I folli attentati americani vissuti dalla politica italiana

Da Libero

All’epoca dell’assassinio del presidente americano John Fitzgerald Kennedy, il 5 novembre 1963, era in carica in Italia, per gli affari correnti perché dimissionario, il primo dei due governi “balneari” di Giovanni Leone. Che pianse ricordando l’affettuosa accoglienza riservatagli pochi mesi prima a Roma e nella sua Napoli, in visita ufficiale. Pianse come “un bambino”, mi confidò lo stesso Leone perché nella solita accezione familiare che aveva anche dei rapporti politici, considerava quel giovane, promettente presidente americano un amico ormai di famiglia, appunto.

Jhon Kennedy a Roma pochi mesi prima dell’attentato

A poche centinaia di metri dall’ufficio di Palazzo Chigi si svolgevano a Montecitorio le trattative fra democristiani e socialisti per la formazione del primo governo “organico” di centro-sinistra, ancora col trattino, guidato da Aldo Moro. Esse furono interrotte per l’emozione anche politica provocata dalle drammatiche notizie provenienti dagli Stati Uniti. Con Kennedy alla Casa Bianca il percorso del centro-sinistra italiano era stato favorito, per quanto proprio sotto quella presidenza l’anno prima era stato vissuto il momento più pericoloso della guerra fredda con la cosiddetta crisi di Cuba, dove i sovietici volevano puntare i loro missili contro gli Stati Uniti dirimpettai.

All’epoca del ferimento del presidente americano allora in carica Ronald Reagan, il 30 marzo 1981, era in carica in Italia il governo di Arnaldo Forlani, inconsapevolmente prossimo alle dimissioni per l’affaraccio P2: la loggia massonica di Licio Gelli nelle cui liste -diffuse a singhiozzo dai magistrati attraverso giornali fino a quando lo stesso Forlani non decise di farle pubblicare per intero- era finito anche il prefetto Mario Semprini, suo capo di Gabinetto.

Ronald Reagan ferito nel 1981

Forlani non aveva fatto in tempo a instaurare con Reagan, insediatosi alla Casa Bianca pochi mesi prima, un rapporto diretto e personale che avrebbero avuto invece i suoi successori Giovanni Spadolini e Bettino Craxi: sopravvissuti, quelli di Craxi,anche alla drammatica notte di Sigonella. Che li aveva portati quasi alla rottura per un equivoco -raccontò poi lo stesso Reagan- creatosi con la traduzione dell’italiano del presidente del Consiglio fatta, durante una tempestosa telefonata, dal consigliere Michael Arthur Ledeen. Che peraltro, lavorando all’ambasciata americana a Roma, aveva frequentato ogni tanto la redazione romana del Giornale fra il 1975 e il 1976 per farsi “spiegare” da noi -diceva lui con falsa modestia- gli aspetti più controversi o meno chiari dei rapporti fra democristiani e comunisti, in particolare fra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer.

Forlani, dicevo, non aveva fatto in tempo a stringere rapporti molto stretti con Reagan, ma ne aveva buone informazioni. Fu lui a raccontare al telefono a Indro Montanelli, me presente, pochi giorni dopo l’operazione subìta da Reagan dopo l’attentato del 30 marzo 1981, in cui un proiettile gli aveva perforato un polmone e si era fermato a 25 millimetri dal cuore, la battuta del presidente ai medici che molto tempo dopo sarebbe uscita anche sui giornali: “Spero che siate repubblicani”, cioè elettori del suo partito. Una battuta che rese Reagan a Montanelli ancora più simpatico di quanto già non fosse come attore e come anticomunista.

Donald Trump, l’ex presidente americano in corsa per tornare alla Casa Bianca dopo l’uscente Joe Biden, è stato molto più fortunato di Reagan, che rischiò davvero la vita, ferito peraltro da un pazzo che aveva cercato di ucciderlo con sette colpi di pistola per farsi notare da un’attrice -Jodi Foster- della quale s’era invaghito. Roba appunto da pazzi, che gli procurò il manicomio sino al 2016, dodici anni dopo la morte di Reagan nel suo letto, come si dice nei casi di fine naturale.

Trump e Salvini d’archivio

Con quel sangue procuratogli di striscio da un proiettile del fortunatamente mancato assassino, eliminato all’istante, Trump non ha fatto tremare più di tanto i tifosi di cui dispone anche in Italia. E che possono contare -va riconosciuto pure questo- anche su parecchi avversari dell’ex presidente che o lo combattono con troppa esasperazione o aumentano le difficoltà del presidente uscente contribuendo, ancor più delle gaffe che commette di suo, ad una rappresentazione altamente negativa sollecitandone il ritiro dalla corsa, Un caso raro, direi, di autolesionismo. Di cui solo gli americani sono forse capaci con la mania, l’abitudine e quant’altro di fare le cose alla grande. come si dice.

Pubblicato su Libero

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Tutti sembrano lavorare per Trump nella corsa alla Casa Bianca, anche gli avversari

         Appena scampato ad un attentato che è costato la vita, grazie a Dio, solo al mancato assassino, Donald Trump si può considerare paradossalmente un candidato particolarmente fortunato alla Casa Bianca, dove è già stato per un altro mandato. Giocano a suo favore anche gli avversari per l’esasperazione -persino suicida, come si è visto- con la quale lo combattono: superiore a quella sua nel riproporsi e nel sostenere, più generalmente, le sue cause ostentando pure fisicamente la propria spavalderia.

George Clooney e Joe Biden

         E’ stato fortunato, Donald Trump, a incrociare nella sua seconda corsa alla Bianca un presidente non tanto anziano -con i suoi 82 anni ancora da compiere, quasi quanti ne aveva il nostro vitalissimo Sandro Pertini salendo al Quirinale nel 1978- quanto costretto dalla sorte a non portarseli tanto bene, visti i difetti di concentrazione, a dir poco, che mostra anche in pubblico. E, in più, indebolito pure da amici, almeno a parole, che dall’interno del proprio partito o elettorato, o tra i finanziatori, che lo esortano a rinunciare non potendo vincere -ha detto l’attore George Clooney, forse dopo essersi consultato con l’ex presidente Barak Obama- anche “la battaglia contro il tempo”.

         Se questa fortuna porterà, anzi riporterà Trump alla Casa Bianca lo sapremo naturalmente solo a novembre, anche se con effetto differito perché negli Stati Uniti l’insediamento segue di qualche mese la designazione degli  elettori. E quali effetti, incendiari o pompieristici, a seconda dei casi, sulle guerre in corso oltre Atlantico si vedrà anche questo. Guerre purtroppo non solo fredde, come quella che è stata ottimisticamente definita fra la Russia e l’Occidente con l’invasione dell’Ucraina cominciata due anni e mezzo fa, ma anche calde, anzi roventi come nel Medio Oriente.

Dalla Stampa

         A quella fra la Russia e l’Occidente partecipa, pur dichiarando il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani di non sentirsi “in guerra” contro Mosca, anche il governo italiano con una forza di decisioni, e di forniture militari a Kiev, molto apprezzata dall’amministrazione uscente degli Stati Uniti. Ma l’altro vice presidente, il leader leghista Matteo Salvini, notoriamente non è d’accordo, almeno a parole, visto che sinora i suoi parlamentari hanno votato disciplinatamente in tutti i passaggi parlamentari. Parole non sfuggite tuttavia alla presidente del Consiglio – che ha appena invitato …. a sua insaputa “Mattè” in una vignetta sulla Stampa a togliersi dalla testa quel colbacco di confezione forse russa con i 40 gradi che i termometri misurano in tanta parta d’Italia- e al ministro della Difesa Guido Crosetto.

Dal Corriere della Sera

         Quest’ultimo, reduce con la sua amica e collega di partito Meloni dal vertice non solo celebrativo della Nato nel 75.mo anniversario della fondazione, ha definito riduttivamente quella del collega di governo Salvini una “opposizione mediatica” ai nostri impegni, intimandole tuttavia un “basta”, anch’esso però mediatico.

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Meloni tra l’incudine dell’opposizione e il martello di Salvini

Dal Foglio

Sono tutti di marca interna i “guai e agguati” su cui ha titolato oggi Il Foglio riferendo dei problemi di Giorgia Meloni al ritorno dal vertice della Nato, dagli impegni che vi ha assunto e dagli incontri bilaterali che ha avuto, compreso naturalmente quello con l’ospite Zelensky. Che è ormai “irreversibilmente”     avviato verso l’adesione, pure lui, all’Alleanza Atlantica: un percorso che ormai fa parte della strategia, non più tattica, di protezione dell’Ucraina dalla sempre più feroce aggressione della Russia di Putin.

Dal Corriere della Sera

         Sono “guai e agguati” – ripeto- tutti italiani. E non tanto delle scontate opposizioni di lunga tradizione antiamericana avvolte nella solita coperta del pacifismo a senso unico, quanto di una parte della maggioranza e dello stesso governo chiamata Lega. Quella del vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Che da una parte liscia il pelo agli alleati forzisti intestando alla buonanima di Silvio Berlusconi l’aeroporto di Malpensa e dall’altra li aggira, li contraddice, li provoca sul terreno delicatissimo della politica estera e di quella europea inseguendo l’ungherese Orban. Una provocazione che tuttavia investe istituzionalmente e mediaticamente, ancor più dei forzisti, la presidente del Consiglio in persona e leader di una destra dichiaratamente conservatrice, non fascista come l’avvertono gli avversari.

Dal manifesto

         I giornali, una volta tanto, non si sono inventati nulla titolando sullo “scontro nel governo”, come ha fatto il Corriere della Sera, o sullo “scontro su Kiev”, come ha fatto La Stampa, o sulla “crisi di identitari”, come ha fatto il manifesto su una foto d’archivio che ritrae insieme Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

Pier Luigi Bersani

         In questo quadro a dir poco imbarazzante per un governo il cui tratto di riconoscimento essenziale è proprio la politica estera, in continuità con quella del precedente pur avversato in Parlamento -ma non su questo versante- e guidato da Mario Draghi; in questo quadro, dicevo, a dir poco imbarazzante c’è chi fa finta di nulla, ignora, minimizza. Sono i giornali di sostegno abituale al governo. Che, un po’ come gli struzzi, infilano la testa nella sabbia. Ma prima o dopo di questo problema dovranno occuparsi pure loro: si spera -sempre per loro- prima di dovere riferire di qualche festa a casa di Pier Luigi Bersani, o dintorni, per l’esplosione di una crisi provocata -come ogni tanto preconizza fra una battuta e un sorriso l’ex segretario del Pd nei salotti televisivi sempre generosi con lui- da Salvini e dalla sua Lega. Che non si rendono conto di stare pericolosamente giocando con i capelli della bambola, per usare un’immagine diffusa nel linguaggio politico proprio da Bersani. La bambola di Palazzo Chigi.

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Tutte le rivincite di Silvio Berlusconi a più di un anno dalla morte

Dalla Stampa

         Le cronache politiche ogni tanto fanno ringiovanire chi le segue, e persino chi le alimenta. E’ il caso delle polemiche sull’intestazione dell’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi, che su certi giornali hanno sovrastato -e di parecchio- anche le notizie sul vertice non solo celebrativo della Nato nel suo 75.mo compleanno, sulle reazioni cinesi, sulla guerra in Ucraina, su quella in Medio Oriente, su quella meno cruenta a Bruxelles sugli assetti di vertice dell’Unione Europea, sul presidente francese alle prese con i risultati delle elezioni anticipate da lui volute e su altro ancora. Fra cui un’altra rivincita attribuita a Berlusconi con l’approvazione definitiva, alla Camera, di una legge sulla giustizia che sicuramente gli avrebbe fatto piacere, non foss’altro per le proteste dell’associazione nazionale dei magistrati.

Il Famedio a Milano

         Berlusconi è morto da più di un anno ma continua a vivere nel rimpianto degli amici e nel livore degli avversari, che non gli perdonano neppure i successi che involontariamente si procura anche nel loculo che ne custodisce le ceneri nella villa di Arcore. Dai funerali di Stato onorati anche dalla presenza del presidente della Repubblica al nome scolpito nel Famedio del Cimitero monumentale di Milano, alla intestazione appunto dell’aeroporto intercontinentale di Malpensa, alle leggi che ogni volta qualcuno dedica alla sua memoria fra Camera e Senato, dove manca solo che il seggio da lui occupato in vita venga monumentalizzato come è stato fatto alla Camera per quello di Giacomo Matteotti nel centenario del suo ultimo discorso antifascista e dell’assassinio che ne seguì: Silvio Berlusconi continua ad essere in qualche modo fra noi.

Da Libero

         Libero oggi nel titolo di copertina fa dare a Berlusconi “buon volo” ai comunisti che, volenti o nolenti, partiranno da Malpensa. Dove “la sinistra” è finita “fuori pista”, sempre nella rappresentazione del giornale diretto da Mario Sechi.

Dalla Notizia

         I familiari dello scomparso fondatore di Forza Italia, che gli sta sopravvivendo con una certa fortuna non prevista neppure da tutti i suoi dirigenti o eredi, hanno equiparato Malpensa a lui intestata all’aeroporto di Parigi dedicato al generale Charles De Gaulle, risparmiandosi di scendere a Roma per risalire con Berlusconi a Leonardo da Vinci. Al contrario, il giornale dichiaratamente grillino La Notizia, che si spinge dove non osa neppure il più noto e certamente diffuso Fatto Quotidiano, ha collegato Malpensa a Palermo, dove l’aeroporto è intestato a Giovanni Falcone e Piero Borsellino, per scrivere, testualmente nell’editoriale: Da Milano Malpensa a Palermo si percorrerà quindi la distanza siderale che c’è tra chi ha sacriificato la vita per combattere la mafia e chi l’ha pagata per migliorare la propria”. Bum, come un missile di carta lanciato contro una tomba. 

Dal Dubbio

         Mi sembra appropriato il titolo col quale Il Dubbio lamenta “la macabra danza politica sulle spoglie del Cavaliere…”.

Ripreso da http://www.startmag.it

Eppure ci fu un tempo in cui tutti ci sentimmo orgogliosamente ungheresi…

John Kennedy a Berlino nel 1963

  Avevo 18 anni nel 1956, quando gli ungheresi si rivoltarono all’Unione Sovietica, nella cui sfera erano caduti con gli accordi Yalta. E persero la loro partita sotto gli occhi di un Occidente rassegnato. Mi sentii con tanti miei coetanei un ungherese, ben prima che un mitico presidente americano come Jhon Fitzgerald Kennedy ci facesse sentire orgogliosamente tutti berlinesi parlando davanti al muro che ancora divideva quella città e, più in generale, il mondo tra Ovest ed Est. Era il 26 giugno 1963. Dopo sei mesi egli sarebbe stato ucciso a Dallas, nel suo Paese

Budapest nel 1956

A 18 anni mi dividevo fra la lettura del Corriere della Sera e del settimanale longanesiano Il Borghese, che avevano praticamente in comune l’inviato in Ungheria Indro Montanelli. E non esitai a riconoscermi più in Longanesi che in Montanelli quando fra i due scoppiò una furiosa polemica sulla classificazione degli insorti a Budapest: se comunisti autentici e buoni contro quelli cattivi, come sosteneva Montanelli, o per niente comunisti  contro il comunismo, come sosteneva Longanesi.

L’ospedale pedriatico di Kiev abbattuto dai russi

Chi l’avrebbe detto che nell’estate di 68 anni dopo avrei dovuto leggere le cronache politiche di una Ungheria che, a comunismo finito, crollato col muro di Berlino nel 1989, condotta da Viktor  Urban, presidente di turno dell’Unione Europea, è nelle disgrazie dell’Occidente e nelle grazie di Mosca. Dove comanda dal Cremlino non Giuseppe Stalin, morto nel 1953, non Leonid Breznev, morto nel 1982 quando era già una mummia travestita da vivo, ma Vladymir Putin. Che, già comunista pure lui, cresciuto nei servizi segreti dell’Urss, è forse peggiore degli altri due per ottusità e caparbietà nella volontà di imporre non più un’ideologia, o soprattutto quella, ma solo la forza militare del suo paese, anzi del suo regime. Rosso di sangue e di vergogna dopo due anni e mezzo di guerra all’Ucraina bombardando anche un ospedale pediatrico. Che cosa -al di là dei suoi edifici non rasi al suolo o danneggiati dai sovietici nell’occupazione territoriale più stringente seguita alla rivolta- dell’Ungheria di quel lontano, lontanissimo 1956 è difficile dire. Rimangono solo i mei ricordi giovanili. E il desolante incedere nei vertici e incontri internazionali di un presidente ungherese che nel 1956 non era neppure ancora nato. Nacque sei anni dopo, nell’Ungheria ormai ben normalizzata nella logica di Mosca, ieri come a tratti sembra ancora oggi, a dispetto della Nato che, a 75 anni appena compiuti, annovera dal 1997 quel paese fra gli aderenti. Se tutto questo vi sembra normale…

Ripreso da http://www.startmag.it il 14 luglio

Macron non vede vincitori nelle urne e si mette alla finestra dell’Eliseo

         Gli ancora orgogliosamente comunisti italiani del manifesto hanno dato dello “sfrontato” , a doppio senso, al presidente Emmanuel Macron. Che dopo qualche giorno di riflessione si è convinto che “nessuno” abbia vinto le elezioni anticipate da lui stesso volute, dopo la sconfitta nelle europee di giugno, per contenere l’avanzata della destra lepenista e determinare un chiarimento politico.

Marine Le Pen

La vittoria della destra è mancata, pur avendo essa raccolto 10 milioni di voti, cioè più di tutti gli altri, ma classificandosi al terzo posto nella distribuzione dei seggi parlamentari a causa del particolare sistema elettorale francese. Tutto legittimo, per carità, ma da un paradossale aspetto, almeno per quanti in Italia, da sinistra ma anche dal centro, accusano la Meloni di avere conquistato un anno e mezzo fa Palazzo Chigi prendendo con la sua alleanza di centrodestra meno voti di tutti gli altri, e con un’affluenza alle urne in calo.  Che invece in Francia è aumentata.

Jean-Luc Melenchon

  La vittoria della destra, dicevo, è mancata oltralpe, ma è mancata secondo Macron anche la vittoria del fronte popolare, che invece l’ha gridata ai quattro venti nelle piazze, e tanto meno quella del suo schieramento nominalmente liberale. Non ha vinto quindi nessuno, ripeto, nel ragionamento del presidente francese, che si è perciò messo alla finestra per vedere che cosa succederà nella nuova Assemblea Nazionale e dintorni e chi nominare a tempo debito capo del governo per mandarlo nella fossa  parlamentare dei leoni.  

Questo, e non altro, o di più, ha ottenuto il presidente francese con la geniale decisione, attribuitagli dai sostenitori, tifosi e simili di Francia e fuori, di giocare la carta delle elezioni anticipate. Che forse, più ancora di chiarire le cose, doveva solo proteggere in qualche modo i tre anni residui del secondo e ultimo mandato presidenziale di Macron, deciso a rimanere all’Eliseo sino all’ultimo giorno e ultima ora del calendario o dell’orologio costituzionale.

         Si vedrà se la pessimistica valutazione dei risultati elettorali, con la vittoria mancata a tutti, consentirà a Macron di muoversi meglio dietro le quinte per dividere i fronti diversi dal suo e mettere su un governo che lo esoneri fra non meno di un anno da un altro ricorso ad elezioni anticipate.

Aldo Moro

         Dalle nostre parti, in Italia, Aldo Moro -che non era il presidente della Repubblica ma, forse ancora di più, il regolo della Democrazia Cristiana- si attestò su una posizione ottimistica per uscire nel 1976 da un risultato elettorale favorevole alla Dc, con 14 milioni di voti pari al 38,71, contro i 12 milioni di voti del Pci pari al 34.3, ma paralizzante perché né l’uno né l’altro dei due “vincitori” -secondo la definizione dello stesso Moro- disponevano sulla carta di alleati disposti a farli governare uno senza o contro l’altro.

         Proprio quella ottimistica valutazione dei “due vincitori” consentì a Moro di strappare ai comunisti l’appoggio esterno ad un governo di soli democristiani. Ma era Moro, ripeto. Macron è solo Macron.

Ripreso da http://www.startmag.it

La Nato in 75 anni ha visto un’Italia di tutti i colori politici

Dal Dubbio

  Possiamo ben dire che alla Nato hanno visto e sperimentato l’Italia in tutti i colori politici possibili, anche quelli che potevano essere all’origine improbabili. Vi aderimmo con un governo a guida democristiana, il quinto di Alcide Gasperi, dopo uno scontro durissimo in Parlamento con una sinistra ancora da fronte popolare battuto nelle elezioni del 1948.

         Alle nozze d’argento dell’Alleanza Atlantica, nel 1974, l’Italia era già politicamente diversa. I governi erano ancora a guida democristiana, con Mariano Rumor a Palazzo Chigi, ma vi facevano parte anche i socialisti, che pure avevano spalleggiato i comunisti nella opposizione alla nostra adesione.

         Le nozze d’oro furono festeggiate dall’Italia con un governo presieduto per la prima volta nella storia della Repubblica da un post-comunista: Massimo D’Alema. Che è stato sinora anche l’unico perché Pier Luigi Bersani vi provò soltanto nel 2013, costretto a rinunciarvi dal suo ex compagno di partito e presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che, in particolare, gli impedì la formazione perseguita dall’allora segretario del Pd di un governo “di minoranza e di combattimento” appeso agli umori eventualmente astensionistici dei grillini. Napolitano declassò con una nota ufficiale del Quirinale a “pre-incarico” quello che tutti i giornali avevano definito incarico. E glielo tolse senza bisogno che l’interessato vi rinunciasse.

Giorgia Meloni

       Alle nozze di platino della Nato, nel 75.mo anniversario della fondazione, l’Italia ha partecipato col primo governo guidato non solo da una donna, ma da una donna di destra orgogliosamente dichiarata. La Meloni d’altronde già prima di salire a Palazzo Chigi, quando si opponeva al governo di Mario Draghi ne aveva condiviso il forte atlantismo praticato nel sostegno politico e militare all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin.

         L’edizione platinata, diciamo così, del vertice non solo celebrativo dell’Alleanza Atlantica ha ripagato forse la premier italiana degli inconvenienti politici che ha dovuto subire in Europa per i movimenti alla sua destra cavalcati con la solita disinvoltura dall’alleato Matteo Salvini. Che da una parte giura sulla durata del governo, di cui è vice presidente del Consiglio, sino alla fine ordinaria della legislatura, nel 2027, ma dall’altra contribuisce ogni volta che può e vuole ad assecondare la rappresentazione un po’ pasticciata che ne fanno le opposizioni di sinistra e di centro: a volte separatamente e a volte persino insieme, mettendosi in posa davanti a qualche fotografo.

         La politica estera è un po’ diventata, nonostante le salvinate dei giorni pari o dispari, o di tutti i giorni, il punto forte della Meloni: come accadeva alla Dc di De Gasperi e dei suoi successori. Cosa che contribuisce a coltivare nella politologia italiana la pianta, non so fino a che punto gradita alla premier, della democristianizzazione della destra. Una pianta scomoda alla parte del Pd d’origine scudocrociata.

Pubblicato sul Dubbio

La Meloni alle nozze di platino della Nato, come D’Alema alle nozze d’oro

Massimo D’Alema

Alle nozze d’oro della Nato, a 50 anni cioè dal matrimonio militare e politico degli alleati occidentali, l’Italia fu rappresentata da Massimo D’Alema: il primo e sinora unico post-comunista salito alla guida del governo. Nessuno oltr’Atlantico si sentì a disagio perché prima ancora di D’Alema, e della sua partecipazione all’intervento della Nato nei Balcani, il compianto e storico segretario del Pci Enriico Berlinguer aveva scoperto e indicato nella Nato uno “scudo” utile alla protezione anche dei comunisti italiani da quelli sovietici, che li volevano subordinati.

         Il già allora presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, grazie al cui appoggio parlamentare era nato il primo governo di un post-comunista in Italia, non ebbe difficoltà a convincere gli amici d’oltre Atlantico a fidarsi di D’Alema. Che, dal canto suo, non si sentì per niente a disagio, preceduto d’altronde negli anni ancora della guerra fredda da un Giorgio Napolitano conferenziere negli Stati Uniti.

Biden e Meloni d’archivio

         Alle nozze di platino della Nato, 25 anni dopo quelle d’oro, l’Italia è rappresentata come presidente del Consiglio da Giorgia Meloni, l’opposto politico di D’Alema. Che è arrivata in Usa dopo essere stata già accarezzata e baciata alla Casa Banca sui capelli dal presidente Joe Biden non ancora messo in croce, come in questi giorni, per la sua età. O il suo “rimbambimento” gridato ogni giorno in Italia dal Fatto Quotidiano con ampie coperture -bisogna ammetterlo- della stampa americana e di esponenti dello stesso partito di Biden.

Dal Foglio

         L’atlantismo praticato dalla leader della destra italiana già prima di salire a Palazzo Chigi, quando era ancora all’opposizione del governo del superatlantista Mario Draghi ma ne aveva condiviso il sostegno  all’Ucraina aggredita dalla Russia,  è stato sufficiente negli Stati Uniti per considerarla un’alleata affidabile e una democratica, ma non in Italia per affrancarla da quella che oggi Giuliano Ferrara sul Foglio chiama, criticandola, “la sindrome Meloni della sinistra”.

Dal Secolo XIX

E’ una sindrome che proprio oggi il vignettista Stefano Rolli sul Secolo XIX rilancia precisando che quella della Meloni è “la camicia nera” del fascismo, non “la maglia nera dei salari” rimproveratale da un critico più terra terra reduce dalla lettura di un giornale.

Giuliano Ferrara sul Foglio

L’intervento di Giuliano Ferrara ha un valore doppio per la provenienza familiare e personale del fondatore del Foglio dal comunismo italiano. E per la sua conoscenza senza pari del più storico dei segretari del Pci, Palmiro Togliatti, che gli spetta per essere “cresciuto sulle sue ginocchia”, come diceva di lui Bettino Craxi ricordando che la madre ne era stata la segretaria più di fiducia. E il padre, prima ancora che senatore del Pci, corrispondente dell’Unità da Mosca diventandone poi direttore. Ed è proprio a Togliatti, un po’ pentito degli improperi riservati in passato ad Alcide De Gasperi, che Giuliano si richiama per reclamare, a favore della Meloni, “equanimità nel riconoscimento degli avversari”.

L’eredità sempre contesa di Pirro a quasi 2300 anni dalla morte

Da Libero

Pirro, il re dell’Epiro passato alla storia grazie ai racconti di Plutarco per le sue vittorie effimere sui romani, costategli la sconfitta finale, morì nel 272 avanti Cristo, cioè 2296 anni fa. Ma ancora gli capita di rivivere in qualche sfortunato condottiero, in senso lato, che ne raccoglie lezioni ed eredità nei campi più diversi.  

Il professore Marc Lazar

         Ieri su Repubblica con la firma di Marc Lazar, che non è Plutarco ma pur sempre un apprezzabilissimo storico e sociologo francese esperto anche dell’Italia e della sua non facile politica, la successione di Pirro è toccata a Jean-Luc Melenchon. Che si sente con la sua Francia irriducibile, ribelle o come altro vogliamo tradurre la gallica insoumise, il vincitore del secondo turno delle elezioni di domenica scorsa oltralpe, e quindi delle elezioni tout court, anticipate da Macron dopo la sconfitta nelle europee di giugno per contenere l’avanzata della destra lepenista.  

         Avvolto col cuore nelle bandiere che sventolavano davanti a lui nella piazza di Parigi dove parlava, e qualcuno avvertiva di rivivere un’altra edizione della Rivoluzione, con la maiuscola, dell’ormai lontano 1789, Melenchon ha reclamato il nuovo governo e la sua guida. Anzi, ha diffidato Macron dal sottrarsi a questo obbligo, maturato secondo il tribuno di sinistra dal suo stesso appello al fronte popolare costituitosi contro la destra incombente.  

Ma -figuriamoci- Macron ha ben altro per la testa. Non darà a Melenchon né il governo né la sua guida. Avrebbe coabitato -come si dice politicamente a Parigi- con il lepenista Jordan Bardella, diventato Mardella in una scritta sul monumento parigino alla libertà, l’uguaglianza e la fraternità, ma con Melenchon no. E l’interessato dovrà darsene una ragione, gli ha spiegato Marc Lazar.

Il furbissimo, imprevedibilissimo Macron, per quanto ridotto al Micron dal mio amico e direttore Mario Sechi, ha deciso di giocare quello che Il Foglio ha chiamato il suo “terzo tempo”, una specie di coda alle elezioni che durerà con “nuovi interlocutori” non meno di un anno, quando egli potrà tornare a sciogliere anticipatamente l’Assemblea Nazionale. Ma -chissà- potrà durare anche di più, sino all’esaurimento ordinario del mandato presidenziale, con Parigi e l’intera Francia ben presidiate dai trentamila uomini in armi, di cui cinquemila solo nella Capitale, impiegati domenica scorsa. I francesi ormai con Macron vi sono abituati.

Pietro Nenni e Sandro Pertini d’archivio

Personalmente, per averne letto gli scritti, ho molta stima e anche simpatia per Marc Lazar. E nessuna naturalmente per Melenchon e il suo pasticciatissimo fronte popolare, come tutti i fronti popolari, a cominciate da quello che da ragazzo vidi naufragare nel 1948 in Italia nelle urne dopo il pieno nelle piazze, come disse sconsolato Pietro Nenni. Che aveva partecipato a quel suicidio socialista, facendosi dissanguare dai comunisti, con tanta fiducia da chiedere una volta al compagno di partito Sandro Pertini, che me l’avrebbe personalmente raccontato a Montecitorio quando era presidente della Camera: “Avremo tutte le persone necessarie e adatte a coprire i posti che ci spetteranno”? Poi, a sconfitta subìta, sempre secondo il racconto dell’interessato, toccò a Pertini consolarlo della delusione e cercare di infondergli qualche speranza di sopravvivenza politica.

Un Romano Prodi d’archivio

Marc Lazar, per tornare a lui, pecca di macronite limitandosi a Melenchon nella individuazione dell’erede di turno di Pirro. Penso, a dispetto dell’indulgenza anche degli amici del Foglio e dei “nuovi interlocutori” -ripeto- del presidente francese, che Macron faccia una bella concorrenza a Melenchon sulla strada del compianto re dell’Epiro. Egli mi ricorda un po’, per esperienza di cronaca politica, il Romano Prodi degli anni dell’Ulivo e poi dell’Unione, quando costruiva governi destinati a durare non più di un anno e mezzo. Che già era qualcosa in più del solo professore Prodi impegnato nel 1978 nella famosa seduta spiritica durante il sequestro di Aldo Moro. Ma soprattutto il Macron sopravvissuto alle elezioni di domenica mi ricorda la Rosalina che fantasticava dei guadagni dalla ricotta che portava al mercato prima che le cadesse dalla testa sulla quale la trasportava con troppa baldanza.

Pubblicato su Libero

Ma chi è il Pirro di Francia? Più Melenchon, l’indomito, o Macron?

Da Repubblica

         Marc Lazar, un fine storico e sociologo francese peraltro amico dell’Italia e conoscitore della sua politica generalmente complicata, ha commentato su Repubblica i risultati elettorali nel suo Paese evocando Pirro a distanza di 2304 anni dalla battaglia di Eraclea, solo apparentemente vinta dal re dell’Epiro perché in realtà fu la premessa della sconfitta finale. Egli ha intestato a Pirro il successo del fronte popolare guidato mediaticamente da Jean-Luc Melanchon, che reclama dal presidente francese Emmanuel Macron i gradi e quant’altro gli spetterebbero per avere consentito la sconfitta della destra lepenis

Dalla Stampa

         Quello invece al quale sta lavorando il presidente francese è “il piano anti-Melenchon”, come lo ha definito La Stampa, basato sull’obiettivo di spaccare il fronte popolare dopo averlo usato, e persino sollecitato, per non dovere coabitare -si dice in Francia- nei suoi residui tre anni di mandato all’Eliseo con un governo di destra.

Emmanuel Macron

         Mi chiedo tuttavia se nei panni dell’incolpevole e lontanissimo Pirro non debba sentirsi o essere messo proprio Macron, più ancora dell’orgogliosamemte indomito Melenchon. Ho la sensazione che -bene che gli vada, e gli augura in Italia, come vedremo, Il Foglio di Giuliano Ferrara e di Claudio Cerasa- il presidente della Repubblica d’oltralpe sia destinato a gestire a lungo, per tutto il resto del suo mandato, salvo un altro ricorso l’anno prossimo ad elezioni anticipate, le condizioni di stallo in cui ha messo o portato la Francia.

Dal Foglio

         “Il terzo turno di Macron”, hanno titolato Ferrara e Cerasa -eccoci tornati al Foglio– scrivendo nel sommario del titolo di prima pagina, con un certo sarcasmo verso i critici del presidente, che “la Francia della cosiddetta instabilità ha il premier di prima”, di cui sono state respinte per il momento le dimissioni, “e nuovi interlocutori con cui dialogare”. Ma con una calma che temo non permetteranno le condizioni della Francia, gli sviluppi della situazione internazionale, a cominciare dalla guerra in Ucraina che Putin ha reso ancora più feroce bombardando anche un ospedale pedriatico, e la gestione degli affari europei, chiamiamoli così, dopo l’ormai imminente insediamento anche del nuovo Parlamento di Strasburgo.

Romano Prodi

         Senza risalire a 2304 anni fa -ripeto- e a Pirro, mi fermerei a meno di una trentina  d’anni fa per ricordare altri eventi in terra oggi italiana: i tentativi di Romano Prodi, prima con l’Ulivo e poi con l’Unione, di governare con coalizioni appese ad un filo, e con cambi della guardia a Palazzo Chigi, la versione romana dell’hotel Matignon parigino, di una frequenza da cosiddetta prima Repubblica, odiata molto più del dovuto o dell’opportuno. Le uniche cose che Prodi riuscì a risparmiarsi da presidente del Consiglio furono nuove edizioni della famosa seduta spiritica alla quale aveva partecipato da semplice professore ai tempi del sequestro Moro, nel 1978.

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