione generosamente al singolare non può sottrarsi alla decenza, largamente superata in questi giorni cavalcando quelle che la premier Giorgia Meloni ha definito “schermaglie”. Come le divisioni nella maggioranza verificatesi votando sul canone di abbonamento alla Rai. Il canone, ripeto, non il cannone.

         L’opposizione, sempre generosamente al singolare, spara in Italia sul governo mentre nel Parlamento europeo, votando non su una direttiva, ma sulla nuova Commissione esecutiva di Ursula von der Leyen si è sparata addosso dividendosi fra le sue componenti e all’interno di esse.

Marco Tarquinio

Si è divisa, per carità, a Strasburgo anche la maggioranza politica italiana col voto contrario della Lega del vice presidente del Consiglio Matteo Salvini e favorevole, invece, degli eurodeputati riferibili ai partiti della Meloni e del vice presidente forzista del Consiglio Antonio Tajani. Ma nell’opposizione c’è stato di più e di peggio, con gli eurodeputati delle ancora 5 Stelle e della sinistra radicale da una parte e quelli del Pd dall’altra, salvo gli “indipendenti” Marco Tarquinio e Cecilia Strada, pur fortemente voluti a Strasburgo dalla segretaria Elly Schlein. 

         Tarquinio e Strada sono indipendenti, senza virgolette, nel Pd come Giuseppe Conte e amici, i “coriacei” lodati al Nazareno da Goffredo Bettini, si sono appena dichiarati solennemente, anche a costo di rompere con Beppe Grillo e di farsi definire “gesuiti”, nel “campo dei progressisti” in Italia. Cioè liberi di uscirne e rientrarvi in ogni momento e per qualsiasi ragione, fosse pure per un sopracciò visto e vissuto come un irrinunciabile elemento distintivo, identitario e simili.

Walter Veltroni

         Il buon Walter Veltroni, prima di essere restituito felicemente da eventi, presunti compagni e amici di partito e quant’altro al giornalismo e alla cinofilia, riesumò per il Pd a “vocazione maggioritaria” appena fondato e affidato alla sua guida, nel 2007, il governo ombra dell’opposizione, all’inglese. Al Nazareno ora, dopo tanti passaggi di mano, c’è Elly Schlein: quella che si diverte ad arrivare, o si dichiara arrivata, sorprendendo tutti, distratti sprovvedutamente da altre figure o da altri sogni. Provo a immaginare un suo governo ombra e mi viene da ridere più di quanto non avessi sorriso a suo tempo di quello propostosi dal mio amico Walter. Che -ve lo confesso- nelle elezioni politiche del 2008, dopo la prematura fine del secondo governo di Romano Prodi, come del primo dieci anni indietro, avrei anche votato turandomi montanellianamente il naso, e qualcos’altro, se il Pd non avesse preferito apparentarsi con Antonio Di Pietro, con la sua Italia dei valori bollati, piuttosto che con Marco Pannella. Che non ho mai capito bene se più stanco o pentito di avere scommesso su Silvio  Berlusconi agli esordi della cosiddetta seconda Repubblica. 

         Non ho avuto l’occasione di dirlo a Walter in questi 16 anni trascorsi da allora. Glielo scrivo adesso a distanza, da collega giornalista più che da elettore felicemente renitente alla leva di moda degli astensionisti, ormai partecipi del maggiore partito italiano.

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L’amore bello perchè litigarello fra Salvini e Tajani, o viceversa

L’intervista del ministro degli Esteri al direttore di Libero

         Appartiene evidentemente alla serie dell’amore è bello se non è litigarello anche quello fra i vice presidenti del Consiglio Matteo Salvini e Antonio Tajani, in ordine rigorosamente alfabetico, emerso anche dalla lunga intervista concessa dal secondo al direttore di Libero Mario Sechi. Che, amico ed estimatore di entrambi, ha offerto al ministro degli esteri e segretario di Forza Italia un’occasione distensiva, diciamo così. Almeno rispetto alle cronache e retroscena di una quasi crisi di governo avvertita persino al Quirinale tra posate, piatti e bicchieri .

Tajani a Libero

         Ma che crisi d’Egitto e sua personale nei confronti di Salvini, ha detto Tajani pranzando -credo- con Sechi al Circolo Esteri che sta sulla sponda del Tevere opposta a quella dove svetta la Farnesina dopo il Foro Italico e lo Stadio Olimpico. Salvini -ha detto generosamente Tajani, difendendolo anche dagli attacchi che il collega di governo riceve per i ritardi dei treni e contorni- è “una grande risorsa per il centrodestra e fa benissimo il ministro dei Trasporti. Abbiano forse caratteri diversi. Lui è di Milano, io sono un po’ più terrone. Il centrodestra è variegato e questa è una forza”.

Sempre Tajani a Libero

         Anche sulla concorrenza elettorale fra leghisti e forzisti per conquistare o mantenere, secondo gusti e casi, il secondo posto nella graduatoria dei partiti del centrodestra, o il terzo nella graduatoria generale, si starebbe esagerando nelle analisi e cronache giornalistiche. “Io -ha spiegato Tajani- voglio recuperare gli ex elettori democristiani e socialisti che, con il Pd di Schlein che si sposta sempre più a sinistra, sono senza casa. Vorrei dare loro una dimora”. Che evidentemente non può essere quella leghista per la direzione nella quale si muove Salvini, a destra, in concorrenza più con la Meloni che con Tajani e la famiglia Berlusconi incombente, secondo cronache e retroscena, sulla Forza Italia del compianto capostipite.

Renzi al Corriere della Sera del 24 novembre

         Tutto bene, dunque? Sparecchiata la tavola o il tavolino al Circolo Esteri, il mio amico Sechi può essere tornato tranquillo alle sue fatiche direttoriali e di ospite dei salotti televisivi? E Tajani, dal canto suo, alle fatiche diplomatiche in tempi peraltro di guerre, e tregue più da sorvegliare che da godere? Chissà. Certo è che il fronte di politica interna indicato da Tajani parlando degli ex elettori democristiani e socialisti da recuperare, come aveva saputo fare nel 1994 Berlusconi vincendo a sorpresa, e a due cifre, le prime elezioni della cosiddetta seconda Repubblica, è presidiato anche da Matteo Renzi. Che non più tardi di cinque giorni fa ha detto a Maria Teresa Meli, del Corriere della Sera, che “ogni volta che Tajani apre la bocca, un ambasciatore si sente male”. Come sarebbe appena accaduto per avere Tajani detto, prima della tregua in Libano, che Herzbollah avrebbe dovuto imparare a “utilizzare meglio le armi”, sparando contro gli israeliani piuttosto che contro le postazioni delle Nazioni Unite a partecipazione italiana.

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Se Matteo Renzi si decidesse a fare la sinistra della destra….

Dal Dubbio

Sono fra quelli che videro con interesse e una certa simpatia l’arrivo di Matteo Renzi al vertice del Pd e subito dopo anche del governo. La sua voglia dichiarata di modernizzare la sinistra mi ricordava Bettino Craxi. Che aveva rovesciato la politica socialista condizionata dalla paura dei comunisti ai tempi della segreteria di Francesco De Martino. E sfidato il Pci sino a fargli perdere letteralmente la bussola, guadagnandosi del bandito, e simili, nelle note che Tonino Tatò redigeva per Enrico Berlinguer alle Botteghe Oscure. Ne sarebbe derivato poi un libro.

         Per quel pochissimo, o niente che poteva contare, simile tuttavia anche a quello di Eugenio Scalfari su Repubblica, anche a costo di dividerla, votai a favore della riforma costituzionale di Renzi nel referendum che invece la sotterrò.

Bettino Craxi

         Di un solo aspetto o particolare non mi convinceva il riformismo di Renzi: l’allineamento alla demonizzazione di Craxi, cui egli dichiarò una volta -credo ripetendolo poi- di preferire nel Pantheon della sua sinistra Enrico Berlinguer. La trovavo, e la trovo tuttora, una incomprensibile mancanza di coraggio, aggravata dalle spiacevoli esperienze fatta poi anche da Renzi nei rapporti con la magistratura gonfiatasi di potere negli anni di Tangentopoli. Le sue esondazioni sono state ammesse da uomini insospettabili della sinistra comunista e post-comunista come il compianto Giorgio Napolitano, scrivendone pubblicamente alla vedova di Craxi dal Quirinale, e l’ancora felicemente vivo Luciano Violante, partecipe del dibattito politico in corso senza reticenze.

         Ho un po’ ritrovato qualche giorno fa il Renzi dell’irruzione al vertice del Pd e del governo nella sua millesima enews, a distanza di 24 anni dalla prima, arrivata come al solito nella mia posta elettronica. E ho voluto dargliene atto in un brevissimo messaggio con una domanda però impertinente, anzi provocatoria, cui mi aspettavo che non mi rispondesse. Invece mi ha riposto, chiamandomi per nome e includendo -spero non solo per cortesia- le opinioni diverse dalle sue sulle quali riflettere.

         In particolare, gli ho chiesto se non gli convenga fare la sinistra vera della destra, come viene oggi liquidata quella al governo a partecipazione composita, piuttosto che la destra di una sinistra che io ritengo “sedicente” per le posizioni che ha in diversi campi, a cominciare da quello giudiziario.

La corrispondenza con Renzi

         Trovo di buon senso quel pur rituale “Grazie, Francesco” ricevuto. E accomunato ripeto, ad altre osservazioni critiche che Renzi accetta senza inorridire. Non mi faccio tuttavia molte illusioni perché so bene da vecchio cronista e osservatore  politico quanto rimanga attuale la confusione lamentata da Alessandro Manzoni, scrivendo della peste a Milano di cinque secoli fa, fra il buon senso e il senso comune, a vantaggio non del primo ma del secondo. Il buon senso, per esempio, avvertito anche da Walter Veltroni nel 2007 assegnando una “vocazione maggioritaria” al Pd di cui aveva appena assunto la prima e breve segreteria, in un clima di confronto costruttivo col centrodestra di Silvio Berlusconi. Ma poi preferendo nell’apparentamento elettorale del 2008, confortato dai consigli di Goffredo Bettini, l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro al partito radicale dell’ancor vivo Marco Pannella, che si era offerto in alternativa.  Seguì un epilogo in due tempi: prima il rifiuto di Di Pietro di fare gruppo parlamentare unico col Pd, pur promesso prima delle elezioni, e poi la fine della segreteria Veltroni, l’anno dopo.

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La dieta della seconda Commissione europea di Ursula von der Leyen

Dal Sole- 24 Ore

Ursula Gertrude Albrecht, più nota col cognome del marito von der Leyen, 66 anni compiuti in ottobre, 7 figli, più volte ministra, anche della Difesa, nei governi della ex inossidabile Angela Merkel, no. Non ha fatto alcuna dieta perché ha di suo un fisico che non la richiede. Ma la sua seconda commissione esecutiva dell’Unione Europea, tra Bruxelles e Strasburgo, una dieta ha dovuto farla. I 407 voti ottenuti dalla presidente a luglio nell’Europarlamento, dopo la sua designazione da parte del Consiglio Europeo all’indomani delle elezioni continentali, sono scesi ieri a 370 nella votazione sulla commissione, contro 282 no e 36 astensioni. “Parte con il peggior voto di sempre”, ha titolato il pur solitamente compassato e confindustriale Il Sole-24 Ore precisando la consistenza del 54 per cento.

         La maggioranza parlamentare si è allargata ai conservatori, particolarmente a quelli italiani del partito della premier Giorgia Meloni, buona amica ormai di Ursula, ma i numeri si sono ristretti per i casini -se vogliamo deciderci a sdoganare anche questa parola- scoppiati a destra ma soprattutto a sinistra. Dove i conservatori fanno paura e vengono scambiati per fascisti. Se l’è sentito dare nell’audizione d’esame parlamentare anche il commissario italiano e uno dei vice presidenti esecutivi Raffaele Fitto. Che ha reagito nel più democristiano dei modi, fedele alla sua provenienza familiare, culturale e politica: unendo le mani, poi allargando le braccia e infine chiedendo, incredulo, a chi l’aveva apostrofato se davvero lo considerasse un fascista.

Raffaele Fitto

         A dispetto dei numeri, come accade frequentemente in politica, la somma non fa il totale. Come non è detto che a dimagrire si stia peggio. A volte è esattamente il contrario. Le maggioranze di governo, come le minoranze di opposizione, possono ridursi di numeri e guadagnare in chiarezza, solidità e prospettiva. Credo che sia anche o soprattutto il caso della seconda commissione di Ursula von der Leyen in una Europa in congiuntura per niente ordinaria. Nella cui area intesa in senso lato si combatte una guerra come quella nell’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin più di due anni fa e se ne teme un’altra senza cannoni, missili, bombe, droni e altre diavolerie sanguinose, anzi sanguinarie, ma fatta di dazi annunciati o minacciati paradossalmente, a dir poco, dal principale alleato quale dovrebbero essere considerati gli Stati Uniti d’America. Si spera anche dopo il ritorno fisico di Donald Trump alla Casa Bianca, fra meno di due mesi.

La seconda Commissione europea di Ursula von Der Leyen al completo

         I tanto odiati e temuti conservatori, a sinistra, potrebbero rivelarsi utili, diciamo anche preziosi all’Europa in questo curioso assalto da cui è minacciata ad opera di un presidente americano che pure appartiene alla famiglia mondiale dei conservatori.

         Chi si sta strappando le vesti e altro ancora è pregato di contenersi, come diceva la buonanima di Silvio Berlusconi ai conduttori televisivi del cosiddetto servizio pubblico più incontinenti, appunto, nei suoi riguardi.

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Tregua in Libano, forse anche a Milano, ma non sotto le 5 Stelle

Le fiamme di Corvetto

Tregua dunque in Libano. Forse a anche a Milano, nella periferia di Corvetto messa a fuoco come se fosse una banlieu parigina. Ma non sotto le 5 Stelle, con le maiuscole anagrafiche dell’omonimo movimento politico, contese tra il fondatore superstite Beppe Grillo e il presidente Giuseppe Conte, deciso ad esserlo anche di fatto e non solo di nome.      

Giuseppe Conte ai cinque minuti di Bruno Vespa

Con la cravatta tornata al suo posto, come ai primi tempi della eleganza da cattedra universitaria, studio legale e Palazzo Chigi, nella successione di una carriera davvero imprevista, Conte ha deciso e annunciato di accettare e rilanciare la sfida lanciatagli da Grillo richiamando alle urne digitali i quasi 90 mila iscritti residui al movimento, dai 160 mila che erano ancora a giugno. Essi dovranno ribadire il no dei giorni scorsi alla figura del garante, annessi e connessi, rischiando questa volta di non raggiungere il cosiddetto quorum, cioè la  partecipazione della maggioranza più uno degli aventi diritto al voto, perché a farlo mancare basterebbero i circa 15 mila che nell’altra votazione hanno votato a favore di Grillo. Il quale ora li vorrebbe assenti appunto per vanificare il voto, sconfiggere Conte e costringerlo alle dimissioni.

Il secondo turno elettorale, chiamiamolo così, fissato dal 5 all’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, è stato preteso da Grillo anche con la garanzia di una commissione di “osservatori”, per fortuna -almeno sino al momento in cui scrivo- solo nazionali e non ancora internazionali. Come si fa nei paesi dove si ritiene compromessa la democrazia e si cerca quindi di presidiare al meglio quello che  ne resta.

Dal Corriere della Sera

Nel clima di guerra sotto le stelle si esercitano nel racconto, nel commento e nell’analisi anche giornalisti e storici adusi ad occuparsi di guerre ridondanti di fiamme, morti e feriti. Come il mio amico Paolo Mieli, che oggi ha dedicato il suo editoriale sul Corriere della Sera non al Medio Oriente, non all’Ucraina ma appunto a Grillo e a Conte impegnati nell’”ultima partita” del sinora unico loro movimento. Che è assai ridotto di voti, a livello nazionale e locale, ma non di liti interne e confusione anagrafica. Come quella di un “progressismo indipendente” dalla sinistra, dove pure esso è generalmente classificato.

dal blog di Beppe Grillo

Dei due, Conte è quello che parla di più, disposto a raggiungere tutti i salotti televisivi, e non, che lo invitano. Grillo invece emette le sue fatwa e si sottrae ad ogni intervista. O, peggio, pur nella comprensione che si deve ai genovesi notoriamente sensibili al guadagno, reclama di essere retribuito anche nel gioco delle domande e delle risposte, come nelle prestazioni da consulente della comunicazione nel movimento. Le tariffe delle interviste, doverosamente “scritte”, sono affisse, diciamo così, nello stesso blog dell’elevato: 2000 euro a domanda per un minimo di cinque, quante sono le stelle del firmamento del comico prestatosi forse per troppo tempo, e non senza danni, alla politica italiana.              

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