Il Censis si arruola fra le opposizioni al governo Meloni

Giuseppe De Rita, padre di Giorgio

         Evoluzione della specie, diciamo così. Dal 92.enne Giuseppe De Rita, mitico ormai per le sue ricerche targate Censis e per la sua formazione culturale sostanzialmente democristiana, che gli permise di conoscere bene l’Italia cresciuta praticamente all’ombra politica di quel partito, pur nell’alternanza delle alleanze da destra a sinistra, al figlio 62.enne Giorgio, ingegnere aeronautico con un lungo currriculum diffuso anche dalla Presidenza del Consiglio, sotto la cui dicitura si trova navigando per internet. De Rita jr ha appena diffuso il 58.mo rapporto annuale col quale il Censis, volente o nolente il suo segretario generale, ha allungato la lista delle opposizioni al governo di Giorgia Meloni. Almeno per la rappresentazione che si è guadagnata sui giornali.

Dalla Notizia

         Ne prendo uno tra i minori, in quanto meno noti, ma tra i più chiaramente schierati col partito di Giuseppe Conte: più ancora del famoso e diffuso Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Si chiama La Notizia. Eccovene il titolo di copertina di oggi: “Un’Italia allo sbando. Redditi in picchiata. Industria in crisi. Licenziamenti a gogo. E Welfare allo stremo”. Tutto alternando rosso e nero su sfondo rosa. E sotto lo sguardo un po’ sgomento della Meloni.  

         Scritto a tre mani, il resoconto della ricerca di Giorgio De Rita viene più dettagliato e attualizzato nel sommario così: “La fotografia del Censis sull’Italia che galleggia è solo l’ultima conferma di un Paese allo sbando, tra crescita ferma e redditi erosi dall’inflazione. E a pagare sono i lavoratori, come dimostrano i licenziamenti dell’indotto di Stellantis”.

Dal Corriere della Sera

         Per una pura combinazione nel curriculum dell’ingegnere aeronautico si trova un vecchio passaggio di lavoro, fra il 1988 e il 1992,  in una società a responsabilità limitata chiamata Nova, di “ricerche e progetti per l’innovazione sociale” e quan’altro. Nova come Giuseppe Conte ha chiamato il mese scorso la sua assemblea costituente o di rifondazione delle 5 Stelle, con annesse votazioni digitali contestate da Beppe Grillo e in replica sino a domani. Un Grillo che, in attesa di una guerra preannunciata per carte bollate, prima ha improvvisato funerali senza bara e fiori del movimento da lui fondato a suo tempo e poi ha suggerito sarcasticamente  alla segretaria del Pd Elly Schlein una specie di iscrizione coatta di Conte allo stesso Pd. Che se lo meriterebbe tutto come segretario addirittura, anche se l’ex premier, da buon “progressista indipendente”, fa di tutto per distinguersene, criticando le sue scelte di politica internazionale, sociale e quant’altro.

Dal Giornale

         Una stecca nella rappresentazione oppositoria, diciamo così, del rapporto Censis è il titolo compiaciuto dedicatogli dal Giornale di antica fondazione montanelliana. Che gli ha riconosciuto il merito di avere ammesso che anche gli italiani di sinistra sono preoccupati dagli immigrati, sentendo “6 su 10 il nostro stile di vita minacciato”. Ma quella del Giornale è stata solo “una rondine”, che notoriamente “non fa primavera”. Sotto Natale, poi.  

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Giorgia Meloni nel mirino dei neo-nazisti ha desertificato la dietrologia

         E’ proprio vero che il bene non fa notizia, come scrisse una volta Aldo Moro sul Giorno polemizzando con un intellettuale che sul Corriere della Sera aveva appena rappresentato l’Italia tragicamente attribuendogliene almeno una parte delle responsabilità. Moro, in verità, in quel momento non era al governo, ma non per questo aveva perduto autorevolezza e influenza, essendo rimasto protagonista e tessitore degli equilibri politici. Destinato non a caso a finire nel mirino mortale delle brigate rosse e dintorni, forse non estranei ad uno Stato rivelatosi incapace prima di proteggerlo e poi di liberarlo, o cercare quanto meno di farlo davvero, con le buone o con le cattive, in 55 lunghissimi giorni di sequestro in un covo promosso dai terroristi a prigione e tribunale del popolo.  In nome del quale, come della libertà, si sa ormai che possono essere compiute le azioni più cattive.

Dal Corriere della Sera di ieri

         Il bene, o la notizia che oggi non trovate sui giornali perché, appunto, buona ve la do io. I dietrologi solitamente pronti e numerosi a scoprire ciò che gli ingenui o i troppo scaltri, secondo i gusti, non avvertono o vogliono nascondere, si sono finalmente presa una pausa. Nessuno, almeno finora, ha messo in dubbio la serietà delle indagini che hanno portato all’arresto di una dozzina di nazistelli e simili propostisi di ammazzare la premier Giorgia Meloni. Che fingerebbe di fare la fascista comservando la fiamma nel simbolo del suo partito, e lasciandosi trasportare allegramente a Palazzo Chigi dal baciamano di quel fascistone del premier ungherese Viktor Orban, ma in realtà sarebbe una traditrice. Non pronta ma già passata dall’altra parte. E tanto furba, astuta, diabolica -potrei addirittura prospettare sostituendomi ai dietrologi in vacanza o in astinenza- da avere allestito in due anni e più di governo una banda di apparenti, falsi malintenzionati decisi a farla fuori perché convertitasi troppo alla democrazia.

Da Libero

         Ecco, questa commedia ci è stata risparmiata, almeno per ora. Così come ci è stato risparmiato, fra le cronache vere o verosimili della politica, fra retroscena e simili, l’anticipazione o solo la prospettazione di chissà quali segrete contropartite della Meloni a Gianfranco Fini, appena espostosi pubblicamente in elogi di chi ha saputo fare meglio di lui alla guida della destra, portandola a Palazzo Chigi anziché affacciarvisi solo come vice presidente del Consiglio.

No. Non si sono trovate, per ora, tracce di chissà quale investimento, dall’ombra in cui è caduto per tante ragioni, dell’unico fascista, o post-fascista e simili perdonato dagli antifascisti, anzi portato sugli altari dell’antifascismo per un po’ di tempo, avendo avuto l’occasione, il coraggio e quant’altro di essersi rivoltato a Silvio Berlusconi nel centrodestra e di avere cercato, dall’ufficio peraltro di presidente della Camera, di abbatterlo con una mozione di sfiducia.  

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In memoria del mio carissimo amico Paolo Pillitteri

Da Libero

Ci eravamo sentiti pochi giorni fa. Lo avevo cercato io, senza ottenere risposta. E mi ero impensierito. Ma Paolo Pillitteri mi aveva chiamato il giorno dopo con un filo di voce che, a pensarci, doveva impensierirmi ancora di più. Il piacere di risentirlo mi aveva distolto da ogni altra considerazione. E ne ho un grandissimo rimorso, ora che ho appena appreso dal figlio Stefano la notizia della morte mentre compiva 84 anni.

           Lo avevo cercato per commentare insieme la notizia giudiziaria del risarcimento dei danni ai proprietari dell’ultima area occupata abusivamente a Milano dal centro sociale noto col nome della strada del suo primo insediamento, intitolata al musicista Ruggero Leoncavallo. I cui Pagliacci quei contestatori avevano a loro modo deciso di recitare mettendo in croce di giorno e di notte, con le loro attività e musiche assordanti, gli abitanti incolpevoli della zona. Che protestavano scrivendo ai giornali.

         Fresco ancora di nomina a direttore del Giorno e incoraggiato dai rapporti di amicizia che avevo con lui, misi letteralmente in croce Paolo, sindaco della città, perché si desse da fare rendendola “da bere” -come si diceva allora, volendo dimenticare gli anni bui del terrorismo- anche agli abitanti di quella sfortunata strada del suo Comune.

         Non dovetti faticare molto per convincerlo. In una giornata di Ferragosto che doveva aiutarlo sul piano della sorpresa il sindaco tentò con i suoi vigili urbani, strappando anche agenti di polizia al prefetto e al questore poco convinti, di fare sgomberare l’area occupata dai contestatori. Che, quasi avvertendo la scarsa convinzione delle altre cosiddette autorità, opposero una resistenza da guerriglia. E l’area riprese o continuò ad essere occupata, come altre che poi i successori di Paolo a Palazzo Marino avrebbero praticamente permesso agli ormai leoncavallini d’anagrafe politica e sociale di sostituire a quella originaria.

Bettino Craxxi e Paolo Pillitteri

         Peggio dei leoncavallini tuttavia si comportarono con Paolo Pillitteri i magistrati che poi si occuparono di lui nelle indagini sul finanziamento illegale della politica e sugli altri assai presumibilmente reati connessi. L’essere cognato di Bettino Craxi, avendone sposato la sorella Rosilde, fini per diventare per Paolo un’aggravante nei processi di piazza che precedettero e accompagnarono quelli di tribunale.

Antonio Di Pietro

         Ma un’altra circostanza forse ancora più aggravante fu per Paolo la sua amicizia col sostituto procuratore subito diventato il più famoso della covata “Mani pulite”: Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici. Il quale, ora disincantato ex magistrato ed ex politico, in odore o puzza di eresia agli occhi e alle orecchie di tanti giustizialisti incalliti, che non gli perdonano, per esempio, di essere favorevole, o almeno non contrario, alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, non me ne vorrà se continuo ad avere un sospetto. Che, sentendosi in conflitto d’interesse con l’amico Paolo indagato e poi imputato, egli fosse stato ancora più severo del necessario. Così andavano, del resto, le cose in quegli anni terribili: peggiori, secondo me, persino degli anni di piombo per la loro carica dirompente verso le istituzioni e la democrazia. Esse sopravvissero al piombo, ripeto, ma non so francamente se e quanto siano sopravvissute ai danni procurati da quel ribaltamento dei rapporti fra politica e giustizia certificato dall’insospettabile presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, scrivendone pubblicamente alla vedova di Craxi, Anna, nel decimo anniversario della morte del marito in terra tunisina.

         Proprio alla morte di Craxi, quasi venticinque anni fa, era stata negata peraltro a Paolo Pillitteri dalla magistratura milanese l’autorizzazione a lasciare l’Italia per il tempo necessario a partecipare ai funerali del cognato. La ciliegina, direi, sulla torta dell’orrore.

         Addio, Paolo, amico mio carissimo.

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L’autofunerale poco comico del Beppe Grillo politico

Dal Dubbio

Tanto fu accorto, sobriamente accorto, a suo tempo scegliendo la festa di San Francesco d’Assisi come giorno di fondazione del suo movimento politico ispirato alle stelle, quanto è stato distratto Beppe Grillo scegliendo per i funerali della sua creatura, salvo “compostazione” dei resti, il furgone -credo -credo- più costoso sul mercato dell’acquisto o dell’affitto. L’ho scambiato pure io, lì per lì, vedendolo arrivare alla sua guida, per un fuoristrada di listino ordinario, anche per i noti gusti meccanici di Grillo.  Che nel lontano 1981 si avventurò alla guida del mostro di turno su una strada ghiacciata con esiti, a dir poco, infausti.

         Sarà stato per avere lui dimenticato fiori e corone, cui ha poi provveduto sui giornali qualche vignettista, sarà stato per la mia inescusabile ingenuità di spettatore, non ho avvertito all’istante lo sfondo funebre della performance decisa da Grillo. E preannunciata come “messaggio delicato” 24 ore prima.

Una volta insieme

         Ma ora, a esequie immaginate o proposte dall’alto della sopraelevata dove Grillo ritiene di essere visto, e anche preso un po’ giro, da un Giuseppe Conte abituato a muoversi nei sottopassaggi come una volta si pensava che fossero capaci solo i democristiani; a esequie, ripeto, immaginate o proposte, che cosa davvero ha in mente il fondatore di un movimento che ben prima del Landini dei nostri giorni si era proposto di rivoltare l’Italia come un guanto? O di aprire il Parlamento con le sue truppe d’assalto orgogliosamente non professionali, a mandato rigorosamente limitato, come una scatoletta o un barattolone di tonno?  A saperlo davvero.

L’unica, reale prospettiva che si intravvede è di natura giudiziaria, si spesa solo civile e non anche penale, in una contesa lunga e complicata di sigle e di nomi, di contratti e di clausole.  Un po’ troppo o troppo poco, secondo i gusti, per chi aveva pensato, quanto meno, di divertirsi. E per giunta gratis, senza andare necessariamente a teatro e pagare il biglietto.

Pubblicato sul Dubbio

Quella orgogliosa solitudine annunciata da Giuseppe Conte

Dal manifesto

         Quei megalomani dei nostri cugini francesi, come spesso -confessiamolo- li abbiamo considerati, anche quando la buonanima di Cavour riuscì ad ottenerne l’aiuto per fare uscire l’Italia dall’”espressione geografica” alla quale l’aveva relegata a Vienna Metternich, possono godersi in questi giorni lo spettacolo del “re solo”. Come al manifesto hanno rappresentato il presidente Emmanuel Macron, deciso a rimanere in carica sino alla scadenza ordinaria del suo mandato, nel 2027, ma incapace da luglio scorso di allestire un governo capace di restare in carica per più di qualche settimana, o quasi.

         I tedeschi stanno scommettendo fra di loro su quanto perderà nelle elezioni anticipate di febbraio il loro cancelliere Olaf Sholz. Gli americani stanno aspettando con un’ansia neppure tanto trattenuta l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, vista la quantità enorme di novità che egli ha promesso o minacciato per essere eletto e prendersi la rivincita su Joe Biden, che lo aveva sconfitto l’altra volta con risultati contestati a furor di scalmanati incitati dallo stesso Trump contro il Campidoglio di Washington. I coreani del Sud reclamano per strada le dimissioni di un presidente sconfessato in Parlamento in un tentativo di soppressione o sospensione della democrazia.

         Noi, in Italia, in un quadro inconsueto di stabilità governativa, per quanto disturbato dalle “schermaglie” interne ammesse dalla premier Giorgia Meloni e dagli scioperi dichiaratamente politici di un sindacalista -Maurizio Landini- deciso a rivoltare il Paese “come un guanto”, dobbiamo accontentarci di contemplare la solitudine di Giuseppe Conte. Che è stato due volte presidente del Consiglio, con maggioranze di segno opposto, e si è illuso per un po’ di potere tornare a farlo      in e con una coalizione di sinistra dal “punto più alto dei progressisti” dove lo avevano promosso qualche anno fa l’allora segretario del Pd  Nicola Zingaretti e il suo consigliere, amico e quant’altro Goffredo Bettini.

Dalla Stampa

         Ora, ripudiato sotto le 5 Stelle dal garante ripudiato, a sua volta, Beppe Grillo, che si è spinto a celebrare i funerali pur virtuali del suo movimento mettendosi alla guida di un furgone vuoto di bara e di fiori, Conte ha appena affidato alla Stampa, in una intervista, alcuni annunci confermativi o peggiorativi della sua crisi di solitudine. In particolare, egli ha detto che ciò che gli resta o gli resterà del movimento, di qualsiasi denominazione e simbolo, andrà “solo al voto”. Anzi, “soli”. Al plurale che si vedrà di quali dimensioni. Ed ha tenuto a spiegare che “non siamo di sinistra”, per quanto lui la pratichi collocando, per esempio, i suoi con la sinistra radicale nella geografia del Parlamento europeo.

         Quella di non essere o di non poter essere considerati di sinistra dalle parti di Conte sembrava qualche giorno fa solo una battuta di Romano Prodi nel criptico dibattito interno al Pd sulla costruzione dell’alternativa al centrodestra. Ora invece è un’autocertificazione.

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Le navigazioni in Italia dei marinai che non sanno dove andare

         Per deformazione professionale ho pensato alle nostre miserabili cronache politiche finendo di vedere a Rai Storia la prima puntata, dedicata alle eccellenze italiane in mare, della serie “Che magnifica impresa” di Mario Sechi. Il quale ha voluto riproporre, fra il sorriso compiaciuto e consenziente di Marco Tronchetti Provera, un Seneca quanto mai attuale con quel monito sulla inutilità del vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.

         Beppe Grillo, che è anche uomo di mare, oltre che di teatro e di politica a mezzadria con la comicità, appena tornato sulle prime pagine dei giornali per il funerale immaginario, e di lusso, del suo movimento pentastellare, sa davvero dove andare adesso che si è spinto al largo dopo avere scaricato Giuseppe Conte? E Conte sa dove andare, per terra o per mare, con la sua ciurma o simile di “progressisti indipendenti”? Indipendenti non solo dal Pd della Schlein, che l’ex premier considera troppo a destra, guerrafondaia eccetera, ma anche da loro stessi.

La segretaria del Pd Elly Schlein

         E la Schlein, sì proprio lei, la segretaria del Nazareno che è convinta di arrivare sempre dove nessuno l’aspetta? Sa dove andare davvero, oltre che alla ricerca di quell’araba fenice di complemento, rispetto al Centro, che è l’alternativa al centrodestra al governo da più di due anni a conduzione meloniana? E’ una domanda che temo condivisa nel Pd anche da chi dice di apprezzarla. Come, per esempio, in ordine rigorosamente alfabetico, il presidente del partito Stefano Bonaccini, l’ex commissario europeo Paolo Gentiloni, appena restituito alla politica interna, e l’ex presidente un po’ di tutto, compresa la Commissione europea, Romano Prodi.

         Bonaccini appare insofferente dei veti e delle liste bloccate. Gentiloni convinto che ci sia  ancora molta strada da compiere sulla strada dell’alternativa. Prodi si aspetta, sempre su questa strada, proposte più concrete. Se non sono critiche, non sono neppure applausi. O se non è zuppa, è pan bagnato. 

Le auto poco francescane che Beppe Grillo preferisce per i funerali

La vignetta della Gazzetta del Mezzogiorno

Diavolo di un uomo, di un comico, di un politico, nell’ordine in cui Beppe Grillo potrebbe essere considerato o definito senza offenderlo. Il fondatore del MoVimento 5 Stelle volendo proporre nella sua ultima performance l’immagine della morte, del funerale e di quant’altro cui la propria creatura sarebbe stata ridotta da Oz, come lui chiama ora Giuseppe Conte, ha scelto di farsi riprendere alla guida del più caro e lussuoso carro funebre, credo, in commercio. Prodotto dalla Mercedes. Così lussuoso e luccicante che personalmente ho avuto difficoltà a riconoscerlo, avendolo scambiato lì per lì per un SUV di listino ordinario, prima di insospettirmi sentendo parlare il conducente in camicia blu del suo movimento “ormai morto”. Mancavano solo i fiori e le corone appostevi in una vignetta da Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno con Conte per niente in lutto.  

Grillo al volante

         Fra tutti i carri funebri da potersi fare prestare da qualche amico titolare di agenzie del settore o da affittare per il suo breve spettacolo parapolitico, chiamiamolo così, Grillo è riuscito a scegliere il più lontano da quello stile sobrio, dichiaratamente francescano, da lui stesso rivendicato di recente per sé e gli amici ancora fedeli. Contrapposto a quello “gesuitico” di Conte reduce, o ancora sul palco o podio circolare dell’assemblea costituente del movimento pentastellato chiamata Nova, esplosa in un boato all’annuncio del risultato della votazione digitale con la quale gli iscritti avevano soppresso la figura di Grillo garante o elevato. Anzi “super-elevato”, come lo stesso Grillo ha accusato Conte di sfotterlo vedendolo dai “sottopassaggi” in cui si muoverebbe scimmiottando la Dc di un tempo. 

         Un Papa insieme francescano, tanto da averne assunto il nome sul trono di Pietro, e gesuita di formazione e appartenenza come Bergoglio usa auto utilitarie per farsi trasportare dentro e fuori le mura del Vaticano. Altro che la Mercedes e il SUV di uso da parte di Grillo per i suoi viaggi da spettacolo.   

Dall’Identità

         A parte le bizzarrie ironiche alle quali si sono abbandonati i giornali -dal “Grillo in modalità becchino” dell’Identità al “requiem di Grillo” sulla Stampa e al “funerale show” di Libero- c’è una circostanza storica, diciamo così, che dovrebbe suggerire a Grillo di tenersi alla larga da certe macchine. E’ quel disgraziato incidente stradale procuratosi il 7 dicembre 1981 a  bordo di un fuoristrada in Piemonte, guidandolo spericolatamente su neve e ghiaccio. Lui si salvò sull’orlo di un burrone buttandosi fuori all’ultimo momento dal mezzo di cui aveva perso il controllo, ma gli amici che aveva ospitato ci rimisero la vita. Per loro quel fuoristrada divenne un furgone mortuario. Assolto in primo grado, Grillo fu condannato nel giro di 7 anni a 14 mesi di reclusione per omicidio colposo, godendo tuttavia dei benefici, per niente comici, della condizionale e della non iscrizione.

Grillo sfida Conte a farsi un suo movimento, non appartenendogli le 5 Stelle

         Per lanciare il “messaggio delicato” preannunciato ieri Beppe Grillo non è neppure sceso dal lucente e lussuoso carro funebre automobilistico in cui si è fatto riprendere dalla telecamera all’arrivo davanti ad una delle sue case. Egli è rimasto seduto al posto di guida, ha calato elettricamente il vetro del finestrino e ha parlato dichiarandosi consapevole di avere “perduto” la partita con Giuseppe Conte, che chiama ormai solo Oz, togliendogli anche la qualifica di mago.

  Al tempo stesso, tuttavia,  rovesciando il rapporto reclamato dall’ex presidente del Consiglio nel momento in cui aveva annunciato il suo licenziamento da consulente a contratto per la comunicazione, Grillo ha licenziato Conte dal MoVimento 5 Stelle. Che il fondatore ritiene tanto di sua proprietà, con tutte le conseguenze che potranno derivarne sul piano giudiziario, da invitare, sfidare e quant’altro Conte a farsene uno per conto suo. Che evidentemente dovrà chiamare in altro modo.

         Dalle nuove votazioni digitali, che pure ha reclamato come garante dopo quelle che hanno abolito la sua carica e il suo ruolo, e che Conte ha predisposto dal 5 all’8 dicembre, Grillo non si aspetta niente. Non ha neppure dato l’indicazione preannunciata nei giorni scorsi di non votare per fare mancare la partecipazione necessaria a renderne valido il risultato. Per lui già nell’altro, primo turno, nonostante il “quorum” vantato da Conte in persona davanti all’assemblea costituente chiamata “Nova”, aveva votato meno della metà più uno degli iscritti. Peraltro ridotti da 160 mila a meno di 90 mila in cinque mesi con una epurazione camuffata, secondo le evidenti convinzioni del fondatore, da verifica della loro concreta operatività.

L’hastag dei grillini di qualche giorno fa

         Grillo ha invitato a questo punto i suoi amici a regolarsi come vorranno fra il 5 e l’8 dicembre, Potranno mettersi davanti al computer o al telefonino per votare o “andare per funghi”.  E Conte potrà anche trastullarsi e cantare vittoria con i risultati. Ma non per questo il movimento 5 Stelle gli apparterrà. Esso continuerà ad appartenere invece a Grillo, che lo trasformerà, aggiornerà e quant’altro come un rifiuto già orgogliosamente da lui definito “compostabile”.

         A quel punto al fondatore non interesserà più verificare di quanto ancora calare il patrimonio elettorale di Conte, ridottosi già di più della metà rispetto a quello ereditato assumendone la presidenza, una volta allontanato da Palazzo Chigi per essere sostituito da Mario Draghi.

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L’operazione lampo della Meloni per la successione di Foti a Fitto nel governo

Raffaele Fitto

La rapidità con la quale, d’intesa col Quirinale, la premier Giorgia Meloni ha voluto e potuto sostituire -in poche ore- il ministro degli affari europei Raffaele Fitto, dimessosi perché insediatosi a Bruxelles come uno dei vice presidente esecutivi e commissario del nuovo esecutivo europeo di Ursula von der Leyen, ha naturalmente un suo significato politico. Essa smentisce lo spettacolo, esasperato dalle opposizioni, delle divisioni o “schermaglie”, come le aveva definite la stessa Meloni, nel governo e nella maggioranza di centrodestra.

         Inoltre, l’esplicito riconoscimento da parte della Meloni del nuovo ministro e collega di partito Tommaso Foti  come  “militante coerente e appassionato” colora di più la nomina, confermando la posizione dominante della destra nella coalizione di governo.

Dal Messaggero

         Ha un suo forte significato politico anche la decisione della Meloni di passare intatte a Foti, senza spacchettamenti e simili, di cui si era parlato nelle scorse settimane,       le deleghe di Fitto. La cui rilevanza è stato peraltro sottolineata dal capo dello Stato quando ha incoraggiato il nuovo ministro, che aveva appena giurato, l’ importante ruolo di governo assunto dopo l’esperienza di capogruppo alla Camera.

         Nel complesso la Meloni può considerare l’operazione lampo condotta per la sostituzione di Fitto come un rafforzamento del suo esecutivo. Mentre altri in Europa se la passano molto male: da Berlino a Parigi. In Germania sulla strada ormai delle elezioni anticipate, in Francia con il già agonizzante governo Barnier faticosamente nominato dal presidente della Repubblica Emmanuel Macron dopo la sconfitta personale subita nelle elezioni europee di giugno. E il tentativo di recupero compiuto con le successive elezioni politiche anticipate.

Dal Fatto Quotidiano

         In quello che la buonanima di Silvio Berlusconi definiva “il teatrino politico”, cui pure lui tuttavia finì per contribuire in Italia, resta alle opposizioni solo il solito gioco di rimessa e di incitamento alla rissa. “Forza Italia a mani vuote”, ha titolato per esempio Il Fatto Quotidiano scommettendo sulla delusione e sulle possibili ritorsioni del partito guidato dal vice presidente del Consiglio Antonio Tajani. Che forse aspirava a raccogliere per qualcuno dei suoi uomini almeno una parte del pacchetto delle deleghe di Fitto.

Maurizio Lupi

         Di Tajani è stata offerta a sinistra in questi giorni anche la rappresentazione di un leader insidiato nella sua area dai riguardi della Meloni per il partitino molto visibile di Maurizio Lupi. Alle cui aspirazioni di crescita, dopo l’arrivo delle ex forziste Mariastella Gelmini e Mara Carfagna provenienti da Carlo Calenda, la Meloni ha voluto fare arrivare un pubblico messaggio di incoraggiamento.

Da Domani

         Dalle parti di Domani, il giornale di Carlo De Benedetti che fa concorrenza a Repubblica nell’opposizione al governo,  si è voluto indicare nella nomina di Foti, perché emiliano, il segno di una umiliazione del Sud, essendo Fitto meridionale.

Gentiloni libero offre “una mano” alla Schlein ma potrebbe diventarne un problema

Dal Dubbio

Sarà una coincidenza casuale, non di quelle garantite ai viaggiatori negli orari dei trasporti, quando funzionano, ma dovrebbe forse impensierire la segretaria del Pd Elly Schlein il convegno critico promosso in un albergo romano dal presidente del partito Stefano Bonaccini e un’intervista quasi simultanea rilasciata al Corriere della Sera da Paolo Gentiloni., ormai ex commissario europeo all’economia.  

Gentiloni al Corriere della Sera

         “Cosa farà adesso? Torna in Italia e si occupa anche del Pd?”, gli ha chiesto l’intervistatore Paolo Valentino, che ne ha seguito l’attività a Bruxelles.  “Vorrei continuare a dare una mano al progetto europeo, soprattutto nei rapporti con il Sud globale. E poi cercherò ovviamente di dare una mano anche in Italia, nel mio partito e nel centrosinistra, per contribuire a far maturare un’alternativa al governo. C’è ancora molta strada da fare per un’alternativa credibile”, ha risposto Gentiloni.

Romano Prodi

Quest’ultimo, quindi, sia pure ancora interessato al “progetto europeo”, si sente attratto “ovviamente”, ripeto, dalla politica interna italiana – cui ha partecipato nel passato da ministro e da presidente del Consilio- e dai problemi del suo partito. Il Pd appunto guidato dalla Schlein. Alla quale, del resto. già un altro ex presidente del Consiglio, e anche ex presidente della commissione europea, Romano Prodi, pure lui intervistato dal Corriere della Sera, ha appena consigliato, raccomandato e quant’altro di essere più concreta, diciamo così, nei propositi e nelle proposte di una reale alternativa di governo. Oggi ancora troppo generica, evidentemente, per attrarre gli elettori e strappare loro i voti necessari all’alternativa al centrodestra.

Stefano Bonaccini

Bonaccini nel convegno della sua area chiamata “Energia popolare” ha aggiunto alle osservazioni di Prodi una considerazione di metodo non meno importante, riguardante perimetri e criteri di gestione del “campo largo” -lo ha chiamato così, anche se non piace a Giuseppe Conte- in cui dovrebbero ritrovarsi i partiti di una nuova maggioranza. “Lo schema del volta per volta del cosiddetto campo largo- ha avvertito Bonaccini- non basta più. Serve una nuova alleanza di centrosinistra. Non lasceremo più a nessuno il diritto di porre veti e ricatti”.

Giuseppe Conte

Il riferimento è chiaro  all’antirenzismo di Conte, costato in Liguria al Pd, pur con quasi il 30 per cento dei voti contro meno del 20 per cento della destra riconducibile alla premier Giorgia Meloni, la sconfitta elettorale per il rinnovo anticipato dell’amministrazione regionale. Non parliamo poi, per restare al confronto fra i numeri elettorali di quella regione, del 4,6 per cento del movimento di Conte, non votato in Liguria neppure da Beppe Grillo.

Oltre alla conduzione di un’eventuale coalizione alternativa al centrodestra, Bonaccini ha sollevato un problema di metodo anche nella gestione del Pd da parte della segretaria riuscita l’anno scorso a precederlo nella corsa al Nazareno, superandolo nelle primarie aperte ai non iscritti dopo avere perduto nelle votazioni limitate ai tesserati.

In particolare, Bonaccini ha avvertito la Schlein, con largo anticipo rispetto ad una scadenza ordinaria della legislatura che non sembra minacciata davvero dalle divisioni che pur esistono nel governo e nella maggioranza, ridotte a “schermaglie” dalla Meloni, che le candidature sono cose troppo serie e delicate per rimanere nella disponibilità della segreteria del Nazareno, In mancanza del voto di preferenza le liste bloccate dei candidati al Parlamento andranno elaborate attraverso le primarie. Cui difficilmente d’altronde la Schlein potrebbe sottrarsi, visto che se n’è giovata nella scalata al vertice del partito.

Schlein con Landini e Bonelli

Anche di questo problemino, se vogliamo considerarlo così rispetto alla costruzione di quella che Bonaccini ha chiamato “una nuova alleanza di centrosinistra”, dovrebbe occuparsi Gentiloni nel “suo” Pd, ora che ne ha il tempo e, pare, pure la voglia avendo finito il suo lavoro a Bruxelles. Ma alla costruzione della nuova alleanza di centrosinistra appartiene pure -a pensarci bene- il perimetro andato sempre più allargandosi di recente con le incursioni del segretario generale della Cgil Maurizio Landini. Che ha rivendicato in piazza il carattere politico dei suoi scioperi, finalizzati a “rivoltare l’Italia come un guanto”, variante del calzino evocato dai magistrati più di trent’anni fa.

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