L’appropriazione indebita del socialismo nella sinistra italiana sull’onda francese

Da Libero

L’ex ministro Andrea Orlando, fra i più a sinistra nella geografia del Pd anche di Elly Schelin, ha commentato i risultati delle elezioni anticipate francesi, volute al tavolo da poker dal presidente Emmanuel Macron dopo la paura procuratagli dalla destra nelle elezioni europee del mese scorso, dichiarando che “la parola socialismo spaventa solo in Italia”. Nella nostra Italia, non so se pure di Orlando, dove gli sprovveduti elettori alla sinistra nelle varie edizioni fotografiche che si avvicendano da una ventina d’anni, compresa l’ultima appena scattata sotto la statua romana di Cavour, e davanti alla Cassazione, preferiscono Giorgia Meloni e alleati di centrodestra. 

Andrea Orlando

        Ma i socialisti, di grazia, a parte quelli radicali del pomodoro assemblati con i verdi di Angelo Bonelli, dove stanno nella sinistra italiana decantata da Orlando ed equiparata al fronte popolare in festa oltralpe? Me lo chiedo con tristezza e inquietudine accresciute col drammatico racconto della loro fine fatto domenica sul Corriere della Sera da Enrico Boselli. Che nel 1993 stette sul punto di succedere a Bettino Craxi, dimessosi da segretario del Psi dopo il coinvolgimento anche formale nelle indagini su Tangentopoli. E dopo che il coinvolgimento solo mediatico, presunto e quant’altro gli avevano già precluso il ritorno a Palazzo Chigi concordato con la Dc di Arnaldo Forlani. 

        Boselli, che per sette anni da quel torrido 1993 aveva cercato ostinatamente di fare sopravvivere il Psi a se stesso in vari modi e formule, si sentì invitato nel 2000 a Palazzo Chigi da Giuliano Amato, che vi era tornato su designazione di Massimo DAlema succedendogli, dopo esservi già stato fra il 1992 e il 1993 su designazione di Craxi.  Che lo aveva sperimentato fra il 1983 e il 1987 come suo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Massimo D’Alema e Giuliano Amato d’archivio

         Accompagnato da Roberto Villetti, già direttore dell’Avanti!,  Boselli si sentì proporre dal suo amico ed ex compagno di partito, avvertendo la provenienza dalemiana dell’invito, di rinunciare al progetto di un rinnovato partito socialista per unirsi e confondersi nei post-comunisti reiscrittisi all’anagrafe come democratici di sinistra. Cosa peraltro che neppure Amato aveva ritenuto di fare, bastandogli il gradimento, la stima e quant’altro di D’Alema per conservare l’agibilità politica pur essendo stato il braccio destro di Craxi. Un’agibilità che lo avrebbe poi portato sulla soglia del Quirinale e infine alla Corte Costituzionale, prima come giudice e infine come presidente, ora e a vita emerito. 

        Boselli alla prospettiva di guadagnarsi qualche altro mandato parlamentare fra i democratici di sinistra preferì la solitudine del socialista alla memoria. E non avremmo probabilmente più sentito parlarne se non se ne fosse ricordato Francesco Verderami, del già citato Corriere, convincendolo a raccontarsi. O, meglio, a raccontare la storia della scientifica operazione di annientamento politico dei socialisti italiani condotta dai loro fratelli o cugini, come preferite. Un’operazione dal sapore un po’ anche razzistico. Del resto, appartiene alla storia e letteratura comunista la liquidazione dei socialisti come socialtraditori, persino peggiori dei fascisti. Utili ai fronti popolari di turno come manovalanza.

        Anche il povero Giacomo Matteotti prima di essere ucciso dai fascisti era incorso un secolo fa negli attacchi e nelle derisioni dei comunisti.

         I guai della sinistra, alternati alle loro feste, nascono anche da questa sua natura cinica.

Pubblicato su Libero

Enrico Boselli vuota il sacco sul socialisticidio italiano dopo Tangentopoli

Dal Dubbio

Di Enrico Boselli, a soli 67 anni e mezzo compiuti in una politica affollata per fortuna di giovani ma anche di anziani ben resistenti, si erano perse francamente le tracce. Magari, è stato lui per primo a volersi appartare per delusione, come per spalmarsi del balsamo della solitudine. Eppure fu il più giovane presidente di una regione in Italia. E che regione: l’Emilia Romagna. Fu a lui, prima ancora che a Ottaviano Del Turco, succedutogli nel marasma di Tangentopoli, o a Giuliano Ferrara, inchiodatosi nella postazione giornalistica offertagli da Silvio Berlusconi, che Bettino Craxi pensò di lasciare la segreteria del Partito Socialista nel momento della rinuncia dopo il coinvolgimento anche formale nelle indagini giudiziarie sul finanziamento illegale della politica.  A dissuaderlo fu Ugo Intini non perché vi aspirasse lui stesso o perché preferiva altri candidati, ma solo per il timore che Boselli incarnasse una specie di riedizione funesta della gioventù hitleriana bruciata nella Berlino ormai caduta.

Dal Corriere della Sera del 7 luglio

         A raccontarlo è stato lo stesso Boselli, intervistato per il Corriere della Sera da Francesco Verderami nella serie fortunata e spesso clamorosa dei “Segreti del potere”: la stessa nella quale di recente il cardinale Camillo Ruini ha confermato e completato il racconto sul presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro impegnato nell’estate del 1994 a far cadere il governo di Silvio Berlusconi appena nominato da lui stesso a malincuore. Un impegno al limite dell’eversione nel quale il Capo dello Stato aveva cercato l’aiuto persino della Chiesa, invitando al Quirinale, con Ruini allora presidente della Conferenza Episcopale Italiana, anche il Segretario di Stato Angelo Sodano, cardinale pure lui naturalmente, e monsignor Jean Louis Touran, addetto della Santa Sede ai rapporti con gli Stati. Il rifiuto dell’aiuto fu unanime, anche se dopo qualche mese il governo cadde lo stesso.

Enrico Boselli e Ugo Intini d’archivio

         Ma più che il racconto dell’opposizione dell’ormai compianto Intini -da lui ora ringraziato dopo essersene sentito allora ferito- ad una  sua successione drammatica a Craxi al vertice del Psi, sono clamorosi – nell’intervista di Boselli- alcuni aspetti rivelati dell’operazione di annientamento politico dei socialisti condotta o attribuita a Massimo D’Alema. Che è stato sempre intravisto da Boselli dietro la sua convocazione a Palazzo Chigi da parte di Giuliano Amato, succeduto allo stesso D’Alema per la sua seconda esperienza di presidente del Consiglio dopo quella voluta da Craxi nel 1992. Fu allora che ai socialisti ancora ostinati nel conservare un partito dichiaratamente socialista fu proposto di dissolversi nell’ormai ex Pds, oltre che ex Pci, o scomparire. Boselli, accompagnato all’incontro dall’amico Roberto Villetti, ex direttore dell’Avanti!, preferì praticamente la scomparsa. D’altronde -sorpresa nella sorpresa- neppure Giuliano Amato, perdonato della sua esperienza con Craxi da D’Alema prima come ministro dei suoi due governi di breve durata e poi -ripeto- come suo successore a Palazzo Chigi, su richiesta esplicita di Villetti, si era dichiarato disposto a iscriversi ai Democratici di sinistra, come i post-comunisti avevano deciso di chiamarsi rinunciando anche al partito come parola.

Massimo D’Alema ed Enrico Boselli d’archivio

         Per tempi e modalità quell’operazione contro i socialisti -degni del loro nome oltre le Alpi ma non in Italia- apparve ma forse fu a mezza strada tra fratricidio e razzismo politico. Essa d’altronde non mi sembra abbia portato bene alla sinistra italiana, né nei suoi vari agglomerati politici ed elettorali, per quanto apparvero fortunati ai tempi prodiani dell’Ulivo, un po’ meno dell’Unione, né nelle foto che l’hanno via rappresentata. L’ultima delle quali è quella scattata sotto la statua di Cavour e davanti alla sede della Cassazione per la madre di tutte le battaglie che sembra diventata -al pari del premierato a destra per Giorgia Meloni- l’iniziativa referendaria contro le autonomie differenziate delle regioni. Che sono state tradotte in legge ordinaria dal centrodestra ma introdotte nella Costituzione dalla stessa sinistra nel 2001, nel tentativo per giunta fallito di evitare un ritorno della Lega nel centrodestra.

         Se la sinistra italiana non sta bene, anche quella francese ha i suoi problemi. Essa ha appena vinto le elezioni ma senza i numeri e l’omogeneità per governare. E quella inglese è tornata al governo con meno voti degli sconfitti per regole elettorali definite “inquietanti” per l’Italia da Walter Veltroni sul Corriere della Sera.

Pubblicato sul Dubbio

Macron a sorpresa ha vinto (sulla destra), anzi ha perduto…

L'”Indomito” Jean-Luc Melenchon

A sorpresa, dunque, il presidente francese Emmanuel Macron ha sconfitto la destra impedendole con le elezioni anticipate, soprattutto nel secondo turno che ha rovesciato il risultato del primo, la vittoria assaporata nelle elezioni europee del mese scorso. Ma con minore o uguale sorpresa egli ha perduto nei rapporti con la sinistra, soprattutto quella indomita -insoumise-  con cui si era di fatto alleato nei ballottaggi, col meccanismo delle desistenze, per scongiurare la vittoria della destra. “Un’alleanza del disonore”, l’ha definita il perdente lepenista  Jordan Bardella.

Da Repubblica

         Nel nuovo Parlamento francese nessuno dei tre schieramenti reali o virtuali espressi dalle urne è in grado di fare da solo un governo, o soltanto di rimanere unito in una eventuale prova di forza. E ciascuno dei tre ha come obiettivo di neutralizzare gli altri due. Il più vivace, perentorio, persino minaccioso nei riguardi dei macroniani, e di Macron in persona, è il capo della sinistra radicale Jean- Luc Melenchon.

Dalla Stampa

         Questo significa che dalle urne per decisione, scelta, responsabilità dello stesso Macron è uscita una Francia ingovernabile. “Caos francese”, ha titolato giustamente La Stampa. Il disordine delle piazze degli anni e mesi scorsi si trasferisce in Parlamento. Ma ciò nonostante la Francia, dove il sistema presidenziale conferisce a Macron un ruolo superiore a quello del governo che finirà per essere formato con chissà quali alchimie, essendo impossibili altre elezioni anticipate per un anno, conserva l’ambizione di svolgere un ruolo analogo al passato nella definizione in corso degli equilibri nell’Unione Europea.  

Papa Francesco a Trieste

         E’ una situazione paradossale sul fronte interno francese e su quello comunitario. Ma curiosamente non è una situazione eversiva, è semplicemente da democrazia ammalata, che “non sta bene”, come ha detto Papa Francesco ieri mattina parlando a Trieste mentre in Francia si votava. E’ una situazione consentita, prodotta, come preferite, dal sistema costituzionale ed elettorale della Repubblica d’oltralpe. Un sistema che pure per tanto tempo e in tanti è stato invidiato in Italia, sino ad auspicarne da qualche parte politica l’imitazione

Walter Veltroni ieri sul Corriere della Sera

         Verrebbe voglia di tenerci stretto il nostro tanto vituperato sistema, nonostante la crescente disaffezione certificata dall’affluenza alle urne, ormai, di metà dell’elettorato, o ancor meno. E francamente, come osservava ieri in un editoriale sul Corriere della Sera l’ex segretario del Pd Walter Veltroni, pur soddisfatto della vittoria appena festeggiata  dai laburisti, non desta molta invidia neppure il sistema elettorale inglese. Dove si può vincere ancora più facilmente che in Italia, dove ciò è accaduto più volte, raccogliendo meno voti degli sconfitti.  “Qualcosa -ha scritto testualmente Veltroni raccontando e commentando i numeri grazie ai quali è tornato un laburista al numero 10 di Downing Street- che, ad esempio in Italia, determinerebbe numerose e legittime inquietudini”.

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L’ultima scommessa di Macron nella partita elettorale contro la destra

Da Repubblica

         Emmanuel Macron, il presidente della Repubblica di Francia azzoppato dalla sconfitta inflittagli dalla destra nelle elezioni europee del mese scorso, ha alzato la posta nella difesa dei tre anni che restano del suo secondo e ultimo mandato all’Eliseo. Dopo avere rimandato i francesi alle urne sciogliendo anticipatamente l’Assemblea Nazionale, visto il successo conseguito dalla destra anche nel primo turno delle nuove elezioni, ha drammatizzato al massimo il clima dei ballottaggi odierni. Dalla paura delle urne è passato alla “paura nelle urne”, come è sfuggito a Repubblica, in Italia, di titolare. Sfuggito perché, considerando l’appoggio di questa testata al presidente francese, non sembra francamente un aiuto quello prestatogli presentandolo praticamente con una pistola carica sulla sua scrivania.

         Parigi -dicono le cronache- è blindata con cinquemila uomini armati per presidiarla da eventuali disordini. Ma anche il resto del Paese è sorvegliato, con altri venticinquemila in armi, come se fosse minacciato dall’invasione della destra, dopo un po’ d’anni in cui, in verità, Macron in persona è stato dileggiato e attaccato nelle piazze sul versante opposto, dalla sinistra più radicale. Che ora il presidente francese, con grande disinvoltura politica definita machiavellica facendo un torto al filosofo, storico, diplomatico, politico fiorentino morto 497 anni fa, ha preferito alla destra chiedendo e ottenendo la cosiddetta desistenza nei ballottaggi per battere Marine Le Pen e il suo giovane candidato Jordan Bardella a Palazzo Matignon, cioè alla guida di un nuovo governo

Marine Le Pen e Jordan Bardella

Neppure Marine Le Pen ha scherzato in disinvoltura, a dire la verità.  Già compromessa nei rapporti del passato con la Russia di Putin, essendone stata finanzata attraverso una banca ungherese, la leader della destra francese ha cercato di fare concorrenza pacifista, diciamo così, alla sinistra nelle ultime battute della campagna elettorale schierandosi contro l’invio di altre armi all’Ucraina usabili per colpire anche i territori russi dai quali partono i missili, e non solo per intercettarli prima che cadano sulle infrastrutture e sulle popolazioni del paese aggredito da due anni e mezzo.

La guerra in Ucraina

Ma ad un Macron pronto -ricordate?-  a mandare in Ucraina istruttori e truppe francesi per sostenere la resistenza ucraina e qualche seria controffensiva dovrebbe apparire ed essere ancora più negativa la posizione della sinistra francese radicale. Che di armi all’Ucraina di Zelensky non ne vuole più mandare, neppure per un uso tanto esclusivamente quanto ipocritamente e insufficientemente difensivo.

Stiamo trattando di un problema di politica estera, anzi di guerre,  essendovene- con Gaza e dintorni-  più d’una alle porte o dentro l’Europa. Ma non meno contradditori e confusi sono i problemi tutti interni, sociali ed economici, che attanagliano la Francia non meno di altri Paesi dell’Unione. Non parliamo poi dei problemi comunitari intesi come governance dell’Unione nel Parlamento appena rinnovato.  

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La sinistra al rovescio: dalla luce di Londra al fumo di Roma

Dal Corriere della Sera

         Al buon Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera sono giustamente piaciuti modi e risultati delle elezioni inglesi che hanno riportato al governo dopo 14 anni i laburisti, senza che nessuno fra i conservatori sonoramente battuti abbia evocato chissà quali catastrofi in arrivo, chissà quali e quanti comunisti travestiti da laburisti già al lavoro, con le rapide procedure d’uso in Gran Bretagna, per fare risorgere tra il fumo di Londra il mitico sole dell’avvenire.

Da Repubblica

         Persino a Repubblica su questa storia del sole dell’avvenire tornato con i laburisti al mitico numero 10 di Downing Street hanno scherzato con Altan che esorta, sotto un ombrello, l’illuso di turno a “non montarci la testa”.  

Dal manifesto

         La sinistra inglese “ha fatto centro” in tutti i sensi, per attenerci al titolo arguto del solito manifesto. Dove la passione orgogliosamente comunista ancora proclamata sotto la testata non impedisce a chi vi scrive di capire che Londra non è Roma. Dove, per rimanere alla giornata di ieri così giustamente festosa per i laburisti sulla Manica, la sinistra italiana si è ritrovata insieme davanti alla Corte di Cassazione, in una foto di gruppo che ha trattenuto a stento attori e comparse dello spettacolo sotto la statua di Cavour, per l’apertura formale della campagna referendaria contro le cosiddette autonomie differenziate delle regioni rimproverate al governo di Gorgia Meloni. Che però le ha solo ereditate, tentando di disciplinarle, dalle sinistre che le misero in Costituzione più di vent’anni fa per corteggiare la Lega di Umberto Bossi e cercare, peraltro inutilmente, di sottrarla alla tentazione di tornare nel centrodestra di Silvio Berlusconi. Da cui il Carroccio era uscito dopo solo nove mesi di corsa, con i tempi di un parto gestito dall’insofferente presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, smanioso di liberarsi di un presidente del Consiglio troppo malvolentieri nominato da lui stesso dopo l’imprevisto successo elettorale del 1994.

La sinistra italiana…in Cassazione

         La sinistra italiana, dopo il suicidio compiuto cavalcando soprattutto contro Bettino Craxi nel 1992 le indagini giudiziarie di Milano e dintorni sul finanziamento illegale ma largamente diffuso della politica, è  purtroppo ridotta a quella foto di ieri sotto la statua di Cavour, e davanti alla Cassazione. Londra, il suo nuovo primo ministro laburista Keir Starmer e tutto il resto continueranno ad essere per essa solo un falso, irrealistico punto di riferimento, troppo moderato. E Giorgia Meloni, nonostante i pezzi che sta perdendo in Europa il suo partito conservatore dopo i guadagni immediatamente successivi alle elezioni dell’8 e 9 giugno, continuerà probabilmente a rimanere dov’è, a Palazzo Chigi, sino all’esaurimento ordinario del suo primo mandato, già elettorale -peraltro- senza ancora disporre formalmente del premierato proposto al Parlamento per le edizioni successive, sue o di altri. Un premierato condiviso a suo tempo dalla sinistra ma ripudiato ora che a proporlo è la destra.

L’editore che si tiene cautamente lontano dai suoi salotti televisivi

Dal Dubbio

Noto, anzi leggendario come editore per la sua abitudine, specialità, mania e quant’altro di controllare le note spese dei giornalisti per garantire, con le buone e le cattive, il loro contributo al risanamento delle aziende che gli capita di acquistare con i conti in rosso, Urbano Cairo si è giustamente vantato, in una godibilissima chiacchierata con Carmelo Caruso, del Foglio, dei “grandi numeri” non più in rosso della sua 7 televisiva. “Abbiamo un utile di centomila. Ogni anno perdeva 100  milioni, che significano un miliardo in 10 anni”, ha raccontato “il Faraone”, con la maiuscola, come Caruso lo ha chiamato tallonandolo con fortuna in un albergo milanese dove l’editore -peraltro anche del Corriere della Sera– partecipava alla presentazione dei programmi della sua Tv ben bene risanata.

Cairo d’archivio con Silvio Berlusconi

         Me lo ricordo, Cairo, una trentina d’anni fa, quando lo trovavo sempre di buon mattino nel cortile del palazzo milanese di via Paleocapa, dove aspettava ogni giorno con sorriso e pazienza l’arrivo di Fedele Confalonieri. Sorrideva anche a me, che ero appena tornato in Fininvest dall’esperienza della direzione al Giorno. Capii subito che era uno, allevato nella scuderia di Silvio Berlusconi, destinato a non stare lì ad aspettare troppo a lungo Confalonieri o altri. E infatti di strada ne ha fatta, tutta meritata.

         I conti della 7 risanata lo ripagano ampiamente dei dispiaceri -temo- che debbono procurargli parecchie delle sue trasmissioni non proprio in linea con le proprie, ferme convinzioni politiche favorevoli a Giorgia Meloni e al suo governo, al netto dei problemi o problemini che procura alla premier il suo vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini. L’ultimo dei quali ha toccato, neppure tanto di striscio, i rapporti col Quirinale dopo il discorso del presidente della Repubblica al raduno cattolico di Trieste.

Dalla prima pagina del Foglio di ieri

         “Meloni governa”, ha detto Cairo con brevità e solennità tacitiane. Da Tacito, naturalmente. Le piace? Gli ha chiesto il segugio fogliante sempre a proposito della premier? “Stabilità, stabilità per fare quelle riforme che l’Italia attende. Anche la legge elettorale dovrebbe essere una legge che dà stabilità”, ha risposto Cairo.  Meloni è isolata in Europa?, ha incalzato Carmelo Caruso. “Non mi pare che sia isolata”, ha risposto “Cairo d’Italia”, come lo ha chiamato nel titolo Il Foglio privilegiandolo al “Faraone” ripetutamente usato nel testo dell’articolo.

Giorgia Meloni

E la lettera con la quale la premier ha appena richiamato i suoi fratelli e sorelle d’Italia a stare attenti, giovani o anziani che siano, alle parole e ai gesti più da “macchiette in mano agli avversari” che da militanti di una promettente destra moderna e conservatrice? “Una lettera bellissima. E’ stata brava” la Meloni a pensarla, scriverla e diffonderla, ha risposto l’editore. Che si sente forse anche per questo esonerato dal bisogno, dal desiderio, dalla tentazione -chiamatela come volete- di un suo impegno politico più volte evocato, prospettato, sospettato dal giornalista del Foglio. Spintosi a mettergli in testa il sospetto che sulla strada di questo impegno possa precederlo Pier Silvio Berlusconi, il figlio maggiore naturalmente di Silvio e basta. Un sospetto che deve avere fatto qualche breccia nella mente, nel cuore, nelle viscere, come preferite, dell’editore se questi, nella costruzione dell’articolo di Carmelo Caruso, ha chiuso l’incontro chiedendo: “Ma secondo voi Pier Silvio si candida?”. Della sorella Marina pare che Cairo non abbia dubbi: non si lascerà tentare dalla politica, per quanto anche a lei vengano attribuiti ogni tanto disegni analoghi a quelli del padre.

Urbano Cairo

         Meno male che per discrezione, per paura o chissà per quale altro motivo ai conduttori delle trasmissioni televisive della 7 non abbiano mai invitato a parlare di politica o affini il loro editore. Gli sarebbe toccato o gli toccherebbe la stessa sorte riservata a chi vi si affaccia, invitato, per esprimere opinioni favorevoli alla premier. La sorte dell’uno contro tutti. Che è sempre una sorte scomoda, se non sgradevole, per quanta visibilità possa procurare all’interessato. E gratitudine possa questi guadagnarsi a Palazzo Chigi e dintorni, anche se in politica, come diceva spesso la buonanima di Enzo Biagi citando un’altra buonanima, Giulio Andreotti, la gratitudine sia solo “il sentimento del giorno prima”, dimenticato o rimosso il giorno dopo.

Pubblicato sul Dubbio

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Meloni intercetta e abbatte il missile di carta di Salvini contro il Quirinale

Fra le Dolomiti e i sette colli di Roma, il più alto dei quali è il Quirinale, si è vissuta ieri una giornata non di ordinaria ma di straordinaria follia politica.

         Ha cominciato il vice presidente del Consiglio e leader della Lega Matteo Salvini a Cortina,     con tanto di casco giallo in testa a proteggersi da se stesso, opponendo al rischio di una specie di dittatura della maggioranza, vista o intravista fra i rischi avvertiti da Sergio Mattarella, quello più reale, che esisterebbe invece in Italia, di una dittatura delle minoranze. Che in pratica abuserebbero della democrazia per impedire o boicottare la governabilità del Paese.

Dal Giornale

         L’interpretazione politica e mediatica di una polemica di Salvini contro le pur “filosofiche” considerazioni del capo dello Stato davanti ad una platea di cattolici a Trieste è stata unanime. Pure Il Giornale della ora prevalente famiglia Angelucci, leghista dopo un passato forzista, ha titolato: “Salvini attacca il Quirinale”.

         Da Palazzo Chigi la premier Giorgia Meloni ha cercato di intercettare il missile, diciamo così, del suo vice lamentando pubblicamente l’ennesima “strumentalizzazione” delle sortite del presidente della Repubblica per farlo apparire come il capo non dello Stato ma delle opposizioni. Il Quirinale ha gradito e ringraziato definendo “corretta” la lettura data così dalla Meloni al discorso di Mattarella.

Dalla Repubblica

         E’ insomma accaduto, purtroppo non per la prima volta da quando è in carica l’attuale governo, che la Meloni abbia dovuto difendere Mattarella da Salvini. Raccogliendo però stavolta il sostanziale e pubblico ringraziamento del Quirinale. E inducendo il vice presidente leghista del Consiglio a trincerarsi dietro un comunicato di partito di sostanziale arretramento. “Poi il dietrofront”, ha titolato in prima pagina la Repubblica di carta.

         Incidente, un altro incidente chiuso dopo quello, per esempio, di giugno sulla “sovranità europea” contestata dalla Lega a Mattarella in difesa di quella nazionale? Contestata a tal punto da fare prospettare da un senatore del Carroccio le dimissioni del presidente della Repubblica. Più che chiuso, temo socchiuso come incidente, vista ormai l’abitudine dalle parti leghiste di farsi prendere la mano, la parola e altro ancora dal cattivo umore, o dal senso esasperatamente competitivo dei rapporti anche all’interno della maggioranza e del governo.

Dal Secolo d’Italia

         Titola oggi Il Secolo d’Italia, organo praticamente ufficiale del partito della premier, a proposito delle decisioni appena prese dal Consiglio dei Ministri di fronte alle pratiche schiavistiche in agricoltura: “Linea dura di Meloni contro il caporalato”. Si spera anche quello metaforico, e politico, della Lega nella conduzione delle sue lotte fuori e persino dentro la maggioranza? A sinistra Pier Luigi Bersani ogni tanto scommette nei salotti televisivi di cui è frequentemente ospite su qualche strappo fatale della Lega nel centrodestra. Sarebbe il colmo se Salvini gli facesse vincere davvero la scommessa.

Il segreto del sarto di Mattarella è la cucitura doppia dei suoi abiti

Dal Dubbio

Tranquilli. Il sarto di Sergio Mattarella, palermitano o romano che sia, gli confeziona da qualche tempo gli abiti con tutte le cuciture rafforzate. Le risparmia forse solo ai calzini perché ben protetti dalle scarpe, che è più difficile sfilare dai piedi del presidente della Repubblica, per quanto vi possano tentare gli strattonisti, chiamiamoli così, più o meno di professione.

         Il capo dello Stato riporta sempre intatti i suoi vestiti al Quirinale, o nell’appartamento di residenza dove rientra dopo i discorsi e altri interventi nei saloni del palazzo che fu dei papi e dei re. Non a caso è l’unico dei presidenti della Repubblica che abbia ottenuto una conferma piena, completa del suo mandato settennale, perché il secondo conferito nel 2013 al predecessore Giorgio Napolitano nacque notoriamente monco, limitato al tempo strettamente necessario, e consentito dalla sua età, perché le forze politiche fossero in grado in Parlamento di dargli il successore mancato alla sua prima scadenza. Infatti due anni dopo si dimise, passando la mano al presidente ancora in carica.

         Mattarella ha riportato intatti i suoi abiti a casa, anche dopo il dotto, meditassimo intervento -una lezione magistrale, è stata definita giustamente da qualche osservatore con linguaggio universitario- al raduno triestino dei cattolici per le loro settimane sociali.

         Per quanto sventolato come una bandiera nel titolo di apertura dalla Repubblica di carta, che spesso sembra la nave ammiraglia della flotta antigovernativa più che un semplice libero, indipendente quotidiano d’informazione, come una volta si scriveva sotto le testate giornalistiche, il discorso di Mattarella ha volato altissimo dalla prima all’ultima parola. Tanto alto, tra citazioni e moniti, che persino Il Fatto Quotidiano, anche a costo di confondersi con giornali filogovernativi dichiarati come Il Giornale, Libero, La Verità e Il Tempo, non potendolo o non volendolo usare contro la Meloni, lo ha ignorato in prima pagina.

Ieri dalla pagina 5 di Domani

         E Domani, il quotidiano del già editore di Repubblica Carlo De Benedetti, ha confinato in quinta pagina l’articolo di Francesco Peloso che rappresentava il discorso di Mattarella contro “l’assolutismo di Stato” come “un altro messaggio alla destra” che percorre in Parlamento, osteggiata anche in piazza, la strada del cosiddetto premierato: La strada cioè dell’elezione diretta del presidente del Consiglio, anche se sulla già citata Repubblica Tommaso Ciriàco in uno dei suoi retroscena quasi giornalieri ha raccontato di una Meloni tentata dalla “carta segreta” e doppia di un turno anticipato di elezioni -se mai il presidente della Repubblica dovesse o volesse concederglielo- e di un “ritorno” al progetto originario della destra di elezione diretta non del capo del governo ma del capo dello Stato.

         Ormai in quella che noi vecchi giornalisti ci ostiniamo a chiamare ancora politica, e a seguirla con una certa attenzione, mancano solo i botteghini delle scommesse riservate a questo genere di attività, magari sostitutive delle duemila e più edicole dei giornali chiuse negli ultimi due anni per mancanza di clienti, fossero pure solo di giocattoli e altra merce di complemento.

         Neppure Il Foglio del fondatore Giuliano Ferrara e del direttore Claudio Cerasa, che più spesso di altri -debbo riconoscergli non solo per avervi a suo tempo collaborato- riesce a offrire retroscena poi confermati dai fatti, se l’è sentita ieri di portare in prima pagina il discorso di Mattarella per lanciarlo come la bomba a mano contro il governo nella vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX.

         Giuliano in persona si è speso diligentemente per raccontare, spiegare e quant’altro che Giorgia Meloni, fra Palazzo Chigi, la sua nuova e non ancora completata abitazione privata con piscina e le sue frequenti missioni all’estero, vive sì “un incubo dopo l’altro”, ma solo a causa di “un quadro internazionale” che è “una dannazione per lei e il suo progetto” dichiaratamente, orgogliosamente conservatore.  Non a causa, quindi, degli umori, delle letture e dei discorsi di Mattarella. A procurarle problemi, in effetti, sono entrambi i candidati ancora alla Casa Bianca, oltre Atlantico, o certe destre in Europa che piacciono più al suo vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini che a lei.

  Come si fa, del resto, a stare sereni -direbbe col solito sarcasmo Matteo Renzi- in un continente alle cui porte, se non nei cui confini, sono in corso vere e proprie guerre, come in Ucraina e in Medio Oriente, condotte entrambe in modo alquanto spietato? Solo un irresponsabile -o un “analfabeta di democrazia”, ripeterebbe Mattarella- dormirebbe tranquillo tra i classici due guanciali.

Pubblicato sul Dubbio

Assalto, per niente unanime però, alla giacca del presidente della Repubblica

La segretaria del Pd Elly Schlein

         Persino la segretaria del Pd Elly Schlein, che si divide fra Parlamento e piazze nella lotta anche fisica al premierato proposto dal governo, ha esitato quando un giornalista le ha allungato un microfono sollecitandola a compiacersi del discorso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla settimana sociale dei cattolici, a Trieste. Dove il Capo dello Stato ha ricordato, fra l’altro, “i limiti” che anche una maggioranza deve darsi, ha contestato ogni “restrizione in nome del dovere di governare”, ha riproposto “un voto un uomo” e temuto “l’analfabetismo di democrazia” , spesso rivelato da certe polemiche o pretese: a volte, credo, anche delle opposizioni.

         La Schlein in un apprezzabile sussulto di pudore politico ha esitato prima di rispondere. Ed ha risposto esortando lei stessa a non coinvolgere il presidente della Repubblica nella cronaca delle polemiche politiche. A non tirargli troppo la giacca, a non strattonarlo. Poi naturalmente ha riproposto tutta la sua contrarietà all’elezione diretta del presidente del Consiglio, tradotta comunemente nel premierato, anche se così si chiamano pure altri modi di regolare l’accesso alla guida del governo.

         Non ha avuto le remore politiche, istituzionali, culturali della segretaria del Pd l’ammiraglia ormai delle opposizioni –la Repubblica, quella di carta- avvolgendosi quasi letteralmente nell’intervento del Capo dello Stato con questo titolo su tutta la prima pagina: “Mattarella: no al potere illimitato”. “Allarme di Mattarella”, ha gridato, sempre in apertura, la Stampa, ancora sorella del giornale fondato dal compianto Eugenio Scalfari.

Dal Secolo XIX

         Non parliamo poi del Secolo XIX, fratello per un po’ di tempo degli altri due quotidiani, che in una vignetta d Stefano Rolli ha fatto lanciare da Mattarella una bomba a mano contro il governo in carica all’insegna della “vecchia moral suasion”.

Dal manifesto

         Più sobrio, diciamo così, è stato il Corriere della Sera dedicando al discorso di Mattarella, a metà della prima pagina, il richiamo dell’articolo del quirinalista Marzio Breda, pur con un titolo forte quasi quanto quelli di Repubblica e della Stampa: “Democrazia, Mattarella: no all’assolutismo di Stato”. Che il manifesto ha preferito invece tradurre in “Avviso ai naviganti” nel solito titolo di copertina sovrapposto alla foto di Mattarella ospite, di spalle, della settimana dei cattolici.

Dal Foglio

         Abbastanza, e in alcuni casi anche sorprendentemente, lungo è l’elenco dei giornali che hanno escluso l’argomento dalle loro prime pagine: dal Fatto Quotidiano al Giornale, da Libero alla Verità, dal Tempo al Quotidiano del Sud, dalla Gazzetta del Mezzogiorno al Riformista, dal Mattino al Gazzettino, dal Dubbio alla Ragione, dall’Identità a ItaliaOggi, da Milano Finanza al Foglio. Dove Giuliano Ferrara in persona, fondatore del giornale, si è impegnato in un articolo a scrivere degli “incubi” della Meloni attribuendoli però al “quadro internazionale”, al di là e al qua dell’Atlantico, non agli interventi del presidente della Repubblica.

La Meloni stacca la spina a nostalgici e macchiette della destra utili agli avversari

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         Pochi, molti, troppi che possano essere stati -secondo le preferenze tutte politiche- i giorni che vi ha impiegato per intervenire, Giorgia Meloni in una lettera ai dirigenti e parlamentari del suo partito ha staccato la spina ai nostalgici del fascismo, razzisti, “macchiette” -ha scritto- “nelle mani degli avversari”. Per loro, giovani ma anche anziani che siano, non c’è più spazio nella destra che la Meloni rappresenta guidando il governo. Ma non per questo cesserà l’assedio politico e mediatico alla premier sul tema di un antifascismo che non sarà mai sufficientemente espresso per chi ha interesse ad intossicare il dibattito politico e a costruire sulla paura del fascismo alleanze, combinazioni, sogni di maggioranze alternative a quella uscita dalle urne un po’ meno di due anni fa.   Basta una breve rassegna delle prime pagine dei giornali, che sanno essere anche peggiori dei partiti con i quali più o meno esplicitamente si schierano, o che indirizzano, per farsi un’idea della situazion

Dal Corriere della Sera

         A parte la distrazione, diciamo così, della Repubblica di carta, che ha eliminato la questione dalla prima pagina appunto, dopo averla per un po’ cavalcata, tutti hanno cercato di fare i conti con l’intervento della Meloni. Alla quale, per esempio, il Corriere della Sera ha riconosciuto con la firma di Massimo Franco “una scelta signifcativa dopo l’errore inizialedi una critica all’inchiesta giornalistica condotta con una telecamera nascosta in ambienti di partito affollati di “macchiette”, come le ha chiamate la Meloni.

Dalla Stampa

         Sulla Stampa invece con la firma dell’ex direttore Marcello Sorgi, che pure ha scritto di “un chiarimento senza le distinzioni precedenti”, la Meloni è stata invitata più o meno perentoriamente a “cancellare gli ultimi però”.

         Sulla testata una volta sorella di Genova, Il Secolo XIX, il vignettista Stefano Rolli si è divertito a immaginare una Meloni che col “saluto romano” mette alla porta chi non ha ancora capito che aria debba tirare nella destra italiana, specie ora che il governo è a sua trazione.

Su Domani

         Su Domani, il giornale col quale l’indomito Carlo De Benedetti si consola ogni giorno della perdita della Repubblica svenduta dai figli, hanno recuperato dagli archivi la foto di un tabellone della Camera durante una votazione per appello nominale per proporre la scritta della Meloni che “non ha risposto”. E ciò sotto un titolo di questo tenore e contenuto, a commento della lettera ai dirigenti parlamentari del suo partito: “Meloni nega l’evidenza”. Se questo è giornalismo o qualcosa d’altro spetta naturalmente dirlo solo ai lettori. Non scrivo altro.

Dal Fatto Quotidiano

         Sul Fatto Quotidiano, giusto per non fargli torto ignorandolo, c’è un titolo un po’ da ossimoro. I “fascisti” sono “sospesi” e “razzisti e antisemiti fuori”, cioè cacciati. Mi parevano cacciati anche gli altri, ma sono evidentemente io che non so leggere, capire e quant’altro. E loro invece, Marco Travaglio e colleghi, a sapere leggere e capire tutto.

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