Putin si incatena alle sue provocazioni nella guerra all’Ucraina

Zelensky a Bruxelles

         Sfrontato nelle sue provocazioni, Putin, diversamente dai titoli dei giornali italiani, si è dichiarato disposto a trattare la pace in Ucraina anche con l’odiato presidente Zelensky. Che lui  si era proposto di fare uccidere o comunque deporre con la cosiddetta operazione speciale disposta nel 2022 non mettendo nel conto né la resistenza degli ucraini né gli aiuti degli occidentali. Ma Zelensky per trattare con Mosca dovrebbe avere una legittimazione di cui sarebbe sprovvisto per la scadenza del mandato, al cui rinnovo non si può procedere per le elezioni impedite dalla legge marziale provocata dalla guerra cominciata proprio da Putin. Che così si morde la coda come un cane. O si incatena alle sue stesse provocazioni.      

         Basterebbe che il capo del Cremlino ordinasse la cessazione del fuoco e facesse tornare la normalità nell’Ucraina da lui devastata per consentire a Zelensky di far cessare il fuoco anche lui, con tutte le dovute garanzie internazionali, e restituire alla popolazione anche la normalità delle elezioni.

Putin e Berlusconi d’archivio

         O no? Che ne direbbe Donald Trump prima o dopo essersi insediato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato? Ma soprattutto che cosa direbbero gli italiani, intesi come cittadini e come collettività, sulle cui simpatie Putin ha detto di contare ancora, pur dopo la morte di Silvio Berlusconi da lui evocato -gli va riconosciuto- non a torto perché in effetti il suo amico non nascose una certa comprensione per la già ricordata “operazione speciale” russa in Ucraina. Ed era stato a suo tempo fra i primi ad occorrere in Crimea per festeggiarne la conquista, o riconquista, da parte di Putin.

Meloni a Bruxelles

         L’erede politico di Berlusconi nella sua Forza Italia è notoriamente il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Che coerentemente con la buonanima non si lascia scappare occasione per precisare che, pur partecipando al fronte occidentale di sostegno politico, finanziario e militare all’Ucraina, “non si sente in guerra” contro la Russia. Come non si sente neppure l’altro vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, leader della Lega. Ma l’erede politico di Berlusconi a Palazzo Chigi, alla guida della coalizione di centrodestra, è Giorgia Meloni. Che sulla questione ucraina ha sensibilità e posizioni, credo, meno o per niente apprezzate da Putin. E da quanti in Italia, tra le opposizioni, accusano -come Giuseppe Conte e la sinistra radicale- il Pd della Schlein di condividere e praticare la durezza della Meloni nel sostegno a Zelensky, al pari della durezza del Pd di Enrico Letta.

         E’ una matassa, come si vede, alquanto aggrovigliata, anche sotto il profilo politico interno in Italia. Ma di un groviglio sempre minore di quello in cui si è messo Putin contestando le credenziali di Zelensky per una trattativa di pace. E non arrossendo di vergogna, o quanto meno di imbarazzo.

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Scholz vittima in Germania anche dell’eredità della Merkel

Da Libero

Scusatemi la franchezza, come al solito, ma della caduta del socialdemocratico Olaf Scholz in Germania, sfiduciato come cancelliere e rimasto in carica per gestire le elezioni anticipate di febbraio, non mi stupisce l’epilogo in soli tre anni. Mi stupisce che sia durato tanto. Così come mi stupisce ancora che fosse durata più di cinque volte -ben 16 anni- prima di lui la popolare Angela Merkel.  Popolare intesa come appartenente all’omonimo partito della famiglia europea democristiana. Ma sulla Merkel tornerò dopo. Lasciatemi continuare a scrivere di Scholz.

Merkel e Scholz

         Per quanto risulti dalla sua biografia un avvocato specializzato in diritto del lavoro, Scholz mi è sempre apparso più un funzionario di partito che altro. Il solo paragonarlo a predecessori della sua parte politica come Gerhard Schroeder e Willy Brandt mi sembra un esercizio acrobatico senza alcuna rete di sicurezza. La sua partecipazione, da socialista, alla demonizzazione del debito, che in Germania si chiama e viene percepito come il peccato, poteva e doveva bastare per capire la fine che lo aspettava. Ora, con la crisi nella quale è sprofondato il suo paese, che cosa farà mai il cancelliere uscente del vanto di avere un debito pubblico pari solo al 60 per cento rispetto al cosiddetto prodotto interno lordo, meno della metà del nostro? Di questo nostro tanto vituperato paese che secondo le previsioni formulate dalla sinistra con la Meloni a Palazzo Chigi avrebbe dovuto fallire. E invece quanto meno galleggia, come ha riduttivamente certificato di recente un avarissimo, quasi oppositorio Censis guidato da Giorgio De Rita, figlio del mitico Giuseppe.

Il giuramento di Scholz

         La circostanza attenuante che Scholz merita nel giudizio negativo accumulato fra sfiducia elettorale e sfiducia parlamentare è quella di avere raccolto l’eredità della Merkel, ritiratasi in tempo per non raccogliere lei i frutti lasciati appunto al successore. E per scrivere con calma, lautamente compensata, memorie tanto voluminose quanto generose verso se stessa. Generose e forse anche un po’ reticenti: per esempio, nella parte, enfatizzata nelle rappresentazioni per la stampa e per il pubblico italiano,, in cui la ex cancelliera nega di avere avuto un ruolo nel 2011 nella sostanziale e rassegnata deposizione di Silvio Berlusconi. Che scoprì e denunciò solo dopo qualche tempo di essere stato rimosso da Palazzo Chigi con un colpo di Stato internazionale, inutilmente contrastato oltre Atlantico dal Segretario di Stato americano al Tesoro.

Merkel e Giuseppe Conte

         Nel mio piccolo, anzi piccolissimo, prima ancora che scoppiasse quell’ondata di immigrazione da lei consentita in Germania innaffiando il terreno su cui sarebbe poi cresciuta elettoralmente  l’estrema destra tedesca, cominciai a dubitare della Merkel statista proiettata metaforicamente su tutti gli schermi cinematografici e televisivi, quando la vidi ripresa in un bar assorta a sentirsi raccontare e spiegare la politica italiana dal premier di turno spuntato come un fungo dai volgari comizi di Beppe Grillo. Alludo naturalmente a Giuseppe Conte, che raccontava alla Merkel come fosse bravo a vivere da equilibrista politico a Palazzo Chigi. Dove arrivò con una maggioranza e riuscì a rimanere con un’altra di segno opposto grazie anche al panico sopraggiunto all’esplosione della pandemia da Covid pure  in Italia.

Trump e Conte alla Casa Bianca

         Va detto, con onestà, che non fu solo la Merkel a farsi incantare, o a fingersi incantata, dai racconti politici di Conte fra un cappuccino e una birra. Ci cascò anche nella sua prima esperienza alla Casa Bianca Donald Trump, che gli raddoppiò il nome dandogli e scrivendogli del Giuseppi, al plurale. E ricevendone, una volta tanto in politica, una riconoscenza ben oltre il solo, mitico giorno della vigilia assegnatole con la consueta ironia dalla buonanima di Giulio Andreotti. Stavolta però quel plurale Trump a Conte glielo risparmierebbe, con o senza il consiglio di Elon Musk, amico e ammiratore piuttosto di Giorgia Meloni.  

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La guerra d’Ucraina si riprende la scena dopo le distrazioni di cortile

         Finisce la distrazione, chiamiamola così, del cortile di casa dove si sono inseguiti per un po’ di giorni, fra Circo Massimo e aule parlamentari, gli scontri verbali, spesso da vero e proprio spettacolo, fra la premier Giorgia Meloni e i suoi avversari. Fra i quali qualcuno ha addirittura arruolato anche i leghisti per le loro numerose assenze, compresa quella del vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, alle comunicazioni del governo a Montecitorio sul Consiglio europeo al quale la premier si accingeva a partecipare.

Da Repubblica

         La politica estera e le guerre, a cominciare da quella in Ucraina, senza dimenticare quelle in Medio Oriente che si combattono su più fronti, si riprendono l’attenzione anche del lettore più distratto e svogliato. Cui è stata offerta, per esempio, da Repubblica come una “svolta” l’intervista ad un giornale francese in cui il presidente ucraino Zelensky ha ammesso la perdita ormai irrecuperabile della Crimea, presasi dai russi già prima della guerra in corso dal 2022, e del Donbass poi occupato.

Dal Fatto Quotidiano

         Per Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e la Verità di Maurizio Belpietro, spesso convergenti su più argomenti pur da fronti opposti, quella di Zelensky va vista invece come “una resa”, prima ancora dell’apertura di trattative e, soprattutto, dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca.  Su cui notoriamente dal Cremlino Putin puntava da tempo per poter chiudere i conti con l’Ucraina di quel mezzo nazistoide che lui ha sempre considerato Zelensky nel modo più conveniente per la Russia. La quale tuttavia ha mancato l’obiettivo iniziale della “operazione speciale” congegnata per arrivare a Kiev con le truppe in una quindicina di giorni e impadronirsi di tutto il paese.

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         In considerazione di questo obiettivo mancato grazie agli aiuti militari e finanziari dell’Occidente, quella di Zelensky è apparsa, per esempio ai giornali del Quotidiano Nazionale del gruppo editoriale Riffeser Monti, “quasi una resa”. E tutto in un contesto militare e politico oggettivamente confuso nel quale Travaglio ha avuto facile gioco a inzuppare il suo biscotto paragonando la permanente guerra in Ucraina, con bombe, morti, feriti e distruzioni, a quella che il maresciallo Badoglio ereditò e annunciò di proseguire in Italia nel 1943 subentrando al deposto Mussolini.

Dal Foglio

         In attesa dell’armistizio, chissà dove e come paragonabile a quello di Cassibile annunciato dell’8 settembre sotto il governo Badoglio, appunto, Giuliano Ferrara sul Foglio ha cercato di spiegare al “cretino ibrido” la guerra d’Ucraina scrivendo nel titolo del suo articolo che “la volontà di potenza, la crudeltà, il coraggio, la resistenza non sono uno spreco evitabile con la pace senza giustizia”. “Bisognerà ricordarsene -ha ammonito- quando ci si siederà al tavolo con Putin” dopo le parole di Zelensky di una “dolorosa presa d’atto” delle condizioni sul campo. Dove si profila una interposizione di forze militari europee che l’Italia vorrebbe però intestare più all’Onu che all’Unione.

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Sergio Mattarella parla alle nuore perchè suocere intendano…..

Dal Corriere della Sera

         Più Sergio Mattarella parlava sotto i soffitti e gli stucchi dorati del Quirinale per accogliere e ricambiare alle autorità ospiti gli auguri di buon Natale e buon anno nuovo rivoltigli a loro nome dal presidente del Senato Ignazio La Russa, entrambi leggendo testi ben studiati, più le telecamere riprendevano tra le fila del pubblico questo o quel volto noto, più il giornalista che seguiva da casa la diretta televisiva, come chi scrive, si chiedeva quale potesse essere la nuora cui si rivolgeva via via il presidente della Repubblica perché suocera intendesse.

Questo è un vecchio proverbio al quale il capo dello Stato si è felicemente attenuto facendo le sue raccomandazioni, formulando i suoi richiami, esprimendo le sue preoccupazioni e i suoi auspici. Compreso quello di una democrazia davvero “amata”, e non solo rispettata: una democrazia davvero partecipata, in cui ogni istituzione rispetti l’altra e non cerchi di travalicarla creando confusioni e conflittualità che vanificano la stabilità quando essa sembra sopraggiunta a governi di breve, o brevissima durata. Una conflittualità che quando diventa esasperata, pregiudiziale non esprime né pluralismo né libertà, ma solo rancore distruttivo, all’interno come all’esterno, in un mondo non a caso contrassegnato da troppe guerre fra le quali si vorrebbe che le generazioni più giovani si abituassero raccogliendone e moltiplicandone gli effetti.

Meloni al Quirinale con Mattarella

Compariva agli occhi la sagoma indistinguibile di una presidente del Consiglio vestita peraltro di un rosso che ne aumentava la visibilità e il telespettatore pensava se Mattarella ce l’avesse con lei e con le polemiche che subisce e ricambia, reduce peraltro da una festa di partito in cui ha rischiato di perdere la voce alzandola troppo.

Elly Schlein

Compariva agli occhi il volto della segretaria del Pd Elly Schlein, fra i tanti che la circondavano, e il telespettatore pensava se Mattarella non si riferisse invece a lei, o anche a lei. Alla quale nessuna iniziativa del governo, nessuna parola della premier, neppure pronunciatale direttamente in qualche telefonata di consultazione o di saluto, pare andare bene.

Giuseppe Conte

Compariva quasi accanto a quello della Schlein il volto dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che contende alla segretaria del Nazareno il protagonismo oppositorio, quasi per difendersi dal conflitto ch’egli ha in casa col fondatore ed ex garante ormai del MoVimento 5 Stelle, con tutte le maiuscole al loro posto, e il telespettatore poteva chiedersi se Mattarella non ce l’avesse con lui, o anche con lui.

Schlein e Conte al Quirinale

Poi i due, Schlein e Conte, una volta finiti il discorso e il passaggio del presidente della Repubblica tra gli ospiti per salutarli quasi uno per uno, sono stati ripresi insieme a parlare: in verità, più lei a lui che viceversa. E l’ingenuo telespettatore, a dispetto di un disincanto professionale, si chiedeva se entrambi non si fossero riconosciuti, imbarazzati, nei panni della suocera di turno. Potenza dell’immaginazione.

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Una Meloni morotea, e in rosso, decisamente spiazzante per gli avversari

Da Libero

L’Aldo Moro che Giorgia Meloni ha voluto citare e condividere parlando in Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo di sostanziale avvio della legislatura uscita dalle elezioni continentali di giugno è del 1974. Il Moro presidente del Consiglio di un bicolore Dc-Pri, con Ugo La Malfa vice presidente, durato dal 23 novembre di quell’anno al 7 gennaio 1976, quando l’allora segretario del Psi Francesco De Martino gli ritirò l’appoggio esterno annunciando che i socialisti non sarebbero mai più tornati in una maggioranza senza la partecipazione dei comunisti.

Aldo Moro

         Seguì a quella crisi il quinto e ultimo governo Moro, composto di soli democristiani e destinato a gestire le elezioni anticipate di giugno del 1976. Che si conclusero con “due vincitori”, come lo stesso Moro definì la sua Dc e il Pci guidato da Enrico Berlinguer, incapaci di governare numericamente in Parlamento l’uno contro l’altro, pur essendosi proposti in posizione alternativa agli elettori. Seguirono due monocolori democristiani presieduti da Giulio Andreotti ma praticamente concordati nel programma e nella composizione fra lo stesso Moro e Berlinguer all’insegna della politica di cosiddetta “solidarietà nazionale”. Che fu una variante del ben più stringente “compromesso storico” perseguito dal segretario del Pci per evitare -diceva- che l’Italia finisse come il Cile, passato da un governo di sinistra ad un governo militare di destra a regìa americana.  

         Dalla “solidarietà nazionale”, attraverso un passaggio elettorale del 1979 anch’esso anticipato, con Moro ucciso l’anno prima dalle brigate rosse, si uscì un po’ per l’indisponibilità di Berlinguer ad accettare il riarmo missilistico della Nato -che avrebbe alla fine portato al crollo dell’Unione Sovietica- e un po’ per il coraggio restituito da Bettino Craxi ai socialisti di governare con la Dc avendo i comunisti all’opposizione.

         Vi ho elencato dati e fatti tutti precedenti o quasi immediatamente successivi alla nascita non solo politica ma persino anagrafica di Giorgia Meloni, intervenuta il 15 gennaio 1977. Ve li ho elencati per sottolineare lo studio che deve avere preceduto e motivato la decisione della premier, ieri, di rifarsi a Moro -alla vigilia, ripeto, dell’importante Consiglio europeo alla quale parteciperà- per condividerne l’idea di Europa: “il luogo -disse lo statista democristiano- in cui le nazioni diventano più grandi senza perdere la loro anima, una casa comune per le differenze”.

         Si tratta delle stesse differenze, pur a 50 anni di distanza, che hanno permesso e permettono alla Meloni, e alla destra italiana che lei guida e rappresenta, di dissentire prima dalla conferma della tedesca Ursula von der Leyen, per quanto diventata sua amica, alla presidenza della Commissione europea e poi di parteciparvi con Raffaele Fitto nella doppia veste concordata di commissario e vice presidente.

         Con questo significativo richiamo a Moro la Meloni ha spiazzato come più clamorosamente non potesse fare tutti quelli che a sinistra e nel pur fantomatico centro, sempre alla ricerca di un federatore o simile, ne contestano l’affidabilità come partner europea. Per giunta “la più potente” -per riconoscimenti mediatici e politici internazionali- di fronte alle crisi che attraversano la Francia e la Germania, abituate per troppi anni a considerarsi le padrone d’Europa, o quasi.

Romano Prodi

         Fra i più spiazzati dalle parole e dagli studi della Meloni penso si possa e si debba indicare l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, guadagnatosi quello che meritava dalla Meloni alla chiusura della festa di Atreju, al Circo Massimo, per avere cercato di macchiettizzarla come una leader sì ma “obbediente” agli ordini delle consorterie di turno, al di là e al di qua dell’Atlantico. Questa di una Meloni morotea è l’ultima tranvata- come si dice a Roma- che poteva capitare a Prodi: l’uomo -non dimentichiamolo- di una famosa e, a dir poco, inquietante seduta spiritica proprio durante il sequestro Moro.

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Ripreso da http://www.startmag.it il 21 dicembre

Stefano Bonaccini attende Conte all’ultimo miglio al Nazareno

         L’insofferenza per Giuseppe Conte cresce nel Pd, per quanti sforzi faccia la segretaria Elly Schlein di contenerla. Al presidente del partito Stefano Bonaccini è appena sfuggito di dire, in una intervista al Corriere della Sera, che il Movimento 5 Stelle “fatica a compiere l’ultimo miglio, e questo sta indebolendo sia loro che il centrosinistra”. E’ ormai d’archivio il Conte sorridente al seguito di Bonaccini in una festa dell’Unità.

La locandina del film del 1999

         L’ultimo miglio è il percorso finale di un prodotto da consegnare a chi lo ha acquistato a distanza. Ma è anche, forse soprattutto nell’immaginario letterario o cinematografico il percorso finale del condannato a morte. Un miglio chiamato verde in America per il colore che lo indica nel penitenziario e scolpito nella memoria di chi ha visto l’omonimo film del 1999, piaciuto al 92 per cento dei suoi numerosi spettatori.

Dal Corriere della Sera di ieri

         Sarà forse per questa assonanza non molto felice, diciamo così, con l’ esecuzione di una pena capitale, non adatta -temo- a ridurre le remore, le resistenze, le contrarietà di Conte ad un rapporto di alleanza organica o strutturale col Pd, aumentate dopo la rottura intervenuta anche su questo problema con Beppe Grillo, che il Corriere della Sera ha cercato di ridurre l’impatto delle parole di Bonaccini. L’ultimo miglio è diventato un “passo” nel titolo interno e nella sintesi del richiamo in prima pagina. “Il M5S fatica a fare il passo e si indebolisce”, hanno riassunto in via Solferino.

Paolo Gentiloni

         Né di ultimo miglio né di passo ha parlato in una lunga intervista al Foglio l’ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo Paolo Gentiloni, autorevole esponente pure lui del Pd. Che tuttavia, pur senza nominare Conte o il movimento che presiede, ha ammonito che “le coalizioni”, compresa quella che dovrebbe creare o costituire l’alternativa al centrodestra, “non possono essere ambigue sulle scelte di fondo e in particolare sulla politica internazionale. A volte -ha aggiunto Gentiloni pensando prevedibilmente proprio a Conte per la sua posizione sulla guerra in Ucraina- non si può mediare, bisogna solo scegliere, e anche non sciogliere a suo modo è una scelta”.

         Certo, anche nel centrodestra sulla guerra in Ucraina qualcosa di ambiguo, pur dietro il voto mai mancato in Parlamento a favore del Paese aggredito dalla Russia di Putin, si può avvertire nelle parole e negli umori di Matteo Salvini e della Lega. Ma Gentiloni ha detto di “non avere problemi ad ammettere” che “la posizione italiana in generale è stata molto buona, anche da parte del governo, e penso che abbia pure contribuito a far considerare l’esecutivo italiano e la presidenza del Consiglio del nostro paese come una componente di un occidente, di un’Europa occidentale, di un’Europa responsabile”. Con Conte nella maggioranza accadde invece che il governo di Mario Draghi solidale con l’Ucraina e deciso a sostenerla militarmente fu costretto nel 2022 alle dimissioni. E seguirono elezioni anticipate che accelerarono la vittoria della Meloni.

Gli scherzi da ospite alla festa della Meloni al Circo Massimo

Dal Dubbio

L’opposto dei famosi scherzi da prete, intesi come sorprese generalmente fastidiose, se non di cattivo gusto, può essere costituito dagli scherzi da ospite. Come se ne sono visti nell’edizione appena conclusa, al Circo Massimo di Roma, della festa annuale della destra italiana che porta il nome di Atreju.

Milei alla festa di Atreju con la Meloni

         L’ospite più illustre questa volta è stato il presidente argentino Javier Milei: quello della motosega che ha entusiasmato il “popolo” della Meloni pur dicendogli cose alle quali esso non era abituato, o non era stato evidentemente abituato abbastanza dalla sua leader. Che da due anni e più a Palazzo Chigi rivendica ogni volta che può il primato della politica sui tecnici, sui magistrati, sulle consorterie economiche e finanziarie. E proprio in nome della politica, bollata invece da Milei con linguaggio competitivo col Beppe Grillo dei tempi di maggiore successo, volle andare da presidente del Consiglio ad omaggiare in una mostra a Roma la memoria di Enrico Berlinguer, apponendo sul registro la certificazione della comune pratica di un’arte o attività per niente esecrabile.

         Un’esperta di umori e sentimenti di destra come la ex direttrice del Secolo d’Italia Flavia Perina ha raccontato e testimoniato sulla Stampa con la solita brillantezzail miracolo che ha saputo compiere Milei parlando da populista al Circo Massimo.

         Milei tuttavia, senza volergli mancare di rispetto e persino di una certa simpatia per le origini familiari italiane, è stato superato al Circo Massimo da Giuseppe Conte. Che, invitato da oppositore, ne è uscito non dico da sostenitore -per quel suo non nuovo rifiuto di cavalcare l’antifascismo contro il governo, come fanno gli altri avversari della Meloni, sino a proporla nei manifesti al bacio della buonanima di Mussolini- ma quanto meno da certificatore della sua stabilità. E del suo diritto di sentirsi al sicuro per la metà che resta della corrente legislatura e forse di quella intera che seguirà.

La coppia elettronica Casini-Schlein

         In particolare, parlando del Pd come ne ha parlato, e inorridendo all’idea di un’alleanza “organica” con esso, come si dice generalmente di un rapporto fra partiti decisi a governare insieme per realizzare un programma concordato, Conte ha vestito da introvabile Araba fenice la tanto decantata, minacciata, perseguita alternativa al centrodestra. Un’alternativa, a questo punto, importa poco se comprensiva o no, e in quale forma, di quell’altra Araba fenice che è il Centro, rigorosamente con la maiuscola. Alla cui culla si sporgono o si offrono nelle vesti più diverse troppi aspiranti assistenti, federatori e quant’altro. Qualcuno addirittura autoesploso rinunciando a quello che ha per protestare contro i critici o per meglio aspirare -chissà- a diventare quello che vuole. E che la segretaria del Pd Elly Schlein potrebbe temere più che desiderare, nonostante l’incoraggiamento ottenuto sui social da un video mandatole da Pier Ferdinando Casini e che lei ha scherzosamente contribuito a diffondere, baciata da lui che è l’ospite più centrista del partito del Nazareno, eletto al Senato nelle sue liste.

Pubblicato sul Dubbio

Il percorso di Giorgia Meloni dal Colle Oppio al Circo Massimo

La platea del Circo Massimo

Dal Colle Oppio, dove esordì nel 1998, al Circo Massimo, dove si è appena conclusa la festa di Atreju, il bambino orfano dei Pelleverde allevato dalla sua tribù indomita cui si ispira la destra di Giorgia Meloni alla guida del governo, la distanza è minima. Percorribile a piedi anche nei quindici minuti pur temerariamente promessi ai romani da Roberto Gualtieri, per niente di destra, per spostarsi da un posto all’altro nelle loro esigenze di cittadini, con lui in Campidoglio.

Da Repubblica

         Quindici minuti: meno di un attimo rispetto ai 26 anni trascorsi fra quella prima edizione a ridosso del Colosseo e questa che la Meloni ha voluto chiudere schernendo e sfidando i suoi avversari.  “Meloni contro tutti”, ha titolato la Repubblica.

         Pur al netto di tutti gli aspetti enfatici di una festa di partito, la ormai ex underdog, come lei stessa volle definirsi ricordando più di due anni fa le condizioni nelle quali si era proposta a Palazzo Chigi, la Meloni aveva qualche ragione, almeno, per chiudere ieri con soddisfazione la festa del suo partito.

Il presidente argentino Milei al Circo Massimo con la Meloni

         Più ancora dell’ospite più illustre e applaudito del Circo Massimo, il presidente argentino Javier Milei, che contende al trumpiano Elon Musk il titolo di maggiore amico e simpatizzante della premier italiana  è stato utile al successo e alle speranze della Meloni un ospite di ben inferiore caratura come l’ex presidente del Consiglio  e ora solo presidente di quel che è rimasto del MoVimento 5 Stelle: Giuseppe Conte. Che nel suo passaggio ad Atreju ha fato o confermato al pubblico meloniano la certezza che l’alternativa a questo governo è come l’Araba fenice.  Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessuno sa.

Giuseppe Conte al Circo Massimo

         Proprio al Circo Massimo la presunta, seconda gamba dell’alternativa di cosiddetto centrosinistra, senza alcun trattino prudenziale e identitario, ha demolito la prima costituita dal Pd di Elly Schlein, negando il carattere “organico” di un’alleanza col Nazareno. E la Schlein, dal canto suo, quasi contemporaneamente esibiva in un’assemblea del suo partito la tessera d’iscrizione dell’imminente 2025 in cui agli occhi di Enrico Berlinguer, scelti per celebrarne nel 2024 i 40 anni dalla morte, è subentrata la parola “Unità”. Cui manca solo l’articolo, pleonastico del resto con la U maiuscola, della storica testata del Pci che continua a dare il suo nome alle feste del Pd.

La tessera d’Iscrizione del 2025 al Pd

          In una lunga e coltissima intervista -nel suo stile- a Repubblica il quasi centenario Aldo Tortorella diceva ieri: “Il partito comunista è stato una grande comunità. Ma non c’è più”.  Sbagliava. Esso sta tornando, o è già tornato con la imprevedibile Schlein, e quelle sue tessere d’iscrizione che sforna ogni anno. Di fronte alle quali si spiegano anche i tentativi pur infrutttuosi, più velleitari che altro, di far rivivere all’interno dello stesso Pd o collateralmente aspirazioni, nostalgie e quant’altro di Centro. Un’altra Araba fenice che nessuno sa dove sia, pur parlandone tutti.

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I caduti poco eroici della lunga rincorsa politica al centro

Dal Foglio di ieri

Sembra surreale ma è realissima la vicenda implosa, più che esplosa, del direttore ora dimissionario dell’Agenzia delle Entrate Enrico Maria Ruffini. Che ha deciso di uscirne, contestando peraltro con un anno e mezzo di ritardo un’accusa della premier Giorgia Meloni al fisco che può diventare “pizzo di Stato”, mentre montava sul piano mediatico una campagna per farne prima un attore e poi un federatore delle aree centrali della pur improbabile coalizione alternativa al governo in carica.

Io stesso mi sono preso una pausa prima di decidermi a graffiare l’argomento per capirne di più, pur avendo modestamente una certa esperienza di racconto e di analisi delle vicende politiche italiane nelle ormai diverse fasi della Repubblica.  Se non vogliamo promuoverle e al tempo stesso limitarle alle due edizioni che prevalgono nelle rappresentazioni giornalistiche: prima e dopo il passaggio dal sistema elettorale proporzionale a quello misto di proporzionale e maggioritario. O prima e dopo il ribaltamento dei rapporti fra politica e giustizia, o magistratura, intervenuto con le inchieste giudiziarie di una trentina d’anni fa sul finanziamento generalmente illegale dei partiti. Un ribaltamento in qualche modo certificato dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte, in terra tunisina, del marito travolto più di tutti gli altri da quelle indagini. E dai processi che ne seguirono fra piazze e tribunali.

Il compianto Attilio Ruffini

Enrico Maria Ruffini, peraltro figlio del compianto e mio carissimo amico Attilio, più volte ministro democristiano, anche della Difesa, oltre che nipote di un cardinale di Santa Romana Chiesa per 22 anni arcivescovo di Palermo, dal 1945 al 1967, da potenziale o aspirante federatore o leader del Centro, con la maiuscola, di una coalizione proiettata a sinistra ha finito per diventarne una vittima. Che non sarebbe la prima, e probabilmente neppure l’ultima, non apparendomi francamente solide più di tanto le carte attribuite, a torto o a ragione, col consenso o all’insaputa degli interessati, al sindaco di Milano Giuseppe Sala, all’ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo Paolo Gentiloni ed altri che non sto qui ad elencare per motivi quanto meno scaramantici per loro.

Il presidente francese Emmanuel Macron

Gran disegno quello del Centro, sempre con la maiuscola, anche a sinistra come a destra, dove lo spazio è conteso tra Forza Italia di Antonio Tajani e l’apparente appendice di Noi moderati di Maurizio Lupi, in un sistema elettorale antitetico alla sua esistenza perché basato sul fatto di dover essere o di qua o di là, o da una parte o dall’altra. “Vasto programma”, diceva la buonanima del generale e presidente Charles De Gaulle in Francia. E sarà prima o dopo costretto a ripetere a Parigi l’attuale inquilino dell’Eliseo Emmanuel Macron, ostinato nella resistenza ai cambiamenti di umori dell’elettorato pur dopo averne incautamente promosso anticipatamente la verifica.    

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Se neppure il Vangelo è rispettoso della sacralità della magistratura

Giuseppe Santalucia

         C.1657 non è la sigla di un cacciabombardiere o di un missile intercettato da Giuseppe Santalucia dalla sua postazione di presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, in vigilanza continua dell’autonomia, indipendenza, sovranità, onorabilità e quant’altro delle toghe italiane. E’ solo il numero assegnato negli uffici competenti ad una proposta di legge della deputata leghista Ingrid Bisa, di Asolo, 46 anni, avvocato di professione. Che con altri colleghi di partiti anche diversi dal suo, fra cui il renziano Davide Faraone, vorrebbe che fosse dedicata una giornata alla “memoria -testuale- delle vittime di errori giudiziari”. Come ce ne sono per le vittime del terrorismo ed altro, in un elenco di una sessantina di titoli.

         Per ragioni di riguardo verso la magistratura, mai abbastanza rispettata però secondo chi ne reclama la sacralità, nell’abitudine consolidata di accorciare al massimo i titoli anche delle leggi si è preferito chiamare sui giornali e nel dibattito politico la celebrazione proposta dalla Bisa “giornata delle vittime della malagiustizia”, anziché della giustizia tout court. Cone si chiamano vittime della strada quelle degli incidenti automobilistici, o dell’aria quelle degli incidenti aerei, o del lavoro quelle nei cantieri, della sanità quelle degli incidenti sanitari e via dicendo. Anche Gesù nel discorso delle Beatitudini riportato nel vangelo di Matteo promosse a beati, appunto, “i perseguitati per causa della giustizia” promettendo loro il compensativo “regno dei cieli”.

         Personalmente, non sentendomi vincolato ad alcuna formula farisaica, specie poi se reclamata con poco o nessun riguardo dagli interessati avvolti nella loro presunzione di superiorità morale, continuerò a scrivere di questa giornata sinteticamente come di quella delle vittime della giustizia, se mai davvero la deputata leghista e i suoi colleghi riuscissero a fare approvare la loro proposta in entrambi i rami del Parlamento, a farla promulgare fra le prevedibili proteste dell’associazione nazionale dei magistrati e farla sopravvivere ad un referendum abrogativo. Che verrà, probabilmente anch’esso, tentato per difendere il buon nome della magistratura così maldestramente minacciato dalla solita politica dei peggiori istinti o abitudini.  

Gaia Tortora

         Naturalmente condivido in pieno il sentimento di “pena” espresso severamente dalla figlia di Enzo Tortora, Gaia, e collega giornalista, per l’astensione adottata nella Commissione Giustizia della Camera dai parlamentari del Pd di Elly Schlein recependo le preoccupazioni e le critiche del presidente dell’associazione nazionale dei magistrati. E magari deludendolo per il mancato voto dichiaratamente contrario.  Una pena pari solo all’indignazione che merita il ricordo della tragedia di Enzo Tortora, arrestato ingiustamente per camorra il 17 giugno 1983, esibito in catene e morto di un tumore non estraneo alla sua disavventura giudiziaria. Un 17 giugno che dovrebbe servire ogni anno a ricordare anche lui.      

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