La democrazia è finita in rianimazione su entrambe le coste dell’Atlantico

Da Libero

Nell’estate di cinquant’anni fa, la prima del Giornale uscito da meno di due mesi, Indro Montanelli affidò a Enzo Bettiza, col quale divideva la stanza della direzione, il commento alla deposizione -come lui la chiamò subito- di Richard Nixon: il 37.mo presidente degli Stati Uniti, già vice di Dwigt Eisenhower, costretto alle dimissioni per l’affare noto come Watergate.  Una marachella, direi, rispetto a quello che in Italia abbiamo visto e vediamo ancora in materia di intercettazioni e simili.

Richard Nixon

  Enzo confezionò l’articolo in poco più di un’ora e Montanelli glielo titolò personalmente con una sola parola: Regicidio. Che purtroppo non era il primo nella storia degli Stati Uniti. E non sarebbe stato purtroppo l’ultimo, né fisico né metaforico.

Joe Biden

Le cronache della corsa alla Casa Bianca provenienti da oltre Atlantico prima e dopo la rinuncia di Joe Biden alla conferma, prima e dopo l’attentato fallito per un millimetro all’ex presidente aspirante all’elezione Donald Trump, che vorrebbe i danni dagli avversari per avere cambiato il cavallo contro cui battersi, hanno indotto anche estimatori incalliti degli Stati Uniti, e non solo di relativamente recenti come Walter Veltroni, restituito dalla politica al giornalismo, a scrivere di una democrazia in serie, pericolose difficoltà. Una democrazia che “non sta bene” un po’ dappertutto, come ha diagnosticato di recente Papa Francesco sovrapponendo alla sua veste bianca il camice di un medico della politica.

Papa Francesco

Non sta bene soltanto, Sua Santità?, come anche la buonanima del laicissimo Eugenio Scalfari si era abituato a chiamare il Papa che lo aveva onorato delle sue letture poi delle sue telefonate, infine di una certa amicizia che non so fino a che punto avrà potuto aiutarlo nell’affrontare quel grande mistero che ci aspetta tutti dopo la morte.

Ursula von der Leyen

Più di una democrazia che “non sta bene”, mi sembra francamente di vivere una democrazia in rianimazione: al di là e al qua dell’Atlantico, anche nella nostra Europa. Che è riuscita in poco più di un mese a votare per il rinnovo del suo Parlamento e a fare finta che non si sia votato per niente. Il nuovo presidente è presieduto dalla stessa che aveva guidato il precedente. E la nuova Commissione, per la cui formazione la presidente -anche lei la stessa di quella precedente e tuttora uscente- si è preso tutto il tempo possibile, e forse anche impossibile, al riparo di vacanze che metteranno a dura prova i suoi telefonini privati e di servizio.

Sergio Mattarella sotto la pioggia

La nuova Commissione di Bruxelles eredita dalla vecchia non solo la presidente teutonica Ursula von der Leyen ma anche un dossier sul cosiddetto “stato di diritto” nei paesi dell’Unione confezionato per la parte riguardante l’Italia con materiale attinto prevalentemente presso le opposizioni di vario colore al governo in carica. Che animano le fotografie del cosiddetto “campo largo”, ora addirittura larghissimo, di quella che Pier Luigi Bersani chiama ottimisticamente “alternativa”. E che l’inesauribile Goffredo Bettini, tornato alla loquacità di un tempo, quando aveva scoperto e indicato persino in Giuseppe Conte “il punto più alto di riferimento dei progressisti” in Italia, ha appena esortato sul Riformista a prepararsi alle elezioni anticipate. Come se il presidente della Repubblica fosse già pronto a sciogliere -chissà perché-  le Camere elette meno di due anni fa.

Carlo Nordio

Di quel dossier da cui l’Italia esce come un paese praticamente fascistizzato, in cui si vorrebbe persino eleggere direttamente il presidente del Consiglio, e non solo i sindaci e i presidenti delle regioni imprudentemente sperimentati da anni, il meno che si potesse e si possa tuttora dire è quello che ha già scritto Libero definendolo “una patacca”. E sorprendendo, o addirittura scandalizzando i soliti benpensanti, magari persino nel governo dove qualche volenteroso ministro si è consolato vedendo il documento in continuità, diciamo così, rispetto a valutazioni espresse a Bruxelles in passato, quando Giorgia Meloni era ancora all’opposizione in Italia e le maggioranze erano di colore diverso. O scorgendovi consolanti riconoscimenti di progressi compiuti, per esempio, sulla strada della digitalizzazione giudiziaria: l’unica che forse allevierà le colpe di quel demoniaco ministro della Giustizia che viene considerato a sinistra l’ex pubblico ministero Carlo Nordio. Uno che si permette di leggere e di non capire, dichiaratamente e per giunta in Parlamento, un’ordinanza di tribunale.

Pubblicato su Libero

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L’Olimpiade persa da Giovanni Toti con le dimissioni da governatore della Liguria

La festa olimpica a Parigi

         Nello stesso giorno, casualmente, della festa bagnata e un po’ anche boicottata delle Olimpiadi parigine Giovanni Toti ha perduto la sua personale olimpiade con i magistrati che lo tengono agli arresti domiciliari da ottanta giorni, dopo circa quattro mesi di indagini preliminari a sua insaputa e intercettazioni per presunta corruzione, falso e non so cos’altro finiranno ancora per contestargli quando lo porteranno finalmente al processo. Che magari si concluderà, come tanti già subiti da altri politici e amministratori pubblici, con l’assoluzione praticamente alla memoria: da notizia a una colonna, come diciamo noi giornalisti, magari nella pagina dei necrologi estesi ai vivi dimenticati.

Vauro

         Un monumento quasi funebre è stato eretto sarcasticamente sulla prima pagina del Fatto Quotidiano -e dove sennò?- con la vignetta di Vauro in cui Toti assume le vesti, la stampella e quant’altro dell’omonimo Enrico, morto nelle trincee della prima guerra mondiale lanciando la sua gruccia contro gli austriaci e incitando i commilitoni all’assalto.

Massimo Giannini su Repubblica

         Meno sarcasticamente ed eroicamente, pur senza la divisa e i gradi del generale Armando Diaz, Massimo Giannini su Repubblica – e dove sennò?, anche questa voltaha steso il bollettino della vittoria dei magistrati e di tutta la cultura e politica giustizialista scrivendo che “con Toti, al dunque, frana un po’ anche la presunta compattezza dell’asse FdI-Lega-Forza Italia”, travolta dalla piazza di sinistra che qualche giorno fa a Genova reclamava questo epilogo. “Meloni -ha sentenziato Giannini da cassazionista del giornalismo politico- ha palesemente perduto il tocco magico. Sembrava quasi la nuova Merkel, dopo l’apparente successo dei suoi Fratelli nel voto europeo del 9 giugno e la tronfia esibizione da padrona del mondo e Regina di tutte le Puglie al G7 di Borgo Egnazia”. E così è sistemata anche la premier imprudentemente in carica, oltre all’ormai ex governatore della Liguria.

Dal Riformista

         I giornali di area governativa come Il Giornale hanno titolato sul “ricatto” subìto da Toti, dimessosi nel tentativo di affrontare il processo da libero. Il Foglio ha titolato in rosso sull’”arresto di scambio” gestito dai magistrati. Il Riformista ha parlato nel titolo di “golpe giudiziario che seppellisce il garantismo” e di politica che “l’è morta”.

Dall’Unità

         Ma la traduzione più politica e istituzionale della vicenda Toti si trova sull’Unità, un giornale non proprio di sostegno al governo Meloni, col titolo confezionatosi personalmente dal direttore Piero Sansonetti che dice, in apertura della prima pagina: “Piemmerato: Alle Procure il potere di sciogliere i consigli regionali”. Una riforma che, diversamente dal premierato proposto dal governo, non ha avuto bisogno di passare per il Parlamento. Ha viaggiato come un frecciarossa.  

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Goffredo Bettini all’orecchio della sinistra rimpiange il muro di Berlino

Dal Riformista

         Oggi “pronto” sul Riformista addirittura alle elezioni anticipate, in un’intervista ai quotidiani Il Giorno, Resto del Carlino e Nazione sommersa da cronache internazionali e interne più stringenti Goffredo Bettini si è riproposto ieri come l’uomo che sussurra ai cavalli della sinistra italiana in tutte le edizioni ch’egli ha vissuto in più di 50 dei suoi quasi 72 anni di età: dai tempi del Pci a quelli del Pd. E, per quanto riguarda il Pd, dai tempi di Walter Veltroni -ora restituito quasi del tutto al giornalismo con gli  editoriali sul Corriere delle Sera- a quelli in corso di Elly Schlein Che par di capire sia riuscita simpatica all’aspirante consigliere, suggeritore e quant’altro, Ma ancor più lo sarebbe se accettasse la prospettiva di imitare i lontanissimi Palmiro Togliatti e Aldo Moro, capaci di finire in minoranza nelle direzioni dei loro partiti sopravvivendovi fino alla morte: naturale per l’uno, violenta per l’altro, ucciso dalle brigate rosse.

Bettini e Veltroni d’archivio

         Quello che purtroppo Bettini, nella sua cultura o formazione romana completata con i riti contemplativi della Thailandia, non riesce a superare è il limite tattico, assai contingente, delle sue esortazioni ai dirigenti di turno della sua parte politica. Un limite oltre il quale questa volta, a dire il vero, ha cercato di spingersi facendola però così grossa, per giunta con quel fisico di cui dispone, che gli sarebbe difficile cercare di coprirla, come la buonanima di Amintore Fanfani intimava agli amici democristiani che finivano sotto i suoi sferzanti giudizi.

Bettini e Zingaretti d’archivio

         Esaurita la tattica consigliando alla Schlein di giocare sì con Matteo Renzi, e non solo al pallone, senza lasciarsene troppo condizionare, e comunque preferendogli sempre Giuseppe Conte, da lui promosso cinque anni fa con Nicola Zingaretti, allora segretario del Pd, come il “punto di riferimento più alto dei progressisti italiani”; esaurita, dicevo, questa parte tattica dei suoi ragionamenti e consigli, Bettini ha voluto volare sulla strategia cercando le ragioni profonde della crisi della sinistra.

Bettini al Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         In questo volo acrobatico compiuto tanto in alto da portarlo sopra l’intero Occidente, e non solo l’Italia, Bettini ha scoperto, sentenziato e quant’altro che “dall’89 si è spenta la speranza di un mondo più umano e più giusto”. “Il risultato -ha detto- è sotto gli occhi di tutto: aumento delle diseguaglianze, crisi democratica e guerra”. Al singolare, comprensiva di tutte quelle “in pillole”, come dice il Papa, che si combattono nel mondo.

La caduta del muro di Berlino

         Poiché l’89 fu l’anno non tanto della formazione del sesto e penultimo governo di Giulio Andreotti in Italia quanto- sul piano mondiale- l’anno della caduta del muro di Berlino e del comunismo che doveva proteggerlo, si dovrebbe dedurre che la sinistra dovrebbe maledirlo. Ma che stai a dì, Goffredo?, detto molto alla romana, senza inflessioni asiatiche. 

Gli auguri dovuti e meritati a Sergio Mattarella per i suoi 83 anni

Ottrantatre anni appena compiuti e molto ben portati, pronto alla battuta e ai richiami, come quello appena levato in difesa della libertà d’informazione dopo l’aggressione a un giornalista della Stampa compiuta da facinorosi di destra, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non avrà certamente bisogno del bel ventaglio di rito regalatogli dai giornalisti parlamentari, intesi come quelli che seguono i lavori delle Camere e la politica più in generale, per difendersi dal caldo torrido di questa estate. Saloni, sale e uffici del Quirinale sono ben protetti, al pari dei siti dove il capo dello Stato trascorrerà le sue ferie.

         Il ventaglio  sarà utile a Mattarella, piuttosto, pur nella sua ingombrante eleganza, per allontanare scaramanticamente da sé l’attenzione maleducatamente riservatagli, abusando della libertà d’informazione, da qualcuno che non gli perdona la posizione assunta sin dal primo momento contro la Russia di Putin per l’aggressione all’Ucraina.

Dal Fatto Quotidiano

         Sentite, anzi leggete con me quello che ha appena scritto nel suo editoriale di giornata il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio: “Per carità, rispetto a Biden è un pischello. Ma quando parla di guerre Sergio Mattarella non pare lucidissimo”.

         Biden, come si sa, si è appena ritirato per ragioni di età dalla corsa per una conferma alla Casa Bianca. Sergio Mattarella è abbastanza in buona salute per lasciare prevedere che porterà a termine regolarmente e lucidamente il suo secondo mandato.

         Auguri, signor Presidente.  

Fitto nella corsa a Bruxelles si fa piacere anche il dossier contro l’Italia

         Raffaele Fitto, il ministro degli affari europei e dintorni che la premier Giorgia Meloni tiene molto in conto -tanto da essere rappresentata da alcuni giornali come indecisa se trattenerlo nel governo o promuoverlo mandandolo nella nuova Commissione europea, se dovesse strappare alla presidente Ursula von der Leyen le deleghe adeguate-  ha fatto di suo un passo verso Bruxelles   con una lettura anestetica, diciamo così, del dossier appena pubblicato dalla Commissione uscente sullo stato di diritto in Italia. Che sarebbe minacciato dalle riforme progettate dal governo e all’esame del Parlamento, a cominciare dal cosiddetto premierato, come viene tradotta istituzionalmente l’elezione diretta del presidente del Consiglio.

         Cinquantacinque anni da compiere il 28 agosto, democristiano di provenienza, in competizione con Pier Ferdinando Casini per il titolo di superstite di maggiore successo di quello che fu il partito dello scudo crociato, Fitto non si è adombrato per le “preoccupazioni” espresse dal dossier della Commissione uscente sugli effetti delle riforme in cantiere nel Parlamento italiano. A queste preoccupazioni ha preferito i “riconoscimenti” dei progressi della “digitalizzazione” nel settore giudiziario e altri aspetti ignorati dai critici del rapporto. Che comunque -ha ricordato il ministro- non riguarda solo l’Italia ma tanti altri paesi dell’Unione.

Titolo del Foglio

         Questa lettura -ripeto, anestetica o anestetizzante- del dossier europeo è condivisa dal Foglio, che se la prende in un titolo di prima pagina con le forzature, anzi le “bufale”, di una Repubblica, quella di carta, che l’ha sventolata ieri come una bandiera nella navigazione contro il governo parafascista, o simile, di Giorgia Meloni.

Testo del Foglio

         “Il rapporto -scrive ottimisticamente Il Foglio- non fa che fotografare la situazione, dando spazio a tutte le voci. Riportare soltanto quelle critiche, spacciandole pure per posizioni della Commissione Ue, è pura opera di disinformazione”, accompagnata “con traduzioni maccheroniche dall’inglese degne di uno studente delle scuole medie”. Alla cui cultura è stato degradato anche un ex collaboratore, peraltro, del Foglio, ed ex capo ufficio stampa della Meloni a Palazzo Chigi, come Mario Sechi. Che da direttore di Libero è rimasto basito, non a torto, dalla lettura del dossier.

Titolo di Libero

         “La patacca europea”, ha titolato Libero, “che bastona l’Italia su riforme e informazione” usando come “fonti di studio Ong, toghe rosse e l’Anac in mano all’opposizione”.

Mario Sechi su Libero

         Molto più vistosamente e duramente dell’ormai confratello editoriale Il Giornale, Sechi ha scritto, raccomandato e quant’altro nel suo editoriale, riprendendosi un po’ le funzioni svolte in passato a Palazzo Chigi: “Il centrodestra di fronte a questa falsa rappresentazione deve rispondere a tono”. Che purtroppo è stato, almeno a livello di governo, quello del ministro Fitto, probabile successore dell’italiano Paolo Gentiloni, non si sa ancora con quali deleghe, nella Commissione di Bruxelles.

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Se partono persino da Bruxelles soccorsi ai sovranisti d’Italia

Dal Dubbio

     Sconfitti nelle elezioni europee di giugno, come sostengono i loro avversari, o soltanto contenuti, come ritengono i critici più avveduti, per niente convinti di avere davvero vinto la partita, o violentati dalla pervicace volontà di Parigi e di Berlino di imporsi a tutti gli altri soci, vecchi e nuovi, dell’Unione continentale formalizzata con i trattati di Maastricht del 1992, i sovranisti hanno buone ragioni di sperare in una ripresa.

Lavorano a loro favore ogni giorno, e ogni notte, proprio quelli che dovrebbero combatterli migliorando l’Unione. Cioè gestendola o addirittura governandola, prima ancora che cambiandone le regole, in modo da far crescere la fiducia in essa. Così dovrebbero fare i componenti della Commissione di Bruxelles a capo della quale è stata confermata, all’insegna della continuità, la tedesca Ursula von der Leyen. Che per selezionare meglio i suoi nuovi commissari si è presa una bella vacanza, durante la quale potrà avere consultazioni a distanza più discrete, più al riparo dalle luci che di solito disturbano, più di aiutare.

        Ma prima di andarsene in ferie la presidente deve avere abbassato troppo la guardia perché è uscito dagli uffici suoi o limitrofi un dossier che sembra studiato e confezionato apposta per alimentare, almeno in Italia, il sovranismo. Un dossier sullo stato delle delle libertà che rende il nostro Paese per niente invidiabile. Dove il governo Meloni ha messo in cantiere un pacco di riforme, qualcuna persino già approvata da un Parlamento evidentemente incauto come una legge intestata al guardasigilli Carlo Nordio, che è finalizzato o comunque destinato a sovvertire la democrazia. Vi è compreso naturalmente il cosiddetto premierato, cioè il progetto dell’elezione diretta del presidente del Consiglio, peraltro in un Paese dove già vengono eletti direttamente i sindaci e i presidenti delle regioni.

       Confezionato anche con notizie di prima mano, diciamo cosi, fornite da “ispettori” mandati da Bruxelles a Roma e dintorni, il dossier anticipato con uso abbondante di virgolette, e indicazioni precise di pagine, paragrafi e quant’altro, dalla corazzata della flotta di carta delle opposizioni al governo che è la Repubblica; confezionato, dicevo, anche con notizie di prima mano di ispettori, il dossier sembra una raccolta più o meno minuziosa di tutte le proteste -dottrinarie, politiche e simili- delle categorie che si sentono minacciate dalle riforme, a cominciare dai magistrati, e dei partiti aspiranti al campo più o meno largo dell’alternativa. Anzi larghissimo, visto che vi si è appena prenotato anche Matteo Renzi dopo la benefica “partita del cuore” giocata all’Aquila con la segretaria del Pd Elly Schlein, con tanto di abbraccio a beneficio dei fotografi.

          A leggerlo nelle ampie anticipazioni fornite da Repubblica, il dossier di Bruxelles non mi sembra francamente il massimo che si possa o debba aspettare da una Commissione neutra quale dovrebbe essere considerata quella dell’Unione Europea. In cui tutti i paesi dovrebbero essere e sentirsi rappresentati davvero, nelle loro maggioranze e non solo nelle loro opposizioni.

         Il dossier sull’Italia degradata all’Ungheria di Viktor Urban contesta, fra l’altro, il progetto del premierato sposando le preoccupazioni delle opposizioni italiane anche per il vulnus che subirebbe la figura istituzionale del presidente della Repubblica. Che lo stesso dossier però umilia di fatto ignorando che fra le sue prerogative di alta garanzia c’è quella, diligentemente applicata da Sergio Mattarella, di autorizzare la presentazione dei disegni di legge del governo alle Camere e di rinviare al Parlamento leggi che dovesse ritenere in contrasto con i principi costituzionali. A meno che con il suo dossier la Commissione uscente dell’Unione non consideri, sotto sotto, anche la Costituzione italiana una mezza burla: altro che la più bella del mondo vantata dalle stesse opposizioni.

         Comunque si veda e si giri, questo dossier appare più una frittata che altro. Un soccorso, ripeto, ai sovranisti diffidenti o contrari all’Unione, per giunta all’inizio di una nuova legislatura dell’Europarlamento. Che mi sembra francamente cominciata come peggio non si poteva, come sostengono appunto i sovranisti.

Pubblicato sul Dubbio

L’Italia trattata dalla Commissione europea peggio delle vele di Scampia

Dalla Repubblica

         Nossignori. La notizia di giornata non è la tragedia di Scampia, a Napoli, dove le vele di cemento abitate nel degrado non potendo sgonfiarsi senza vento crollano, con morti e feriti. Giustamente, dal suo punto di vista, o di rotta, trattandosi della nave ammiraglia della flotta pur di carta sempre in navigazione contro il governo dell’odiata, anzi odiatissima Giorgia Meloni, è la “bocciatura” dell’Italia da parte dell’Unione Europea, con cui la Repubblica ha aperto l’edizione di oggi. La bocciatura con “un dossier” che la presidente allora uscente aveva tenuto nascosto nella corsa alla conferma per guadagnarsi il voto di conferma che invece quell’ingrata della Meloni le ha fatto negare dagli europarlamentari del suo partito.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio

         Dal dossier finito in esclusiva nella redazione di Repubblica risulterebbe “l’allarme della Commissione” ancora in carica per gli affari correnti – in attesa che si insedi la nuova alla quale sta lavorando la presidente  fra una pausa e l’altra delle sue ferie- “per le riforme del governo” già approvate o in corso d’opera parlamentare. “Le preoccupazioni maggiori”, assicurano le indiscrezioni nella versione del giornale italiano, sono “per il premierato, le limitazioni alla stampa e la cancellazione delle norme anticorruzione”. Ma poi si fa capire, fra i dettagli, che anche il destino dei magistrati in Italia è ritenuto in pericolo per i progetti di un ex pubblico ministero che la Meloni ha messo alla testa del Ministero della Giustizia dopo avere tentato di farlo salire addirittura al Quirinale, nell’ultima edizione della corsa al Colle conclusasi con la conferma di Sergio Mattarella.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

         La notizia sottintesa, sottaciuta e quant’altro dallo scoop della Repubblica di carta è un’altra ancora, che vi do io anche a costo di finire non so in quale parte dell’Inferno dantesco come il sovranista di turno. La notizia è quella dell’Italia che continua a fare parte di una Unione Europea nella cui Commissione, con la maiuscola immeritata, può essere maturato, nato e poi nascosto per qualche tempo per comodità, interesse e quant’altro della sua presidente, pur teutonica come Ursula von der Leyen, un dossier così scandaloso e sfacciatamente falso. Che, fra i vari torti, commette quello di rappresentare o presupporre come un fellone, traditore, indifferente e non so cos’altro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che autorizza la presentazione dei progetti del governo alle Camere e poi ne sottoscrive le leggi per la promulgazione senza rinviarle al Parlamento o dimettersi.  

Dal Foglio

         Qui -scusatemi la franchezza- non siamo di fronte all’”Italia da zeru titoli”, in rosso, pessimisticamente descritta oggi sul Foglio per spiegare le ragioni delle troppo poche o troppo modeste postazioni che sta rimediando nel Parlamento europeo appena rinnovato, e nel resto. Siamo piuttosto di fronte ad una Unione “da zeru titoli”, sempre in rosso, per potere trattare l’Italia come l’Ungheria di Orban.

Ripreso da http://www.statmag.it         

Le amarezze… di carta della Meloni leggendo il Corriere della Sera e il Foglio

Dal Corriere della Sera

         Fra la vignetta di giornata che la pettina alla maniera di Donald Trump, pur lasciandole per fortuna l’orecchio libero dalla benda dell’ex presidente americano scampato alla morte nella corsa alla Casa Bianca, e un commento di Antonio Polito alle “spine della premier” e alle “sorti del governo” che “non sembrano più così magnifiche” come prima delle elezioni europee del mese scorso, il Corriere della Sera non dev’essere oggi molto piaciuto a Giorgia Meloni. Che pure qualche giorno gli aveva affidato un’intervista rassicurante, a dir poco, pur dopo aver fatto contrare i suoi contro Ursula von der Leyen al Parlamento europeo.

Dal Giornale

         L’aria che tira ormai nella maggioranza e nello stesso governo, con i due vice presidenti del Consiglio che se le dicono e se le danno metaforicamente di tutti i colori, ha spinto persino il direttore del sempre per ben disposto Giornale che fu di Indro Montanelli a pubblicare un editoriale del direttore Alessandro Sallusti da questo titolo tanto interrogativo quanto preoccupato: “Tutto uguale, perché litigare?”. Manca solo il riferimento alla favola dello scorpione che punge la rana e affoga con lei nel fiume che sta attraversando perché questa “è la sua natura”. Lo scorpione in questo caso è naturalmente più l’agguerrito Salvini che il sedentario Tajani, per quanto in ansia pure lui per le prestazioni che si aspettano da lui alla testa di Forza Italia i figli dello scomparso fondatore Silvio Berlusconi. Le cui ceneri si staranno rivoltando anche verso la Meloni per le simpatie o debolezze putiniane viste e denunciate non solo dal vignettista del Corriere della Sera.

Claudio Cerasa sul Foglio

         Leggete qui con me che cosa ha appena scritto il direttore Claudio Cerasa, a questo proposito, sul Foglio fondato a suo tempo da Giuliano Ferrara, reduce dall’esperienza di ministro nel primo governo Berlusconi, con l’aiuto della famiglia di Arcore: “Bisognerebbe sapere quello che Marina Berlusconi dice in privato ai suoi interlocutori sul populismo trumpiano  per capire perché oggi chiunque tenti di tracciare un parallelismo tra Silvio Berlusconi e Donald Trump non sta facendo altro che avallare, legittimare e alimentare un’impostura politica”. “Donald Trump -ha scritto ancora Cerasa del presunto, falso Berlusconi americano- incarna la paura, l’isolazionismo, il nazionalismo, l’estremismo, il radicalismo, il complottismo e il protezionismo, mentre il fondatore del centrodestra italiano ha incarnato tutto l’opposto”.

Dal Foglio

         Anche nelle piccole cose, chiamiamole così, della cronaca politica quotidiana Il Foglio è andato pesante contestando la rappresentazione appena fatta, anzi vantata dalla premier della realizzazione del piano italiano di ripresa e resilienza finanziato dall’Unione Europea. Che procede come “una lumaca”, non come un frecciarossa. “Meloni e Fitto -hanno titolato i foglianti- sbandierano risultati poco lusinghieri. Si spende poco e il confronto con Draghi è impietoso”.

Matteo Renzi, detto Rieccolo -alla Montanelli- ma anche Pendolo

Dal Dubbio

Morto il 22 luglio 2001 all’età di 92 anni, quando Matteo Renzi ne aveva 26 e lavorava col papà nella distribuzione dei giornali, non nella loro confezione, il toscanaccio Indro Montanelli non fece in tempo -né poteva ragionevolmente pretenderlo- a vedere le ascese e le discese del suo giovane corregionale. Che nel 2004, post-democristiano,  sarebbe diventato presidente della provincia di Firenze, nel 2009 sindaco della stessa Firenze, nel 2013 segretario del Pd post-comunista e post-democristiano, nel 2014 anche presidente del Consiglio, nel 2017 sarebbe rimasto solo segretario del partito del Nazareno per avere perduto il referendum su una riforma costituzionale imprudentemente trasformata in una santababara, nel 2018 ne sarebbe rimasto solo senatore, nel 2019 pur di ridiventare capo di un partito ne avrebbe creato uno tutto suo chiamandolo Italia Viva, partecipe della  maggioranza del secondo governo di Giuseppe Conte per uscirne nel 2021 spingendo Mario Draghi a Palazzo Chigi. E nel 2022 avrebbe improvvisato con Carlo Calenda un terzo polo equidistante fra il centrodestra e una sinistra, centrosinistra, o come altro si volesse e si voglia tuttora chiamarla, aspirante alla costruzione dell’alternativa al governo in arrivo di destra-centro di Giorgia Meloni.

Il resto non sto qui a ricordarlo minutamente perché è cronaca dei nostri giorni, o delle nostre ore, con Renzi che gioca a pallone con la segretaria del suo ex Pd Elly Schlein, le allunga una palla per uno sfortunato gol fuori gioco, cioè inutile, e contribuisce a crearci sopra, fra interviste e dichiarazioni, un nuovo scenario politico, almeno per sé. Quello di un campo addirittura larghissimo contro la Meloni, del cui governo tuttavia i suoi parlamentari approvano leggi importanti, significative e quant’altro come quella che porta il nome del ministro della Giustizia Carlo Nordio.  Che elimina il reato di abuso d’ufficio, limita la diffusione delle intercettazioni riguardanti persone non direttamente coinvolte nel relativo procedimento penale, circoscrive l’appellabilità delle sentenze di primo grado e stringe le maglie del ricorso alla carcerazione durante le indagini: tutte cose orribili per una certa cultura e politica giustizialista che prevale nel campo dove l’ultimo Renzi -o il penultimo, conoscendone ormai la mobilità- vorrebbe o sarebbe tentato, diciamo così, di entrare dopo essersene tenuto alla larga.

Per tornare al compianto Montanelli e al suo mancato appuntamento con la carriera di questo suo corregionale che da ragazzo lo avrà probabilmente letto sul Giornale e sul Corriere della Sera, dove il grande scrittore fece in tempo a rientrare prima di morire, mi chiedo in questi giorni -avendolo conosciuto e praticato nel lavoro- come avrebbe reagito vedendo applicato appunto a Renzi, come da tempo si fa, il famoso “Rieccolo” da lui assegnato come soprannome ad Amintore Fanfani. Un altro toscano, o toscanaccio, abituato a cadere e a rialzarsi, a salire e a scendere, a scommettere per vincere o perdere in una sostanziale, quasi stoica indifferenza.

Temo -avendo, ripeto, anche lavorato insieme- che Montanelli avrebbe quanto meno storto il muso, come solo lui sapeva fare quando gli dicevi una cosa che non lo convinceva, o comunque egli vedeva qualcosa che non gli andava a genio. In quel “Rieccolo”, con la maiuscola come spetta ad ogni cognome che si rispetti, Montanelli ci vedeva qualcosa di toscanamente elogiativo. Non a caso Fanfani gli fu grato di quel soprannome e lo aiutò nel 1974, quando era segretario della Dc, ad allestire il suo Giornale dopo il licenziamento dal Corriere della Sera e una breve ospitalità concessagli da Gianni Agnelli sulla Stampa. In Renzi forse, anche per la  troppo giovane età rispetto alla sua, Montanelli avrebbe visto più un  modesto “Pendolo” che un valoroso “Rieccolo”. Ma posso sbagliare, per carità, e chiedere scusa a entrambi: al morto e al vivo. Anche se assai inutilmente al morto, e forse neppure utile al vivo, che me ne vorrà ugualmente. Io sono del resto lontanamente un pugliese, non un toscano, né intero come Renzi si ritiene con quel fisico, fuori e dentro un campo di calcio, che lo premia in tutte le foto o le riprese televisive, di ogni tipo ed emisfero, né “mezzo” come con perfidia si diceva di Fanfani mettendolo in croce per qualche centimetro in più negatogli dalla sorte. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 27 luglio

Biden rinuncia e Meloni si scuote a più di 7200 chilometri di distanza

Dal Corriere della Sera

A distanza di 7211 chilometri, quanti dividono Washington da Roma, il presidente Joe Biden getta finalmente la spugna annunciando la rinuncia al tentativo di una conferma alla Casa Bianca, cercando di spianare la strada alla sua vice di colore Kamala Harris, e la premier Giorgia Meloni rinuncia al ruolo passivo svolto sinora di fronte ai due vice presidenti del Consiglio Matteo Salvini e Antonio Tajani, in ordine rigorosamente alfabetico, che se le dicono e se le danno di tutti i colori. L’uno è fiero del no che si vanta di avere sostanzialmente strappato alla Meloni alla conferma di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione Europea, l’altro è fiero di capeggiare il partito della maggioranza che invece al Parlamento europeo ha votato per il bis. L’uno è fiero della sua contrapposizione alle sinistre e l’altro    della incidenza nello schieramento che è prevalso a Strasburgo, contrapposto alla “irrilevanza” dei suoi alleati in Italia. Una cosa che al solo raccontarla lascia basiti alla luce soprattutto del silenzio a lungo opposto a entrambi dalla premier.

Dalla Repubblica

         Ora, pur basandosi solo su voci o, al massimo, su una dichiarazione del capogruppo meloniano al Senato Antonio Fraschella, Corriere della Sera e Repubblica hanno annunciato, rispettivamente, un “basta alle liti” e “una minaccia di verifica del governo”. Che era una vecchia pratica della cosiddetta prima Repubblica, spesso preludio più ad una crisi che ad un chiarimento, o ad un chiarimento solo temporaneo, in attesa di un nuovo caso su cui aprire un’altra verifica ancora.  

Dalla Stampa

         Sulla Stampa la premier si è guadagnata -a torto o a ragione poco importa perché si sa che in politica ciò che conta è ciò che appare più di ciò che è- l’immagine di una leader “imprigionata tra Tajani e Salvini”, in ordine stavolta non alfabetico. Eppure solo qualche settimana fa, in un’aula parlamentare, esattamente a Montecitorio, dopo che era riuscita a strappare gli applausi di tutta l’assemblea alla denuncia dello “schifoso” trattamento riservato ad un lavoratore indiano sfruttato, e morto, nelle campagne italiane, la Meloni aveva strapazzato i due vice che si ostinavano a rimanere seduti indifferenti accanto a lei, “Regà, levatevi in piedi”, aveva detto a entrambi abbastanza ad alta voce per essere sentita da tutti.

Dal Foglio

            Qui, per stare al linguaggio della premier sulla “stabilità” del suo governo. o alla capacità assicurata a voce ogni volta che può dal vice Salvini che esso durerà  comunque sino al 2027, esaurimento ordinario della legislatura,  il problema non è di vedere se il percorso sarà davvero compiuto. Il problema è di vedere come il governo arriverà al suo epilogo. E vi arriveranno i suoi avversari per ora messi peggio della Meloni. Un problema, francamente non da poco, espresso dal Foglio in un titolo che lamenta “ipocrisie e doppiezze della politica italiana” e “il piede della Meloni in due staffe”.

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