Un governo balneare a sua insaputa tra liti, duelli, scintille dei due vice presidenti del Consiglio

Dal Corriere della Sera

Chiamatelo “duello”, come titola il Corriere della Sera sui due vice presidenti del Consiglio, Matteo Salvini e Antonio Tajani, che si rinfacciano i si e i no dei loro eurodeputati alla conferma della presidente della Commissione Ursula von der Leyen; chiamatela “lite”, come il Giornale e il Secolo XIX; chiamatele “scintille” o “sportellate” come Libero, rispettivamente, nel titolo e nell’editoriale del direttore. Aggiungete pure gli aggettivi “provinciali, sbagliate e incomprensibili” applicati dal ministro della Difesa Guido Crosetto sulla Stampa alle polemiche nelle quali si stanno misurando da giorni i due vice della Meloni alla guida del governo.  Uno dei quali tuttavia -Salvini- è meno lontano dell’altro dalla presidente del Consiglio nella valutazione della conferma della presidente della Commissione europea, messasi nel frattempo in ferie per trattarne meglio dietro le quinte la composizione. Ma il quadro della maggioranza italiana di governo che esce dalle cronache politiche non è per niente “stabile” come vanta la premier rivendicando proprio per questa stabilità -unica, secondo lei, in tutta Europa dopo le elezioni di giugno- una presenza qualificata dell’Italia nell’organo formalmente esecutivo dell’Unione.

Dal Giornale

Il quadro sembra piuttosto di una stabilità “balneare”, come nella cosiddetta e lontana prima Repubblica si diceva del governo transitorio di turno che si formava in attesa che i partiti trovassero intese più precise, solide e durature almeno nelle intenzioni. Che ogni tanto, peraltro, venivano disattese perché annaspavano anche i governi che nascevano senza l’influenza del “generale Agosto”, di supporto al presidente della Repubblica.

Da Libero

Il fatto che alla maggioranza di governo in queste condizioni “non buone”, come dice il Papa parlando più in generale della democrazia nel mondo, corrisponda uno schieramento di opposizione ugualmente diviso nei contenuti e persino nelle forme di un’alternativa, potrà essere di consolazione per la Meloni nelle interviste che rilascia, preferendole alle conferenze stampa, ma non di risoluzione o di uscita dalle difficoltà.

Può essere consolatorio ma non risolutivo anche il fatto che se Roma piange, per esempio, Parigi non ride, essendo il governo francese dimissionario e non sapendo il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, pur forte della sua elezione diretta, come uscire dalla precarietà nella quale si è infilato lui stesso con elezioni anticipate improvvisate al solo scopo di contenere l’onda di destra prodotta oltralpe dalle elezioni europee di giugno.

Non ridono, d’altronde, neppure a Washington nella corsa alla Casa Bianca.  Non parliamo poi di Kiev e di Gaza.

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L’irruzione del penultimo Matteo Renzi nella cronaca politica

         Diavolo di un uomo, più botte prende –come la mancata elezione all’Europarlamento- e più Matteo Renzi riesce a rimanere in campo infilandosi nelle prime pagine dei giornali fra Biden e Trump, fra la guerra in Ucraina e quella a Gaza e dintorni, fra Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen e sfuggendo persino al blackout informatico che pure ha paralizzato mezzo mondo.

Renzi e Schlein al pallone

         Ora, da quando in una partita di calcio fra politici e cantanti ha passato una palla alla segretaria del Pd Elly Schlein facendole segnare un gol, per quanto annullato per fuori gioco, ma guadagnandosene lo stesso un abbraccio riconoscente e ricambiato, Renzi ha aperto la stagione di un suo possibile ritorno non dico nel Pd, ma almeno nei dintorni. Sistemandosi in quel cosiddetto campo largo che va e viene nelle cronache politiche e creando panico o speranze, secondo i casi.

Dal manifesto

         Il panico è quello avvertito fra i grillini e tradottosi nel titolo, anzi titolino, nella prima pagina del manifesto sul “gelo dei 5 stelle”. Che non hanno dimenticato l’abbraccio di Renzi a Giuseppe Conte nel 2019 per salvarlo dalle elezioni anticipate perseguite da Matteo Salvini, ma ancor più il successivo strattonamento e infine rovesciamento per rimuoverlo da Palazzo Chigi e farlo sostituire con Mario Draghi.

Dalla Notizia

         La Notizia, intesa come giornale, che -diversamente dal Fatto Quotidiano– segue la linea del partito pentastellato senza la pretesa di suggerirla o persino imporla, è andata ben oltre il gelo del manifesto ed ha annunciato con un titolo graficamente sobrio di apertura, sotto un occhiello in rosso che dice “Vade retro”, netto e sicuro: “Conte stronca il piano di Renzi”. Un piano chiamato “centro-sinistra”, col trattino delle prime edizioni dell’analoga formula della seconda metà degli anni Sessanta, quando Aldo Moro realizzò i suoi primi governi a partecipazione socialista con maggioranza “delimitata” a destra e a sinistra, tenendo rigorosamente fuori, rispettivamente, i liberali e i comunisti.

         Che Renzi pensasse o pensi ancora a qualcosa di simile al centro-sinistra col trattino, anche se ormai non esistono più nominalmente né i liberali né i comunisti, si può essere indotti a pensarlo dal riferimento che lo stesso Renzi ha fatto, sempre dopo la partita di calcio con la Schlein, alla Dc “di centro che guarda a sinistra”. Essa fu teorizzata dalla buonanima di Alcide Gasperi quando cominciò ad avvertire il logoramento della politica centrista con i socialisti all’opposizione al pari dei comunisti.

Dal Giornale

         Se il panico di quello che potremmo chiamare il penultimo Renzi, potendosene già prevedere un’altra edizione ancora, è espresso dal manifesto, e un po’ allontanato dalla Notizia, la speranza che l’ex premier stia in fondo lavorando per raggiungere effetti opposti a quelli propostisi o attribuitigli è nel ragionamento e nel titolo dell’editoriale di Alessandro Sallusti sul Giornale: “Renzi a sinistra. Tranello in vista”. Non è proprio una rima, ma poco ci manca.

Tutti i no di Giorgia Meloni nella partita europea

Dal Dubbio

Non so se si debba considerare più sorprendente, esplosivo e quant’alro il no della Meloni a Ursula von der Leyen o ai tanti che in Italia le avevano consigliato di votare, anzi di far votare sì, visto che la premier ha voluto essere eletta al Parlamento europeo avvertendo in anticipo che ne sarebbe rimasta fuori. Consigli formulati pubblicamente alla Meloni, allo scopo di evitare l’isolamento, l’emarginazione, la irrilevanza e altri guai da alleati di governo come i forzisti del vice presidente del Consiglio Antonio Tajani, da esponenti qualificati dell’opposizione come Enrico Letta, già segretario del Pd, senatori a vita come Mario Monti ed estimatori dichiarati come Pier Silvio Berlusconi ai margini di un evento aziendale finito sulle prime pagine dei giornali per altre valutazioni. Che hanno riguardato, in particolare, tempi e modi non condivisi dell’intestazione dell’aeroporto di Malpensa al padre, con le polemiche ne sono conseguite, il progetto leghista di un aumento delle risorse pubblicitarie alla Rai per ridurne il canone, la mancanza di un leader in cui possano riconoscersi i moderati e la necessità forse conseguente che Forza Italia diventi un partito più agguerrito, “di sfida e non di resistenza”. Parole testuali del capo di Mediaset.

Pier Silvio Berlusconi

         Convinto, ripeto, che ai moderati manchi in Italia un leader evidentemente dopo la morte del padre, Pier Silvio Berlusconi non deve considerare moderata la pur conservatrice -e non fascista, come la dipingono i detrattori- Giorgia Meloni. Della quale tuttavia ha tenuto ad apprezzare la guida del governo, sino a consigliarle amichevolmente- ripeto- di non lasciarsi scappare appoggiare pubblicamente la conferma della presidente della Commissione europea, dopo essersi astenuta sulla sua designazione nei vertici dai quali era partita la designazione. Ma la Meloni non ha voluto ascoltare neppure Berlusconi jr, chissà se a costo di fargli crescere la tentazione, cui il giovane ha finora resistito, di imitare in tutto e per tutto il padre, da cui ha dichiarato di avere ereditato pure “il dna della politica”.

Antonio Tajani

         Più ancora della Meloni, tuttavia, sul versante moderato dovrebbe essere Tajani a temere un cedimento di Pier Silvio Berlusconi alla tentazione della politica perché sarebbe francamente difficile immaginare il figlio del Cavaliere in posizione subordinata rispetto al segretario attuale nel partito fondato dal padre, per quanto eletto il vice presidente del Consiglio sia stato eletto al vertice da un congresso nei mesi scorsi. E’ altrettanto difficile immaginare Pier Silvio Berlusconi scendere in politica fuori dal partito fondato dal genitore, di cui ha accettato di ereditare con gli altri familiari anche i debiti, e non solo il ricordo.

         Senza volere essere in qualche modo blasfemi, visto di chi e di che cosa si tratta, il rapporto tra la famiglia Berlusconi, nella sua articolazione maschile e femminile, e Forza Italia è un po’ quello intercorso a suo tempo fra la Chiesa e la Democrazia Cristiana, fino a quando il partito scudocrociato non decise autonomamente di sciogliersi con un telegramma dell’allora e ultimo segretario. Che fu Mino Martinazzoli, preso in giro per questo anche  da Umberto Bossi, che con la sua Lega ne stava ereditando al Nord una parte consistente di elettorato.

Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni d’archivio

         Vedete quante cose, volente o nolente l’interessata, può portarsi appresso il no maturato a sorpresa per molti dalla Meloni alla conferma di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione di Bruxelles, dopo tante occasioni e immagini fotografiche che le hanno viste accomunate con una certa simpatia nei quasi due anni ormai di esperienza della leader della destra alla guida del governo italiano? La politica è un po’ come la matrioska: la bambola russa che ne contiene tante altre di dimensioni minori ma ugualmente attraenti.  

Pubblicato sul Dubbio

Scoppia all’Europarlamento la coppia Meloni-von der Leyen

         Alla fine, dunque, la coppia è scoppiata: quella alla quale ci avevano abituati con incontri, sorrisi e abbracci Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni.

         Già incrinata il mese scorso nei vertici europei seguiti alle elezioni continentali di giugno con l’astensione della Meloni sulla designazione della von der Leyen per la conferma alla presidenza della Commissione di Bruxelles, la coppia -ripeto- è scoppiata col voto negato nel Parlamento europeo dalla delegazione italiana dei conservatori su ordine della premier partito dall’Inghilterra, dove la premier era ieri per impegni internazionali.

Giorgia Meloni

         Il discorso programmatico della von der Leyen pronunciato davanti all’Europarlamento, come l’ultima telefonata intercorsa prima fra le due, non ha convinto la Meloni. Che ha tenuto ad annunciare pubblicamente il suo giudizio negativo, per “metodo e merito”, sulla conferma della presidente della Commissione. E a precisare tuttavia che ciò non comprometterà il raporto fra il governo di Roma e l’organismo esecutivo dell’Unione, dove l’Italia sarà rappresentata al livello che le spetta per le sue dimensioni.

         Parlare a questo punto di maggioranza e di opposizione per collocare, anzi relegare l’Italia nella seconda ha poco senso, o nessuno. Non si è mai visto francamente un governo composto anche dall’opposizione, neppure nelle forme più eccezionali o emergenziali immaginabili.

         Peraltro, lamentare o denunciare il ruolo minoritario, marginale, ininfluente dell’Italia nell’Unione, dopo la votazione parlamentare di conferma della von der Leyen, da parte dell’opposizione italiana al governo è un po’ anacronistico, essendosi questa opposizione comportata a Strasburgo come la maggioranza di centrodestra, cioè dividendosi. Se i forzisti hanno votato a Strasburgo per la presidente della Commissione al pari degli europarlamentari del Pd,  quelli meloniani e leghisti hanno votato contro al pari della sinistra radicale -separatasi dai verdi favorevoli alla von der Leyen- e dei grillini o contiani. Polemizzare in queste condizioni è un po’ come se il bue desse del cornuto all’asino, secondo un vecchio detto popolare.

Titolo della Stampa

         La verità è che il voto dell’Europarlamento a favore del secondo mandato dell’ex ministra tedesca della Difesa più che di fiducia, è stato di avvio. Peraltro con una cinquantina di cosiddetti franchi tiratori, staccatisi a scrutinio segreto dalla maggioranza dichiarata.  Il resto sarà tutto da vedere e da vivere, man mano che la Commissione si formerà, i suoi membri saranno vagliati dall’Europarlamento e le sue decisioni, iniziative e quant’altro passeranno per la valutazione dell’assemblea eletta il mese scorso. Allora la maggioranza e l’opposizione italiane continueranno a dividersi, magari non nello stesso modo, secondo i temi, e a non potersi reciprocamente rimproverare o rinfacciare niente se non nel solito teatrino mediatico. Così è se vi pare, come dice un celebre dramma di Luigi Pirandello. 

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Il centrodestra scosso a sorpresa da Pier Silvio Berlusconi

Da Repubblica

In otto centimetri quadrati della prima pagina del Giornale, che si può considerare di casa da quelle parti, si trova rappresentata, fra titoli e foto, la scossa sismica subita dal centrodestra italiano nelle ultime 24 ore. E annunciata da Repubblica con questo unico e laconico titolo: “Pier Silvio scuote la destra”. Dove Pier Silvio è naturalmente il figlio più noto ed esposto di Silvio e basta: il fondatore di Foza Italia e del centrodestra ed ex presidente del Consiglio, morto poco più di un anno fa e già intestatario di un aeroporto -quello di Malpensa- per iniziativa del vice presidente del Consiglio e leader leghista Matteo Salvini. Di cui il figlio ha tenuto a non condividere pubblicamente i “tempi”, troppo rapidi. Che si sono prestati a polemiche un po’ sgradevoli.

Dalla Stampa

         Ma, più che per la protesta – valorizzata dalla Stampa- contro i tempi, modalità e quant’altro voluti da Salvini per l’intestazione dell’aeroporto di Malpensa allo scomparso ex presidente del Consiglio, il figlio di Berlusconi è finito sulla prima pagina del Giornale per avere sostenuto in un evento, diciamo così, aziendale che “serve una nuova Forza Italia”, essendo i moderati “senza leader”. E dovendosi offrire, garantire e quant’altro ad essi  “un partito di sfida, non di resistenza”. Tutto tra virgolette nella titolazione del quotidiano ancora in parte di famiglia.

Dal Giornale

         Dette da un figlio che sente dichiaratamente di avere ereditato dal padre un certo “dna politico”, queste cose hanno prodotto comprensibile clamore nel centrodestra, ma più in particolare dentro il partito di cui Berlusconi ha lasciato in eredità i debiti alla famiglia, che li ha accettati. Un clamore non placatosi con la “calma” raccomandata dal segretario del partito e vice presidente del Consiglio Antonio Tajani dopo una telefonata con l’interessato. “Sfiducia? No, è con me”, gli ha fatto dire il Giornale, a proposito dei rapporti con Pier Silvio, in uno dei tre titoli della parte centrale della prima pagina, in quegli otto centimetri quadrati di cui ho scritto all’inizio.

         Il terzo titolo, in verità, riguarda il centrodestra solo di sbieco. E’ dedicato ad una partita di calcio benefica fra parlamentari e cantanti in cui hanno giocato insieme e si sono abbracciati davanti al fotografo l’ex segretario del Pd Matteo Renzi e la segretaria in carica Elly Schlein, riuscita a segnare grazie a lui un gol, per quanto inutile perché in fuori gioco e quindi annullato. E così. grazie anche alla finestra fotografica di una partita al pallone, si allontana ancora di più la prospettiva, possibilità, speranza, sciagura -secondo i gusti- di una convergenza di Renzi a destra per irrobustirne la componente di centro. Al recente voto parlamentare dei renziani a favore della legge Nordio sull’abolizione del reato di abuso d’ufficio e altro non va dunque dato il significato di chissà quale anticipo di chissà quale altra operazione. Il cuore di Renzi sembra essere tornato a battere a sinistra, complice anche il calcio.  

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L’Italia crocerossina di Parigi e Berlino proposta a Giorgia Meloni

Dal Dubbio

Mi sto ancora stropicciando gli occhi, anche mentre scrivo, per essermi trovato d’accordo sulla conclusione dell’editoriale di ieri del Fatto Quotidiano. Dove -spaziando tra una costa e l’altra dell’Atlantico, dall’orecchio fasciato di Donald Trump, l’ex presidente degli Stati Uniti ormai  lanciato verso la riconquista della Casa Bianca da quel giovanotto che lo ha mancato di qualche millimetro o centimetro, all’orecchio libero di Giorgia Meloni, cui tutti sussurrano consigli su come comportarsi nell’Unione Europea-  Marco Travaglio ha chiesto: “Ma perché un cittadino dovrebbe votare se tutti s’impegnano a convincerlo che, passata la festa, a decidere è sempre quell’invisibile pilota automatico che trasforma ogni voto di cambiamento nella più bieca restaurazione?”.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di ieri

         Magari, per non tradire le sue abitudini il direttore del Fatto ha esagerato nel parlare di “bieca restaurazione”, ma ci ha azzeccato in pieno col “pilota automatico”. Col quale molti vorrebbero che continuasse ad essere governata, gestita e quant’altro, per esempio, la comunità europea che chiamiamo Unione, a prescindere dai risultati delle elezioni che ne hanno rinnovato il mese scorso il Parlamento. Di cui non a caso è stata appena rieletta con più voti di prima la maltese Roberta Metsola. E sta forse per essere confermata alla presidenza della Commissione, salvo clamorose sorprese, la tedesca Ursula von der Leyen. Alla quale -dicono i bene informati- dall’esterno, non facendone parte, la premier italiana non ha ancora deciso, non sa, e si spera che scoprirà in tempo quale voto indicare agli europarlamentari italiani eletti nelle liste da lei capeggiate in ogni parte della Nazione, come lei preferisce definire quello che altri chiamano Paese.

Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni

         La conferma della von der Leyen, ormai Ursula familiarmente e più o meno simpaticamente , potrebbe anche essere, per carità, la migliore soluzione possibile. E persino la più conveniente all’Italia per il posto che le sarà alla fine destinato nella Commissione pensando all’attuale ministro Raffaele Fitto o altri. Ma ciò che stona un po’ con la democrazia intesa come quella cosa che alle determinate scadenze fa i conti con gli elettori per essere smentita o confermata, corretta o rovesciata, secondo i casi, è la pretesa di affidarla appunto ad un pilota automatico, come scrive Travaglio. E quello implicito, per esempio, nel lungo articolo in cui sul Corriere della Sera, rivolgendosi a lei anche direttamente, il senatore a vita Mario Monti ha praticamente consigliato alla Meloni di fare la crocerossina non tanto della Francia e della Germania quanto dei loro vertici, per aiutarli a superare le difficoltà in cui si trovano. In Francia addirittura il presidente Emmanuel Macron deve sciogliere il nodo della formazione del nuovo governo dopo avere sciolto anticipatamente l’Assemblea Nazionale per semplificarsi la vita, secondo le intenzioni: almeno quelle attribuitegli pensando ai tre anni ancora che gli rimangono del secondo ed ultimo mandato all’Eliseo.

         Il soccorso di Roma a Parigi e Berlino sarebbe dovuto per un “punto di riferimento” dovuto alle pure “malconce” Francia e Germania e per il rischio dell’Italia, evidentemente anch’esso dovuto, di trovarsi esclusa da due trittici immaginati, vaticinati e non so cos’altro da Monti. Uno, di carattere economico, sarebbe costituito da Francia, Germania e Spagna. L’altro, attinente alla difesa e alla sicurezza, peraltro con guerre non fredde ma calde in corso dentro e sui suoi confini, sarebbe costituito da Francia, Germania e Polonia.

         Con tutto il rispetto personale e istituzionale dovuto a chi ha tanto onorato l’Italia da esserne diventato senatore a vita per nomina presidenziale, un attimo prima di assumere peraltro la guida di un governo tecnico di emergenza, il ragionamento di Monti sembra di quelli adatti più ad allontanare che ad avvicinare i già tanti diffidenti elettori alle urne, facendoli sentire semplicemente inutili. E’ un ragionamento che fra i vari miracoli ha prodotto quello accennato della mia convergenza personale con Travaglio. E degli occhi che continuo a stropicciarmi anche ora che ho smesso di scrivere.

Pubblicato sul Dubbio

Consigli non richiesti, e forse neppure graditi, di Mario Monti a Giorgia Meloni

Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni d’archivio

         In queste che potrebbero essere veramente le ore decisive per lo sviluppo dei rapporti fra Ursula von der Leyen, sulla strada della conferma alla presidenza della Commissione Europea, e di Giorgia Meloni, che ha avuto con lei rapporti di un’amicizia e simpatie persino ostentate da quanto è a Palazzo Chigi, il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti ha voluto dare consigli alla premier.  Non ha voluto sussurrarli all’orecchio, peraltro sgombero del cerotto cui ha dovuto ricorrere negli Stati Uniti l’ex presidente Donald Trump sopravvissuto a un attentato, ma scriverli in un editoriale sul Corriere della Sera titolato “Un ruolo per l’Italia”.

Mario Monti sul Corriere della Sera

         Quale ruolo? Non di contrasto o resistenza, magari per reazioni a torti di forma e di sostanza subiti anche dai suoi predecessori, compreso lo stesso Monti, ma di soccorso alla Francia e alla Germania in difficoltà. Piuttosto che “esibire la forza” probabilmente avvertita nel fatto di essere quella uscita meglio dalle elezioni europee del mese scorso e di guidare il governo più stabile in Europa, per quanto i due vice presidenti del Consiglio si smentiscano ogni giorno, la Meloni dovrebbe mostrare “comprensione, condivisione nei confronti di chi attraversa un momento difficile, probabilmente passeggero. Formulando proposte aperte sui temi di interesse comune, discutendole anche con chi in passato tendeva antipaticamente a imporre la propria visione”. Vasto programma, direbbe con sarcasmo la buonanima del generale Charles De Gaulle. Ci fa o ci è?, avranno reagito amici e collaboratori della Meloni, se non la Meloni stessa, leggendo l’articolo del senatore a vita.

Ancora Monti sul Corriere della Sera

         Piuttosto che togliersi qualche sassolino dalle scarpe o inseguire solo postazioni importanti nella Commissione di Bruxelles, dopo essere riuscita a portare la sua amica e collega di partito Antonella Sberna su una delle 14 poltrone di vice presidente del Parlamento europeo, la Meloni dovrebbe guardarsi secondo Monti dal pericolo di rimanere fuori dai “due terzetti” che incombono sull’Italia, “obiettivamente deboli -.ha riconosciuto il senatore- ma anche sgradevoli per il nostro Paese. “Accanto a Francia e Germania, che pur malconce, restano punti di riferimento, si formeranno -ha scritto Monti- due trittici: Un trittico economico-monetario (cabina di regia dell’Eurozona), con Germania, Francia e Spagna. E un trittico per la difesa e la sicurezza, con Francia, Germania, Polonia”.

Dall’Unità

         Se non è la previsione, premonizione e quant’altro dell’Unità espressa oggi col titolo “Giorgia in Europa: comunque vada sarà un disastro”, poco ci manca leggendo l’alternativa immaginata da Monti per la Meloni al ruolo di crocerossina per la Francia di Macron e la Germania di Sholz. Come se il 9 e il 10 giugno non si fosse votato in tutta Europa.

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L’effetto Trump è stato avvertito anche a Bagnoli, Italia….

Pur ignorato da quasi tutte le prime pagine dei giornali, occupate ancora dalle notizie sull’attentato all’ex presidente americano, e ricandidato alla Casa Bianca, l’effetto Trump si è avvertito anche nella modesta politica italiana: in quello che qualcuno ha chiamato “il siparietto a Bagnoli”. Dove la premier Giorgia Meloni e il governatore della Campania Vincenzo De Luca hanno fatto pace, o quasi, dopo che lui le aveva dato a distanza della “stronza” e lei glielo aveva rinfacciato al primo incontro pubblico.

Il governatore con la solita disinvoltura ha rivendicato la sua natura “civile” e la premier l’ha salutato credendogli, o mostrando di credergli, con tanto di sorriso e stretta di mano su un palco dove si celebrava un nuovo impegno per il risanamento dell’area di Bagnoli devastata dalla passata produzione dell’acciaio.

Dal Fatto Quotidiano

         L’effetto Trump è quello espresso dal titolo di copertina dedicatogli dal Fatto Quotidiano: “Il piromane pompiere”. Pompiere in entrata, con la solidarietà ricevuta dal presidente uscente Joe Biden, anche lui ancora in corsa per un secondo mandato alla presidenza degli Stati Uniti, e in uscita con comizi e iniziative meno incendiarie del solito. Il suo contributo all’esasperazione della lotta politica oltre Atlantico non si può certo ignorare solo perché Trump ha rischiato di rimetterci la pelle, avendo incautamente armato d’odio e di fucile un giovanotto che lo ha mancato di qualche millimetro, ferendolo solo di striscio ad un orecchio e venendo ucciso prima che potesse continuare o riprovare a colpire mortalmente il bersaglio.

Dal Secolo XIX

         In attesa che la moderazione dei toni negli Stati Uniti non si traduca nella vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX, dove il malintenzionato di turno acquista in armeria anche un silenziatore, si spera che in Italia la lezione americana non si fermi al già ricordato “siparietto” di Bagnoli. Dove la Meloni e Vincenzo De Luca -quello vero, autentico, non imitato da Maurizio Crozza- si sono dati la mano e scambiato sorrisi, anche se più largo quello di lei e più stretto quello di lui. Ben oltre Bagnoli, in Italia il problema è di smetterla di rappresentare la democrazia minacciata di giorno e di notte da quella che ben prima di Elly Schlein al Nazareno, Giuseppe Conte a Campo Marzio, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni in Piazza Montecitorio, viene chiamata “la Ducia” da uno come Carlo Rossella. Che pure, messe ormai in archivio le sue passate simpatie per il comunismo e diventato amico e sostenitore di Silvio Berlusconi, aveva mostrato di condividerne anche l’alleanza con la destra.

Berlusconi ferito a Milano nel 2009

         Bisognerebbe finirla di intossicare i rapporti e il dibattito politico col fascismo alle porte, anzi già dentro casa. Fu scambiato a Milano per l’uomo nero pure Silvio Berlusconi, Che si rimise un dente con quella statuetta del Duomo lanciatagli in faccia. E del Berlusconi “divisivo, per quanto morto da più di un anno, ancora si grida oggi perché è stato intestato alla sua memoria l’aeroporto di Malpensa.

Il rimpianto assordante dei processi inutili per abuso d’ufficio

Dal Dubbio

Nonostante i risultati catastrofici previsti – se non auspicati- da chi ha votato contro e dall’associazione nazionale dei magistrati, o suoi vertici, vanno naturalmente tutti verificati gli effetti giudiziari della legge che il ministro della Giustizia Carlo Nordio è appena riuscito a fare approvare definitivamente dalla Camera. Essa abolisce il reato di abuso d’ufficio, limita la diffusione delle intercettazioni in cui cadono anche terzi, rende inappellabili le sentenze sui reati minori, impone – sia pure a scadenza non immediata- decisioni collegiali sugli arresti chiesti dal pubblico ministero durante le indagini e altro ancora.

E’ un anticipo della riforma della Giustizia, in attesa della separazione delle carriere dei giudici e dei magistrati d’accusa. Che i forzisti hanno intestato  a Silvio Berlusconi, così come Matteo Salvini da ministro delle Infrastrutture, infaticabile nel suo lavoro di spiazzamento di amici e nemici, ha voluto fare con l’aeroporto di Malpensa, non volendo aspettare il ponte sullo stretto di Messina che aveva promesso alla memoria del Cavaliere.

Il campo larghissimo contro il governo in posa davanti alla Cassazione

         In attesa di valutare gli effetti giudiziari, ripeto, si possono vedere gli effetti politici della legge Nordio. Il primo, più vistoso dei quali è l’incenerimento della foto nella quale hanno recentemente posato sotto la statua di Cavour, e davanti alla Cassazione, protagonisti, attori e comparse del campo largo, anzi larghissimo, contro il governo Meloni. Che si voleva quel giorno e si vorrebbe ancora sperimentare in un referendum abrogativo della legge sulle autonomie differenziate delle regioni in qualche modo prenotato presso la suprema Corte. Un referendum però che gli stessi promotori sanno essere minacciato dall’inconveniente ormai consueto dell’affluenza alle urne inferiore alla metà più uno degli elettori aventi diritto al voto, secondo la prescrizione dell’articolo 75 della Costituzione.

          Ma senza aspettare questo referendum, se supererà l’esame preventivo della Corte Costituzionale, la compagnia della foto nota ormai come quella “dalla Bindi alla Boschi”, pur accanto una all’altra davanti all’obbiettivo, si è spaccata sulla legge Nordio. Che è stata votata anche dai parlamentari riconducibili ai terzi Calenda, Della Vedova e Renzi, in ordine rigorosamente alfabetico. Terzi, poi, per modo di dire perché, a parte la importante e significativa legge Nordio, essi penzolano ormai sempre di più verso il Pd di Elly Schlein. Che al suo esordio, l’anno scorso, aveva indotto Renzi a fare le solite provviste di popcorn.

Si è rivelata insomma una compagnia, quella della foto “dalla Bindi alla Boschi”, pasticciata quanto le altre che l’anno preceduta negli album della sinistra plurale, a cominciare da quella di Vasto del 2011, che includeva un Antonio Di Pietro ancora in politica dopo le sue gesta giudiziarie nella Milano delle “Mani pulite”.

            Con questa storia delle foto la sinistra plurale aperta e chiusa, secondo le circostanze e gli umori, ai terzopolisti di turno, dovrebbe decidersi a farla finita, non foss’altro per scaramanzia. Peraltro con la legge Nordio appena passata definitivamente a Montecitorio alla sinistra plurale è andata meglio o meno peggio di quanto le sarebbe accaduto se non fosse ormai in consolidato ritiro l’ex presidente della Camera Luciano Violante: non certo l’ultimo arrivato della politica e della precedente esperienza giudiziaria.

Luciano Violante al Tempo

Se Violante avesse potuto votare anche lui sulla legge Nordio, non l’avrebbe bocciata, visto quello che, commentandola in una intervista al Tempo, ha detto.  Lui il reato di abuso d’ufficio l’avrebbe abolito o comunque contrastato da tempo, prima ancora di sentirselo chiedere dai sindaci del suo partito. Che poi sono stati ignorati dalla Schein, anzi smentiti. E costretti a leggere sui giornali le proteste dei loro compagni e amici dirigenti del Nazareno contro l’impunità di Stato e altre nequizie attribuite ad una legge che è semplicemente arrivata, come dice Violante, in ritardo dopo avere prodotto migliaia di processi conclusi con la quasi sistematica sconfitta dell’accusa. Rimpiangerli è solo un’assurdità.

Pubblicato su Dubbio

Il curioso giornale quotidiano della Confindustria esonerato dalle notizie

Il Sole 24 Ore di ieri

         Ai margini -marginissimi, se si potesse dire- dell’evento di cui si parla in tutto il mondo, che è naturalmente l’attentato all’ex presidente americano Donald Trump nella corsa per il ritorno alla Casa Bianca, e volendo una volta tanto distrarmi dai politici e dalle loro scontatissime reazioni, anche nei loro aspetti retorici, vorrei augurarmi che gli imprenditori italiani si interrogassero sulla loro curiosa mania di disporre di un giornale quotidiano -ripeto, quotidiano, che arriva ogni mattina nelle edicole fortunatamente sopravvissute finora alla loro crisi- che prescinde dai fatti. Che si ritiene talmente al di sopra di tutto e di tutti -o al di sotto, secondo i punti di vista- da potere uscire senza la notizia del giorno. E ciò non per distrazione, non per infortunio da concorrenza, per quello che giornalisticamente si chiama “un buco”, ma per scelta di vita, per la concezione che si ha, ripeto, di un giornale quotidiano.

Il Sole 24 Ore di oggi

         Ieri, domenica, Il Sole 24 Ore –come si chiama l’organo ufficiale della Confindustria- è uscito senza la notizia dell’attentato a Trump, come altri quotidiani che non hanno potuto -spero- e non voluto “ribattere”, come si dice in gergo tecnico.

         Oggi, lunedì 15 luglio 2024, il quotidiano della Confindustria è tornato ad uscire senza le notizie -questa volta al plurale- sull’attentato a Trump perché “preconfezionato” -altro termine tecnico- per ragioni di risparmio, esonerato dai maggiori costi di un giornale confezionato in un giorno festivo come la domenica.

Il Foglio di oggi

         Anche Il Foglio ha un numero preconfezionato del lunedì. Ma -vivaddio- pur non disponendo dei soldi della Confindustria di fronte ad eventi straordinari trova la forza, o avverte il dovere professionale di uno sforzo di aggiornamento. E così oggi, ricorrendo alla penna -o al computer- del fondatore Giuliano Ferrara, ha potuto avvertire i lettori, come dice un felice titolo in turchese, che “adesso faremo i conti con il pugno e il sangue di Trump”. E li faremo dappertutto: non li faranno solo gli americani. Li faranno anche gli imprenditori italiani che giocano a fare gli editori. Li faremo per 24 ore al giorno, col sole coperto o scoperto, alto o basso, calato o non.

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